Olivo Barbieri: l’immagine come ricerca

Nato a Carpi, in provincia di Modena, nel 1954, Olivo Barbieri è uno dei fotografi italiani più attenti alla sperimentazione e alla riflessione sul senso stesso dell’immagine.

Olivo Barbieri opere
Olivo Barbieri opere

Fin dagli inizi, quando la fotografia digitale era ancora un’utopia, Olivo Barbieri elabora le proprie opere attraverso l’uso del banco ottico, una complessa fotocamera di grande formato che permette interventi manuali e controlli minuziosi sulla messa a fuoco, la prospettiva e la composizione.

Questa tecnica, lenta e laboriosa, consente di ottenere effetti unici: sovrapposizioni di immagini, sfocature selettive, gestioni di luce che isolano il dettaglio o lo dissolvono. Con il banco ottico l’artista può unire scatti in rapida sequenza, concentrare l’attenzione su un punto centrale, ammorbidire i livelli di grigio, migliorare la resa dei notturni. Il limite, se così si può dire, è nella fisicità dello strumento: un apparecchio pesante, vincolante, che richiede tempo e precisione assoluta. Ma proprio questo “limite” diventa per Barbieri una forma di libertà, il punto di partenza per un linguaggio fotografico del tutto personale.

Se oggi l’uso del banco ottico è quasi scomparso, per complessità e tempi di esecuzione, resta vero che esso consente risultati impossibili da replicare con altri mezzi. È lo strumento ideale per chi, come Barbieri, concepisce la fotografia non come semplice registrazione del reale, ma come atto di pensiero.

Nelle sue opere ‒ che pure nascono come documentazione e testimonianza ‒ Barbieri non cerca la fedeltà al contesto, bensì l’errore, l’inciampo, la negazione. Quello che ci mostra è spesso una ricostruzione della realtà, ottenuta mediante accostamenti di positivi e negativi, cancellazioni, ripetizioni, tagli, sovrapposizioni. È come se la fotografia diventasse un laboratorio concettuale, un luogo dove la realtà si fa modello e il modello si fa realtà.

Può scegliere, ad esempio, di mettere a fuoco i cavi sospesi sopra una strada e lasciare sfumate le persone che camminano: un gesto poetico e concettuale insieme, che rovescia le priorità del vedere. Non si tratta di provocazione o sberleffo, ma di sintesi visiva, di un modo per restituire la struttura nascosta delle cose.

Anche quando la fotografia resta documento, testimonianza di luoghi che cambiano sotto la spinta del tempo o dell’uomo, non diventa mai giudizio: al massimo, è meraviglia, stupore davanti al mutamento. L’immagine diventa allora capovolgimento, trasposizione, metamorfosi.

Il processo di stampa, nelle sue mani, è un continuo esperimento: i colori mutano, i negativi vengono invertiti, le luci si trasformano. Un lampo può diventare un’ombra, uno squarcio luminoso una macchia spenta.

Talvolta l’inganno si concretizza mescolando fotografie reali scattate dall’alto con immagini di miniature, creando un effetto straniante di sospensione tra realtà e illusione. È la stessa poetica che ha reso celebri le sue “città giocattolo”, in cui il mondo sembra osservato attraverso gli occhi di un demiurgo ironico e consapevole.

Per oltre sei mesi le Gallerie d’Italia di Torino hanno ospitato più di 150 opere di Olivo Barbieri nella mostra “Spazi Altri”, dedicata ai suoi numerosi viaggi in Cina tra il 1989 e il 2019 – due date importanti anche se casuali: dai fatti di piazza Tienanmen alla pandemia.

In quel trentennio, le città cinesi si sono trasformate a una velocità vertiginosa, imitando e spesso superando le metropoli occidentali: grattacieli vertiginosi, snodi autostradali multipli, fiumi di persone in movimento continuo. Un Paese immenso che assimila e reinventa, conservando nel profondo la propria anima.

Barbieri osserva tutto questo con uno sguardo lucido e partecipe. La sua Cina non è mai esotica né celebrativa: è un luogo dove il cambiamento diventa materia visiva, ritmo, respiro. La cultura occidentale tende a conservare il passato, a monumentalizzarlo; quella cinese, invece, vive nella logica del rinnovamento ciclico. Quando un ciclo finisce, si distrugge il vecchio per rifarlo uguale, ma nuovo. Non si salva la storia come reperto, eppure la si rende eterna nella ripetizione.

Olivo Barbieri opere fotografiche
Olivo Barbieri opere fotografiche

E, in fondo, anche Barbieri agisce così. Le sue fotografie non conservano, rigenerano: partono dal passato per restituirlo alla contemporaneità dello sguardo. Il suo lavoro è un continuo “rifare uguale ma nuovo”, un atto di rispetto verso ciò che cambia e verso il potere trasformativo dell’immagine.

Osservando le sue opere, comprendiamo che per Barbieri fotografare non è fermare il tempo, ma farlo respirare di nuovo. Ogni scatto diventa un atto di conoscenza, un frammento che contiene insieme memoria e futuro.

Nel suo “spazio altro” la realtà non è più rappresentata, ma reinventata: un teatro in cui l’occhio dell’artista, come quello di un regista, dirige la luce, lo sguardo e perfino l’immaginazione di chi osserva.

 

Written by Marco Salvario

 

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