Intervista di Carina Spurio a Maria Gabriella Giovannelli – "Il campo dei colchici"

Intervista di Carina Spurio a Maria Gabriella Giovannelli – "Il campo dei colchici"

Feb 23, 2011

“Il campo dei colchici”

Edizioni Joker

Carina Spurio intervista Maria Grazia Giovannelli. Buona Lettura!

C.S.: Nel linguaggio dei fiori il colchico è il simbolo di unione. Le saghe di origine nordica fanno derivare il fiore da frammenti di una preziosissima gemma denominata Ametista Fiammante. Si racconta che una principessa, fece cadere la gemma in una valle e la stessa dopo essersi frantumata, si trasformò in fiori violacei. Tutto questo per introdurre la domanda: “Da dove trae origine il titolo del suo romanzo?”.

Maria Gabriella Giovannelli: Nel romanzo i personaggi chiave hanno una doppia personalità: un’ambivalenza. Tendono a svelare la parte migliore di sé e a tenere nascosti aspetti del carattere, dai lati oscuri, fino al momento nel quale questi ultimi si manifestano in modo drammatico. Il colchico è un fiore dal colore rosa-lilla, che cresce spontaneamente sui prati delle Dolomiti, creando macchie di colore intenso, belle da ammirare; nel bulbo (la parte nascosta di sé) il colchico ha, tuttavia, una sostanza tossica: la colchicina, un alcaloide utilizzato in minime dosi per uso farmaceutico, ma che può essere mortalmente velenoso. Ecco quindi l’aspetto allegorico del titolo. Bisogna inoltre tenere presente che uno dei luoghi dove accadono i fatti principali della vicenda è un rifugio di montagna, che sorge su di un “vecchio campo di colchici, che è sempre esistito e che rimarrà nel tempo”.

C.S.: Ho letto il suo libro con molta avidità! Nella sua quarta di copertina si legge che lei è una scrittrice e regista. Le due discipline le chiedono: una di dare l’idea dell’immagine solo attraverso la parola, l’altra di guidare gli attori per racchiuderli in un scena degna della realtà …

Maria Gabriella Giovannelli: Per prima cosa mi fa molto piacere avere ulteriori conferme che uno degli obiettivi del romanzo: tenere avvinto il lettore dalla prima all’ultima pagina, è stato raggiunto. E’ vero: il teatro con la scrittura drammaturgica e la regia e la letteratura corrono su differenti binari. Credo tuttavia che la duplice formazione che ho ricevuto: quella di attrice e di regista, essendomi diplomata presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, e quella giornalistica, abbiano contribuito molto nella stesura di un testo narrativo, pur nel rispetto delle differenze proprie dei due campi della creatività. Mi spiego meglio. Teatro e letteratura sono due differenti modi espressivi: in un caso si deve tener presente che il testo deve poter vivere su un palcoscenico e relazionarsi con l’utente finale che è lo spettatore. In una rappresentazione scenica non possiamo quindi semplicemente narrare una storia, ma dobbiamo farla emergere, mettendo in relazione reciproca i vari personaggi in tutta la loro globalità, attraverso il linguaggio proprio di chi parla in prima persona, le battute, le azioni, i gesti ecc. L’interrelazione dei personaggi, il loro incontro-scontro diventa l’elemento primario. La stesura di un romanzo permette invece di raccontare una vicenda e nello stesso di inserire all’interno di una trama momenti descrittivi legati al paesaggio, all’ambiente ecc. E’ pur vero tuttavia che anche in un romanzo, perché un personaggio sia credibile, bisogna saperlo “far vivere” nella mente del lettore, in modo che il lettore diventi quasi “partecipe della storia” e si lasci condurre fino alla fine della storia stessa. Quando inizio a scrivere un racconto o un romanzo non solo cerco di strutturarne la trama in modo che coinvolga il lettore e lo stimoli a proseguire nella lettura, ma cerco di immaginare e di vedere con la fantasia ogni “singola scena”, di rappresentarmela davanti come se dovessi dirigere una regia. In tal modo “vedo” i personaggi interagire come se si trovassero su un palcoscenico e ciò mi permette di valutarne meglio la credibilità e la spontaneità.

C.S.: Nel suo romanzo cerca di aprire quelle porte che troppo spesso sono ancora chiuse, e a cui le vittime della violenza non hanno il coraggio di affacciarsi per chiedere aiuto, scegliendo inconsapevolmente il silenzio privato con cui le donne tendono a nascondere e giustificare la violenza, poco visibile nei sistemi giuridici e poco riconosciuta come grave reato e violazione dei diritti umani fondamentali …

Maria Gabriella Giovannelli: Vorrei iniziare a risponderle con una frase di Albert Einstain : “Il mondo è pericoloso non a causa di chi fa del male, ma a causa di chi guarda e lascia fare”. Questo è esattamente il mondo nel quale viviamo, al di là di poche eccezioni. E’ proprio per l’indifferenza della gente che possono accadere fatti terribili senza che nessuno intervenga, e così una ragazza può essere stuprata in pieno giorno, per strada, o subire violenze all’interno della propria casa. Nel primo caso i passanti sono colti da improvvisa cecità, nel secondo avviene un fatto ancora più grave, ovvero si crea attorno alla vittima, da parte degli stessi familiari, una forma di “omertà”, volta a sminuire l’accaduto, a farlo passare sotto silenzio, lasciando la donna sola. Quello della violenza all’interno delle mura domestiche è un problema del quale si parla ancora poco, un problema sommerso, ma che tuttavia coinvolge un numero elevato di donne. Solo i fatti estremi, quelli che arrivano sulle pagine della cronaca nera, colpiscono l’opinione pubblica, che sembra rimanere incredula di fronte all’ accaduto. Per fortuna qualcosa sta cambiando: si incomincia a scrivere su questi temi in letteratura e in piece teatrali; sono state create Associazioni, che diventano anche centri di accoglienza. Anche le Forze dell’Ordine incominciano ad avere un approccio diverso nei confronti della donna che denuncia. Affinché si facciano ulteriori passi avanti, tuttavia, deve verificarsi un elemento essenziale: la donna deve decidersi a chiedere aiuto, deve avere la forza di ribellarsi, deve fare il primo passo. Al contrario, a volte, è proprio la donna che ha subito violenza che non riesce a staccarsi dal suo carnefice. La donna non denuncia o perché erroneamente si sente in colpa o perché si vergogna, temendo perfino di essere incolpata per ciò che le è accaduto. Siamo ancora all’inizio di un cammino lungo, ma almeno siamo in cammino. Ritengo quindi che sia importante portare le persone a riflettere su questi temi con tutti i mezzi possibili, compresa la narrativa. Con “Il campo dei colchici” non ho scritto un trattato, ho raccontato una storia con i suoi fatti di vita quotidiana, spesso permeati da un’apparente, inspiegabile inquietudine, dettata da un mistero, le cui cause vengono fatte prima solo intuire e poi rivelate chiaramente. In tale contesto ho affrontato una tematica legata ad una violenza “sottile” che, a poco a poco, tende a distruggere la persona, a farle perdere l’autostima, a farla sentire colpevole per ciò che le sta accadendo. Non è una violenza che lascia segni visibili sul corpo, ma ferisce nel profondo.

C.S.: Le donne del suo romanzo sono regine del focolare dedite alla famiglia: forti, laboriose, rassicuranti, che si muovono tra i capitoli apparentemente silenziose. Invece sono i cardini di tutto il romanzo come nei film di Pedro Almodovar, straordinario ritrattista di figure di donne …

Maria Gabriella Giovannelli: Anna, la protagonista, è una donna provata dalla vita, che sembra aver perso ogni interesse per la vita stessa e quindi non vive, ma si lascia vivere. Gli altri personaggi femminili, che risiedono in un contesto rurale, incarnano, di contro, quelle figure che da sempre sono stati i cardini delle famiglie, quelle figure silenziose, ma forti, che hanno saputo, con discrezione, stare accanto ai loro uomini, imprimendo loro il coraggio e la forza per andare avanti nella vita di tutti i giorni e per superare le situazioni più o meno drammatiche che prima o poi riguardano tutti. Ecco che il personaggio del “vecchio”, il nonno di Anna, colui che crede di aver da sempre tenuto le redini della famiglia, dopo la morte della moglie, si sente perso. E’ nel ricordo della sua Helga “che sapeva sempre cosa si doveva fare” che riesce a riprendere in mano le vicende della famiglia e a contribuire a ricostruire nella vita di Anna un’armonia andata distrutta per i fatti accaduti.

C.S.: Le Dolomiti appaiono come scenario della trama con tutta la loro straordinaria bellezza, sia per tutti coloro che vi abitano ma anche per i visitatori, compreso Paolo, il protagonista del romanzo, il quale, decide di restare e tramandare queste montagne alle generazioni future …

Maria Gabriella Giovannelli: Il libro permette anche di scoprire luoghi appartenenti alla nostra terra, di rara bellezza. Le Dolomiti diventano “l’elemento scenografico” all’interno del quale si svolge la vicenda del romanzo. E’ una terra che conosco bene poiché mio padre, grande amante della montagna, me l’ha fatta scoprire ed amare fin da quando ero adolescente. Tale ambientazione mi ha permesso di inserire all’interno del libro “momenti lirici” che hanno una doppia funzione: quella di far meditare e in certo modo rasserenare l’animo del protagonista maschile, Paolo, e quella di alleggerire la tensione della trama, condotta sul filo del thrilling. Aver ambientato una storia, che ha risvolti drammatici, in un contesto dove ci si aspetta di trovare solo tranquillità, ha inoltre lo scopo di sottolineare che, dietro una facciata di apparente serenità, spesso accadono fatti inimmaginabili e la cronaca nera continuamente ce ne da conferma.

C.S.: Cosa significa per lei essere scrittrice?

Maria Gabriella Giovannelli: Varie cose insieme. Scrivere significa avere “il dono della parola” e farlo proprio per esprimerlo con un “particolare stile”, nell’ambito della creatività. Lo scrittore fa con le parole quello che un pittore ottiene con i colori su una tela o un compositore di musica attraverso “il gioco delle note”. Con tutti i mezzi della creatività si può “incidere”, lasciare un segno e/o far riflettere le persone, costringerle a fermarsi un momento nella folle corsa della vita, a pensare. Il raggiungimento di una “creazione” mi passi il termine, appaga colui che la ottiene. E così scrivere può tramutarsi in una necessità primaria. Diversamente si può avere come la sensazione che venga a mancare qualche cosa di importante. Questo naturalmente per quanto mi riguarda.

C.S.: Quali sono le letture che hanno influenzato la sua scrittura?

Maria Gabriella Giovannelli: Non saprei dire quali autori possano aver influenzato il mio modo di scrivere; nel corso degli anni ho letto sia i classici, che autori contemporanei ed essendo appassionata di teatro in modo particolare i drammaturghi, specie quelli del secolo scorso. Credo che il mio modo di scrivere derivi da un processo di acquisizione e metabolizzazione, avvenuta nel tempo, dello stile di vari scrittori, metabolizzazione che spero abbia determinato un mio particolare modo di raccontare storie.

C.S.: Un libro che consiglierebbe?

Maria Gabriella Giovannelli: Non vorrei darle una risposta “scontata”, ma credo che tutti dovrebbero leggere l’opera omnia di Pirandello, un grande psicologo e scopritore dei meandri dell’animo umano.

C.S.: Qual è il suo rapporto con Internet?

Maria Gabriella Giovannelli: Penso che oggi nessuno possa farne a meno. Annulla le distanze, ci mette in contatto col mondo, permette di reperire velocemente le informazioni di cui si ha necessità … forse tuttavia ci vorrà un po’ di tempo perché questa realtà faccia veramente scomparire la carta stampata. Credo che se una persona vuole “assaporare un libro”, deve mettersi in un luogo tranquillo, possibilmente seduto in modo comodo, con la luce di una lampada che illumini lo scritto e silenzio intorno. Immagini d’altri tempi? Non credo. Se non possiamo permetterci il lusso di fare a meno della tecnologia, altrettanto dobbiamo ritagliarci degli spazi più a dimensione d’uomo.

C.S.: Il suo rapporto con la politica?

Maria Gabriella Giovannelli: Più volte mi hanno chiesto di entrare a farne parte, ma non ho ancora aderito a tale richiesta perché, secondo il mio modo di pensare, chi entra in politica dovrebbe potervi dedicare l’ottanta per cento del suo tempo, diversamente l’appartenenza a quella determinata corrente rappresenta solo una tessera che sicuramente può “essere utile”ma io sono lontana anni luce da questo modo di pensare.

C.S.: Il suo rapporto con la religione?

Maria Gabriella Giovannelli: Credo in Dio, sono convinta che esista un aldilà, sono praticante, ma il mio modo di vivere la religione è comunque “all’acqua di rosa”. Da un po’ di tempo tuttavia sono “in cammino” e mi dedico anche a letture di carattere religioso. Credo che ogni uomo, nel rispetto totale della libertà, deve mettersi in ricerca, lasciare aperte tutte le porte e non escludere un incontro con la fede.

C.S.: Cosa sono per lei il coraggio e la paura?

Maria Gabriella Giovannelli: La paura è ciò che si prova in presenza o al pensiero di un pericolo vero o immaginato; il coraggio è una virtù che ci porta ad affrontare a viso aperto il pericolo, a volte senza valutarne i rischi, a volte con la consapevolezza dei rischi ai quali si può andare incontro. Sono due sostantivi che caratterizzano la vita di ogni essere umano. Al giorno d’oggi coraggioso è colui che fa il suo lavoro onestamente, coraggioso è colui che non volta lo sguardo da un’altra parte, quando vede che sta accadendo qualche cosa di male perché ciò che dovrebbe rientrare nella normalità della vita, a volte richiede invece coraggio. Certo il vero coraggio non è mai disgiunto dalla paura, diversamente sarebbe imprudenza, sfrontatezza ecc. Il coraggio vince la paura in nome di qualche cosa di più grande, che va al di sopra degli interessi dei singoli.

C.S.: Il suo talento l’ha ereditato?

Maria Gabriella Giovannelli: Credo proprio di sì, da mia madre, Anna Maria Zanuccoli. Lei scriveva principalmente aforismi e poesie.

C.S.: Vive e lavora a Milano: che rapporto con la sua città?

Maria Gabriella Giovannelli: Differente a seconda se considero la mia città dal punto di vista lavorativo o luogo dove vivere ogni giorno della mia vita. Nel primo caso Milano è una città che offre varie opportunità dal punto di vista culturale e artistico, anche se la competitività è alta. Ad esempio nel campo teatrale, vista la sempre maggiore riduzione di contributi da parte degli Enti Pubblici o di eventuali sponsorizzazioni, si continua a lavorare, dovendo a volte restringere il campo d’azione per mancanza di mezzi. Ciò va a svantaggio della sperimentazione, dello sviluppo della creatività in generale. Milano è poi la città nella quale sono nata e alla quale sono legata affettivamente, non potrei starne lontano a lungo anche se come il protagonista maschile del romanzo, Paolo, spesso sento il bisogno di “fuggire” da una vita “fatta di corsa” e cercare nella pace della montagna momenti per ricaricarmi.

C.S.: Una dedica?

Maria Gabriella Giovannelli: Il mio libro è dedicato a tutte le donne cadute nel vortice della violenza, perché sappiano sempre trovare dentro di sé la forza di risalire la china per riacquistare la propria dignità di donne e di madri.

Maria Gabriella Giovannelli vive e lavora a Milano.
Pubblicista, scrittrice, regista. Si è diplomata all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Ha realizzato numerosi spettacoli, occupandosi anche di Teatro No e Kabuki. Ha fondato i Corsi di Formazione Teatrale e dello Spettacolo. È presidente di Pro(getto)scena, realtà che opera nel settore della nuova drammaturgia e dello spettacolo dal vivo.
Nel 1990 ha pubblicato la raccolta di poesie Voci (Edizioni Nuovi Autori). Ha collaborato a riviste letterarie, tra le quali «Il Convivio Letterario», a testate giornalistiche e scritto testi teatrali per ragazzi
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