“A mia madre” poesia di Goliarda Sapienza: davanti a una bara

Goliarda Sapienza abbandona il suo bagaglio una volta per tutte e si lascia andare, diventando umana. Di seguito si potrà leggere la poesia “A mia madre” ed una breve analisi della stessa.

“A mia madre”

Goliarda Sapienza poesia A mia madre
Goliarda Sapienza poesia A mia madre

Quando tornerò
sarà notte fonda
Quando tornerò
saranno mute le cose
Nessuno m’aspetterà
in quel letto di terra
Nessuno m’accoglierà
in quel silenzio di terra

Nessuno mi consolerà
per tutte le parti già morte
che porto in me
con rassegnata impotenza
Nessuno mi consolerà
per quegli attimi perduti
per quei suoni scordati
che da tempo
viaggiano al mio fianco e fanno denso
il respiro, melmosa la lingua

Quando verrò
solo una fessura
basterà a contenermi e nessuna mano
spianerà la terra
sotto le guance gelide e nessuna
mano si opporrà alla fretta
della vanga al suo ritmo indifferente
per quella fine estranea, ripugnante

Potessi in quella notte
vuota posare la mia fronte
sul tuo seno grande di sempre
Potessi rivestirmi
del tuo braccio e tenendo
nelle mani il tuo polso affilato
da pensieri acuminati
da terrori taglienti
potessi in quella notte
risentire
il mio corpo lungo il tuo possente
materno
spossato da parti tremendi
schiantato da lunghi congiungimenti

Ma troppo tarda
la mia notte e tu
non puoi aspettare oltre
E nessuno spianerà la terra
sotto il mio fianco
nessuno si opporrà alla fretta
che prende gli uomini
davanti a una bara.

È compiuto. È concluso. È terminato.
È consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. È consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha mormorato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

Un volo e in un attimo la stanza
fu colma d’un sentore acre d’estate.
La tua voce si spense con la luce
che moriva nel nero del fogliame.
Un fiato caldo alitava ci cingeva
e restammo supine ad aspettare.

Tu mi volgi le spalle
io non ti chiamo
raccolgo
le tue impronte sul lenzuolo.

 

A mia madre esce fuori dalla suadente penna di Goliarda Sapienza. Rispecchia un momento cruciale per l’identità di Goliarda, poiché la notte in cui partorisce questo componimento, abbandona le spoglie da attrice per rinascere scrittrice.

Non è una transizione semplice: Goliarda non vuole abbandonare l’utero dell’attorialità, caldo e accogliente, per la realtà imponente ma instabile della letteratura. Ma deve, perché necessita di curare il trauma della morte della madre.

Se il teatro e il cinema le consentono di vivere mille personalità e vite diverse ‒ senza sceglierne mai una ‒, le parole invece la costringono a fare una scelta decisa, imprimendo nero su bianco le proprie emozioni che diventano concrete. Così l’atto di una seconda nascita, tanto straziante e intenso, corrisponde proprio alla poesia dedicata alla madre deceduta da poco.

Si infila nel dolore, lo attraversa e sanguina per uscirne viva.

A mia madre è la storia di una mancanza e di un rimpianto, di un addio inconsistente perché prima non c’è mai stato un rapporto reale.

Maria Giudice non è mai stata una madre tradizionale, né per Goliarda né per i suoi altri sette figli. È una rivoluzionaria che crede nella parità di genere ma non nel femminismo, nella giustizia sociale ma non in quella divina. È stata la prima donna segretaria della Camera del lavoro di Torino nonché direttrice de’ “Il grido del popolo”, che include firme dal calibro di Antonio Gramsci. Ed è proprio a lui che chiede di accudire la sua carovana di figli quando viene arrestata per una delle sue battaglie, sostenendo che prima di essere madre è una socialista e deve adempiere al suo dovere.

Goliarda cresce da sola, in balìa di malattie come la difterite e la tubercolosi, curate dai fratelli con acqua, zucchero e limone. Non viene mandata a scuola perché le avrebbe corrotto la mente, allevata da comunista. Non riceve affetto, abbracci, protezione, ma questi gesti da “madre” vengono sostituiti con filippiche contro Mussolini, elogi a Marx e discorsi infuocati a favore del popolo e dei lavoratori.

Non viene nutrita per bene, tant’è che Goliarda resterà minuta per tutta la vita e una mattina scapperà di nascosto da Milan Kundera dopo una notte di passione, perché definito troppo grosso per la sua stazza infantile.

La poetessa catanese trascorre la sua infanzia in compagnia di nomi celebri e idealizzazioni, senza effettivamente mai scontrarsi con la moralità comune. Abbandonata a sé stessa, libera da imposizioni, decide di rincorrere il sogno di vivere mille vite diverse.

Così, trasferitosi a Roma, intraprende la carriera d’attrice studiando all’Accademia di Arte Drammatica. Ma ben presto l’anti-progressismo del metodo d’insegnamento la delude. Quindi scappa via e si cimenta nel teatro utilizzando il metodo Stanislavskij, per entrare in contatto con la profondità di ogni personaggio. Poi si dedica al suo vero amore, il cinema, in cui si avventa con grande entusiasmo, ottenendo buoni risultati economici ma poco successo.

Uno dei luoghi in cui trascorre più tempo da piccola è proprio il cinematografo in cui, adagiata sulle enormi poltrone, guarda film d’autore e si immedesima nei ruoli. Sembra che la sua identità, sin dall’infanzia, abbia confini sfumati.

Il suo stesso nome, per intenderci, non appartiene neanche a lei ma a Goliardo Sapienza, suo fratello morto tre anni prima della sua nascita. La sua personalità è plagiata dall’intellettualismo ma al tempo stesso si forma nella civita, la parte verace di Catania, in cui apprende sia l’arte di impagliare le sedie sia a mettere le acciughe sotto sale. Ma al tempo stesso si dedica allo studio del pianoforte, si esercita al tiro con l’arco e fa incontri di boxe amatoriali, sperimenta la pittura ed è anche un’ottima ballerina.

Questa donna, che appare più come un piccolo titano che una giovane dalle sembianze umane, ha tutti gli assi nella manica per divenire uno di quei personaggi a cui si dedicano statue ed encomi. Eppure le manca qualcosa di così primitivo e ovvio da apparire banale: l’amore della sua mamma. Il suo temperamento focoso non fa altro che alimentare quel vuoto che trascina dietro come una valigia pesante. Riempie il suo bagaglio di esperienze, di follie, di decisioni impulsive ma quello che desidera è una carezza sul viso, un bacio materno stampato in fronte.

Quando Maria Giudice si ammala, si trasferisce a Roma dalla figlia e con l’arrivo di una malattia neurodegenerativa perde completamente tutto l’ardore che la caratterizzava. Con la disfatta di Mussolini non ha più niente contro cui combattere e si lascia andare, trasformandosi in una signora mansueta, bisognosa di cure e protezione. Così Goliarda diventa la sua infermiera, anzi, la sua mamma.

L’attrice si interroga sul suo operato, si chiede se è una buona madre per sua madre, si vendica mostrandole come ci si prende cura delle persone. Questo periodo di degenza materna lacera l’animo instabile di Goliarda: l’amore versato la consuma, le ricorda che non ha avuto niente di tutto quello che sta offrendo, si svuota di cure che non ha mai ricevuto. Così alla morte della madre non sa che farsene di tutto il suo ardore, non sa che farsene del suo ruolo di mamma se non ha più una figlia di cui occuparsi. Non può ributtarsi nel cinema perché implica vivere un’altra vita e accantonare ancora una volta la propria.

Così fa quello che non ha mai voluto fare perché troppo doloroso: scrive.

Butta giù verso dopo verso, riga dopo riga, ogni millimetro della sua sofferenza. La scrittura appare terapeutica, è un inno alla vita. Goliarda abbandona il suo bagaglio una volta per tutte e si lascia andare, diventando umana. Si ritrova ad essere fragile, i confini si ricompongono, le emozioni si concretizzano, le mancanze diventano lucide, l’addio diventa reale.

Si duole del tempo immobile, delle occasioni ormai andate, degli attimi perduti. Sente l’amaro in bocca, la disperata rassegnazione di un potenziale sprecato, di un amore mai consumato, di un corpo esitante che aspetta di essere stretto ma che non riceverà mai il calore di un abbraccio.

Non c’è consolazione, non c’è rimedio, solo il sentore tormentato di un ennesimo materno abbandono.

 

Written by Ilenia Sicignano

 

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