“Tito di Gormenghast” di Mervyn Peake: atmosfera fantastica surreale

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Che dire? Quando inizio così una reazione a qualsiasi cosa, per esempio a un libro, non significa che ho toccato il fondo, ma che mi sono avvicinato a un luogo (quasi) indicibile.

Tito di Gormenghast di Mervyn Peake
Tito di Gormenghast di Mervyn Peake

Che dire di Tito di Gormenghast di Mervyn Peake? Che ha detto (quasi) tutto lui. Una volta chiesero a un noto regista da cosa traesse l’ispirazione per i suoi film. Quello rispose che usciva in strada e captava…  tutto quello che c’era da captare, e quel verbo, all’indicativo presente, capto capto capto capto capto, lo ripeté cinque volte. Fecero la stessa domanda al suo collega e amico che era lì presente, il quale rispose: io esco con lui e non capto niente, ché ha già captato tutto lui! Idem per me, Mervyn, leggendo te.

M’azzardo a dare una definizione sintetica del tuo libro (mentre sono a pagina 146 delle 546 totali de Tito di Gormenghast). È un’innaturale e immortale natura morta e pulsante. Chiaro? Chi erano quei due registi? Quando lo rammento lo dico. Chi sei tu, è Mervyn? Sei uno scrittore e un pittore surreale e minuzioso nei particolari. La tua prosa è definita da alcuni barocca, da altri gotica, io potrei azzardare a dire che è rococò: adorna la realtà di una veste ricca e flessuosa, come se non ci fosse altro da fare nella vita che cercare d’impreziosirla di sempre nuovi particolari, che non paiono mai fortuiti, bensì necessari, anzi, essenziali per permettere all’autore di andare dove deve andare e al lettore di seguirne le orme con animo impaziente e rassegnato.

L’autore è colui che è davanti, il lettore lo segue appresso, ma presto raggiungerà la sua posizione. Mervyn, tu sei il dio sotteso e necessario di cui acutamente ciancia Baruch Spinoza. Ma, nel frattempo, ti sei spostato di pochi chilometri. Ed ecco che l’intrepido lettore non si perde d’animo e ti raggiunge. Solo che, ora, ti sei di nuovo trasferito altrove, alcuni metri innanzi. Sei lo spettro narrato da Arthur Schopenhauer. Sei colui che non vede noi allorché noi vediamo te. Tu ti limiti ad attirarci verso l’anima del (tuo) mondo. Tu, pur mezzo cieco, segui ogni nostra, pur stentata, onda cerebrale.

Così è, se vi pare. Sennò: continuate a leggere e probabilmente capirete.

Il titolo mi suggerisce un’amenità, anzi, due. Mi sento tenuto a sottolineare ogni santa volta che m’imbatto nelle parole “Tito” e “Gormenghast”. Perché? Non lo so. So che devo. Servirà per lasciare delle tracce al lettore che mi seguirà (potrebbe essere un mio consanguineo). Esaminando l’Indice noto (ma non mi spiego) il fatto che i titoli di alcuni capitoli sono racchiusi fra due mistiche virgolette. Cessata oggi la disamina dell’opera, sono arrivato alla conclusione che la risposta è posta oltre, forse nel secondo o nel terzo volume. Trattasi di una trilogia.

Mervyn: avevi intenzione di scrivere altri due romanzi della saga, ma la malattia che ti colse e che ti recò dove il lettore non ti potrà, al momento, raggiungere, te lo impedì. Quando leggerò il tuo secondo tomo? Dammelo, che lo divoro subito! E il terzo? Dopo il secondo… E le tracce del quarto e del quinto? Se davvero ci sono, fammi assaggiare pure quelle. Intanto ascolta: Anthony Burgess, che ha curato la Presentazione al tuo primo romanzo, illumina la mia fumosa mente: “… la sua prosa è sempre esatta…” – cioè sempre approssimata all’esattezza, come la misura di ogni fenomeno fisico. Quel che vale, nella ricerca è saper mirare alla precisione, sfrondare ogni particolare che diverge dal tuo scopo, il quale lo sai tu, Mervyn, e nessun altro. Stavo per scrivere: pochi altri.

Scrive ancora Anthony: “Dappertutto, anche nei voli più romanticamente fantastici, si sente questa fredda padronanza dell’intelligenza che tiene in vita, come un generatore, il mondo immaginario e ne esclude quello reale. Ma è poi vero che il mondo reale ne sia escluso?” – in quale mondo vivesti allorché scrivesti?

La prima parola del romanzo è: “Gormenghast”. Solo dopo altre, mi pare, otto identiche, esce (72) un “Chiamatelo Tito.” – nome che si correla a titulus, questo svela l’etimologia. Un personaggio non da evitare ma da amare con riserva, è “Lisca” – un uomo secco che non aveva mai approvato “la felicità altrui” – ché, in essa “vedeva i semi dell’indipendenza e nell’indipendenza i semi della ribellione…” – meno male che non sono mica nato a “Gormenghast” – bensì a Reggio Emilia, dove ci si è sempre ribellati a qualcosa! Ma che dire della tua mammina, Titino? Non assomiglia alla madre ansiosa che tanti lutti arrecò agli umani. Lei dice, dopo averlo scorto di sfuggita: “Vedrò il ragazzo quando avrà sei anni.” – nel frattempo, lei si dedicherà interamente ai suoi vispi volatili e gattini. Quando “Fucsia” – la sorella di “Tito” – saprà del lieto evento si dispera: “No! No! Non voglio! Oh no, no, no! Non voglio! Non è vero! Non deve essere vero!” – modera l’entusiasmo, piccina mia! A parte la minuscola h, Fuchsia è uno dei pochi, credo l’unico personaggio della saga, il cui nome non è stato storpiato nell’edizione italiana. In quella originale la stirpe è dei Groan, nella versione italiana è “de’ Lamenti”. Taccio a proposito delle altre manipolazioni. Sappi che tanto rispetto la tua immane fatica, Anna Ravano, traduttrice. Non riesco a immaginare quanti dubbi, quante incertezze hai dovuto affrontare. E quanta sofferenza hai dovuto patire!

“Erano sparpagliate sul tavolo, violentemente reali, una natura morta paurosamente vicina che…” – pareva mortalmente viva. Sono le “provviste che Fucsia aveva portato nel solaio il mattino precedente.” – né di più né di meno. Fucsia incontra quell’odioso demone: “Ferraguzzo” – entrando così in contatto con l’infetto mondo esterno. Lucifero, mentre fu allontanato da quell’Eden, sapeva bene che sarebbe ritornato. Dopodiché avrebbe lottato per la vittoria. Del resto, che si vive e che si muore a fare? Fucsia sente che deve urlargli di andarsene via. Ma sa che egli non obbedirà: “… la violenza era scomparsa dalla sua voce e Ferraguzzo, tenace come un furetto, non si lasciò scoraggiare.” – chissà quale sarà la tua fine, Giuda Piccirillo! Di certo pagherei il tuo pegno!

Egli “sapeva cogliere l’essenza di un oggetto o di una persona in modo distaccato, cerebrale, senza immedesimarsi.” – uno stratega, un burocrate, un tecnico. Era il mero opposto del “Conte” – il padre di Fucsia e di “Tito”: “Ogni linea del suo corpo testimoniava una profondissima malinconia…” – ma quel piccolo serpe, di nero, non aveva che la volontà di appropriarsi del mondo esterno, che era, al momento, di proprietà altrui. Al momento! Questo pensava: “… meno intelligenti erano i suoi datori di lavoro, più spazio avrebbe avuto per i suoi progetti…” – perciò adotta come padrone le due zie gemelle, ché più vuote di spirito non ve n’è. E dice loro: “Affidatemi l’amministrazione, eccellenze, e li farò ballare…” – pieni poteri egli chiede! La sua finta umiltà è colma di mera supponenza!

Tralascerò tanta storia, tante storie, ma esse restano sempre lì, covate in quelle quasi immote pagine, tranquilli. È che ora sono arso dalla voglia di parlare de ‘L’incendio’ – con le debite virgolette. Un capitolo che non finirà mai di attizzare dentro di me. Come reagirei se pigliasse fuoco il corpo immenso dei miei settemila libri? Ne scriverei uno nuovo? O brucerei anche le sue minute? Voglio prendere ora una spinoziana pausa. Per un’ora fisserò il soffitto. E, un mesto giorno, mi desterò.

La dolce tata, “Mamma Stoppa” è detta (334 e anche altrove) “la nanerottola”! Così gigantesca nella sua pavida presenza! Così microscopica e quasi assente pare la madre naturale al confronto!

“Tito” è il protagonista della serie di romanzi. Al momento è un bambinello di pochi giorni, mesi, non arriverà ai due anni alla fine del tomo. Ma è lui e solo lui “L’Erede di Gormenghast!”

“Non passava giorno senza che lo assalisse…” – lui, il Conte – “… il ricordo di qualche libro particolare.” – ora mi sta invadendo l’amnesia. Questo capita spesso a noi miseri lettori. Quanti ne ho dimenticati! Scordati… forse no! Sepolti e bruciati là, a “Gormenghast”!

Un dialogo fra il Conte e l’amata consanguinea: “Tu sei mia figlia.” – e aggiunge: “E poi c’è Tito, Tito sarà Conte di Gormenghast…” – e lei sa che così sarà perché così sarà. Perciò ti amo, piccola mia. Perché il Conte sarà l’altro, non te. L’altro non si potrà amare ma solo servire se stesso e gli altri. Io ti vorrei servire amandoti. Amami allorché ti servo. E nulla più. Pensa, cara, che temevo di non stare nelle tre paginette, nel mio commento. Poi, volendoti bene, ho scoperto che poco o nulla m’interessa di “Gormenghast” – te e solo te voglio conoscere. Vogliamo partire insieme? Fuggire lontano? Andare via per sempre? Evadere da quell’odiosa “Gormenghast”?

Quando il tuo buon papà, a cui vorrei assimilarmi, non ci sarà più, scomparendo nel vuoto, volontaria vittima dell’entropia universale, che ci faremmo più qua? Ora che si è volatilizzata pure quell’immane raccolta di inclìti tomi? Proviamo a dimenticarli e a scriverne altri! Altrove! Oh no! Ora (da 424 a 434 de Tito di Gormenghast) crescono come funghi dopo la tempesta, i flussi mentali di alcuni personaggi, fra cui le due gemelle zie. C’è quello di Cora. E c’è quello di Clarice: “I suoi pensieri sono identici in tutto e per tutto a quelli della sorella, salvo che in un particolare, il cui peso sarà facilmente stabilito, una volta che si sostituisca il nome Clarice a quello di Cora nella fantasticheria di quest’ultima.” – e non le invidio affatto! Astrologicamente io sono un Gemelli, e questo mi permette d’essere duplice nel mio alveo. E mi basta.

Mervyn Peake citazioni
Mervyn Peake citazioni

C’è pure quello del Conte “Sepulcrio” – (Sepulchrave nell’edizione originale) – che felice è solo per l’esistenza di “Tito” – cosicché a lui sarà finalmente concesso dal suo autore di volatilizzarsi! Il settantaseiesimo conte si tramuterà magicamente in settantasettesimo! Evviva! E quel funereo eroe potrà dimenticare quell’atroce “Gormenghast” – dove tutto è “Gormenghast” – pure la montagna e il lago. Dove non c’è altro luogo che “Gormenghast”! Povero Tito! Quagli eventi ti aspetteranno in quei due tomi? Un giorno lo scoprirai, ma sappi che non starò, necessariamente, al tuo fianco, bensì al cospetto della tua immensa e savia sorella.

“Il ciclo dei dodici mesi si era chiuso. Tito aveva iniziato il suo secondo anno, un anno che, ancor implume, doveva ben presto produrre violenza. L’aria era come ammorbata.” – occorre fuggire!

Tralascio nel commento il capitolo Sangue a mezzanotte. Non m’interessa. E qui mi accodo, per un attimo o due, al pensiero di Silverio Scognamiglio, il quale mi disse un tremendo dì ch’egli preferiva le storie allegre, ché di triste e drammatico già c’era il telegiornale. Io prediligo le storie dove c’è qualcuno d’amare, una come te, bella e vergine Fucsia. Sarò per te un fratello e a una certa età, se ti va, un compagno di esistenza. L’unico mio handicap è che sarò sempre ingenuo e sprovveduto al tuo confronto.

“E il Conte si era girato, senza abbandonare la corda…” – ma “… Un attimo dopo era scomparso”.

A presto, caro. E a mai più! Che questo serva da lezione a chi osa affermare l’apparentemente indimostrabile, il vanamente religioso: “Non esisteva un ‘altrove’ fuori di Gormenghast” ‒ no, c’è, e basta gettarvisi, raggiungendolo in una qualche maniera.

Torniamo immediatamente a mirare la tua storia – Sulle rive del lago di Gormenghast!

Tutto il resto, compreso L’investitura, poco m’intriga. Partecipo all’evento in quanto è scritto, diversamente mi eclisserei: “Sulle sue ginocchia c’era Tito, fradicio, ma la vestina che essa aveva stirato con tanta cura sembrava miracolosamente bianca, quasi emanasse la luce, invece di assorbirla. Tito si guardava intorno, succhiandosi il pollice.” – piccola, innocente, alma. Per quanto ancora? Andrà mai “oltre la Muraglia”? Questo è l’unico motivo, oltre che dare ogni tanto un occhio all’amata e chissà quanto cresciuta Fucsia, per cui assorbirò un bel dì gli altri due tomi.

Cara Fucsia, non ti voglio con me per sempre. Ma finché tu vorrai. Poi ti dirò, pensando a quel Daniel Lumera: Ti lascio andare. E tu lascia andare me, amore mio.

Chi era, infine, quell’ossessivo rabdomante-captante? Alberto Lattuada!

Capto! Capto! Capto! Capto! Capto!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Mervyn Peake, Tito di Gormenghast, Adelphi, 1981

 

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