“Panarchia” – Antologia curata da Gian Piero de Bellis: diventare del tutto autonomi

Prima di esaminare questa Panarchia – Antologia a cura di Gian Piero de Bellis, desidero esprimere una mia stramba teoria. Se risulta difficile comprendere un’opera significa che è possibile farlo. Basta leggerla dalla prima e ultima pagina e poi camminare nel sentiero della propria reazione letteraria, specie se hai un sassolino in bocca che ti tiene compagnia. Sarà poi quel che sarà.

Panarchia di Gian Piero de Bellis
Panarchia di Gian Piero de Bellis

Si tenga presente che io non mi sono mai allineato ad alcun partito, anche se ho sempre espresso una mia preferenza al momento delle votazioni. Mi definivo, da ragazzo, ora non più, anarchico familiare. Per me la famiglia era il nucleo sociale a cui principalmente m’ispiravo. Sulle restanti associazioni umane provavo una grande diffidenza. Anche ora è così, ma continuo a scegliere di votare quel che mi pare il partito meno pericoloso.

Provo un’immediata simpatia per quest’idea di Panarchia, pur rilevandone alcune incongruenze e limiti. Cercherò di descriverli, al fine di ampliare la discussione, non per spirito antagonista.

Io non cerco la guerra, purtroppo è la guerra che cerca noi umani, essendo sempre determinata da alcuni umani che mirano a sopraffarne altri.

L’Antologia comprende i saggi scritti da svariati autori che hanno scritto sull’argomento negli ultimi due secoli. Non posso discutere tutte le tesi esposte, non è nelle mie facoltà farlo. Ne trarrei un nuovo saggio e questo è soltanto un articolo.

Quando qualche concetto m’ispirerà dirò la mia, come sempre mi capita allorché reagisco a un testo. Non sempre la mia analisi è corretta, non sempre quel che ne esce è ispirato dal desiderio di sintesi. Ogni volta essa cambia la forma e il contenuto. Per fortuna…

Leggo nell’Introduzione di Panarchia di Gian Piero de Bellis:L’idea che uno è obbligato a comprare il prodotto della marca scelta dalla maggioranza apparirebbe come una proposta del tutto inaccettabile, eppure questo è ciò che accade nelle questioni sociali nell’ambito della democrazia maggioritaria.” – non ho voluto l’attuale governo, né i precedenti. Ergo? Perché dovrei accettarli? È questo che significa tale asserzione?

Nella precedente Prefazione di Raffaele Alberto Ventura, si parlava del “primo padre” della “panarchia”: “Paul-Émile de Péuydt, un botanico belga” – che ne coniò il termine. Cosa sarà mai?

D’ora in poi indicherò l’autore del saggio e l’anno della sua pubblicazione. Non li citerò tutti. Garantisco però che ce ne sono altri e che, per saperne di più, basta leggere la silloge. Il mio è un mero invito.

Gustave de Molinari (1849): secondo il quale “L’interesse del consumatore di un qualsiasi bene deve sempre prevalere sull’interesse del produttore.” – cose dell’altro mondo (quello nuovo, che ancora non abbiamo avuto il modo di solcare).

“Ora io considero le leggi economiche come leggi naturali…” – e quale non lo è? Ogni legge umana nasce dall’esame della situazione da parte di un umano che poi, di conseguenza, legifera umanamente, quasi sempre esponendo le sue teorie come se fossero le uniche consentite, o almeno le più cogenti.

Quel che, né all’autore né al sottoscritto, risulta accettabile è la tendenza d’usare “il Terrore” come antidoto alla diversità delle opinioni. Questo accade da sempre, pur in dosi diverse e per ragioni eterogenee, a seconda del luogo e del periodo storico di chi legifera. Nei migliori dei casi si chiama Timore.

“Da questa facoltà lasciata al consumatore di acquistare la sicurezza dove a lui pare meglio, nasce una costante emulazione fra tutti i produttori.” – … sarebbe proprio così. Il più è arrivarci.

“Sotto il regime della libera concorrenza, la guerra tra i produttori della sicurezza non ha più ragione d’essere.” – se quel miracolo fosse consentito.

“… ci sarebbe l’autorità accettata e rispettata in nome dell’utilità, e non l’autorità imposta con il terrore.” – e quest’incantesimo sarebbe, forse per sempre, la normalità in un mondo ideale.

Paul-Émile de Péuydt (1860): “La legge è dappertutto la stessa…” – il che non è stato né falsificato né dimostrato per quel che (non si sa se) succede al di sotto dello Spazio di Planck, dove le leggi della fisica che conosciamo non dovrebbero valere: un non-mondo a sé. Questo non ci permette di stabilire se lo spazio-tempo sia o no continuo.

Mi si potrebbe replicare che un discorso sociologico può non essere tanto indeterminato. La fisica insegna che ogni calcolo non è mai esatto e certo, semmai accurato e probabile. Per il resto, chissà!

“Chiedo solo che ci si stringa un po’ e che i dissenzienti siano lasciati liberi di costruire la loro chiesa e di adorare il dio Potere a modo loro.” – questo chiede lo scienziato: la libertà di culto che non è permessa in un formicaio o in un alveare. Gli uomini non sono imenotteri! Dove esiste (abbastanza) libertà si parla di libere opinioni (doxa). Dove comanda la tirannia si parla di dissenso: di un sentire tragicamente divergente. Non si tratta di sfumature, ma d’essenzialità e di (pur relativa) libertà.

“Nel mio sistema, i dissapori più vivaci non saranno che battibecchi familiari, con il divorzio come rimedio estremo.” – e non con rivoluzioni o controrivoluzioni reazionarie e sanguinose.

In tali situazioni mi verrebbe da domandare quale possibile esito avrebbe un tentativo di recupero di un credito concesso e poi non restituito. E cosa ne sarebbe di un diritto acquisito.

“Niente più costrizioni, poche guardie, niente più polizia, niente più soldati…” – ma avendo letto troppi albi di Tex Willer fatico a far mia questa previsione. Eppure quel ranger del Texas, quando serve, dimentica i suoi meri doveri di servizio, scegliendo il suo dovere umano: quel che conta per lui e i suoi pard è la bontà del fine, non lo stemma d’appartenenza a un’organizzazione.

Max Nettlau (1909): “… quella che manca è la libertà fondamentale, proprio quella di cui ognuno ha bisogno: la libertà di voler essere o non essere liberi.” – da cosa, se non dalla libertà degli altri uomini? Anche dal detto La mia libertà finisce dove comincia l’altrui? Lo diceva (anche) chi si sentiva parte di una comunità oppressa (Martin Luther King).

“Potrebbero esserci individui che non vogliono far parte di alcun organismo.”e alcuni che vorrebbero partecipare a più organismi, a seconda del proprio momentaneo tornaconto. La recente politica offre vari esempi a riguardo. Mi domando se a tutti sia concessa la scelta. Anche ai bipolari? Chi decide su chi può decidere chi sia (psicologicamente e socialmente) bipolare?

“La piccola quota versata per la registrazione dovrebbe essere sufficiente per finanziare gli uffici del registro.”in euro, in dollari, o in bitcoin? La serva serve, diceva Totò. Anche i soldi?

Max Nettlau (1905):Abbiamo quindi l’anarchia, esecrata dagli uni come una teoria infernale che genera sciagure e disordine, e idealizzata dagli altri come un sogno magnifico e irrealizzabile.” – in quanto i nemici sono potenti e numerosi come cavallette (locuzione di origine bonelliana).

Mi chiedo se sia possibile un’organizzazione complessa che non preveda una gerarchia di livello: dal Direttore Generale al commesso. Io fui commesso, con la c minuscola, e conosco la differenza operativa fra i due ruoli.

John Zube (1986): “Perché i panarchici non immaginano solo che le persone non-violente dovrebbero essere libere di fare le loro cose, ma anche che tutte le persone dovrebbero essere libere di resistere agli aggressori e di proteggere i loro stili di vita in vari modi e con la giusta determinazione, e che collaborino tra di loro in tale resistenza e in questi molteplici sforzi volti a salvaguardare la loro libertà.” – e ai violenti cronici (ma ce ne saranno ancora?) quale libertà concediamo?

Si provi a chiedere al protagonista de La ballata del boia di Norman Mailer. Lui di certo non fece stare bene chi amava e chi lo amava, e che mai avrebbe rinunciato a lui… Che Mistero è l’uomo!

Due abbattimenti previsti da “I panarchici”: non più “il territorialismo” né “l’adesione forzata”.

Mi sto convincendo che la mia reazione non abbia senso senza prima leggere la silloge da te curata, Gian Piero. Può essere pericoloso basarsi sulle mie parole e anche sui miei riporti. Il mio è un libero invito, ovviamente.

Auberon Herbert (1885): ove si parla delle “pulsioni belliche che esisteranno fino a quando ognuno desidera avere nelle sue mani il potere sugli altri e avrà paura di vederlo nelle mani dei suoi vicini.” – e ripenso al pensiero di Agatha Christie, secondo cui l’uomo è lo stesso dappertutto. Homo homini lupus, disse Plauto, poi anche Hobbes.

Voltairine de Cleyre citazioni
Voltairine de Cleyre citazioni

Voltairine de Cleyre (1901): che bel nome e che bel saggio, quello che più m’ha emozionato e che tanto m’è parso poetico: gli altri non lo sono troppo in verità, essendo a volte basati sul concetto di repetita iuvant.

La scrittrice qui parla dell’anarchia di Lev Tolstoj – che è troppo bella perché la si possa ridurre in due parole: parla di un “Dio” e dei suoi “figli” – ognuno dei quali merita il rispetto di tutti gli altri. Alla fine sono riuscito a sintetizzarla! L’autrice parla poi dell’“introduzione dell’energia a vapore e lo sviluppo delle macchine” – che hanno cambiato lo stato della società e dei lavoratori.

“L’anarchia è semplicemente un appello allo spirito dell’individuo perché risorga dalla sua condizione di degrado.” – prescindendo dalla “riorganizzazione economica”.

“Il Mutualismo Anarchico modifica il programma dell’individualismo Anarchico, accentuando l’aspetto dell’organizzazione, della cooperazione e della libera federazione dei lavoratori.”speriamo che sia così! Non ho detto: crediamoci assolutamente!

Questa poetica donna sa emozionare il lettore con frasi improvvise e inaspettate: “Oh, quale meraviglia rimanere impavido al limite dell’abisso delle passioni e dei desideri, e gettare almeno una volta uno sguardo audace, deciso, nelle profondità del mio essere vulcanico e…” – e poi qualcosa ti spinge ad andare oltre! Non scappando, ma cercando il pur impervio ma salvifico sentiero! Scusami, cara, se ho troncato il tuo dire, che è sempre covato lì, nell’antologia…

“… ecco che cosa l’Anarchia può significare per te. Ecco quello che essa significa per me.” – la consapevolezza del nostro essere umani e delle nostre pur assurde ragioni… Così l’ho tradotta io…

Il saggio presente in Panarchia termina con un emozionato accenno a quel che compì l’anarchico Bresci – che fu la reazione molto umana e disumana a una prepotenza troppo umana e disumana. Anche in questo caso la traduzione del suo pensiero è mia, soggettiva, ergo non so se azzeccata.

Henri Léon Follin (1934) propone una tesi: “La civiltà non è e non può essere altro che il prodotto di tutte le libere iniziative individuali esistenti sulla faccia della Terra, e dello scambio universale di servizi, che è la conseguenza e la manifestazione della libertà di tutti.” – la quale tesi si sposa con l’augurio che ogni esistente si fa di poter sempre dire e far valere almeno un po’ la sua, nella quasi infinità del Kósmos: si chiama libero arbitrio, pur condizionato da tutto il resto.

Non occorre, secondo l’autore, “fare affidamento sullo Stato anonimo e parassita…” – il che non è semplice, dove anche al nomade e all’apolide può servire una visita medica alla SAUB competente.

Occorre nonRidisegnare le frontiere nazionali…” – bensì “… far sì che le nazioni siano sempre più soltanto delle associazioni per l’amministrazione di certi interessi comuni…” – ma occorre capire quali essi siano. Non è impossibile. Non è semplice.

Un pensiero a pagina 192 de Panarchia, m’affascina, ma non lo riporto affinché scelga di scoprirlo chi è interessato, altrimenti potrebbe pare un mero adornare la mia reazione. Basti dire che esso non solo mi rende solidale col pensiero di Henri, ma mi spingerà probabilmente a studiarlo ancora.

Michael Rozeff (2009): “… un panarchico non si prefigge che i cambiamenti coinvolgano anche altri, ma solo lui assieme ad altri che hanno gli stessi diversi…”come insegna Søren Kierkegaard ognuno deve fare la sua scelta (anche nei riporti di un testo): Enten-Eller.

Quando scrivo mi sento l’unico reggente della mia esperienza letteraria, sia qualora scriva di me che di autori che ho affrontato, capendoli come ho potuto, come ho voluto, ergo: come ho dovuto. È un limite che mi son dato, perché sono consapevole dell’insufficienza di ognuno nel capire l’Altro.  Questa è la mia “Libertà di gestione” – sulla scia di quanto accenna Michael: ognuno lascia la scia che si merita, e ognuno la insegue quel che può, lasciando la propria.

Le Considerazioni generali sulla Panarchia di Gian Piero de Bellis: riporto questo: “La panarchia non è affatto un’ideologia (come sono diventate, ad esempio, il Socialismo o il Comunismo) per il semplice motivo che accetta tutte le ideologie a patto che esse siano messe in atto in maniera libera e volontaria, da coloro che le propugnano.” – qui vorrei aggiungere ciò che pare implicito: nel rispetto della persona che ti sta accanto o che accetta di essere governato da te, per cui occorre un reciproco controllo e un autocontrollo, al momento assai ardui da attuare. Assai arduo non significa assolutamente impossibile. Al momento non significa per sempre.

Nel frattempo è interessante riportare l’avvertenza:coloro che liberamente entrano in una panarchia e volontariamente si sottomettono a un capo sono anche libero di uscire da quella panarchia.” – cercandone un’altra o tentando di “diventare esseri del tutto autonomi (auto-amministrazione).”

Se fossimo de visu, magari seduti a un tavolo di un bistrot, dopo averti ringraziato per l’apertura mentale che mi hai donato, ti chiederei, caro Gian Piero: il tuo è un idealistico sogno o una realtà che prevedi incipiente? Ti stimerei in entrambi i casi, stante il tempo in cui viviamo, in cui tutto quello che dobbiamo rendere allo Stato, in maniera a volte discutibile, si chiama, significativamente, gravame fiscale e contributivo.

Infine, ti faccio un paio di domande (trabocchetto): nella panarchia esisterebbe l’Imposta sul Valore Aggiunto? Esisterebbe la Previdenza Sociale dei lavoratori? Se sì, funzionerebbero nel medesimo modo e nei medesimi negozi e istituti? Oppure ognuno potrà scegliere di volta in volta la modalità più favorevole?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Gian Piero de Bellis, Panarchia, D Editore, 2017

 

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