“Le braci” di Sándor Márai: l’annullamento entropico del sé

“Le braci” di Sándor Márai: l’annullamento entropico del sé

Ago 10, 2019

Due ragazzini si incontrano e fraternizzano.

 

 

Le braci di Sándor Márai

Le braci di Sándor Márai

Resteranno legati per tutta la vita, come accade a due particelle che si accostano e saranno perciò, per sempre, correlate, anche quando le vicende del cosmo le porteranno oltremodo distanti fra di loro, oppure fino ad un certo punto, quando ancora potranno interagire e proseguire il loro arcano e doppio cammino.

La mutua corrispondenza non pare avere limiti o, se questi esistono, non possono essere comprovati o falsificati. Si tratta di un mistero, al momento, apparentemente insondabile.

I due ragazzini crescono, diventano giovani e poi si lasciano, per circa quarant’anni. Qualcosa è successo. Sarà forse la presenza di una donna, che appartiene all’uno, ma è posseduta dall’altro? Chissà?

Questa figura misteriosa, di nome Krisztina, è ormai lontanissima da entrambi e da loro separata per sempre. Ma non lo è affatto, anch’essa è infatti correlata, sia all’uno che all’altro. Una particella maschile, all’improvviso, senza avvertire alcuno, era svanita nel nulla, senza lasciare traccia. L’altra invece si è allontanata di poco da quella femminile, ma irrimediabilmente. Costei è rimasta sul posto, come inamovibile.

All’interno di un “frattempo” che dura oltre quattro decenni, in un momento qualsiasi, essa cessa di vivere.

Le due particelle, diventate antagoniste, finiranno poi per incontrarsi di nuovo, non per caso, ma perché qualcosa ha così determinato, allorché entrambe hanno superato la soglia dei settant’anni di una vita spesa “altrove” e sono ormai al volgere della loro esistenza terrena.

La particella tradita ha ormai intuito la verità, cioè l’esistenza dell’adulterio (en passant, in ungherese le parole amplesso e uccisione rimano fra loro e vantano origini comuni), ed ora vuole a tutti i costi conoscere la verità.

Per circa metà romanzo, essa pronuncia un lunghissimo e del tutto innaturale soliloquio, alla fine del quale scopre, insieme alla sua gemella, che ogni verità è divenuta risibile e facile da interpretare.

In un diario di Krisztina ogni fatto è descritto con minuzia. Basta aprirlo e leggerlo. Oppure gettarlo nelle braci, rifiutando qualsiasi verdetto.

La prima particella, di nome Henrik, sente il ridicolo connesso alla propria angosciata curiosità e cessa, pertanto, di ricoprire il ruolo di giudice e di parte lesa. La seconda, di nome Konrad, rifiuta di rispondere a quelle ormai impietose quanto inutili domande.

Ai due vecchi non rimane altro che rinvenire, in quel loro caos personale, un luogo ove eclissarsi dall’esistenza.

Questa, in breve, è la sinossi (parola orrenda che sa di esame universitario) del romanzo, la cui trama mi ha preso e sorpreso per un paio di giorni, in cui ho ingurgitato le pagine con la mia consueta smania, per vedere come ogni cosa andava a finire…

Sándor Márai

Sándor Márai

Alla fine sia l’assassino, che la vittima, che l’investigatore si sono annullati nell’entropia universale. Ed è rimasto, come sempre, unicamente il lettore a seguire il misero feretro che, prima o poi, per fortuna, sarà squarciato dal non morto che, per l’ennesima volta, finirà col mordere sul collo qualche incauto passante.

Sic transit gloria literarum!

Ma di tutto ciò non vale discorrere, parlare, cianciare. Motivo per cui l’ho fatto. A volte un act gratuite, direbbe forse Gide, val bene una messa!

Pochi minuti fa ho terminato di compiere il rito della lettura ed ho incominciato, al contempo, a pormi un quesito decisamente eretico. Quanto è innaturale un soliloquio così esteso e complesso, come quello interpretato, come se egli fosse un attore, dal povero Henrik?

Lo è e basta, senza bisogno di fornire misure di alcunché.

Tutta la seconda parte del libro è irreale. Non esiste in natura nulla di ciò. Eppure…

Leggere “Le braci” di Sándor Márai (Adelphi, 1999) è un’esperienza che consiglio a chiunque, anche al peggior nemico (delle lettere). Il libro apre gli occhi sul concetto di naturalità.

Perché un autore scrive un libro “irreale”, anziché descrivere con affettuosa attenzione ciò che comunemente esiste?

Il mio è solo un tentativo di risposta: tutto questo accade perché, dopo che è stato descritto, ciascun fenomeno diventa naturale. Ecco che l’artista si propone come un dio creatore. Il cui miracolo può essere breve, oppure stancante quanto una quaresima.

È un atto santo e religioso, in cui il sacro si incarna nell’esistenza umana. Quel che già esisteva nella mente dell’autore, ora che è fuoriuscito, si è transustanziato in materia vivente e fenomenica.

Questa è la mia religione, che non è né più, né meno, deleteria e improbabile di altre. Per altro, è l’unica in cui confido.

 

Written by Stefano Pioli

 

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