“Rimini” di Pier Vittorio Tondelli: un cosmo multiforme e aggrovigliato?
Perché commentare Rimini di Pier Vittorio Tondelli, detto da me Pier Vittorio Tondelli? E perché no? E perché prima non rileggere, aggiustare, rifinire, completare, rabberciare, raffazzonare la reazione, già quasi completata, a Il Codice da Vinci, che opera più diversa da esso non c’è? O forse c’è? Eccome! Perché non abbozzare un commento a Il signor Mani di Abraham B. Yehoshua, che iniziai a leggere giusto ieri e che ancora non sono bene riuscito a inquadrare? Perché poco avrei al momento da abbozzare circa la terza opera, perché fin troppo ho scritto della prima, perché tanto vorrei dire della seconda. Quale sia poi la terza, la prima, la seconda diventa un altro discorso.

Allora, andiamo a Rimini? Sì! Via ch’andòm!
Avendo parenti a Rapallo, solo a 14 anni mi recai in Romagna, un’estate, con papà, che preferiva la montagna arşâna: Civago, Collagna, Ramiseto. Quel variopinto bailamme, a cui non ero abituato, mi piacque ma… troppa gente… io preferivo le camminate solinghe nei sentieri appenninici piuttosto che lo sguazzare in quell’acqua bassa. Meglio era Civago, col suo Dolo, la mattina, e immergere i piedini nell’alveo di quel (gelido anche d’agosto) torrente, per poi, di pomeriggio, girovagare su e giù per quell’erta. La Romagna non era male ma era sempre quella ogni dì. Non avevo capito che altro era il suo senso. Essa favoriva l’incontro, l’aggrovigliamento, l’intersecarsi con le altrui anime, lo svago idiota e privo di scopo, che non fosse quello dell’intersezione inter-individuale, della socializzazione. In montagna si cammina soli, anche se si è in gruppo, essendo la fatica nella salita e l’attenzione nella discesa a farti una greve compagnia. E poi c’era da badare alle vipere (due, in tutto, ne scorsi).
Pier Vittorio Tondelli è un uomo delle intersezioni, della mutua infiltrazione animale e animistica, del reciproco entanglement. È mai vissuto, Pier Vittorio Tondelli, senza un cogente bisogno dell’Altro? Je est un Autre! – ringhiava Arthur Rimbaud. Non so, non credo.
Il suo viso pare dirti: io sono qui e tu sei lì. Viviamo in Camere separate, però, se ti va, possiamo, con mutua discrezione, com-penetrarci, con-fonderci, comunicare l’un con l’altro. Questa è la vita: differenziata ma analoga, in divergente fuga e in reciproca conversione. Entropia vs Gravità!
A pagina 359, prima dell’indice, Pier Vittorio Tondellimi comunica l’origine del libro. Si limita a consegnare al lettore un pacchetto avvolto da un panno, che solo quel poco significa. Che risulta essenziale per capire di meno. Non serve in pratica a nulla. Perché ce l’hai dato, gemello eterozigoto separato alla nascita? Perché sì? E le musiche che elencasti, illo tempore, la pagina precedente? Le conosco tutte. A che servono? Mistero della fede. Preghiamo.
Contrariamente alla tua costumanza, il romanzone Rimini è diviso in sezioni, coi capitoli accuratamente numerati, precedute da un abbrivio sciolto, amorfo e in corsivo, di notevole estensione, che serve a complicare la lettura, a imporre al lettore alcune domande, tipo: ma che ci sto a fare qui… io me?
Ero avvezzo all’io narrante di Pao Pao. Quello che spunta qui non gli somiglia manco nel pisciare. E poi mi devi spiegare come un correggese dalla testa quadra come te, c’infili ogni volta l’inutile barbiglio, as, per cui dici: “assomigliava”. A che serve? In arşân si dice someja, e ancor di più: s’arvîsa, a gh s’ arvîsa gnân in dàl pisêr, non gli si ravvisa neanche nel mingere. Tu ravvisi a Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William Seward Burroughs ma da loro divergi in quanto tu sei Pier Vittorio Tondelli, l’irriducibile se stesso, la pietra angolare su cui hai edificato la tua chiesa, ancor oggi frequentata da numerosi fedeli, che orano, orinano, orecchiano, origliano, ordiscono, ordinano e che si riuniscono talvolta, a dicembre, mi pare, come a una sacra rappresentazione. Missa est!
Come il Joe Jackson dell’esergo, ti reputi e sei un “entertainer”. Tre giorni mi trattenesti, per 18 complessi e mischiati amplessi/capitoli, di cui 8 in prima persona, di cui 3 solo in parte. Un casino. Il tuo io narrante non sei tu: mingete in modo diverso. Tu ti ravvisi di più a quell’infausto di Bruno. È poco ma sicuro. L’io narrante è uno che Alberto Moravia definirebbe Il conformista, anche Giorgio (Gaber) così lo direbbe. Non una cattiva persona, eh. Un uomo qualunque. Ciò che tu non eri. Ammiro il tuo calarti nel suo io. Non ce l’avrebbe fatta, il sottoscritto: “… e le mie dita spedite batterono i tasti con furia e il tacchettio della macchina, sempre più veloce e ritmico, tasti, spaziatore, carrello, tasti, tasti, interlinea, spaziatore, divenne una musica, la mia musica, il canto.” – chissà se… credo di no… chissà se hai fatto in tempo a scrivere col computer… L’effetto pop-batteristico sarebbe stato diverso: da sintetizzatore… Lo sai?
Poco prima (18) e poco dopo (20) emergono delle separazioni fra righe: “… Bianchini si/asciugò…”, “… Soltanto/che non decollava…” – e poi altre due, e poi, mi pare, non più. Perché? Così? Ok!
In fondo a pagina 25 de Rimini, sono io a scrivere nero su bianco: voglio fuggire dalla libertà altrui, che di norma inizia dove si conclude la mia? Scrive invece quell’io per 3 volte: “Volevo”, 1 volta: “Non potevo più”, 1 volta: “Sentivo che” – ecco che non so quanto capisco. Sto io ti fa pena, e perciò ti ravvisa. Io e te per decenni cercammo l’assoluta e pleonastica indipendenza. Io mai la rinvenni. Tu?
“Io vi sto lasciando e quel che è peggio è che non ho rimorsi. Vi lascio come si lascia una lunga, noiosa convalescenza. Per vivere.” – è la morte un’esistenza zippata e alternativa, illusoria e penosa? Usciremo prima o poi da questa vasca in cui nuotiamo quali teneri io convinti di esser vivi?
“… ero portato a rendere assoluto quello che mi stava accadendo.” – di assoluto non c’è manco il fotone, che va a sbattere in quello specchio attrattivo e immoto.
Che ci vuoi fa’. È la vita. È la morte. È l’Oscura Singolarità. Che poi si ri-crea con la candeggina.
Rispetto ad altri tomini tuoi, colgo parolinacce semi ignote: “fusciacche”, “sekt”, “tallito ménage”, “buyers”, “vetiver”, “kenzie”. E via mingendo.
Poi spargi le tue abituali strisce d’oggetti che funzionano da tappeto rollante: “Aveva braccia nude, flosce, bianchicce, rigate dal sudore; braccia larghe di contadina, braccia di pastrafrolla. Attorno altra gente, ragazzi, ragazze, signore ancora giovani, zaini, valigie sportine da supermercato, passeggini, freezer portatili, canestri da pic-nic, ombrelloni. E tutti…” – etc etc. in altre parole: era Rimini. Quando uscimmo dalla stazione io e quel mio coetaneo Luciano, di cui ancora non ti dissi, mirammo un’ipotetica granatiera tedescona alta due spanne più di noi, in slippini e maglietta, che ci fece restare a bocca spalancata, coi denti frementi. Era Rimini! Chissà che fine ha fatto, la ganzona, mezzo secolo dopo?
Quell’io capita casualmente in una branca di lido destinata a nudisti “Only Gay” – dai, può capitare. Il tuo io, non tu, non Gino Ruozzi, non Mauro Gozzi, non il mio io, dice: “Come intellettuale, non valevo una cicca.” – troppo preso era dalla conformistica ambizione… di diventare… che cosa? Ah, un vincente. E non dico che tu, Gino, Mauro, e manco io non volessimo vincere. Ma a modo nostro. Come ci dettava la coscienza. Che, almeno nel mio caso, era per lo più mennetta, mal netta in arşân.
“Si voltò verso di me. Aveva gli occhi tagliati come un orientale affusolati e profondi, di un verde intenso.” – … mai nemmeno pensai a ‘sta stramberia genetica, eppure, da quando ho ingurgitato La casa verde di Mario Llosa Vargas, ogni volta ci ricasco come un salame. Verde speranza. E chi vive sperando… ok. Perché ti chiami “Bauer”? Perché non sei tu? Perché il capitolo non numerato che precede i numerati è in corsivo?
La Parte Seconda è intitolata Rimini. La precedente non ricordo. E mi scoccia tornare indietro.
Dici a quello: “Non sono il tuo tipo, Bruno.” – e quello ironizza stando serio. Le pagine 192 e 193 sono roride d’elencazioni, e poi…: “… Poi, ti accorgi che tanti la pensano come te e allora, improvvisamente, ti senti parte di un’onda, un’onda che cresce più va avanti e che bene o male è destinata ad arrivare a riva.” – assurgendo al rango di particella a breve morente.
Mai sentito: “il down della scopata.” – ma rende l’idea – “La donna s’incollò al corpo di Alberto. Lui la strinse.” – e questo dovrebbe essere l’up.

“Il ragazzo camminava in simbiosi con la propria andatura, così naturalmente sovrapposto alla artificialità del suo passo, così completamente abbandonato alla legge dei gesti appresi…” – alla artificialità: senza elisione? Non t’andava? A parte ‘sta minuzia, quale governo l’ha promulgata, tale legge? Occorre ribellarsi. Scendere in piazza. Strepitare col megafono. Non resisto mica tanto in un globo siffatto!
E tu, che poi scrivi: “La sua camminata infatti, nient’altro era che il tic del suo animo.” E ci sta pure “una cravatta verde” – a pagina 244!
Bruno (Pier Vittorio Tondelli?) “Lo accarezzò e scese a baciarlo…” – sai, a vedere il tuo faccino, capisco che tu ami quello scambio labbresco tipicamente umano e canino, felino, scimmiesco etc… – “… e ringraziò Dio per avergli fatto conoscere, attraverso il corpo di Aelred, la preghiera nascosta e universale delle sue creature.” – delle sue menzogne colossali, del cui futuro non c’è certezza! E Bruno vuole scriverci sopra, ma non ci riesce, ancora, troppo algido e infuocato è l’aere che sta assorbendo, e che l’ammorba.
E oggi concludo la lettura. Poi si vedrà: “Poiché tu sei il mio dio, Aelred, di cosa dovrei perdonarti?” – quanta stupidità è covata in un atto di adorazione sessual-sentimentale! Si deifica il primo citrullo che passa. In genere quel culto votivo non è reciproco. Ci mancherebbe altro. Però sarebbe bello. Dice il più fesso dei due: “Ma se soffro è un problema mio. Io so che mi ama. A tutto o niente ora sto finalmente imparando a preferire qualcosa.” – detto malamente: c’è in lui un magnetino bellino bellino che attrae anche me. E non vedo l’ora di singolarizzarmi! Pluf!
“… sapeva che la society è una grande rete da pesca che strascica i fondali della contemporaneità smuovendo fango e prede meravigliose. E ogni tanto rivelando improvvisamente la luce di una perla.” – un bagliore ingannevole, energia che fatalmente si dissipa.
A pagina 261 Bruno ammette: “C’è chi pensa alla famiglia, chi al lavoro, chi al denaro, chi al sesso. Ma sono tutte illusioni. Io ho la mia. Non posso fare a meno di crederci.” – io poco ci credo, ma non posso farne a meno. Come di quell’Agnus: “il desiderio di Aelred era divenuto troppo forte…” – la passione, kam’a, l’amor terreno è la stupidità che più stupidamente stupisce: “In quei dolci momenti si sentiva infatti come qualcuno che in un qualche modo ce l’aveva fatta. Tutto durava un istante.” – ed è già finito! Come, a pagina 273, quel fumoso pensiero di “Pascal”. E, a pagina 276, quello più umbratile di “Chesterton”. Ma urge scrivere! Finalmente! E ce la fa, il marrano!: “Il miglior modo per procedere è restare fermi. Questo fu il pensiero che lo ispirò.” – e, perciò: “Bruno si accorse di essersi liberato dell’essenza stessa della sua vita.” – amen e così sia… Preghiamo per voi e per tutti.
“Si cerca sempre se stessi, in fondo. O qualcosa di noi che non ci è chiaro o non abbiamo capito: le ragioni della…” – dell’esistenza. Punto. Refusino accettabile a pagina 303 (una “n” di troppo).
“Ha dodici anni e un bellissimo paio di occhi verdi.” – e inanelliamoli nell’elenco, allora.
Dopo varie sbandate da un io a un lui narrante, ora si sbarca all’ultima, breve e curvacea, sezione: Apocalisse, ora. Che mi fa venire in mente quell’Enrico Montesano.
“Il convento su a Sant’Agata non assomigliava…” – okay.
Musiche a pagina 357. Il suddetto commento-commiato due pagine dopo. L’Indice. Poi 5 pagine di Annotazioni: che restano, nel mio caso, intonse. Poi i soliti ecodolidali congedi editoriali.
Perché poi Rimini? L’ho scritto: è il palcoscenico ideale dove la commedia burattinesca meglio si può agitare, anche se Il mare d’inverno, come insegna Enrico Ruggeri è un’altra cosa. Come Palinuro tra ottobre e marzo. Ci sei mai stato? Un pianeta semi sommerso nel Quasi Nulla. Ideale per esisterci. Se l’irragionevole fine è sopravvivere.
Qualcuno a vent’anni lesse Altri libertini. Oggi si rifiuta di leggere Pao Pao. Le proporrò ora Rimini.
Che le dirò per convincerla?
Che è diverso fagli altri. Che è molto complesso. Che è scritto molto bene. Che è assai intrigante. Che è p(i)olifonico. Che, sotteso, c’è un thriller. Che è una finzione (ir)reale. Ma ci crederà? No.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Pier Vittorio Tondelli, Rimini, Bompiani, 2014
