“Dove la luce” di Carmen Pellegrino: sulle tracce di Federico Caffè

Ci sono letture così complesse che, alla fine, mentre reagisci per iscritto a una di esse, capita sovente che ti viene da dire: in fondo, è stato più semplice di quel che credevo.

Dove la luce di Carmen Pellegrino
Dove la luce di Carmen Pellegrino

Spesso succede, nella letteratura moderna, che la scrittura viaggi su diversi piani che finiscono per intersecarsi in più punti, come capita alle scale impossibili di Escher.

Nel romanzo Dove la luce di Carmen Pellegrino ne esistono tre, di piani distinti e comunicanti.

In uno sono raccolte le lettere che Federico Caffè, docente universitario di economia, invia a una fantomatica amica di nome Adolphine. 

Un altro contiene la narrazione in terza persona di quel che capita a quel Federico allorché incontra un disgraziato di nome Milo, che gli fa una discreta compagnia nella ricerca di se stesso.

Un altro ancora è composto dai ricordi, non sempre ameni, dell’autrice, che ogni giorno bussano alla sua porta.

Carmen Pellegrino cerca di riproporre ne Dove la luce quel che immagina che probabilmente fu, unendolo a quel che sa che quasi certamente accadde.

L’unica ovvietà, nello strambo Kósmos, è che qualcosa realmente accade e che, se qualche particella è attestata, come diceva Niels Bohr, si può persino dire che esista davvero.

Il principale compito della scrittura e dell’arte in genere è attestare una verità nell’attimo stesso in cui essa viene creata dal suo autore.

La prima frase del romanzo Dove la luce è inquietante: “Credevamo di essere salvi.”
L’ultima frase della pagina è:Nessuno ci aveva detto che eravamo perduti all’origine.” – siamo davvero nati, abbiamo avuto un inizio che ci conduce chissà dove: Evviva!

Il secondo capitolo de Dove la luce è Roma, aprile 1987 (i giorni della scomparsa) – e qui sorge (nella mente del lettore) la questione: se un corpo appare, il suo spazio-tempo, per quanto indeterminato, è attestabile: hic et nunc! – sia pure con beneficio d’inventario. Allorché sparisce, il problema è il mistero del dove e quando tale mancanza occorra.

In un motore di ricerca, che sonda dappertutto tranne che nel mistero, scopro che Federico Caffè è esistito davvero, essendo nato a Pescara il 6 gennaio (epifanico!) del 1914, e che è stato un economista di scuola keynesiana, assai attento alle sorti dei ceti più poveri.

Intorno al 15 aprile del 1987 egli sparì dalla casa romana in cui viveva insieme al fratello Alfonso, non apparendo mai più, se non nei pensieri di chi l’amava e tanto stava trepidando per lui.

Circa 11 anni dopo il tribunale di Roma ne dichiarò la morte presunta. Se fosse ancora vivo, oggi avrebbe 110 anni.

Dice l’io narrante, a circa metà del capitolo Postiglione, febbraio 2023:In un angolo della scrivania ho ancora il vecchio Rocci.” – che, per esperienza familiare ma non personale, so essere avere la funzione di Libro Sacro per chi ha studiato la lingua greca.

All’inizio del capitolo successivo, Moltitudini, leggo: “In Decreazione, Anne Carson scrive…” – qualcosa d’inquietante, che non mi va di riportare. La parola decreazione, riportata più volte nel testo, mi spaventa: se è un Dio che ha creato, chi sta decreando? Fiat Lux! Okay, ma poi? Il Big Bang ha causato un sempre più progressivo allontanamento del centro da se stesso, chiamala, se vuoi, entropia cosmica. E se fosse comica? Se qualcuno stesse ridacchiando alle nostre spalle? Ormai il mondo è un pantano contraddittorio, dove si dice che i due eterni nemici, Amore e Morte, ogni tanto s’incrociano fra loro, collaborando in qualche virtuoso atto per poi mandarsi a quel paese, a Postiglione, a Polla o alla mia (ex) Pisciotta. Tutto è momentaneamente (e periodicamente) relativo. Mia madre ancora mi va informando (da chissà Dove?) che c’è Gavassa e poi Parigi.

Mentre Paul Cezanne dice che c’è, sopra tutto e tutti, Aix-en-Provence.

Dice ancora quell’Anne: “… Raccontare è una funzione dell’io.” – e anche una finzione necessaria se lo scopo è narrare l’inenarrabile.

“Tutto è altro, incredibilmente…” – ma è questo, qui, nella pagina che viene in quell’istante scritta, e nel medesimo istante letta, ora e per sempre. Okay, mio vecchio John Keats ora tocca a te: A thing of beauty is a joy for ever! Chissà perché non ho letto ‘sta scritta in quel camposanto sito presso la Piramide!

A quell’io pare che “un’unica maestra, venuta da fuori, dal mare…” – poveretta – “… ci odiasse in quanto montanari…” – nessuno è perfetto, nemmeno se sei pisciottano e abiti a due chilometri dalla spiaggia, manco a 200 metri s.l.m. Non per difenderla, quell’asprigna docente, ma è da capirla: certi luoghi è bello visitarli per un breve periodo, magari estivo, a meno che… non sia la culla dei tuoi ricordi. Spiegami come mai, prima o poi, quei paradisi sono negletti (e abbandonati) dalle sue stesse anime. In qualunque viaggio, occorre munirsi di una buona dose di speranza. Forse anche a quel Federico accadde la stessa cosa.

Egli scrive ad Alphonsine:Questa sera non riesco a scriverti altro che questo, nient’altro che un sogno, e non uso la parola visione perché peserebbe a me quanto a te.” – ogni speranza ha il suo limite, come tutto, del resto, ha sua mancanza: annebbia, con i suoi fumi, la visione.

Per questo Jiddu Krishnamurti scrive che non occorre augurarsi di vedere, quanto vedere direttamente la realtà, liberando se stesso dall’erroneo conosciuto.

“Allora, forse, io scrivo per tutti quelli che nella mia famiglia non hanno potuto farlo.” – togli quel forse, che forse non serve.

A pagina 41 de Dove la luce leggo: “… lasciò sul tavolo della sua stanza gli occhiali che gli servivano per leggere. Fu quello il segno, inequivocabile, del suo congedo definitivo. Non leggere, per lui, equivaleva a non esistere.” – anche per te, immagino, anche per me. Io sarei forse tornato a prenderli. Poi egli non esistette più, se non nei tuoi sogni e ora in quelli del tuo lettore.

Ogni tanto parli della storia italiana, per esempio di quel che successe nei cieli sopra Ustica. Di esso ricordo lo sbraitare aggressivo da parte di un noto politico che quasi minacciò il giornalista che aveva ipotizzato una qualche responsabilità da parte di alcuni aerei alleati.

Nello stesso capitolo, intitolato Scatole nere, leggo che a tre anni non eri ancora stata battezzata, per l’opposizione paterna. Non so che dire. Per te è stato un problema, mi dispiace. Per me lo era il dover andare per forza a messa e a dottrina, come se non bastasse la scuola a tediarmi.

Nel capitolo successivo de Dove la luce, Roma, aprile 1987 (pochi giorni prima della scomparsa), parli di Primo Levi – che, in quei giorni, “si era lasciato cadere nelle trombe delle scale del suo palazzo, nel centro di Torino.” – non so quanto ti possa servire ma, secondo il suo fraterno amico Mario Rigoni Stern, è probabile che sia caduto per un mancamento, non per una sua volontà di suicidio. Chissà…

Di Primo, la cui scrittura per me è un miracolo che ogni volta si ripropone, ricordo un aneddoto televisivo. Su un treno era intervistato da un per me sconosciuto giornalista, che non accettava la sua idea che il nazismo fosse un male di tipo infettivo. Al di là di chi dei due avesse ragione, mi colpì che quel grande scrittore non volle insistere nella sua tesi, ma si limitò a chiudere il becco e fissare il vuoto. Non era uno che cercava la polemica fine a se stessa, mi sa.

“Patente presa a diciott’anni al primo colpo solo per far contento mio padre…” – mentre a me occorsero tre esami prima che la spuntassi – “… ma non ho mai guidato, mi distraggo, guardo gli alberi, le case abbandonate ai lati della strada e…” – e tanto altro, che t’inquieta. Io iniziai a guidare a trentatré anni, perché non potei più evitarlo, perché stavo mettendo su famiglia e per motivi di lavoro. Ma m’ha sempre fatto schifo. Se passi dalle mie parti ti porto in centro a piedi. Ma se vuoi visitare le terre matildiche, mi sa che dovrò scarrozzarti… sempre pensando a quell’ovvietà che un giorno dissi a una mia giovane consanguinea, che prendeva in modo allegro le rotonde: sappi che chi guida è un potenziale assassino.

A pagina 87 de Dove la luce citi una poesia di Giuseppe Ungaretti che anch’io conosco. Tanto per dirne una: io ho letto soltanto numero sei autori fra quelli che citi nella Nota bibliografica: ebbene sì, mi fai un po’ paura! Ma soprattutto t’ammiro…

“Da quando le cose terrene non gli interessavano più, Milo aveva ridotto al minimo anche il numero di parole da usare…” – come dire, che solo talune stelle in cielo brillano per noi. Ognuno ha la volta stellata che si merita, in fondo (al Kósmos).

“Così di là, nel mondo delle inevidenze, fa sera e fa mattina anche se noi non ci siamo, la luce filtra tra le foglie degli alberi e ogni cosa coincide con qualcos’altro. All’infinito.” – ché il Kósmos tutti i dì è sempre più illimitato.

Non sempre la capisco del tutto, cara, ma amo molto la tua prosa.

“Creazione contro decreazione.” – entropia contro gravità. Chi vincerà? Preferisco questa domanda: chi pareggerà?

Carmen Pellegrino citazioni
Carmen Pellegrino citazioni

Lo dice anche il geniale Robert Walser:L’inizio e la fine si stringono la mano sorridendo. Apparire e scomparire sono una cosa sola…”

Dice Gérard de Nerval:Il Sogno è una seconda vita…” – e la stessa cosa pensa quella farfalla che sogna di essere un Pioli.

Tanto per citare quel Zuang zi che sta sognando da un mese o due che il sottoscritto lo vada finalmente leggendo. Dai, mio saggio caro, aspetta ancora un po’, ché ancora deve finir di maturare in da capa mia la mia chimera di leggerti.

Quando, a pagina 143 de Dove la luce, parlidelle cose che possono andare di traverso” – ripenso a quel detto campano che imparai in un recente passato: a tavola si lotta con la morte – che dire, allora, se non Buon appetito!

Il razzismo, che orrore! È un fenomeno relativo all’umana scemenza. Una volta, a Mantova sentii dire, forse per scherzo, che sotto il Po sono tutti terroni, anche a Guastalla perciò. Da quelle parti, i cappelletti sono più grossi e il lambrusco più alcolico. Il brodo è diverso.

“Continuo a tornare nella mia terra senza redenzione.” – quando si è rapiti occorre versare un riscatto, in effetti. Prima o poi capiterà a tutti, credimi.

“… come può la parola scritta – dunque leggibile, visibile, riproducibile – dare conto di una dimensione totalmente immateriale.” – forse perché anch’essa lo è, in fondo. È un’onda vagante che, nell’atto della scrittura, diviene particella, sempre parafrasando l’idea dell’ottimo Bohr.

“Io che invecchio e ne ho i segni sul viso…” – ed è la fregatura di voi belli, che ogni tanto peggiorate. Per noi brutti è diverso. Se qualcuno ci vede dopo qualche anno, poi va in giro a dire che, in fondo, ci manteniamo.

“Quando le cose smettono di essere oggetti…”tu dici e io ti applaudo“… Bisognerebbe averne cura, anche solo per ciò che potrebbero dire.” – ma tutto ha fine, tranne, talvolta, il ricordo.

Non solo condivido ma addirittura amo tutti quei “No…”, “No…”, “No…”, “No…”, “No…” che raccolgo come mi capita da ragazzo col ginepro, nelle montagne intorno al Dolo: ora a pagina 161.

Tutti insieme, appassionatamente, dovremo dire sempre No! a quel tragico conflitto che l’uomo ha contro se stesso.

Intanto “… Milo se n’era andato, senza disturbare nessuno…” – riposi in pace nell’alveo di questo fresco capitolo.

A pagina 174 ricordi che qualcuno ha definito il Novecento come “il secolo puerile” – sì, ma altri l’hanno definito terribile: un enfant terrible.

“… non avrò alcuna pensione…” – nemmeno il vitalizio della legge Bacchelli? Sono certo che non vivrai mai di stenti!

Scrive Federico alla sua amica:È stato quella mattina che ho definitivamente chiuso la mia partita col mondo.” – mi dispiace, mi mancherai, caro. Non ti conoscerei, se non fosse per Carmen.

“Ma io ora so che è proprio tra le persone e le cose che suscitano solo un’alzata di spalle che si nasconde la presenza di Dio.” – è in tale imperfetti idioti che io m’identifico.

“… i luoghi desolati vivono solo alla presenza di Dio.”per Mircea Eliade, in quel Quasi Nulla il sacro si congiunge col reale. Mi son sempre chiesto se c’entri in tutto questo quel che è covato al di sotto dello spazio di Planck, dove Nulla ha un valore attestabile dalla mente umana.

“… una nostalgia dell’inaccaduto…” – che inizia a mancare quando si cessa di sognare, appunto.

“La figura di Federico Caffè rappresenta uno di questi momenti rivelatori, una traccia del passato che fa brillare la possibilità del futuro.” – non so cara, se veramente, egli fosse “un uomo libero” ma concordo quando dici che “noi agli uomini liberi non siamo abituati.” – ci fanno soffrire di vertigini.

“Solo un filo, una suggestione se si vuole. Ma tra niente e qualcosa, è qualcosa.” – come diceva la mia mamma contadina-filosofa: piuttosto che niente è meglio piuttosto.

Poi chi la vuol leggere, la storia tua, di tuo padre, di Federico e di Milo è sempre lì che aspetta il nostro prossimo fratello, in questo tuo meraviglioso romanzo Dove la luce.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Carmen Pellegrino, Dove la luce, La nave di Teseo, 2024

 

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