Lo Haiku: come nasce il genere poetico più famoso del Giappone

Lo Haiku: come nasce il genere poetico più famoso del Giappone

Ott 2, 2018

Desidererei prendere in esame, in questo articolo, le origini e gli sviluppi storici di un genere poetico molto particolare e, per molti versi, unico nel panorama della letteratura mondiale: lo haiku. In questo breve excursus storico-poetico capiremo anche il perché ritroviamo tuttora alcune caratteristiche salienti e distintive di questo genere letterario.

Ōtomo no Tabito

Da un punto di vista storico, lo haiku si inserisce in un quadro più ampio e generale della poesia breve giapponese chiamata “waka” (letteralmente “poesia giapponese”) che comparve nel tardo VII secolo e fiorì durante il periodo Heian (794-1185 d.C. dal nome dell’attuale città di Kyoto) soppiantando la “choka” (“poesia lunga”). Ebbene la waka possiede come unità di base un tipo di componimento in metro prestabilito noto come “tanka” il quale presenta un impianto metrico di 5/7/5-7/7 morae (unità di suono usata in fonologia) in 5 versi per un totale di 31 morae.

Un esempio di tanka di Ōtomo no Tabito, presente nel Man’yōshū (“raccolta delle diecimila foglie”, la più antica raccolta di poesie giapponesi pervenutaci) III, 341:
sakashimi to/ mono iu yori wa/ sake nomite// ainaki suru shi/ masaritaru rashi
piuttosto che/ dire cose sagge,/ è meglio bere sake// e spargere/ lacrime d’ebbrezza

Il tanka, quindi, costituisce il “mattone” di base della poesia breve giapponese. Già nel XII si era soliti redigere, nelle classi più agiate giapponesi, delle liriche che venivano composte in questo modo: il Maestro, o comunque il poeta più esperto, componeva la prima strofa o emistichio superiore (il “kami no ku”) del primo tanka (con metro 5/7/5 morae).

Tali versi d’esordio erano anche quelli più importanti per la riuscita del componimento nei quali doveva essere necessariamente presente il “kigo” (i.e. il riferimento stagionale) al fine di contestualizzare il componimento in un dato periodo dell’anno.

Il Maestro, nei versi d’esordio di queste poesie, forniva una sorta di binario da seguire per gli allievi o discepoli, i quali erano chiamati a continuare il componimento con la strofa o emistichio inferiore (“shimo no ku”) di 7/7 morae e così via, in un’alternanza di tre versi da 5/7/5 morae e un distico da 7/7. Così si dava origine a un tipo di poesia, unica nel suo genere, detta “collaborativa” in cui più poeti, a turno, componevano un renga o “haikai no renga”, ossia una poesia “a catena” composto da 36 (detto “kasen”), 50 o 100 ku (versi) e oltre.

Un esempio molto famoso di renga è questo composto nel 1488 dai poeti Sōgi, Shōhaku e Sōchō conosciuto come “Cento stanze di tre poeti a Minase” ne riportiamo le strofe iniziali:
ancora dalla neve/ ai piedi del monte brumoso/ nella sera‒ Sōgi
l’acqua che scorre laggiù c’è/ un villaggio tra i susini in fiore‒ Shōhaku
alla brezza del fiume un filare di salici/ mostra i colori della primavera‒ Sōchō
con il rumore dei remi/ si inizia il giorno‒ Sōgi
forse la luna avvolta nella caligine/ della notte indugia nel cielo” ‒ Shōhaku
i prati ricoperti di brina/ l’autunno è finito‒ Sōchō.

Il renga iniziò a svilupparsi a partire dal XII secolo e nel XIII secolo ebbe grande diffusione nelle alte classi giapponesi ed è proprio in seno al renga che prese origine il genere haiku, infatti nel XVII secolo, grazie alla figura del Maestro Bashō, si prese l’abitudine di fermarsi all’emistichio superiore del primo tanka di un renga, ossia allo hokku (nome che si attribuiva all’epoca ai tre versi d’esordio del renga). Se anche, all’epoca, lo haiku era del tutto conforme ad un kami no ku del tanka sia metricamente sia prosodicamente esistevano comunque delle differenze che lo differenziarono dai versi d’esordio di un renga: erano ammessi (e di frequente venivano usati) termini di origine cinesi, il registro linguistico adoperato permetteva molti giochi di parole, vi era l’uso di termini popolari appartenenti alla sfera della quotidianità e anche la presenza di onomatopee. Possiamo dire che il lessico dello haiku, in questo determinato periodo storico, rifiuta l’aulico per accostarsi al prosaico, preferisce il quotidiano al letterario, l’umoristico al solenne e al serio. Di qui la definizione di “haikai no ku” (“versi a carattere scherzoso”) dalla quale espressione contratta deriverà la moderna accezione di haiku (Shiki).

Dal renga allo hokku: la figura del maestro Bashō

Matsuo Bashō

C’è da dire che nonostante la brevità, uno haiku non perdeva assolutamente slancio lirico e suggestività ma, anzi, queste caratteristiche venivano acuite ed esacerbate in un genere poetico nascente in cui il non-detto e il qui ed ora erano, fra gli altri, dei cardini di questo genere letterario.

Possiamo ora capire il perché, fra le varie caratteristiche di uno haiku, troviamo quello specifico metro e il riferimento stagionale (kigo e/o kidai): il metro usato è esattamente questo (5/7/5) perché è stata storicamente comprovata la miglior resa fonetica rispetto ad altre forme o modelli; il riferimento stagionale, invece, è sempre presente in uno haiku (a meno che un componimento non voglia essere considerato come “muki”, ossia un haiku senza riferimento stagionale) perché i versi iniziali di un renga, come abbiamo visto, servivano ad imprimere una direzione da seguire e contestualizzavano, attraverso il dato naturalistico, il renga stesso.

Dunque con Matsuo Bashō (1644-1694), siamo nel periodo Edo (1603-1868), si fa largo l’idea di fermarsi allo hokku rendendolo un componimento autonomo e a sé stante.

Esempio:
shizukasa ya/ iwa ni shimiiru/ semi no koe
silenzio -/ il frinire di cicale/ penetra la roccia

Questo haiku di Bashō è uno dei più conosciuti della letteratura giapponese e anche uno tra i più famosi haiku del Maestro, in esso viene esaltata, più che il frinire delle cicale, la sensazione di silenzio e di quiete rotta dall’insistente canto che, come un trapano, sembra trafiggere e penetrare nella roccia. Poniamo ora attenzione alla fine del primo verso (kamigo) troviamo un trattino (in giapponese espresso dalla particella “ya”): esso è lo stacco (kireji) ossia una pausa, una cesura che, in questo componimento specifico, è sia visiva (fra le due immagini proposte “toriawase”), sia sonora (come una pausa in un brano musicale, in questo esempio specifico fra il silenzio e il frinire delle cicale), sia concettuale (inducendo una sospensione o incertezza di senso) cosa che, del resto, era già in uso nei versi d’esordio del renga.

non piangete, insetti –/ gli amanti, persino le stelle/ devono separarsi ‒ Kobayashi Issa

Dobbiamo ricordare che grazie al Maestro Kobayashi Issa (1763-1828), lo haiku raggiunse il suo zenit. Dopo Issa i contenuti di questo genere poetico cominciarono a svilirsi allontanandosi dalla realtà quotidiana, iniziò un lento ma graduale declino del genere haikai sfociando in un mero accademismo. Lo haiku perse importanza nel panorama letterario dell’epoca, venendo visto quasi come un semplice “gioco di parole”. Proprio mentre lo haiku versava in questo stato che si fa largo in pieno periodo Meiji (1868-1912) la figura di un altro grande Maestro di haiku il quale fu il primo Maestro a vivere in un’epoca industrializzata, in un contesto storico in cui il Giappone si apriva gradualmente all’Occidente: Masaoka Shiki (1867-1902).

Dallo hakku allo haiku: Shiki

Masaoka Shiki – 24 dicembre 1897

Shiki diede nuovo impulso alla poesia haiku, prima costatandone di fatto lo “stato di morte” in cui era caduto, poi estese i criteri dell’arte giapponese (wabi-sabi, okashii, ogosoka ed altri) anche alla poesia giapponese in generale e in particolare allo haiku sostenendo che:

Lo haiku è parte della letteratura e la letteratura è parte dell’arte. Così i criteri per la sua bellezza sono i criteri per la letteratura, e i criteri per la letteratura sono quelli per lo haiku.

Il rinnovamento introdotto da Shiki è cruciale per la rinascita dello haiku in terra nipponica tant’è vero che dal suo operato nacque lo haiku moderno: egli rinominò lo hokku come haiku (dall’abbreviazione della frase “haikai no ku” ossia “verso di haikai”) per porre l’accento sul carattere indipendente di questo genere poetico rispetto al renga. Il rinnovamento, non solo dello haiku ma di tutta la letteratura giapponese, attuato da questo grande Maestro è racchiuso nel concetto di “shasei” ossia di “ritrarre la vita” così come appare allo haijin (scrittore di haiku) o del poeta di tanka: questo concetto, è bene ricordarlo, si può applicare anche alla prosa ed ad altre forme di poesia non solo allo haiku. Catturare un’immagine, un particolare significativo in cui è racchiuso una precisa visione del poeta: questo è shasei.

Esempi di haiku del Maestro Shiki in qui è presente lo shasei:
“hikuku tobu/ aza no inago ya/ hi no yowari
sull’argine tra le risaie/ vola bassa la cavalletta/ nel sole che muore
*
sanjaku no/ Niwa wo nagamuru/ Haruhi ka
giorno di primavera:/ si perde lo sguardo in un giardino/ largo tre piedi

In questo breve excursus storico abbiamo visto come lo haiku prenda le sue origini da una forma di poesia collaborativa chiamata renga e che, grazie soprattutto alla figura del Maestro Bashō ed altri Maestri, assurge al grado di genere poetico a sé stante. Genere poetico assolutamente inedito e unico nel panorama della letteratura mondiale che, anche grazie a Shiki, fa propri i canoni estetici dell’arte giapponese.

Non solo, in uno haiku sono altrettanto fondamentali i valori del non-detto (il suggerire al lettore più che dire esplicitamente), del qui ed ora (hic et nunc), dell’esclusione dell’ego, dell’essenzialità. Dobbiamo ai Maestri di questo genere, in particolare ai quattro grandi Maestri di haiku (Bashō, Buson, Issa e Shiki), se lo haiku ha preso una ben determinata direzione valicando i confini del Giappone fino a diffondersi in tutto il mondo.

L’essere haijin richiede un progressivo miglioramento della tecnica di composizione, lo studio di come le immagini vengono proposte al lettore in uno haiku (toriawase) ma non basta: è affidato alla sensibilità del lettore “chiudere il cerchio” non solo al poeta di haiku. Per questo motivo lo haiku viene classificato come un tipo di poesia “aperta” pur avendo un metro (le così dette “forme chiuse”), poesia “aperta” perché il lettore ha un ruolo attivo nel cercare di comprendere significati che, grazie al principio del non-detto, a volte possono non essere immediatamente colti.

Haiku

Ci si potrebbe chiedere: come mai questo genere poetico si sia così largamente diffuso e perché mai ha avuto un tal successo?

Una possibile risposta potrebbe essere, come ho già scritto e argomentato altrove, che lo haiku può essere pensato come una sorta di “atomo poetico”, ossia la più piccola forma di poesia esistente (e non “genere poetico” che già lo è) che ha in sé tutte le caratteristiche dalle quali si possono originare altre forme poetiche.

Approfondire la storia di questo genere poetico e la poetica del Maestri sicuramente ha come effetto quello di addentrarsi ancor di più nello spirito di un genere letterario unico al mondo che si è conquistato, grazie alla sua immediatezza e al linguaggio semplice, un posto di riguardo nel panorama della letteratura mondiale.

 

Written by Antonio Sacco

 

Bibliografia
The Art of Haiku: Its History through Poems and Paintings by Japanese Masters; Stephen Addiss. Shambhala Publications.
Sull’haiku; Yves Bonnefoy. O barra O Edizioni.
Il muschio e la rugiada; AA.VV. BUR Edizioni.
La luna e il cancello; Luca Cenisi. Castelvecchi Editore.
Al profumo dei pruni. L’armonia e l’incanto degli haiku giapponesi; a cura di L.V. Arena. BUR Edizioni.

 

One comment

  1. Claudio Fadda /

    Ho letto con molto piacere l’articolo e i bei versi citati, e mi viene da proporre una riflessione: Considerando la matrice culturale shintoista del Giappone, che “condensandone” oltremodo il significato per non dilungarmi, enfatizza la ricerca dell’armonia in questo mondo (a differenza ad esempio, e senza alcuna critica del Cristianesimo, che ci prepara all’altro mondo), e, cito dall’articolo: “L’essere haijin richiede un progressivo miglioramento della tecnica di composizione, lo studio di come le immagini vengono proposte al lettore in uno haiku (toriawase) ma non basta: è affidato alla sensibilità del lettore “chiudere il cerchio” non solo al poeta di haiku. Per questo motivo lo haiku viene classificato come un tipo di poesia “aperta” pur avendo un metro (le così dette “forme chiuse”), poesia “aperta” perché il lettore ha un ruolo attivo nel cercare di comprendere significati che, grazie al principio del non-detto, a volte possono non essere immediatamente colti.”
    Possiamo dire che attraverso la contemplazione della natura, e dell’armonizzarsi dell’uomo con essa e coi quattro elementi, si ritrovi in un certo qual modo il proprio equilibrio interiore?

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