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“Afonie indispensabili” di Gavino Puggioni: intreccio di malinconia e speranza sublimato in poesia

Gavino Puggioni, nato a Porto Torres nel 1939, ha una lunga consuetudine con la scrittura e con la poesia, fin dal 1958-1959, periodo in cui apparvero sue composizioni su riviste e su antologie dirette da Ernesto De Leo. Nel 2003, dopo una lunga pausa dalle stampe, Gavino Puggioni torna alla pubblicazione con Finagliosu (dodici racconti, per lo più scritti in gioventù, velati di nostalgia e malinconia).

Afonie indispensabili

Tra il 2004 e il 2013, con la casa editrice sassarese Magnum pubblica L’arcobaleno in giardino (poesie e piccole prose, tra ricordi e speranze) e Nel silenzio dei rumori (sorta di autobiografia dell’anima del poeta), poi, con Il foglio Letterario, Le nuvole non hanno lacrime, mentre in autopubblicazione Nelle falesie dell’anima.

Ultima fatica letteraria di Gavino Puggioni, fresca di stampa, è Afonie indispensabili, con prefazione di Laura Vargiu, edita dalla giovane e dinamica casa editrice calabrese Thoth di Mario Vallone.

È poesia vibrante, particolare, tutta pervasa da perenne tensione intellettuale ed emotiva, in un perenne traghettare parole e silenzi, dall’intimità del Poeta all’universalità dell’umano, dalla vita personale a quella dell’intera società.

È poesia d’intimi contrasti, di slanci e ripiegamenti, di ondeggiamenti sentimentali tra le onde di un mare che si presenta come rifugio accogliente, protezione, dimora più vivibile e desiderabile della terraferma. Compagni di questo lungo viaggio poetico e umano sono, accanto al vento, ora lieve ora potente, ora carezzevole, ora sferzante, voci, suoni e soprattutto rumori.

Rumori come metafore dell’inutile detto e vissuto, come metafora di intrusione e disturbo a quel silenzio maturo e capace di mettersi in atteggiamento di ricerca, di conquista della pace. Rumori di una guerra ormai totale e invasiva, di una non-pace perenne nell’inautenticità del quotidiano che muta l’esistenza umana, privata via via dell’esistenza, in un non-senso senza vie d’uscita e senza consolazioni, specie di natura religiosa e ultraterrena.

Le afonie, quando non obbligate dal mondo, sono indispensabili per l’Autore che sa viverle come momento privilegia della ricerca del vero Sé, in armonico equilibrio con la Parola, detta o, perlopiù, scritta. Il tempo, compagno tiranno del passaggio umano sulla terra, è presente in maniera ponderosa tra le righe della silloge e passa insensibile su ogni passato che la ragione stenta a porre definitivamente da parte. Le condizioni stesse, insoddisfacenti, dell’oggi, portano Gavino Puggioni a tornare immancabilmente a quelle età della vita che ancora consentivano di sognare, immaginare, credere, sperare.

La realtà, in un percorso che via via si accorcia, pare sempre più spietata e la disillusione è pressoché totale. Uno sguardo disincantato, ormai, quello dell’autore. La Natura pare non aver fatto troppe differenze nel distribuire solitudine intima esistenziale tra i suoi figli: così, il gabbiano nella libertà dei cieli, patisce la stessa solitudine umana, anche il cardellino che pigola al sole è solo, come il poeta stesso che si identifica con l’usignolo di emozioni al tramonto.

Gavino Puggioni

La vita è un urlo non udito (…)  in un infinito sconosciuto. Quest’urlo lo alza, ancora, il Puggioni puntando il dito contro la nostra civile indifferenza rispetto alle guerre, al male, ai soprusi, alla realtà quotidiana fatta di annichilimento, spersonalizzazione totalizzante, illusioni ampiamente distribuite.

Nel sogno che è la scrittura il Poeta, coprendo metaforicamente di veli gli affanni, consente alla mente di trovare ristoro e riposo da tutto questo. Mentre il nulla avanza nel trionfo dell’effimero e la misera umanità rotola in rifiuti solidi umani,  mentre tutte le preghiere a qualunque dio sono inutili, il Nostro fa esercizi di nostalgia, inevitabili, tra il nulla dei cieli e l’attesa di una porta / che rimarrà chiusa/  per sempre.

Ma non è un dolore arido quello di Gavino Puggioni: urlavo urlavo/ e non sentiva/ quella voce mia/ strozzata dal dolore/ piena d’amore. La sua penna gli dice di continuare a parlare…/ d’amore sano/ d’amore sincero/ pulito/ d’amore per tutti/ di quell’amore che non trovi.

Quale sogno e desiderio resiste, dunque, a rendere degna la presenza umana nel mondo? Che un’unica vera religione regni e un’unica divinità sia adorata e custodita per il bene del genere umano, chiamata “vita e amore”, unica possibile ed efficace risposta al male che ingoia il pianeta e i suoi abitanti.

 

 Written by Katia Debora Melis