Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Alessandro Usai

Neon Ghènesis Sandàlion: l’intervista all’archeologo Alessandro Usai

Set 23, 2017

“Il bene della Sardegna si fa rompendo il circolo vizioso della recriminazione e rivendicazione, l’eterno pendolo bipolare che oscilla tra esaltazione e delusione. Dobbiamo finirla con l’idea che siamo sempre stati, siamo e saremo i migliori del mondo, e che per questo il mondo ci calpesta. Dobbiamo diventare bravi, senza barare.” – Alessandro Usai

Alessandro Usai – Mont’e Prama

Quinta intervista della rubrica made in Oubliette “Neon Ghènesis Sandàlion, una breve inchiesta sulle origini della Sardegna e sul disagio della fantarcheologia che ha notevolmente intralciato l’investigazione e la divulgazione archeologica. Lo scorso sabato abbiamo potuto leggere le argomentazioni dell’archeologo Carlo Tronchetti, ha preceduto l’archeologa subacquea Anna Ardu, l’archeologo Alfonso Stiglitz, l’archeologo Rubens D’Oriano.

Neon Ghènesis Sandàlion da tradursi con “La Sardegna della nuova nascita” è un progetto che si estenderà a numerosi archeologi che hanno studiato e studiano la Sardegna nuragica per donarci nuovi pezzettini dell’intricato puzzle della storia di quest’isola. Per coloro che non ne fossero a conoscenza, i Greci denominavano la Sardegna sia Sandàlion (per la forma di “sandalo” e qui si potrebbe aprire anche un’interessante riflessione sulle conoscenze di questo popolo) sia Ichnussa. E sì, non si nasconde che la denominazione della rubrica è anche un richiamo all’anime Neon Genesis Evangelion.

Alessandro Usai è nato a Cagliari nel 1959. Si è laureato in Lettere Classiche e perfezionato in Archeologia all’Università di Cagliari. Successivamente grazie ad una borsa di studio di 10 mesi ha continuato la sua formazione presso la Scuola Archeologica Britannica di Atene. È dipendente del Ministero dei Beni Culturali dal 1991. È stato ispettore archeologo in Abruzzo fino al 1994. Attualmente è funzionario archeologo in servizio nella Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio di Cagliari. È incaricato per la ricerca, tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico della parte settentrionale della provincia di Oristano.

Ha diretto scavi, ricerche e restauri in diversi complessi nuragici, come Nuracale (Scano Montiferro), Òrgono (Ghilarza), Tanca Suei e Tanca Perdu Cossu (Norbello), Losa (Abbasanta), Su Cùccuru Mannu (Riola), S’Urachi (San Vero Milis), Pìdighi (Solarussa), Sa Osa (Cabras), Su Sonadori (Villasor) e Antigori (Sarroch). Attualmente dirige i progetti di scavo e ricerca a Mont’e Prama (Cabras) e collabora ai progetti di valorizzazione ed esposizione delle sculture di Mont’e Prama nel museo civico di Cabras.

Come studioso, partecipa alle ricerche sulla civiltà nuragica, con speciale interesse per gli sviluppi culturali, sociali ed economici visti attraverso lo scavo e la ricognizione territoriale.

Ed ora mettetevi comodi, l’intervista è lunga ed il pensiero di Alessandro Usai è di grande rilievo e fonte di numerose riflessioni.

 

A.M.: Quanto la leggenda e l’astrazione ha mosso gli esseri umani nel definire e creare la storia?

Alessandro Usai: Con questa domanda entriamo dritti dritti in una disciplina ancora più grande di quella archeologica: l’antropologia culturale. Una delle più grandi differenze tra la cultura umana e il comportamento animale sta nella capacità immaginaria. La specie umana osserva il mondo e se stessa nel mondo come nessuna specie animale. L’umanità ha bisogno, per sua natura, di darsi un ruolo e un senso nel mondo, di affermare i suoi diritti nel mondo e sul mondo. Ogni società elabora i suoi miti delle origini, proiettando nel passato più lontano possibile i princìpi del suo modo di essere, per essere sicura che siano ben radicati e non siano spazzati via. In questa esigenza basilare, non c’è differenza tra gli aborigeni della giunga equatoriale e l’uomo d’affari della giungla metropolitana, se non per il fatto che il secondo è più individualista. Perciò nelle nostre società affollate, disgregate e precarie si inventano continuamente miti individuali e collettivi effimeri, ma si coltivano anche i miti condivisi e rassicuranti del buon tempo antico, o si fondono gli uni e gli altri in impasti ibridi contaminati dal mercato e dal potere. La storia, o meglio la storiografia, è un “lusso moderno”, come la filosofia e la scienza. La storiografia, la filosofia e la scienza nascono nelle società urbane evolute nelle quali la cronaca, il mito e la tecnica tradizionale non bastano più, perché si sviluppa un’esigenza di riflessione e spiegazione razionale. All’origine, in molti luoghi e in tempi diversi, le discipline razionali sono opera di individui isolati o di piccole sette quasi eretiche, che poi si raggruppano in scuole che a loro volta si confrontano per codificare le regole del sapere secondo criteri logici condivisi. Anche oggi, le scuole che elaborano ogni sorta di sapere scientifico (quindi anche antropologico, storico e archeologico) galleggiano in un oceano sociale dominato dal racconto irrazionale, mentre politici e giornalisti (nobili professioni degradate) sfornano ogni giorno miti a presa rapida, rivelazioni, scandali, calunnie, polemiche, anticipazioni e promesse. La natura umana non è cambiata molto.

 

A.M.: I nuraghi. Questi nostri sconosciuti. Quali altre culture presenti nel mondo mostrano le stesse caratteristiche delle nostre antiche costruzioni?

Navetta Minorca

Alessandro Usai: La domanda si divide in due parti. La prima è un’affermazione, che sembra riassumere una percezione diffusa. In realtà sappiamo un po’ di cose sui nuraghi, e anche su altri aspetti di quella che chiamiamo civiltà nuragica: gli insediamenti, le tombe, i templi e santuari, le produzioni artigianali. Insomma, siamo piuttosto informati sugli aspetti materiali, soprattutto quelli inorganici che non sono stati divorati dalla dissoluzione delle materie organiche; ma adesso sappiamo qualcosa anche sulle sostanze organiche, quasi resuscitate dalle applicazioni chimiche più avanzate. Sappiamo meno degli aspetti non materiali della vita nel mondo nuragico: parliamo della società e dell’economia, ma molto ci sfugge e il quadro resta nebuloso; parliamo della religione, ma sappiamo poco dei riti e nulla delle credenze; conosciamo molti relitti linguistici ma non abbiamo nulla dei racconti. Laboriosamente e incessantemente, l’archeologia nuragica si occupa di tutto questo e fa piccoli passi avanti ogni giorno, che significano un enorme progresso nell’arco degli ultimi 40 anni. La seconda parte è la vera e propria domanda. Una volta tanto, la risposta è semplice: nessun’altra cultura ha posseduto o possiede monumenti uguali ai nuraghi. Per spiegare meglio, consideriamo anzitutto che anche i nuraghi sono diversi gli uni dagli altri: sono una vera e propria “popolazione” polimorfica e polifunzionale, cioè caratterizzata da un alto grado di variabilità tra gli individui. Ogni individuo (cioè ogni nuraghe) testimonia l’invenzione di nuove forme e tecniche, la selezione delle forme e tecniche più adatte allo specifico contesto ambientale e umano, la standardizzazione delle forme e delle tecniche che semplifica e accelera il processo di riproduzione degli individui. Mettiamo da parte le antiquate e insignificanti denominazioni “pseudonuraghi” e “protonuraghi”. Se vogliamo definire i nuraghi, dico semplicemente: “strutture di grandi dimensioni costruite con grandi blocchi di pietra, prevalentemente in forma di torri troncoconiche singole o aggregate, caratteristiche della Sardegna dell’età del bronzo, chiamate nuraghi nelle diverse varianti della lingua sarda”. Certo, le “torri” dell’età del bronzo della Corsica meridionale, che possiamo considerare un gruppo polimorfico di diretta filiazione dai nuraghi sardi, sono molto simili ai nostri monumenti a torre singola e presentano molte affinità nella struttura generale e nei particolari; ma nello stesso tempo hanno, ciascuna singolarmente e nell’insieme, specificità che suggeriscono peculiarità funzionali che impediscono di considerarli come nuraghi trapiantati in Corsica. Non solo per le dimensioni ridotte, non solo per la tecnica costruttiva più rudimentale, non solo per la mancanza di strutture confrontabili coi nostri monumenti complessi. Visitando e osservando con attenzione le “torri” corse e avendo ben in mente i nuraghi sardi, ogni volta ho esclamato: “Che strano! Che strana questa muratura, che strano quest’ingresso, che strana questa camera, che strane queste nicchie!”. Il fatto è che un monumento non è solo il suo guscio di pietra parzialmente scampato al degrado e alla distruzione; un monumento era anche la vita che si svolgeva dentro e intorno ad esso, le attività materiali che vi avevano luogo e che hanno lasciato tracce nei reperti, e ancora i significati simbolici che gli erano attribuiti durante i diversi periodi di utilizzo. Il concetto fondamentale è quello di adattamento: il monumento si adatta al suo ambiente e alla sua società e nello stesso tempo contribuisce a nuovi adattamenti ambientali e sociali. Infatti, la Corsica è la Corsica e non una brutta e piccola copia della SardegnaAncor più diversi sono i talaiots di Maiorca e Minorca. Visti dall’esterno, alcuni di essi potrebbero essere scambiati per nuraghi, ma all’interno non hanno la falsa cupola; hanno invece una copertura piatta sostenuta da un pilastro centrale. Cosa ancor più importante, i talaiots si formano come categoria monumentale (o popolazione polimorfica) nel periodo in cui i nuraghi cessano di riprodursi (cosiddetto Bronzo Finale) e perdurano in uso per tutta l’età del ferro, addirittura fino alle soglie della conquista romana. Lasciamo perdere le altre torri di pietra sparse per il mondo, o meglio per altri mondi, nel tempo e nello spazio. Qualunque tentativo di connessione coi nuraghi è fantasia, legittima solo nel regno della fantasia.

 

A.M.: Quale potrebbe essere la risposta più accreditata per questi ritrovamenti? Che queste culture siano dipendenti da una cosiddetta madre, che la prima rispetto alla seconda sia stata presa come superiore, oppure una risposta che sia piuttosto di convergenza così che culture diverse e distanti fra loro abbiano avuto lo stesso bisogno ed abbiano aderito alla stessa soluzione?

Alessandro Usai: Non esistono culture madri o culture superiori. Esistono comunità umane che elaborano e adattano, fissano e modificano, in autonomia e in rapporto con altre comunità, le linee del loro comportamento collettivo, ciò che chiamiamo cultura. Quando una comunità umana si trasferisce in un altro luogo, può incontrare qualcuno che lo occupava precedentemente, oppure può non incontrare nessuno. Nel primo caso inizia una storia di relazioni pacifiche e/o conflittuali che cambiano le culture degli “indigeni” e dei “coloni” secondo dinamiche imprevedibili: rifiuto, segregazione, sopraffazione, oppure interazione e integrazione. Nel secondo caso, che è quello tipico delle isole, i primi occupanti trapiantano la loro cultura nel nuovo ambiente, ma ben presto cominciano ad adattare ad esso il loro comportamento collettivo. In breve tempo, che mantenga o meno frequenti rapporti con la terra e la gente d’origine, la comunità insulare elabora e sviluppa una sua propria distinta cultura; e se l’isola è abbastanza grande, cominciano a formarsi diversi gruppi che tendono anch’essi a differenziarsi con dinamica accelerata. Quando capita che arrivino naviganti e trafficanti appartenenti a società lontane e diverse, portatori di novità tecnologiche, comportamentali ed estetiche, gli isolani selezionano e adottano gli elementi che considerano utili allo sviluppo generale e alla differenziazione sociale interna, soprattutto gli elementi che conferiscono prestigio e potere. La Sardegna è una grande isola. Intorno ad essa, costellazioni di isole grandi, medie e piccole brulicano da un estremo all’altro del Mediterraneo. Durante la preistoria, le comunicazioni marittime non sono state mai efficaci e costanti quanto quelle terrestri, in quanto condizionate dalle stagioni, dai venti e dalle correnti; però l’insularità non può essere intesa semplicemente come isolamento. Più che l’ostacolo al contatto esterno, io credo che si debba considerare la potenza straordinaria dell’incessante ripetizione di relazioni privilegiate entro l’ambito circoscritto dai confini naturali. In poche parole, io vedo in questo continuo rimbalzare di esperienze, stimoli e sfide reciproche da un capo all’altro dell’isola, quasi fosse un tavolo da biliardo, un esempio evidente di effetto moltiplicatore che trascina il cambiamento generale del sistema dando luogo a comportamenti e ad aspetti culturali unici e inconfondibili. Ciò consente nelle isole lo sviluppo di aspetti non presenti altrove e l’assenza di aspetti universalmente diffusi; anzi, ciò consente una sorta di specializzazione per non dire esaltazione quasi ossessiva di alcuni temi rispetto ad altri, o addirittura la coesistenza di fattori che sembrano denotare contemporaneamente precocità e ritardo rispetto alla scala di sviluppo “normale” e omogenea delle culture continentali. Nello stesso tempo, proprio l’anomalia di questi organismi culturali rende, soprattutto in tempi protostorici, le isole più adatte ad attrarre e sviluppare rapporti con agenti esterni particolarmente dinamici, anch’essi spesso prevalentemente insulari. Contrariamente all’immagine tradizionale delle isole come angoli accantonati destinati per natura alla conservazione della tradizione e all’arretratezza, esse si rivelano sempre più come laboratori di autonoma trasformazione. Credo che questi ragionamenti forniscano una chiave utile per interpretare non solo le domus de janas e i nuraghi della Sardegna, ma anche i templi megalitici di Malta, i sesi di Pantelleria, i palazzi minoici di Creta e perfino i moai dell’Isola di Pasqua. Che in tali situazioni possano crearsi anche delle convergenze, mi sembra semplicemente ovvio.

 

A.M.: Addentrandoci nell’etimologia, e leggendo molte opinioni, si è concordi che la radice di nuraghe sia “nur” ma non si è concordi con il significato di questa radice. Due sono le ipotesi madre: una che provenga dai fenici e che vede “nur” con il significato di “luce/fuoco” (e precedentemente dai sumeri “ur/uruk), un’altra invece di sostrato mediterraneo vede la definizione “cumulo di pietre/cavità”. Per quale scuola di pensiero patteggi o hai una strada alternativa da mostrarci?

Alessandro Usai – Bortigali – Nuraghe Orolo

Alessandro Usai: La radice potrebbe essere “nur”, ma forse più probabilmente è “nurac”, come è scritto nell’epigrafe latina scolpita sull’architrave del nuraghe Aidu Entos di Bortigali. Le diverse dizioni sarde documentate fin dal Medio Evo, dalla più vicina all’originale (nurake) alle varie derivazioni fonetiche (nuraghe, nuraxi, nuraci), sono diffuse in tutta la Sardegna, anche nelle zone non toccate direttamente dal dominio punico. La falsa etimologia semitica è un residuo antiquato della “feniciomania” ottocentesca. Quanto ai Sumeri, lasciamoli dove stanno, in Mesopotamia, e lasciamo che gli studiosi della loro complicatissima scrittura e difficilissima lingua proseguano l’interpretazione. A noi tutto questo non serve, e forse non serve nemmeno cercare un sostrato mediterraneo, espressione a mio parere troppo generica e priva di sostanza. Abbiamo nella toponomastica sarda attuale un patrimonio lessicale unico al mondo: decine e decine di nomi di luoghi pre-latini e pre-punici, che possiamo a buon diritto considerare relitti della lingua parlata dai nuragici. Di molti toponimi possiamo circoscrivere il campo semantico originario; tra questi, quelli che suonano “Nura” o “Nurra” sembrano riferirsi a rocce, cumuli o grotte. Ma forse, per un nuragico, la parola “nurac”, o qualcosa di simile, designava semplicemente ciò che noi chiamiamo nuraghe.

 

A.M.: Considerando che il problema maggiore che porta alle diverse vie di interpretazione è la mancanza di dati certi ed il cannibalismo di edifici, come possiamo prospettare la ricostruzione della storia se non con il ritrovamento di nuovi dati? Dunque, quanto è importante ricevere finanziamenti per continuare la ricerca?

Alessandro Usai: Rispondo da studioso e funzionario quale sono. Certo che la ricerca ha sempre bisogno di nuovi dati! I nuovi dati (e non solo le grandi scoperte) stimolano continuamente la riflessione e la discussione e rimettono in gioco tutta la costruzione collettiva dell’archeologia. Però non c’è solo la ricerca. Il progresso delle conoscenze ha bisogno anzitutto della tutela del patrimonio archeologico: molte novità e molte inattese scoperte arrivano proprio casualmente dagli scavi di emergenza. Poi la ricerca non è solo lo scavo: durante e dopo lo scavo bisogna conservare, restaurare, documentare e studiare le strutture fisse e i reperti mobili. Anche la cosiddetta valorizzazione è utile alla ricerca: altre novità e inattese scoperte arrivano nel corso dei lavori di sistemazione dei siti per la fruizione pubblica. Perciò l’archeologia può essere intesa e praticata pienamente solo come attività integrata di ricerca, tutela e valorizzazione, su tutto il patrimonio e su tutto il territorio. Così il grande edificio collettivo dell’archeologia si rinnova ogni giorno, e la storia si riscrive un pochino ogni giorno. So benissimo che tutto questo costa. L’archeologia, o meglio la gestione complessiva del patrimonio archeologico ha bisogno di mezzi permanenti, e non solo di finanziamenti: ha bisogno di personale stabile, di attrezzature, di locali (uffici, magazzini, laboratori, ecc.). Non mi illudo che l’archeologia sarda possa sfuggire alla durissima riorganizzazione economica e amministrativa in atto in tutto il mondo, che di fatto sta demolendo le strutture di ricerca e tutela per favorire solo la valorizzazione. In Italia e in Sardegna, la tendenza prevalente a tutti i livelli porta a considerare i beni culturali solo come richiami turistici, tanto da smarrire la consapevolezza della natura dei beni che si vorrebbero valorizzare. E naturalmente si valorizzano solo poche perle, o presunte tali, e si abbandona tutto il resto. La riorganizzazione (o meglio la rottamazione, per dirla con nome e cognome) rappresenta perfettamente il provincialismo italiano teso a scimmiottare i sistemi anglosassoni con la parola d’ordine del “nuovo” e del “futuro”; al di là dei proclami, rivela il grande disagio che il mondo politico italiano, il mondo dell’informazione-disinformazione e la cosiddetta opinione pubblica manipolata sentono nei confronti di un patrimonio archeologico e culturale troppo vasto e complesso per questi tempi d’intrattenimento superficiale, troppo costoso per questi tempi di tagli alla spesa pubblica. Questo disagio è all’origine dell’atteggiamento sfiduciato e ostile che si è diffuso nella società, e si manifesta nel consumismo banalizzante e nelle recenti disastrose riforme del settore.

 

A.M.: Nella stele di Nora ritroviamo in “fenicio” il nome della nostra isola. È il più antico ritrovamento in cui si parla di Sardegna oppure ci sono altre iscrizioni più antiche? E soprattutto sappiamo se i paleosardi (o sardi nuragici o come preferisci) si identificavano con questa denominazione?

Alessandro Usai: Non sono specialista di scrittura e lingua fenicia. Che io sappia, l’interpretazione di questo documento epigrafico così arcaico è molto difficile e ancora discussa, ma la sequenza di segni BSRDN sembra universalmente accettata come complemento di luogo indicante un toponimo non fenicio; la sua presunta assonanza col nome della Sardegna appare affidabile nonostante l’incertezza delle vocali non scritte. Quindi sembra ragionevole che i fenici di Nora abbiano reso coi suoni e i segni della loro lingua un’espressione sentita pronunciare dagli abitanti del luogo. Detto questo, non possiamo essere sicuri che il nome inciso sulla stele di Nora indicasse tutta l’isola di Sardegna o solo una parte; anzi non si può escludere che i fenici abbiano completamente frainteso un’espressione della lingua locale con tutt’altro significato. I romani indicavano coi termini Sardinia e Sardi l’intera isola e la sua popolazione, ma questa non è una garanzia: sappiamo che i romani estesero i nomi Graecia e Graeci a tutta l’Ellade e a tutti gli Elleni, mentre in origine appartenevano solo a una piccola popolazione periferica dell’Epiro con cui erano entrati in contatto. Con buona pace degli Elleni, che ancor oggi chiamano così se stessi. Quanto al nome che si davano quelli che noi chiamiamo nuragici, non abbiamo alcun documento diretto. È possibile che si chiamassero con un nome più o meno simile a quello tramandato dai romani e divenuto nostro per sempre; però credo che avessero anche molti altri nomi, indicanti i diversi “popoli”, o meglio tribù e comunità più o meno numerose, insediate nelle diverse regioni della grande isola e tutte impegnate a distinguersi in qualche modo dalle altre.

 

A.M.: La scrittura nuragica. Che il popolo sardo vivesse il presente e non sentisse la necessità di scrivere la sua storia come invece han fatto altri popoli?

Spillone di Antas

Alessandro Usai: I popoli nuragici vivevano il presente, il passato e il futuro come la stragrande maggioranza dei popoli che non a caso definiamo “protostorici”, cioè possessori di ricchissime tradizioni orali. Senza dubbio, avevano un variegato patrimonio di miti delle origini, leggende senza tempo, racconti di imprese memorabili, cronache di fatti e personaggi concreti, intrecci di realtà e fantasia. Quanto alla scrittura, sempre l’ansia del confronto coi primi della classe! Senza pensare che quelli erano di un’altra scuola e di un altro corso, erano molto più anziani e più avanti nella loro preparazione. Senza pensare che nella storia universale la scrittura è un’eccezione, non la regola. La scrittura è un adattamento a condizioni sociali e politiche di potere centralizzato, di complessa organizzazione statale e urbana: condizioni che presso altri popoli antichi si sono formate dopo un lungo e complesso processo, e in qualche caso si sono perse e poi si sono riformate. Queste condizioni non esistevano nella Sardegna protostorica e in tutto il mediterraneo occidentale durante l’età del bronzo e agli albori dell’età del ferro. I nuragici erano in buona compagnia; non rischiavano di far brutta figura nel loro mondo, e non lo rischiamo nemmeno noi Sardi d’oggi per colpa loro. Piuttosto noi facciamo brutta figura per colpa nostra, e ci facciamo ridere dietro da tutti, perché qualche improvvisato e pervicace agitatore continua a reclamare l’inesistente scrittura nuragica e tanti sprovveduti ci credono. Lo hanno già detto i miei preparatissimi colleghi e lo confermo anche io: fino ad oggi non esiste nessuna attestazione di una scrittura pienamente nuragica dell’età del bronzo, cioè nessun documento che il consenso degli studiosi a livello internazionale possa considerare espressione grafica della lingua (o delle lingue) della Sardegna, resa con caratteri di originale elaborazione insulare o introdotti dall’esterno; si conoscono solo due oggetti autentici dell’avanzata età del ferro, lo spillone di Antas e la brocchetta di Su Cungiau ‘e Funtana di Nuraxinieddu, recanti brevissime sequenze di segni forse fenici o forse ciprioti ma prive di senso in quelle lingue, e pochissimi altri oggetti recanti segni isolati, anch’essi di tipo orientale. Considerata l’enorme mole dei reperti metallici e ceramici dell’età del ferro conservati nei musei e nei magazzini, questi oggetti isolati sembrano documentare un uso assolutamente sporadico dei segni grafici da parte di ristretti gruppi sociali portatori di una cultura già profondamente imbevuta delle novità portate dai trafficanti orientali. Mi sembra molto difficile poter considerare come puramente nuragici i possessori di questi due oggetti, in bilico tra l’antica tradizione insulare giunta al tramonto e il nuovo mondo dei traffici e dell’integrazione delle culture. Se vi saranno future scoperte, il tema sarà certamente approfondito e valorizzato senza necessità di ricorrere a etichette etnico-culturali che soddisfano i dilettanti ma sono inadeguate ad esprimere la complessa realtà del mondo in evoluzione.

 

A.M.: Chi sono gli Shardana?

Alessandro Usai: Chi sono, o piuttosto chi fossero nell’età del bronzo i cosiddetti Shardana (che in tutto il mondo si chiamano Sherden), non lo so. È argomento da egittologi e orientalisti; anzi è una palude in cui egittologi e orientalisti seri si muovono con grande cautela. Se poi la domanda si riferisce implicitamente a un eventuale rapporto con la Sardegna nuragica, sono altamente scettico e sostanzialmente indifferente, al di là dell’ovvia curiosità professionale di saperne di più leggendo e ascoltando chi sa più di me. Io studio la Sardegna nuragica, in sé e nei suoi rapporti col resto del mondo mediterraneo ed europeo contemporaneo. In Sardegna, nulla mi parla di un “popolo” orientale; seguo invece con attenzione i segni materiali della presenza di piccoli gruppi d’individui di provenienza e cultura egea (greci “micenei”, cretesi “minoici” e ciprioti), e soprattutto i segni materiali delle loro relazioni e interazioni con le comunità nuragiche. Seguo con uguale attenzione i segni materiali della presenza d’individui o di piccoli gruppi d’origine e cultura nuragica in altre regioni mediterranee (soprattutto nelle isole di Sicilia, Creta e Cipro) e i segni delle loro relazioni e interazioni con le comunità locali. I cosiddetti Shardana non aggiungono e non tolgono nulla a tutto ciò. Stando agli autori delle mie letture, quel qualcosa che si definisce convenzionalmente “popoli del mare” si muove in un periodo turbolento lungo l’arco costiero tra l’Egitto, la Palestina e la Siria; in quelle regioni non è stata riconosciuta alcuna cultura materiale, cioè alcun complesso di elementi materiali distintivi e organicamente associati, riferibili a un “popolo” occidentale, che siano i cosiddetti Shardana o altri fantasmi come i cosiddetti Tursha (Etruschi???) e Shekelesh (Siculi???) eccetera eccetera; anzi, non si conosce nessun oggetto di origine o derivazione nuragica. Ciò contrasta totalmente con l’idea di un gruppo etnico-culturale riconoscibile come tale per lungo tempo, cosa che richiederebbe un consistente numero di uomini e di donne per assicurare la riproduzione biologica e la conservazione dei caratteri culturali. Un dotto articolo americano che ho appena finito di consultare parla degli Sherden come popolo orientale. A causa della solita mancanza delle vocali nei testi semitici, la pronuncia del gruppo consonantico SRDN resta incerta; perciò la presunta assonanza con l’altrettanto incerto nome di luogo attestato dalla stele di Nora non mi impressiona. Le connessioni storiche non si fanno con le assonanze. Può essere azzardato negare una connessione; lo è molto di più affermarla.

 

A.M.: Il problema della divulgazione e la fantarcheologia. Come fermare questo fenomeno e come entrare nelle case dei sardi per sfatare queste “pseudo teorie”?

Alessandro Usai: La fantarcheologia è solo un aspetto del dilagante irrazionalismo che caratterizza il mondo d’oggi. Però è un aspetto interessante, perché rivela atteggiamenti molto diffusi. Come l’individuo nevrotico rivela i suoi traumi sul lettino dello psicanalista, così fanno le comunità (popoli, gruppi sociali o religiosi, ecc.) quando parlano del loro passato percepito. Nessuno di loro, tranne gli specialisti, ha conoscenze approfondite di storia o di archeologia, però tutti hanno convinzioni molto radicate; tutti conoscono o credono di conoscere uno o più miti delle origini, o una loro variante personale: il peccato originale, il momento in cui la libertà e la giustizia furono spezzate per sempre, e chi fu il colpevole. In fondo, la storia insegna solo una cosa: ci spiega chi siamo oggi. E non mi si venga a dire che non è importante! In Sardegna la fantarcheologia si esprime in modo speciale, che il collega Rubens D’Oriano ha giustamente definito “fantarcheosardismo”. Per un Sardo studioso e amante della Sardegna è doloroso, ma anche necessario studiare e contrastare questo fenomeno, questo confuso e ostinato desiderio di rivalsa, questo velleitario e patetico rimpianto di un passato migliore, come se fosse un buono valido per ottenere un futuro migliore. Agli inizi dell’Ottocento, sotto il dominio sabaudo, un gruppo di intellettuali sardi cercò di creare un’immagine più accettabile della Sardegna attraverso l’invenzione di una storia medievale non solo in linea con quella italiana, ma addirittura anticipatrice. Per apparire meno selvaggi agli occhi dei piemontesi, si volle “riscrivere la storia”. In tempi di assolutismo e di forca facile, l’intento fu forse lodevole, ma il modo fu goffo e l’esito disastroso. La storia avrebbe dovuto dimostrare che barare non serve; invece i fantarcheosardisti sono ricaduti nello stesso vizio, che evidentemente persiste, in modo ancor più goffo e con esito ancor più disastroso. Non bastando il Medio Evo, si sono rivolti alla civiltà nuragica, “quando Noi eravamo grandi, anzi i più grandi”. Prima i nuraghi, poi le statue di Mont’e Prama hanno ricevuto l’incarico di “riscrivere la storia” a nostro favore; e per riscrivere la storia ci vuole la scrittura. Solo che oggi non c’è assolutismo e non ci sono forche e i rapporti di forza si cambiano in altro modo, soprattutto entrando in competizione con un’abilità formata sulla cultura e sulla scienza. La cosa più stupefacente è che per abbellire la storia e la preistoria della Sardegna si introduce materiale non sardo, spazzatura estranea raccolta in giro per il mondo secondo la disponibilità del mercato. Come gli autori delle ottocentesche “Carte d’Arborea” cercavano di nobilitare le corti giudicali con l’invenzione di un’inesistente poesia in volgare toscano (più nobile del sardo!), così ora i fantarcheosardisti importano tutto ciò che non è sardo sostenendo che “Noi lo abbiamo creato e Noi lo abbiamo dato al mondo”: il mito di Atlantide non è sardo, Yahwé non è sardo, la scrittura protocananaica non è sarda, e così via. Questi signori credono e vogliono far credere che il loro intento sia ripristinare la verità storica occultata dai dominatori; in realtà tradiscono l’insoddisfazione e quindi il sostanziale disprezzo per quello che è stato il processo di formazione della nostra complessa identità collettiva in evoluzione. Efficace e appagante a prima vista, il meccanismo è controproducente, anzi autolesionista e suicida. Non si fa il bene della Sardegna se si cerca di abbellire il suo passato inventandolo, a costo di perdere il senso della realtà e del ridicolo. Il bene della Sardegna si fa rompendo il circolo vizioso della recriminazione e rivendicazione, l’eterno pendolo bipolare che oscilla tra esaltazione e delusione. Dobbiamo finirla con l’idea che siamo sempre stati, siamo e saremo i migliori del mondo, e che per questo il mondo ci calpesta. Dobbiamo diventare bravi, senza barare. Punto. La fantarcheologia continuerà a diffondersi in Sardegna e nel mondo, senza alcun dubbio, perché le forze che la alimentano sono profondamente radicate nella mentalità irrazionale che dilaga in tutto il mondo. Però è anche vero che da noi questo fenomeno è agevolato da molti personaggi, di cui conosciamo perfettamente i nomi e i cognomi, che operano nella politica e nel mondo dell’informazione-disinformazione. Ricordo il senso di frustrazione che provai quando chiamai la redazione di un quotidiano sardo ai tempi dell’esplosione del fenomeno Atlantide; allora toccai con mano che c’è qualcuno che decide chi può e chi non può parlare, non per il valore di ciò che dice ma per quanto risponde agli “interessi superiori” del potere politico-giornalistico. Provai orrore, un qualcosa che mi ricordava l’assurdo delirio dei primi capitoli di “Marcia su Roma e dintorni”. Che fare dunque? Indubbiamente la guerra è persa, ma possiamo vincere qualche battaglia. Anzitutto, giornali, riviste e televisioni dovrebbero tagliare ogni rapporto coi fantarcheosardisti e dar spazio e vera libertà di espressione ad almeno qualcuno dei tanti giovani laureati in archeologia, in storia e in tante altre discipline umanistiche e scientifiche, che potrebbero fare i mediatori del sapere accreditato verso il grande pubblico. Nel frattempo io e i miei colleghi archeologi, militanti nelle Soprintendenze, nelle Università e nei Musei locali, o isolati e sfruttati nei cantieri, non perdiamo occasione per raccontare la storia più vera che sia possibile, cioè quella conquistata con lo studio e la ricerca scientifica. Chiunque abbia titolo, soprattutto chi ha responsabilità in questo settore, deve impegnarsi. Questa è una missione, una missione patriottica; e quando hai una missione fai il tuo dovere, in cui credi, senza pensare se rischi di perdere o se magari hai già perso.

 

A.M.: Quali sono le logiche di mercato che portano a ridicolizzare la Sardegna come Atlantide, e perché non si guarda soprattutto a ciò che abbiamo e cioè l’unica isola che presenta un numero così elevato di costruzioni chiamate nuraghi?

Alessandro Usai

Alessandro Usai: Logiche di mercato! Molti credono che il libero mercato sia perfetto e infallibile, premi i buoni e punisca i cattivi, semplicemente con la logica del profitto. Una specie di giudizio universale economico e terreno, invece di quello divino basato sui valori morali. In realtà c’è mercato e mercatino, così come c’è bosco e sottobosco. Indubbiamente l’operazione Atlantide fu condotta con maligna abilità da un capace manipolatore ben radicato nel mondo della disinformazione; fiutò il terreno fertile, già ben preparato da decenni, o secoli, di recriminazione-rivendicazione, e tra i cespugli fece crescere l’albero; dopo di lui, ancora cespugli e cespugli. Per i fautori del libero mercato, qualunque mezzo è buono se aiuta la Sardegna a vendersi un po’ meglio, e qualunque merce è buona, anche se si consuma velocemente: un giorno Atlantide, un altro gli Shardana, un altro ancora i “giganti”, e così via. Ma questo lo fanno le cozze, che filtrano l’acqua e si accontentano di qualunque cosa essa porti, pulita o sporca che sia. Io trovo degradante questo mercatino del patrimonio culturale; e lo trovo anche controproducente, autolesionista e suicida. Credo che se vogliamo attrarre turisti, dobbiamo presentarci veri e genuini, non mascherati. I visitatori stranieri accorti, che non mancano, capiscono e ridono, o ci compatiscono. Invece di imbastardire e svendere il nostro patrimonio culturale per pochi centesimi, dovremmo conoscerlo e farlo profondamente nostro; solo così potremmo presentarci al mondo e agli ospiti stranieri come veramente siamo, con la nostra speciale umanità, col nostro inconfondibile impasto di elementi universali dosati e mescolati dalla storia. Insomma, il patrimonio culturale non è un vanto ma una responsabilità, e solo in quanto tale è anche una risorsa. Non dobbiamo sfruttarlo e consumarlo; dobbiamo curarlo e coltivarlo, e dobbiamo svilupparlo nella sua dimensione appropriata, quella culturale, cioè nella nostra consapevolezza interiore. E perciò non è giusto nemmeno caricare i nuraghi, o le statue di Mont’e Prama, del ruolo di ambasciatori della Sardegna; i nostri ambasciatori dobbiamo essere noi stessi. Dobbiamo fare la pace col nostro passato, accettarlo e apprezzarlo per quello che è stato. Solo così avrebbe un senso l’abusato e strapazzato concetto di “identità”, e nello stesso tempo la ricaduta economica sarebbe molto più copiosa di quel poco che si gratta sul fondo del barile pieno di patetiche mistificazioni.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Alessandro Usai: Anche oggi, se interroghiamo il pastore, che nei mestissimi tramonti infocati del Campidano sardo raccoglie il greggie sull’altura, ai piedi delle dirute moli dei nuraghi, e gli chiediamo chi furono mai coloro a cui dobbiamo quelle costruzioni ancora oggidì imponenti, vi sentirete rispondere, con accento convinto ed ammirativo, di un’ammirazione che è l’eco dei secoli: genti manna! Gente grande; e grande veramente. Studiamola adunque e la grandezza sua ci apparirà tanto più manifesta quanto minori saranno le nostre prevenzioni e la nostra ignoranza.” Antonio Taramelli, 1918.

Commento 1: il pastore intervistato e l’archeologo intervistatore dicono “grande”, non “più grande” o “la più grande”. Aboliamo comparativi e superlativi.

Commento 2: per entrambi, il confronto è tra un passato percepito come grande e un presente sentito come inadeguato; ma mentre il pastore non sa come superare il contrasto, l’archeologo esorta a studiare per migliorare. Tutti dobbiamo studiare e migliorare! 

 

A.M.: Alessandro, ti ringrazio vivamente per il tempo che mi hai dedicato e ti saluto con Lucio Anneo Seneca: “Bisogna fare attenzione a non seguire, come pecore, il gregge di chi ci precede, perché non si va dove si deve andare, si va dove vanno tutti.

 

Written by Alessia Mocci

 

 

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Rubrica Neon Ghènesis Sandàlion

 

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