“La mappa del dolore” di Alessio Vailati: riflessioni in versi su trenta fotografie vincitrici del Premio Pulitzer
Trenta scatti vincitori del Premio Pulitzer: per ognuno una serie di poesie che, pur partendo dal tema specifico della fotografia, costituiscono liriche indipendenti, universali.

Ogni scatto costituisce il la per ogni sezione, che sono dunque trenta: a sua volta ogni sezione ospita una “lirica-cornice” di apertura, che prende il titolo non dal nome originario della foto, ma dai nomi assegnati alle foto stesse dal libro Moments che riporta e le fotografie vincitrici del Pulitzer dal 1942 al 2013; a ciascuna lirica-cornice seguono sei liriche interne per un totale di duecentodieci; un’intelaiatura armonica, compiuta e non soltanto una voce di dolore e di denuncia.
Le liriche interne di ogni sezione de “La mappa del dolore” non hanno titolo e non hanno nome, come a voler dire che rappresentano un unicum rispetto al testo-cornice; inoltre quest’ultimo è scritto in tondo, le altre in corsivo.
L’autore Alessio Vailati per acquisire gli scatti e per studiarli ha svolto un lavoro di ricerca attraverso varie fonti, come il libro sopra citato e il web. Di tutto questo magari ci parlerà lui stesso in altra sede. Qui mi concentrerò sulla parte che mi piace di più, quella di commento dei testi tout- court.
Ad esempio nella sezione 8 dal titolo, La marea di migranti, ispirata alla foto di Dallas Kinney, premiata nel 1970, l’immagine diventa l’occasione per affrontare in generale il tema della migrazione, sempre attuale, in ogni epoca e in ogni latitudine: “Ma con fatica/ dura questo patto di madre/ con i suoi figli consacrati alla miseria/ nelle baracche approntate/ con indecente dignità/ per un pugno di sale/da sfruttatori senza pietà”. Così recita la seconda parte della terza poesia della predetta sezione. Si nota, come è tipico di Alessio Vailati in tutto il corpus dell’opera “La mappa del dolore”, un procedere per antitesi (“Ma”) e per ossimori (“indecente” – “dignità”), in un andirivieni di linguaggio sacrale (“patto”… “consacrati”… “pietà”) e lessico di uso quotidiano, ma non banale: perché, ad esempio, “un pugno di sale”, da un lato è gergale, come “un pugno di mosche” ma dall’altro è ben altra cosa, in quanto il sale è sia essenziale per conservare gli alimenti, dare loro sapore, ma è anche la metafora della conoscenza.
Oppure, di fronte a Un magazzino per persone, titolo della lirica che dà il nome alla sezione 9 (ispirata alla foto a cura di Jack Dykinga vincitrice dell’edizione 1971), permane l’atteggiamento evitante di chi non vuole sapere per quieto vivere: “Ma i nostri occhi inclini/ a sviare il loro raggio/ fra queste logore pareti/ non hanno requie o scampo”: questa è la prima lirica sine titulo della sezione e si ricollega alla precedente per il “ma” antitetico e per l’alternanza di registro lessicale, come si evince nella dittologia requie, latinismo da requies, e scampo, termine più colloquiale.
Le poesie-cornice che aprono ciascuna sezione sono un po’ una restituzione a parole dell’immagine commentata, come nel caso di Cicatrici di guerra, all’inizio della sezione 11: di fronte alla distruzione, resta solo “un fumido lucore”, il brillio nefasto di un’esplosione, resa sempre in chiave ossimorica.
Tutto funziona senza regole, come la grammatica: “Tutto si appiatta al suolo/ alle rovine di un’arcaica selva/ la cui asprezza è scancellata/ per il gioco della guerra”.
La guerra è un’arte (dis)-umana che distrugge anche la natura più selvaggia, più selvaggia dell’uomo stesso, anzi la “scancella”, come si dice in modo verace nel parlato e nel dialetto; anzi la guerra è sarcasticamente un gioco, una magia, una manipolazione che fa apparire e scomparire a suo piacimento le cose. I versi sopra citati appartengono alla terza lirica della sezione predetta.
Le cicatrici di guerra rendono gli anni sempre recenti, anche quando l’immagine che ispira il titolo dell’omonima lirica-cornice risale al 1972: “Questi anni martoriati/da un decennio di atrocità e di guerra,/ questi anni già volati/ sui volti addolorati e piagati/ degli uomini di questa terra/ chi li renderà ai morti,/ chi li risarcirà alla gioventù/che li ha perduti?” (lirica sei della sezione).
L’uso ripetuto del deittico e l’uso anaforico del “chi” genera un’antitesi tra determinazione e indeterminazione, tra contingenza e generalità, opposti ma universali: ogni guerra, in fondo, è “questa” per chi la vive vicino, a varie latitudini ed epoche.
Le cicatrici di guerra permangono come dicotomia tra La bambina e l’avvoltoio, titolo di un’altra sezione, la ventesima: “La guerra civile dilania/ il tessuto sociale […]/ I bambini hanno occhi belli/ che accusano senza parole,/ con dignità” (prima lirica della sezione). E qui non aggiungo parole, per dignità appunto.
Tra le sezioni che mi hanno posto molta resistenza nella lettura non posso non citare quella sulle mutilazioni genetiche che ci riporta in Africa, con la lirica nonché sezione Un rito di passaggio africano.
Così recita, ad un certo punto, la lirica di apertura: “Fu l’attimo di mani in una salda/ presa alle gambe; e in mezzo a quella ruga/il rapido passaggio di una lama”.
E a seguire sentiamo, in un altro componimento, la storia della sedicenne Seita che vive a Wamba, uno “sperduto villaggio” vicino Nairobi: “oggi Seita con i suoi anni buoni/[…] adolescente con un rito varca/ la stagione di un destino muliebre./ Nella capanna già sono pronte/ le vecchie del villaggio, le lamette/ presto in azione, come da programma,/ nella concitazione del dramma”.

Qui le liriche si fanno narrative e, infatti, quella successiva racconta l’evento: “A terra il corpo si dibatte/ nell’interno di una capanna:/ senza anestetico è una condanna/ al vivo dolore. E piega le gambe/ e le sbatte. Così una farfalla/ a cui le reti impigliano le ali:/ c’è chi chiude gli occhi e non guarda/ il sangue, le urla, il male.” Si sente in questi versi una ironia, che in realtà è sarcasmo, in quel “senza anestetico è una condanna/ al vivo dolore”: infatti una pratica come quella dell’infibulazione è in ogni caso una condanna, una condanna tout-court, in assoluto, il che è sottolineato anche dall’enjambement tra i due versi (vv 3 e 4); ancora una volta torna, nella chiusa stavolta, l’indifferenza di chi finge volutamente di non vedere l’accumulo di sangue, urla, male, posti in asindeto e in climax ascendente; eppure qualcuno ha visto, come recita la poesia finale di questa sezione: “L’accaduto recente è memoria/ inciso nella mente dei presenti:/ una scena convulsa, una storia/ che si ripete identica come il rito /dal nome così dolce che ricorda una graziosa spilla, una fibula./ Quella pratica atroce selvaggia,/ di sangue, una mutilazione/ dove sgorga l’intensità del piacere/ che non piace, che è indecente avere”.
I presenti hanno visto dunque, e vedono sempre un rito come abitudine, perfino grazioso dal nome. Ma qui si staglia la voce dell’Autore, a dissentire e a dare a ciascuna cosa il proprio nome (“pratica”… “mutilazione”) e aggettivo (“atroce”, “selvaggia”, posti si noti in asindeto), e ad evidenziare gli evidenti contrasti (“intensità”, “piacere” versus “non piace”, “indecente”).
Le sezioni successive sono anch’esse intense per tematiche e lirica, ma io mi fermerei qui con la mia nota: perché come donna, mi è difficile aggiungere altro, perché la retorica è fatta di parole, ma gli occhi di chi legge non saranno, forse, indifferenti come quelli di chi assiste a certi eventi.
Sulla quarta di copertina del libro “La mappa del dolore” c’è un QR Code da cui è possibile vedere le foto che fanno da spunto alle liriche.
Ad maiora semper e buona lettura, pur nel dolore.
Written by Filomena Gagliardi
Bibliografia
Alessio Vailati, La mappa del dolore, Il ramo e la foglia edizioni, 2025, Roma
