“Le regole della casa del sidro” di John Irving: il mondo sarà degli orfani?

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Non amo le regole, le giudico però importanti, per cui temevo di non riuscire a carpirle, che non fossero cioè deducibili leggendo il testo di Le regole della casa del sidro di John Irving (nato John Wallace Blunt jr).

Le regole della casa del sidro di John Irving
Le regole della casa del sidro di John Irving

Non è andata così: esse sono chiaramente indicate fra le pagine 296 e 297 de Le regole della casa del sidro. In quasi ognuna è premessa una preghiera, del tipo: “Per favore,”, “Pregasi”, o anche, a volte, un condizionale: “Non dovrebbero”. Cercherò d’insinuarmi (a tempo determinato) nella schiera degli obbedienti… Non si deve però ogni volta chinare il capo e dire di sì. Occorre dire talvolta di no, o fare come quel tale che fingeva d’essere d’una religione perché non poteva palesare al momento la sua fede. Le regole sono importanti, se nascono dalla saggezza (come queste della casa del sidro) e non bisogna sputarci sopra. Qualcuno dice che “Comunque, nessuno fa caso a quelle regole…” – e che, pur pazientemente riscritte ogni anno, servono a poco, poiché la gente preferisce l’anarchia.

Ora, un cretino razzista afferma: “Sono come bambini, tutti questi migranti…” – e, se non ci fossero gli stanziali: “… morirebbero di fame” – ma fa’ conto che Crusoe fosse stato un indolente, di certo si sarebbe scantato (il termine arşân è scantê – uscito dall’incanto) – prima dell’incontro col buon Venerdì. Ogni popolo fu un Venerdì e un Robinson. Io mi sto scantando leggendo ‘sto librone. John dice che, nella casa in cui è nato e cresciuto “Homer”, l’autore più letto è Charles Dickens; un po’ a distanza, la segue Charlotte Brontë. I libri citati sono David Copperfield e Jane Eyre (da me letti e amati) nonché Grandi Speranze (ce l’ho e lo leggerò!) e La piccola Dorrit (sigh!, non l’ho, lo leggero!, ma quando?!). Ringrazio l’autore che mi suggerisce una nuova lettura, ma l’infima parte di me lo invita a visitare per bene quel paese! Io sono un Gemelli! Grâsia, Şvuanèin! Ma vaff…!

“A quei tempi (nel 192…) tutti i maschi nati a St. Cloud’s…” – all’anno è depennato ogni volta l’ultima cifra. Questo, almeno fino a metà libro… Ieri ho concluso la lettura a pagina 358 de Le regole della casa del sidro, delle 619 previste, per dare un’idea delle dimensioni della mia immane (sto esagerando!) fatica di lettore. La traduzione è di Pier Francesco Paolini. Che spesso mi dona un termine nuovo, tipo: “trasceglieva” – che colgo con stupore a pagina 25.

Da Le regole della casa del sidro ne è stato tratto un film, nel 1999: un bel dì lo patirò, forse, o forse no. I film li amo vedere con chi amo, sennò non mi diverto. I libri richiedono una meditazione trascendentale che comporta la solitudine. Il film richiede due incontri: col compagno di visione e con la storia raccontata. Il libro contempla un unico, comune, happening fra me, l’autore e la storia narrata: è la mia religio, che vale quel che vale, come ciascun’altra. Giovannino ha la religio di Charles e di Charlotte, a cui già accennai. Mio figlio Michelangelo ama vedere i film da solo e poi, all’occorrenza, in compagnia. L’uomo è divorato dalle sue passioni, a ognuno la sua (e sono loro che ci fregano!).

“Non era un caso, è ovvio, che sia Grandi speranze sia David Copperfield narrassero storie di orfani. (‘Che altro leggere a un orfano?’ si chiedeva il dottor Larch nel suo diario.)” – egli è il Faro d’Alessandria della clinica adottiva-abortiva sita a St. Cloud’s. L’aborto era ufficialmente vietato, per cui era effettuato in modalità proditoria, in confronto della legge, non della coppia che lo richiedeva. Esso era, a parere del dottore (non lo dice l’autore: lo deduco io), un espediente necessario per il fine della coppia e, in primis, della donna incinta. Io non ho ancora risolto il dilemma circa la sua liceità. Una legge che lo permetta fino a un certo mese di gravidanza mi pare una soluzione saggia, ma non riesco a non lasciare non sospeso il mio parere. Il dottor Larch non ha tali titubanze o, se le ha, le supera. Pare non avere titubanze riguardo ad alcunché. A volte io ho delle titubanze riguardo la d eufonetica, ma ogni volta scelgo. Con la doppia a c’è un suono, con la doppia e, invece… Ermanno Cavazzoni non le mette praticamente mai (se ben ricordo).

“Figlio del Maine, Wilbur Larch nacque a Portland nel 186…” – sua mamma era una serva, il papà era “un ubriacone”. Oltre che di lemmi, come ‘sta “astanteria” e ‘sto “po’ d’olio di tanaceto”, faccio mia ‘sta filastrocca beffarda: “Caga o scendi dal pitale…” – che vuol dire: sviluppati. La frase, ripetuta tre o quattro volte, non sarebbe di certo spiaciuta a Søren Kierkegaard.

Wilbur è un uomo tutto d’un pezzo, che “sembrava destinato a far tutto una volta e mai più: un’unica esperienza sessuale, un’unica birra, un primo e ultimo aborto. Ma aveva avuto più di un’esperienza con l’etere…” – cerco di trovare un’analogia. Un esame universitario, se coronato da successo, non lo si ripete. La vita, per lui, era una serie ininterrotta d’esami universitari. L’etere era uno svago necessario per continuare a superarli.

La vita gliel’ha donato e ormai non può farne a meno. Egli “Avrebbe aiutato le donne a partorire. Ma le avrebbe anche aiutate a non partorire.” – che è un modo di dire meno violento. O ipocrita, se vuoi: ypo, sotto; krites, spiegare: era un attore che recitava la sua parte con precisione e acutezza, un falsario a fin di bene, così egli pensava d’essere: mi fa venire in mente I falsari di André Gide. E ora l’attore “Homer Wells cominciò a leggere David Copperfield al reparto maschi, venti minuti ogni sera, non più, non meno.” – cattedratico negli orari.

Ah ah ah: “Gli ci sarebbe voluto più tempo, a leggerlo, di quanto ne fosse occorso a Dickens a scriverlo.” – e a me a commentarlo, ih ih ih… Si faccia ora silenzio che devo riportare quel fatto di “Homer Wells che aveva l’irritante abitudine di ripetere le ultime parole d’una frase, molto seriamente, quasi si accingesse a leggerle ad alta voce, come David Copperfield.” – e a dire ‘sta paroletta: “Esatto” – e: “Giusto”. Homer, che è un orfano partorito in quella clinica, è ora il discepolo del “dottor Larch” che pure “assegnò a Homer il compito di leggere alle ragazze Jane Eyre” – che, chissà perché, non ricordo con la stessa emozione del capolavoro di Charles.

Jane Eyre è il libro necessariamente preferito di Melony che doveva chiamarsi Melody, quando però occorse un atroce refuso. Melony è una satanella in gonnella, simpatica a leggerla, a frequentarla meno, la quale gli dice: “Tu sei storia, Raggiodisole.” – non so dirvi, ragazzi miei, se Melony sia innamorata di Homer, forse non lo sa manco lei. Certo che… chiamarlo così! A pagina 99 de Le regole della casa del sidro lo induce a peccare. Non dico come: mi viene da nitrire al solo pensiero. Di uno spezzone del colloquio fra i due c’è la spiegazione, che evito, se non nella risposta di Homer che è, chissà perché!: “Giusto”.

Giovannin! Il tuo libro è così colmo di cose, di persone e di pensieri che, mentre le leggo, tracimano dal libro e mi tocca ogni volta andare a pigliare la ramazza e pulire il pavimento!

Quei due ragazzi (benestanti) e il coetaneo assistente del dottore sono in sintonia. Homer, benedetto da Wilbur, decide di seguirli quando se ne tornano nella loro campagna: “‘Credo che sappiamo entrambi che ti farà bene star lontano da qui per più di due giorni, Homer,’ disse Larch. ‘Capiscimi, non parlo di adozione, parlo di un’eventualità di un lavoro per l’estate… per cominciare.” – di doman non c’è certezza, solo eventualità. Ma senti qua: “Talvolta l’interesse per la letteratura non risiede nella letteratura.” – non nella carta, ma nell’anima di chi legge: geniale banalità che sorprenderebbe anche quel Salvatore Patriarca, che ne compilò l’Elogio.

A pagina 272: “Io sono un beduino! Pensò Homer Wells.” – badawi è l’abitante del deserto. Scialpi, pur con diversa ma non divergente metafora, lo diceva: siamo isole nell’oceano della solitudine. Il problema non è se stiamo in acqua o stesi sulla sabbia, ma è che ci sentiamo unici, svincolati dalla complessità. Un altro Salvatore, Quasimodo, diceva la stessa cosa con una sua poesia: si passa la giornata a leggere, a cercare di sopravvivere in un’isola negletta: ed è subito sera.

Per passare il tempo, si possono inventare dei giochi: “La frase ‘il dono della dissimulazione’ venne in mente a Homer, a proposito di Mister Rose; Homer non aveva idea donde venisse quella frase, ammenoché non fosse di Charles Dickens o di Charlotte Brontë, dubitava di averla incontrata nell’…” – altrove! Altri problemi sono cogenti: “… bisognava pilottare il tacchino ogni quindici minuti…” – e mi tocca ora cercare pure quel termine. Rinvenutolo, me ne vado a cuccà. Poi mi sveglio e torno a patire: “Una gravidanza sfociava in un parto oppure in un aborto; un orfano veniva adottato o stava in attesa di adozione,” – nel frattempo il pianeta era pregno di guerra (si era nel 194…!).

A pagina 360 de Le regole della casa del sidro, colgo un refuso, non del traduttore, I guess, bensì dell’autore. Trattasi di un errore linneiano: la femmina del “criceto” non appartiene al clado “dei marsupiali” – ergo, non è detto che abbia due “Fiche gemelle!”. E qui chiuderei il discorsino. Interessante è ‘sto librone! Per scriverlo occorre aver studiato medicina (con specializzazione in ostetricia), zoologia, botanica, agraria e tant’altro (fra cui: taglio e scalco delle carni: questo non è mica un romanzo per vegetariani!). Qualche piccolo errore è consentito. Trenta e lode è il minimo che si debba concedere all’autore. Il massimo è due o tre lauree honoris causa. Ed è pure una scuola di sentimenti, come i romanzi di Charles, di Charlotte e di parenti vari.

Intanto mi limito ad assentire a ciò che Candy dice al suo nuovo amico: “Non pensare al tuo cuore, Homer!” – né alla tua cistifellea e al fegato, sono loro che pensano a te, pure mentre dormi, e sono loro che ti danno un bacino, come faceva e fa ancora, nella sua clinica, il tuo padre adottivo, con tutti i suoi orfani di pace (pensando sempre a te, che ora sei via): “Bisogna fare la cosa giusta.” – dici alla tua amata Candy. L’altra, diversamente amata, Melony, ha appena fatto violenza a due aspiranti suoi violentatori. Certo che averla in casa quella lì, non finisci per annoiarti. Lei ti sta cercando ovunque, Homer. Tu non lo sai. Forse lo senti. Questo è il libro delle vibrazioni, degli entanglements. Fra voi comunicate, acutamente, mentre siete distanti. Tutti. L’ostetrico padre adottivo in primis. E pure gli altri. Poiché mi sento consanguineo di tutti, tralascio di commentare la fregnaccia più ignobile contro i nipponici che abbia mai letto. Chi intende subirla dovrà leggere l’intero papiello.

Che pena, quel Wally, che è sempre così amabile: “Avrebbe rischiato tutto quel che aveva, pur di pilotare l’aereo che doveva portare la bomba ch’era dentro di lui.” – lui voleva colpire non gli uomini ma le strutture, le industrie. Da quando ci sono gli aerei, che le mollano mentre saettano come falchi pellegrini, non è possibile accertare che sia sempre così. Nella mia via Gondar, un edificio civile fu distrutto da una bomba che, in teoria, doveva distruggere le Officine Meccaniche Reggiane ma, in pratica, sbriciolò diversi corpi umani. Chiamali pure, se ti va, Alleati. Di chi? Dei becchini? Ora, mentre l’amico eroe è precipitato in Birmania – e lo si presume morto – casualmente Homer e Candy fanno l’amore e, per l’emozione (d’entrambi), lei rimane incinta. Per cui i due corrono da quel medico ostetrico. Come finirà?

Un pensiero semovente: ‘sta Casa del sidro è l’esatto opposto de La riva delle Sirti di Julien Grack. Colà ogni cosa è descritta chianu chianu, ché non ce sta pressia. Qui: e bunghete e banghete! e bunghete e banghete! E bunghete!!!

John Irving citazioni Le regole della casa del sidro
John Irving citazioni Le regole della casa del sidro

A pagina 467, la storia trasvola: 10. Quindici anni dopo… In questi tre lustri, è successo di tutto. Wally è tornato, un po’ troppo invalido. Ed è ora il marito di Candy. Angel, il figlio di Candy e di Homer, ufficialmente è un orfano adottato da quest’ultimo. I quattro vivono insieme, amandosi. Dimmi che ne pensi: “Quel ch’è più arduo ad accettarsi, riguardo al passare del tempo, è che le persone che un tempo contavano tanto per noi siano adesso chiuse fra due parentesi.” – amen.

Deceduta la mamma di Wally, di cui non ho detto alcunché, anche se meritava tanto, ora le regoline le scrive Homer. Chi più di lui meriterebbe di farlo? Wally, al contempo, è al contempo un uomo saggio e un bambinone particolare. Gioca con Angel. Candy si comporta da quel che è: una mamma. Tutto è quasi meraviglioso, al momento. É ora spuntato 11. Si violano le regole.

A pagina 563 tiro su le coperte, ché domani è un altro giorno. Chi non è orbo non vedrà. Chi lo è udirà. Quando? Ora! Come già altre volte: “‘Giusto,” disse Angel – che ha tanto preso dal padre, più che dalla madre. Scrive Johnnyno: “Le raccontò tutta la ben nota storia. Come amiamo amar le cose per conto di altri! come amiamo che altri amino le cose tramite i nostri occhi!” – l’amore è una passione che unifica, finché l’energia non cala! La frase preferita di Homer è: “Si può sempre aspettare, poi si vedrà…” – il sequel?

Dal nulla sbucano le Note dell’Autore, in coda al volumino. Sono esplicative anziché no. Ringrazio Giovannino di non averle né inserite né segnalate nel corso della narrazione, che perciò mi sono goduto, senza penose interruzioni. Che poi, se cammini in montagna, e ti siedi per un attimo, riprendere il cammino non è agevole. Tutto scorre verso il basso. E, ancor prima che il rivo, strozzato e gorgogliante, giunga al mare, qualcosa svanirà verso l’alto. Poi, quel fluido fatale sempre più salirà al cielo, dove continuerà a viaggiare. Il che vale per ogni scrittore.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

John Irving, Le regole della casa del sidro, Bompiani, 2013

 

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