“Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa: un bollente focolare domestico

Nel romanzo epico Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa non c’è mai niente o quasi da ridere.

Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa
Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa

Da ragazzo (fa’ conto nel 1967) tifavo il Milan (che in quell’anno iniziò uno dei suoi più bei campionati) e, in quell’atroce e sporca guerra (come se ce ne fossero di allegre e di pulite) fra ebrei e arabi, io tenevo per Tel Aviv. Allora non avevo ancora conosciuto di persona né un islamico né un ebreo. Dopo qualche anno venni a conoscenza di una banalità: i vari contendenti erano tutti semiti.

Perché continuai a tifare per i semiti ebrei e non per i semiti arabi? Non lo so. Forse perché i primi sembravano più simili a noi. O forse per via della doxa che veniva riversata dalla televisione. Gli ebrei coltivano il deserto. Gli arabi ci giravano col cammello.

Ci sono vari tipi di balle: quelle vere e quelle che sono fandonie. Due tipi di doxa, appunto. Quando si dice che la verità sta a metà strada fra due bugie, si omette un particolare importante: non si sa mai dove esse nascano e dove esse conducano, per cui lo stesso detto in medio stat virtus è illusorio.

Prima d’esaminare il testo Ogni mattina a Jenin e di farne dei riporti, a luce spenta (sono le cinque di mattina) provo a dire due o tre cose di questo romanzo la cui lettura sono felice sia conclusa, ché non ne potevo più, tanto era angosciante. Ero reduce da La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli, che non è una lettura amena, ma che era infarcita da quei romanismi de’ Roma che l’avevano un po’ rallegrata. Questo per spiegare la prima frase della presente reazione. In questo romanzo non c’è trippa seria per gatti allegri. Sono i poveri gatti a fare da trippa per i loro spietati assassini. Lasciamo perdere il detto che indica come alcuni italici siano da definire magnagât… Anche da noi a Reggio, in tempi più affamati (ma meno infami) ci si nutriva di tali bestiole, nonché di cani e forse di toponi. La fame è fame…

Quando scrissi una volta che ognuno di noi è stato greco ed è stato barbaro, a seconda del periodo storico, intendevo che è stato trippa per qualcun altro, che anche lui fu, illo tempore, trippa di qualcun altro.

Non so rispondere alla domanda se il genocidio degli ebrei perpetrato dal nazismo fu più o meno grave di quello perpetrato in Russia nei vari pogrom (che significa sterminio in russo, nella fattispecie di ebrei), tra la fine del XIX secolo e il successivo. E se entrambi siano paragonabili a quello dei palestinesi che ancora sta avvenendo in questi giorni. Chi dice di poterlo fare è un vanaglorioso.

Questo so: la guerra è il più brutto cancro che sia mai esistito, degno della bestia umana che l’ha perpetrata nel passato, la perpetra nel presente e, temo, la perpetrerà nel futuro. Capita che l’uomo comune si creda d’essere un eletto da Chissà Chi. Ogni fede va rispettata. Purché si ami e si rispetti l’Altro, che non sa d’essere eletto, o che non lo è.

Io amo la cultura ebrea.

Ho letto la Bibbia quando non ero più credente, a diciassette anni. M’innamorai dell’Ecclesiaste.

Ho tanto ammirato il racconto-saggio di Haim Baharier, Il cappello scemo, nonché il recente Nell’oceano dell’ebraismo di Massimo Giuliani. Il mio regista preferito è ebreo, tale Woody Allen.

Uno dei poeti che amo di più è il libanese Gibran, col suo Profeta. Ho letto con tanto interesse la traduzione italiana del Corano. Io amo leggere di uomini e di donne, oltre che di cani e di gatti. Ho anche suggerito ai miei figli la lettura di Gibran, specie della sua poesia che Susan inserisce a pagina 296/297. Non ho scritto: Però ho anche, ma: Ho anche.

Il mondo è incasinato perché è vario. Ma o diventa di tutti oppure sparirà. È la mia previsione. Potrebbe autoeliminarsi.

La scrittura di Susan è emozionante.

Due suoi magici artifici: i frequenti flash back e flash next[1] (locuzione da me inventata per dire che anticipa quello che sarà il non troppo immediato futuro). Okay, ora tocca a te Julian.

Fra tutti i giochi illusori e perciò veritieri, continua a parermi il migliore quello descritto da Julian  Barbour, inclìto fisico brittanico, maestro e ispiratore di Carlo Rovelli e di Lee Smolin: il tempo non c’è, semmai vi sono quelle tante cannuccedde (se sei di Pixuntum), mollette (se sei amalfitano), ciapètt (se sei reggiano come me, credo, anche se ormai faccio fatica a catalogarmi), vi sono tutti tutti quegli ammennicoli che tengono su gli stati quantici, che forse non esistono proprio, ma le loro immagini sì! Eccome se esistono! Saranno anche maya, illusioni, ma intanto Qualcuno o Qualcosa ha steso quel Filo davanti ai nostri fallaci occhi. Che non riescono a coglierli tutti insieme. Solo la scrittura può aiutare, almeno in parte.

Ora tocca a te, Frankie.

Frank J. Tipler, americano, in La fisica dell’immortalità, ipotizza che, abbinando a ogni stato quantico un’informazione, si possa un bel dì riprodurre il Kósmos.

Balle? Verità? Doxa…! … che aiutano a vivere un po’ meno peggio, come suggeriva, più o meno, con la sua solita boutade il giornalista Gigi Marzullo, che aggiungeva ogni volta l’alternativa (che anch’essa muto un po’ a mio piacimento): la vità è un bel sogno che può donarti degli incubi.

Molta della drammaticità di questo romanzo deriva da un sapido escamotage. In genere, l’io narrante è Amal. A volte è un suo fratello. A volte è l’autrice che, da dietro le quinte, dice la sua.

Susan Abulhawa è diventata negli anni un simbolo del popolo palestinese. E l’autrice della sua terra più conosciuta al mondo. Roba da milioni e milioni di copie vendute. Complimenti!

Ora inizio la ri-lettura del tuo romanzo Ogni mattina a Jenin, cara la mia Susan.

La prima parola del Preludio è (ovviamente?) Amal. Il mio amico nonché personal arşân grammar expert Denis Ferretti scriverebbe Âmâl, con entrambe le a aperte e lunghe (Àamàal), che laggiù vuol dire speranza e che, tant’anni dopo, negli States, diventerà Amy, che deriva da amée, amata e, ancor prima, da Aemilia, riconducibile all’omonima gens romana, il cui figlio più celebrato, Marco Emilio Lepido, fondò un bel dì la mia città, Reggio nell’Emilia. Come vedi la tua Amal e il sottoscritto sono quasi consanguinei, o almeno affini.

Il tuo romanzo Ogni mattina a Jenin è diviso in otto parti, la prima delle quali promette bene, intitolandosi: I. Al-nakba (la catastrofe). La narratrice sei solo tu, Susan. Io preferisco fare il raccoglitore di frutti che la dea che è in te sa seminare sul terreno. Costa meno fatica che arare, vangare e zappare.

“Avevano sopportato molti padroni – romani, bizantini, crociati, ottomani, inglesi – e il nazionalismo per loro non aveva significato.” – come in Italia in certi periodi storici, dove esisteva però il campanilismo: ogni sputo di città doveva avere la torre campanaria che si voleva più alta di quella del borgo accanto. E dove ogni signorotto si costruiva la sua torre civile, per motivi analoghi. Ecco perché a Bologna ne esistevano centinaia e centinaia, quasi tutte poi abbattute. Un mio amico che era andato in Birmania mi disse che là le tenevano in piedi, facenti parte dell’eredità legittima del nuovo Signore. Questo fatto dell’eredità spesso, ma non sempre, è causa di infinite sofferenze.

Torno al discorso di poco fa: avete avuti troppi domini, sia dòmini (uomini) che domìni (possessi). Siete sempre stati assoggettati agli invasori. Pensa che (forse ora t’arrabbierai) che questo serve a chi dice che la Palestina non è terra vostra, e che lì siete soltanto ospiti (non troppo desiderati). Plauto in una commedia scrive che dopo tre giorni l’ospite inizia a puzzare. Allegria!

Poi c’è un’altra vignetta oggi di moda nei social: uno di voi svende la sua fetta di deserto, ridendo della dabbenaggine dei compratori e poi, quando la vede rifiorita, piange con lacrime amare la sua perduta e sconvolta terra!

Leggendo il tuo libro Ogni mattina a Jenin mi pare che essa sia stata presa con del fuoco, non con del liquido in contanti. Anche questo tipo di nome Moshe vuole riavere per sé e la sua famiglia la Palestina. Ri-avere? Lui ama tanto la sua Jolanta. Farebbe di tutto per renderla felice. Lo capisco…

Quando nasce, come terzogenita, la piccola Amal, scopro che tutto il mondo è un ameno paese (in cui ogni tanto ci si spara nei vicoli), nel senso che scopro che anche lì avviene una cosa che fatico a capire. Anche da me si diceva una volta che i bambini andavano baciati mentre dormivano, quando potevano sentire l’affetto solo a livello inconscio. Ma perché?! Questo fa ora mamma Dalia con la sua piccirilla Amal.

La situazione sta lentamente migliorando, il secondo gruppo di capitoli è: II. Al-Naksa (il disastro)

Inizia ora Come il mare e tutti i suoi pesci (1960-1963), datato come tutti gli altri e finalmente col tuo io che narra, Amal: “Da piccola ho passato molto tempo cercando di pensare a mamma come a Dalia, la beduina che un giorno aveva rubato un cavallo, che coltivava le rose e i cui passi tintinnavano.” – per via delle cavigliere.

Non vi va male, dai:Eravamo da qualche parte tra la vita e la morte, e nessuna delle due ci accoglieva in pieno.”: a volte uno passa tutta la sua esistenza col bigliettino in mano e, quando ormai non ne può più, ode risuonare il suo nome.

“Papà era scomparso per sempre. Mia madre continuò ad aspettarlo fino al giorno della sua morte” questo a pagina 111 de Ogni mattina a Jenin. L’ex beduina volta i piedi all’uscio (così diciamo a Rèş quando uno se ne trasmigra Lassù) a pagina 159: 48 tragiche paginette dopo.

Mai i due coniugi seppero più ricongiungersi in vita.

A pagina 117 de Ogni mattina a Jenin leggo: “Mentre guardava David…” – e siamo qui a casa di Jolanda. David è ora David. Una volta era il figlio della beduina. C’era un mio conoscente di nome Gino che girava con un carrello, fino alla sera, quando tornava a casa, pieno di oggetti, raccattati qua e là. David era stato strappato di mano dalla madre da Moshe e dato alla moglie, che non riusciva a donargli un erede. David fu quell’erede. Punto. La storia è fatta sia di virgole, che di punti. A scarseggiare sono i due punti, quelli che ci sono li han messi solo per illudere che la verità sia emersa dal fondo del pozzo.

A pagina 120, l’io è quello di Yussef, fratello di Amal e di quel che sarà David, ma che per i suoi consanguinei continuava a chiamarsi diversamente (“Isma’il”). David e il suo quasi gemello Yussef si incontrano. Il secondo riconosce il primo. Il primo non lo so, forse nemmeno tu, Susan. Dapprima forse David non vuole saperlo. Quando finalmente lo vorrà, sarà troppo tardi.

Dopo una breve pausa degli io narranti, tocca ancora a te, Amal a dire: “Eppure eccomi là, oltre la fila di alberi nel frutteto di peschi, e stava diventando buio. Faceva freddo ed ero troppo sola per avere paura.” – un discorso che noi ragazzi europei, che non abbiamo conosciuto tali efferatezze, fatichiamo a capire. Forse comprendiamo qualcosa di più del tuo prossimo dire, Amal: “Non c’era anima viva tutt’attorno e in quel momento mi sembrò di comprendere il fascino formidabile della solitudine.”

Diceva Leonardo da Vinci che, quando sei solo, sei tutto tuo, anche per me è così.

Non avevo più una famiglia e mi accostavo alla soglia dei quattordici anni con un corpo deturpato.” – e un’anima non sempre gemente, ché sei una tipa tosta tu. Sapessi quanto t’ammiro!

Subito dopo che la vedi morta, ricordi il passato di mamma tua, che rivive magicamente in te. Per cui capisci l’ovvietà più misteriosa di tutte: “Dalia mi aveva voluto bene. Come avevo potuto metterlo in dubbio’” – non lo so, ma capisco il tuo rim-pianto.

“Ahlan! Ahlan!” – Ciao! Ciao!

“I nostri piaceri più grandi erano i momenti di normalità.”: quando il mondo si prendeva una pausa nel suo affannoso precipitarci addosso!

“Il momento più vivido nella prima notte negli Stati Uniti fu l’aver dormito per la prima volta in un letto vero.” – tu sola sai, Susan, se è anche un tuo ricordo.

“Bevvi alcolici e frequentai diversi uomini – comportamenti che a Jenin avrei pagato con l’ostracismo.” – se ti andava bene. Sai che alcuni dicono che anche l’Inferno sia una mezza spa?! O è da intendersi nel senso di Società Per Azioni?

“La pistola del ragazzo era un giocattolo rispetto ai fucili d’assalto M16.”: leggermente ipospadica. Che brutta battuta che ho fatto, quasi quasi la cancello. Ma no dai, ne ho dette di peggio. Se son rose torneranno, ho appena mutato ad hoc un detto (nel senso che: rifioriranno).

Susan Abulhawa citazioni
Susan Abulhawa citazioni

Eccoti di nuovo a casa. Una casa occupata, incasinata… Eppure è la tua casa.

“… i toni serici e gutturali dell’arabo vibrarono dentro di me non appena sentii la melodia di benedizioni e complimenti della mia lingua.” – che finalmente ho capito (in quanto a suoni, non certo le sue singole parole). Parli della volgarità di frasi arabe, per esempio: “… la passera di tua sorella!” – t’informo che anche a Napoli e nella mia Reggio coinvolgiamo nel discorso le consanguinee altrui. Siamo tutti del medesimo, balordo, sanguinaccio.

Tua cognata Fatima dice: “la maggior parte degli americani non ama come amiamo noi…” – poiché “… Vivono in sfere sicure e superficiali, e raramente spingono le emozioni umane nelle profondità in cui viviamo noi.” – il segreto sta nel non sentirsi parte di una maggioranza, ma di coltivare, magari di nascosto, il proprio io alternativo (l’ebreo Maimonide potrebbe suggerirti alcune modalità da adottare).

Anche per il Mediterraneo sorgono questioni. È forse “la sposa della Palestina”, “la sposa del Libano” – o che altro?

Majid dice “che anche la Grecia e l’Italia lo rivendicano come propria sposa.” –  Mare nostrum lo chiamiamo da alcune migliaia di annetti.

“Amal si abbandonava alla gioia della festa nuziale.” – uffa! Perché ogni gioia, per sua natura, dev’essere effimera?!

Meravigliosa questa: “… allargò le gambe come due ali e accolse il suo amante, suo marito, dentro di sé.” – , da dove la sua testolina era spuntata, un bel dì.

“Gli ebrei avevano ucciso la famiglia di mia madre perché i tedeschi avevano ucciso quella di Jolanta.” – discorso che io ora intendo scrivere così: gli uomini hanno ucciso la famiglia di altri uomini perché altri uomini ancora avevano ucciso quella di un’umana di nome Jolanta. Fa meno schifo. Fa soltanto soffrire.

Il cognome del padre di Amal è “Abulheja” – se fosse stato Pioli, Rossi o Gargiulo, nulla sarebbe cambiato.

Come ti senti quando sei “Nell’ufficio di Ari”, non lo riporto. Chi vuole può andare a leggerlo a pagina 337.

“‘È solo pietra, Sara’ – mi sfuggì. ‘Sono pietre che rappresentano la storia, mamma’…” – a questo servono i figli, a dire le cose in cui crediamo di non credere più, e che abbiano ormai paura a pronunciare.

Qualcosa d’importante sta cambiando in te:Guardai mia figlia e capii, come so con certezza che il sole calerà e sorgerà di nuovo, che l’amavo con una forza e un’intensità più profonde del tempo, più profonde di Dio.” – profonde però come chi quel Dio ha creato dal Nulla, o con un po’ di fango e d’argilla. Una questione di spirito e di poco altro.

Dopo di cui non scriverò più nulla a proposito. Va bene? No! ho ancora da dire questo.

Mi sento come Primo Levi e gli altri Sommersi e salvati, e anche come la famiglia di Amal. E non come quei due (anzi, quei venti, quei duecento, quei duemila e più) altrettanto umani che li hanno martoriati. Ma non ho ancora il coraggio d’essere come quegli Altri Due. Salvo D’Acquisto e Padre Kolbe.

Mi manca quell’Assurdità in cui Quei Due fortemente confidavano. La più terribile delle menzogne. Ma se Essa fosse l’Infinita Verità? Sai che Bello!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, ristampa 2023

 

Note

[1] N.d.E.: si usa comunemente flash forward.

 

Info

“Sul matrimonio” poesia di Khalil Gibran, tratta da Il profeta

 

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