“Lolito” di Daniele Luttazzi: un romanzo satirico su B.

Sono arrivato a pagina 100 di questo Lolito di Daniele Luttazzi e ancora non ho capito se l’autore romagnolo (il cui vero nome è Daniele Fabbri) sia un genio, un buffone, seppure geniale, oppure un genio buffonesco. Ma chi me lo fa fare di decidere della vita altrui? Io poi non sopporto né i giudizi né le diagnosi. L’unica cosa che m’è lecito fare è reagire a modo mio a quello che mi capita di vedere e di leggere. Per cui, come disse un ormai antico eroe, tiremm innanz!

Lolito di Daniele Luttazzi
Lolito di Daniele Luttazzi

Secondo l’inclìta opinione di Aunt Wiki, Lolito è un romanzo satirico. L’etimo della parola satira fa risalire al latino satur, che vuol dire pieno, opimo, zeppo di ogni ben di dio. Il lanx satura è il piatto colmo di prelibatezze da porgere in dono agli dei: in questo caso Lotito, ossia, … mio Dio… mio diavolo rossonero… non mi viene in mente il nome… So solo che è grazie alla teologia di quel Sant’uomo che il Milan ha trionfato sull’umanità più di qualunque religione del kósmos. In ogni caso la figura oscura che spicca in copertina, con una specie di cuore al posto della bocca, mi ricorda qualcuno che tanto peso ha avuto… che tanto è gravato sulle spalle dell’italico popolo. Nella quarta di copertina spicca un’immagine guerresca dell’autore che ha avuto finora un torto: farmi credere (e anche illudere) che fosse il figlio non si sa quanto legittimo di Lelio Luttazzi.

A pagina 112 occorre la svolta, ma ha più senso parlare di conversione, della mia lettura. Brĕvī: è grazie a ‘sto romanzone che ho incrementato la mia cultura glottologica e che ho ricordato le più nefande schifezze occorse nella vita sociale italiana (ma oggi non è che vada meglio): “(la vista stanca afflitta da sciami entottici e mostri ipnagonici)”; “Ho capito che la culona inchiavabile odia sua figlia”; “… troppo preso dal seguire, anche nel sonno, le isoipse della propria libido” – ma quanto deve aver sofferto, nell’erigere mattone su mattone, la propria cultura quest’io narrante, che a volte concede a sé la terza persona, chiamandosi chissà perché Lolito!

È una confessione, o meglio una difesa giuridica di stampo classico: “(Ma senta, Vostro Onore, cos’è successo poi.)”: l’interlocutore, almeno finora, ammucciato sotto una coltre di mistero, non è che quel “Giudice” che, talvolta, per lo più a sproposito, è tirato in causa (civile e penale).

Lotito è un’opera ispirata e inspirata, per cui credo urga per me fare al più presto un salto alle terme di Cervia o di Monticelli, per le necessarie inalazioni. Quel che conta, ormai. come scopo esistenziale, è volgere la mia attenzione a tanta in-coscienza di Lolito.

La guida, anch’essa ammucciata (sempre dal francone mucher, nascondere), novello Virgilio, è quel Vladimir Nabokov, la cui Lolita (anche nella trasposizione cinematografica di Stanley Kubrick (e nulla so di quella successiva di Adrian Lyne) fu per me una mezza rivelazione. Quando uscì il film di Stanley avevo solo quattro anni e già idealizzavo il gentil sesso…

Né è detto che non mi occuperò poi delle precedenti 111 pagine, però ora m’urge riportare per intero il capoverso finale del capitolo 11: “Nel rileggere queste righe, un senso di insicurezza, di benessere, di tepore estivo pervade la mia memoria. Quella realtà vigorosa riduce il presente a un fantasma. Lo specchio trabocca di luce; un calabrone è entrato nella stanza e va a sbattere contro il soffitto. Tutto è come deve essere, niente cambierà mai, nessuno mai morirà.” – a thong of beauty is a joy for ever! Mi si scusi il refuso occorso per l’emozione: a thing of beauty! Dopo tanta bellezza l’autore potrebbe anche spararsi una… e alla fine creperebbe contento! Si badi che questa non vuol essere un incentivo né all’onanismo né al suicidio! Semmai alla moderazione…

Ora sono a pagina 250 e non ho ancora le idee chiare: è una mezza boiata o una baggianata intera? O una genialata non da poco? Intanto mi son deciso a sottolineare parecchie righe e vari accadimenti: fra cui le volte in cui viene nominato Lolito, che è l’alter ego dell’io narrante, del patrigno incestuoso, del marito fedifrago, del colpevole di abusi a minorenne consenziente e conturbante; di quando il testo riporta termini che ignoro o che non sono del tutto certo di ignorare, forse che sì e forse che no, devo cercare ogni volta su zio Google, poi decido; e la cosa mi fa rimembrare, in peggio, o in meglio, chissà, la problematica che m’occorse durante la lettura di Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino; e poi tutti quei nomi di piante, arbusti e varietà di cespugli boschivi… ché secondo me né l’io narrante né Lolito né Daniele Luttazzi o Fabbri a dir si voglia, non hanno mai vangato e zappato in vita loro; e di tutte le asprigne e melliflue volte in cui è tirato in ballo quel non si sa quanto mordace giudice, a cui l’io si sta rapportando in primis; a tutti quei riferimenti a canzoni in voga in quegli infami tempi; e tutto questo m’intriga ancor più della storia, che pare informarsi su due modelli: Lolita di Nabokov e la Recherche di Proust; e anche di tutti i riferimenti a quei due strambi capolavori… e alle numerose definizioni che Jorge Borges conferì agli intrighi del Kósmos letterario; non sempre, però, ché a volte mi difetta la matita, che è caduta chissà dove, fra un cuscino e l’altro del divano, o per terra, chissà; e a volte qualche riferimento mi sfugge, ma poi rileggendo lo ritrovo, spesso però non rileggo e qualcosa va tragicamente perduto.

Importante: segno ora, con colpevole ritardo: anche tutte le volte che vado leggendo il mantra: “… Cribbio!”. Ed è la prima volta in vita mia che ho messo tre volte i due punti (in tutto sei punti, più quello finale, più una virgola e un’interiezione) nel medesimo periodo.

Insomma è tutto un vero guazzabuglio, una miriade di gocce d’acqua che navigano, mai parallele, convergenti, o divergenti, o intersecanti fra di loro, in un búglio che bolle e ribolle.

Sono in crisi, non d’astinenza, magari: di sovralimentazione. Manca un centinaio di pagine all’arrivo in vetta (sul passo dello Stelvio), insieme a Fausto Bertoglio e Francisco Galdós, con la neve ricolma di tutto e di nulla, e ora sento che le forze potrebbero difettarmi all’improvviso, a pochi metri dall’arrivo, magari. Sto drammatizzando? Sì. Ma che sono stanco è vero… La scrittura di Lolito è veramente quel guazzabuglio, di che? Di tutto! Di troppo! E il troppo storpia, dicono… non so se lo dicesse Cicciolina di John Holmes, che lei soleva chiamare Cicciolone.

Avevo in me tutta una serie di propositi (e questo a cominciare da quella pagina 100): di raggranellare le suddette evenienze (semper repetita juvant): parole almeno per metà misteriche (bisognose di un qualche, a volte timido e a volte sfrontato, approccio a zio Google); di quante volte l’io narrante si mette nella prima cabina retorica del discorso i panni di Super-Lolito: solo “Lotito” nel testo); delle svariate volte in ci si rivolge al Giudice; delle volte che dice “Cribbio!”, dei frequenti riferimenti a Nabokov, Proust e Borges, delle parole obsolete o raramente solite, delle astruse specie del mondo vegetale (anche di quello animale a un certo punto), dei termini sconci spesso, non sempre asteriscati (“c***”, “c*******”, “c****”)… delle metafore per metà dentro e per metà fuori (per metē fōra e per metē dèinter!)… etc… gran bei proponimenti che finalmente ora abbandono, così ho deciso: mi prenderebbero troppo tempo, avrebbero esteso eccessivamente il discorso, avrebbero rotto le scatole a me, figuriamoci all’eventuale mio lettore e alla direttrice della rivista.

Ho deciso di limitare i danni (cerebrali) miei e loro (del lettore e della direttrice), riportando solo quel che mi va al momento, dopo aver riletto sommariamente il tomo, facendo riferimento a qualcuna delle suddette sottolineature. Ora scusatemi se v’abbandono per un po’, ma voglio leggere la parte conclusiva del romanzo, che ormai m’ha quasi disidratato. Sono le 3 e 22 di mattina e tutto va così così. A dopo.

Forse. Se sopravvivo. Sì. Finito. Inizio. Sarà dura. Ce la farò. Spero!

“La mia vita cominciò come l’erba, come il fiore, nel 1936 a Milano. Mio padre…” – e anche l’Altro era nato in quell’anno e in quel luogo, anche Lui aveva un pare di nome “Luigi”, che “era un uomo avventuroso…” – fin qui tutto bene: un po’ di patemi d’animo servono nella vita, per evitare d’annoiarsi. Almeno fino al decesso.

“A trent’anni sposò una giovane milanese, Rosa, figlia di…” – poco importa riportare di chi…

“Mio fratello più piccolo, Paolo, era in famiglia una sorta di domestico non retribuito…” – boh…

Poi viene citato il titolo del romanzo più celebre di Dostoevskij, che non è il mio preferito… ma qui sembra di leggere Proust, altro che storie (e storielle)… Dopo di cui l’io narrante parla “del primo mio figlio maschio Piersilvio…” – ok, va bene…

Tralascio del tutto il fatto dell’attività circense, ché poco m’ha emozionato. Avanti, Savoia!

Poi si dice (e subito si nega, poi si riporta ancora) il nome di “Fede di nome Emilio…”e chi è?

“… sotto il cielo blu trafitto dalle grida di una moltitudine di rondini, l’aria tersa tagliata dalle loro forbici nere…” – un esempio di lolitesca metafora.

“… tutto si fuse in una sensazione di opprimente delizia…” – se non ci fossero gli ossimori poco si capirebbe del Kósmos.

“Il mio salume tumido…” – anche le metafore hanno il loro peso nell’ontologia.

“… ma il Diavolo, indecifrabile come l’Universo, ama l’intreccio fantasioso. Due mesi dopo, le gemelline morivano di encefalite a Cefalù.” – ma dai!, nonostante quel Cristo Pantocràtor!

A volte pensando alla suddetta Thing of beauty che Keats giura essere null’altro che a joy for ever, sorgono dei giustificati dubbi: che ne rimarrà alla fine di tanto splendido splendore? Esiste l’entropia azzerante e buia, oppure il Tutto sarà salvato, come ipotizzava Frank J. Tipler in La fisica dell’immortalità, in qualche memoria di massa? Lo chiedo perché vorrei stupire a mia volta Lolito che insozza di tante dottissime citazioni quest’esteso romanzetto, che alla fine diventa così sapido che il lettore si sente in dovere di versare un contributo non venale, ma arteriale. Leggendolo egli acquisisce (e subito disperde) un numero imprecisato di termini esoterici, nonché di riferimenti letterari che occorrono almeno due o tre teste (e mezzo) per contenerli tutto. Si tratta di una delle opere più in-formanti e de-formanti che abbia mai letto, per cui consiglio l’antidoping a chi voglia attestare l’innocenza del lettore o la sua pur giustificata colpevolezza.

Ho perso parte del mio prezioso e vitale tempo a cercare di rinvenire la nota 4 del capitolo 3, con esito orridamente nullo. La nota 4 del capitolo 4 si riferisce alla “reincarnazione di un amore passato” – che “è il mito centrale della narrativa di Nabokov” – l’autore più esaltato e bistrattato dell’intero romanzo.

“Ci stendemmo sulla plage deserta a guardare il cielo…”se avesse scritto spiaggia gli sarebbe probabilmente uscita l’ernia per lo sforzo.

“Nulla di ciò che è umano mi è estraneo…”quia homo sum! Vero, caro il mio Afro-disiaco autore?

Ecco ora alcuni esempi di parole banalmente utilizzate dall’autore a pagina 27: “guttaperca”, “plastron”, “uvulari”, “colofonia” – questo è tutto (per la suddetta pagina, mentre per il resto basta girare il foglio). Si parla poi di escort”, di “bunga bunga” – e l’io dice di sé: “ero un imprenditore televisivo di successo (nonché, a tempo perso, Presidente del Consiglio)…”

Ho gioito quando, a pagina 31, ho colto un refuso: “… la mia non si riduce fore a una…”.

Narra zia Wiki che il libro vendette un casino e mezzo di copie (mia metafora) già al primo giorno, per cui fu ristampato e infine edito dalla casa editrice Chiarelettere. Ogni tanto, una riga non contiene spazi fra una parola e l’altra, ma il lettore presto ci si abitua e, quando ricapita, non fa manco una mezza piega. La mia edizione (e ne sono felice così ho qualcosa da dire e da ridire) è quella originaria de Il Fatto quotidiano.

Toh! Pare che Lolito abbia una “villa in Sardegna”!

Gran parte del capitolo 5 è occupato da una sua redentio memoriae, che contrasta la damnatio a cui sembra condannato quel nome che tanti lutti avrebbe addotto a un popolo o due a caso (almeno al nerazzurro e al bianconero): ai posteriori, l’ardua sentenza.

“La bellezza è tutto.” – e la finanzia lo va sorreggendo: ergo non può essere quel tutto, ma necessità d’un infame sostegno.

“… solo la Ruby si stava avvicinando, al massimo, ai diciotto anni…” – e, come una particella quantistica: “… non riuscii mai a determinarne con esattezza l’età…”.

A pagina 85 leggo penso 11 volte la parola “toilette”. E almeno altre 2 occorrono nella pagina seguente.

“So bene che i Signori Giudici…” – credo che con questa umiltà rispettosa egli meriti per default una piena assoluzione.

“… (sassolini, cribbio!)…” – che altro non è che un’alterazione fonetica del nostro Salvatore!

“… e, come il pellicano che preferisce il pesce in movimento a quello immobile, meditavo di far coincidere il mio org…” – non si sta parlando dell’organetto, ma della sua funzione (che intendo sottacere in quanto è sott-in-tesa).

“Lei non è la fragile fanciulla dei romanzi rosa. A mandarmi nei matti è proprio la sua natura doppia…”un’evergreen sempiterna?

“Cribbio. Cribbio!”Mannaggia, mannaggia!

Della facoltosa madre di quel virgulto, Lolito s’era astutamente coniugato: “La tardona, come al solito un bazar di bigiotteria sferragliante…” – che tanto fa scena, quando l’attrice stenta a interpretare la propria estrema parte, che è da – “culona inchiaviabile” – (non sono riuscito a non riportare tanta nefandezza); dopo di cui “Lolito il satiro si sarebbe precipitato con la sua ninfetta nel bosco” – dove il lupo si sarebbe fatto pappare da quel virgineo e rubizzo capuccetto.

“Bada bambina, bada bambina, già signorina sei…” – tante volte sono riportati (di peso) dei versi di motivetti popolari a quel tempo o in quelli precedenti o successivi.

“Non ero ancora Lolito il Botolo Degenerato dagli occhi malinconici…” – mai li vidi così, però, quegli speculi: semmai irati o ilari, con lo sguardo un po’ tronfio.

In assenza del virgulto di nome “Barbara” – (detta “Beba”), Lolito scrive: “Fa’ che venga presto, pregai quell’onnipotente miraggio della mente collettiva che si chiama Dio…”che in qualche dannato caso diventa impotente…

Quando ella miracolosamente apparve, come una madonnina (questo lo dico io, però): “Lolito il Disperato e Lolito l’Agonizzante le diedero un buffetto sul cocò. Lei reagì colpendomi il braccio, molto dolorosamente, con una forma da scarpe del padre defunto…”beh, ci vuole un po’ di severità con gli apprendisti pedofili.

“Il viso di Lolito poteva anche essere storpiato da una nevralgia, ma ai suoi occhi gareggiava, in bellezza, con le ombre azzurrine del fogliame che dondolavano sul frigo bianco.” – altri esempi di metafore sconclusionatamente efficaci. L’innamorata non è ancora, né lo sarà mai Beba, bensì Loretta, la chiatta mammona.

“… L’acquisto di Corso era costato all’Inter nove milioni.”siamo dunque nel 1957.

Un accenno ora “ai grandi poeti insonni che dovevano morire qualche ora in modo da poter vivere nell’arte per secoli.” – e questo è (quasi) tutto. Si vive e si scrive per morire in un senso indefinito. Alla morte si giunge vivi, anche se agonizzanti… La morte non è che un tetro andar a capo.

Dopo di cui l’innamorata e curvacea moglie, disillusa da tanto Lolito, pensa bene di togliersi di mezzo (non volontariamente, né per necessità, ma per monodiano, determinato ed essenziale caso).

“… attuto dal folto tappeto…” – lo ammetto, sono proprio lì, a rodere col muso attuto al tappeto!

Iniziata or ora la vedovanza, Lolito pensa (e scrive): Mi meravigliavo di come le sensazioni reclutate da ogni mio dove (lussuria, tenerezza, follia) si concentrassero ora con precisione sull’immagine di quell’essere assolutamente unico e insostituibile.”: Bebuccia, perché non parli?!

A pagina 179 conto 31 terne di “Beba, Beba, Beba,” – e un solo, pur definitivo, “Beba, Beba.”

Che amore infinito (quello di lui, e non di lei), che tanto avrebbe fatto ciarlare a vuoto Denis de Rougemont (salvifico autore de L’amore e l’Occidente)!

“Con gesto magnanimo e regale, Lolito offrì alla Beba le montagne e il cielo.” – e null’altro?

“Lolito l’impaziente!” – colui che non regge con saggezza le attese.

Lolito è uomo colto, come no, fin troppo, ma per nulla assennato, mai giudizioso, ma a suo tempo fin troppo pre-giudicato.

Ora mi va di piazzare un “divano anfibrachico” in mezzo alla stanza (poetica). Questa, comunque la si rigiri, non si riesce a comprendere: “Ah le donne! Giusto, Signor Giudice? Lei è meglio di Cacciari, le presenterò mia moglie.” – però consiglio a quell’ignoto procuratore di non fargli conoscere la sua eventuale, giovine figliola.

“Signor Giudice! Sia paziente!” – almeno finché non occorra la prescrizione del reato…

“Lei mi apparteneva, mi apparteneva, avevo la chiave nel pugno, e la spada nel cuore.”

“così/ scale/ le/ strabalzi/ a/ Salii/ (incespicai sull’ultimo gradino), mentre dal mio cuore usciva sangue arcobaleno”. Ho provato goffamente a ricopiare l’arrampicata che emerge a pagina 207, che non so quanto sia riproducibile altrove.

“Non riuscivo proprio a individuare il punto focale della felicità che si era abbattuta su di me.” – come una catastrofe tristemente annunciata.

“… quasi espellendo a conati Satana stesso insieme al liquore…” – come un Bacco a strisce rubizze e corvine…

Daniele Luttazzi citazioni Lolito
Daniele Luttazzi citazioni Lolito

“… perché voglio dimostrare che non sono, e non fui mai, e non sarei mai potuto essere, una persona volgare.” – e nessuno vorrà mai falsificare tale schifosa nonché religiosa teoria!

“Suona chitarra che è l’ora: l’oraaaaa di darle tutto il bene che ho nel cuore…” – e in che altro?

Così Lolito giustifica il suo operato:Non ho fatto altro che seguire la Natura. Sono un fedele seguace della Dea Natura.” – che tutto può, perché nulla si può fare senza di Lei.

“Lolito fu inghiottito tra le labbra foderate di cremisi.” – e chi deglutisca chi mai s’è capito, né chi dei due l’abbia infilato.

Inizia così la sempre più rorida Seconda Parte:Incominciarono allora le nostre lunghe peregrinazioni in tutta la Sguìzzera.” – interessante variazione del termine denominativo…

Sto pensando che quest’opera s-essoterica è intrisa di vocaboli semi-sconosciuti quando va bene, di espressioni volgarissime quando va male, assai più del citato romanzo di Bufalino, nonché di piatte genialate, del tipo: “… tutte le altre insensatezze quotidiane che se ci pensi troppo paralizzano; e l’aria leggera, che sembrano mischiarsi con le nuvole lontane, e con Beba” – quest’ormai non più verginale Beatrice (celestiale donna che di cognome faceva Portinari e che morì di parto a 25 anni, una decina d’anni dopo da quando, ragazzina, fu precocemente impal-m-ata).

“… la Corte, in passato definita da qualcuno ‘una schiera di giudici esultanti sui loro scranni inquisitori…” – e qualcuno è stato pur fatto scivolare da quello scranno… e preso a mitragliate…

“(Lolito l’indulgente)” – come dire: “il Diavolo generoso”: doxa rispettabilissime. Che cosa strana che abbia scelto un diavolo rosso e nero per magnificare le sue intercontinentali doti!

“… sbavante Lotito…” – e chi non ha mai schiumato saliva in vita sua getti la prima crocchetta di patate!

“Barbara Borletti”, detta “Beba”; all’educandato Boncompagni”, “dottor Borletti” – ma quante B iniziali!, pur essendo sottaciuta e, anche se non sempre, ammucciata B principale.

“… uno sterrato poligonale fervente di farfalla e invaso da epilobio, asclepiadi e robuste erbacce color malva secco” – tanto per dare una verde (virĭdis, da vis) idea della inflorescente scrittura lolitesca.

Tant’abile forse fu, a pagina 281, allorché seppe tramutare “bric-à-brac” in “bric-à-Braques”.

Le sue frasi sono spesso impostate secondo un grande effetto scenografico-glottologico!

“Ciao amico. Mi scopo mia figlia, la minorenne che ti piace tanto. E che fa dudu-dudù dudu-dudù Du…” – e mai, senza il provvidenziale ausilio di quel pregiudicato avrei mai scoperto la differenza di accento in tali preziosissime parolette…

“… sintomatici di una grave sindrome ornitopriva, nulla che una nerchia tumida non potesse curare.”la medicina moderna fa dei miracoli antichi!

“Nell’aula spoglia, satura di feromoni di allieve…” – ma che ti vien da dire?!

“… un importunissimo litro e mezzo de’ miei rognoni maturato goccia a goccia le passate ore, dardeggiai la pipì con sollievo…” – oh, quando scappa scappa…!

“… il mio cimelio prezioso…” – che tanti lutti addusse alle achee…

“… il pallore dell’incarnato. Un foruncolo, inciso due anni prima, aveva lasciato una cicatrice su una guancia.”: se non è kam’a, passione amorosa, questa!

L’età di “una vecchia” a te, Lolito, e “ad alcuni dei presenti più giovani, pareva composta da tanti anni quanti quelli che intercorrevano fra quella serata e la nascita dell’Himalaya.” – e poi dicono che il tempo non è altro che una pia illusione!

“… il Lolito più buono che era entro di me mi tirava per la manica.” – dai, fermati, se puoi, ti diceva… Lui a te, e tu a Lui: come se foste scissi in due personaggi, pirandellamente!

“La notte è sempre un gigante, ma quella era particolarmente orribile.” – come se l’avesse tracciata Francisco Goya?

A volte, caro il mio Lolito, provochi in me una specie di sindrome di Stendhal, paragonabile a quella che patii (o credetti di patire) quando andai rimirando l’infinita serie di mosaici alla Villa del Casale, a Piazza Armerina… una specie di Villa d’Arcore… ti ricordi, mio solidale calcistico, quelle argute gnocchette in bikini?

Ma ora dico basta, o quasi… ché tu m’hai davvero stordito!

Mi fa sorridere quando dici che la tal giovane è “più alta di me” – non rischia l’ernia per esserlo.

I due, dopo una vitale pausa, s’incontrano di nuovo. Lei è ora (chissà se) felicemente coniugata con:

“‘Riccardo è laggiù’ disse, indicando” – no, a te non interessa quel due di coppe in rifiuto quando briscola è bastoni. Ma importa sapere dell’altro, “Il geometra Renato Gallo” – miserabile! – “che a una festa in parrocchia… oh, parecchi anni prima… Renato l’aveva presa per un braccio, e se l’era tirata in grembo davanti a tutti, e le aveva dato un bacio sulla…” – sì, proprio lui, l’infame.

“L’amavo. Era l’amore eterno.” – quello che ci si illude sia immune dagli effetti del secondo, nefando principio della termodinamica.

Tu le avevi, a Beba, spezzato la vita. Quel vigliacco le aveva rotto il cuore.

Tanto è emerso nel corso dell’accertamento, nel confronto analitico delle varie dichiarazioni rese.

“Arrivedooorci!” “Arrivedooorci!”

La vita chiese, dal video, per anni un bardo, è forse un socc…, oppure i socc… Non so se aiutano a vivere, ma di certo sono una discreta e utopica parte dell’umana esistenza. U-topos, Nessun luogo. E non necessariamente eu-topos

Sic avea Lolito vergato a pagina 208: “vestiti e biancheria intima ammucchiati su una poltrona; e al centro del letto ancora intatto, con indosso la giacca bordò con uno dei miei pigiami nuovi, la Beba, distesa su un fianco a mostrare il c*** – gli asterischi sono sempre altrui.

Infine s’affaccia l’infausto e catartico epilogo: “Osservò con voluttuosa attenzione il mio viso, giocando con il potere con cui le sue parole avevano su di esso, come pregustando la luce esaltata che tra qualche attimo vi avrebbero acceso./ ‘La ragazza e suo marito.’/ Alzai lo sguardo verso le finestre dell’appartamen…”okay, the end, ci do un taglio, ché il dado d’un tratto s’è tratto.

Questo ben poco lolitesco, bensì tragicomico episodio mi fa capire che ci sono tante specie di amori, essendo tutti compresi in una miscellanea d’amore, sesso, naturalità, innaturalità, demenza e affetto, non privo di saltuario, muto e mutuo rispetto. Amen e così sia! E che ci vuoi fa’… è la vita!

Tralascio d’accennare a quelle 7 o 8 miliardi di metafore e similitudini (che manco la graziosa Mavie da Ponte, nel suo bel Fine di un matrimonio, riuscì a collezionare), una per ogni anno del Kósmos (ho ex-agerato!), per giungere alla conclusione di questo tormento letterario che mi parve a un certo punto quasi infinito.

Grazie per aver citato a pagina 421 il mio amato Carmelo Bene!

“… tra lucenti lacemi penduli e strani grovigli scuri…” – giungo alla tragedia finale, la cui catarsi mi pare esoterica, senza più tutte quelle s. Forse che, non avendola capita, l’ho dunque capita? Nescio ergo sum?!

Chi mi può aiutare? Lolito? O il curatore “… Alfonso S*GN*R*N*” – che tanto dottamente ha curato la postfazione? O quel guerriero ramazzesco e ventilato che spicca in quarta di copertina, di cui ho saputo tanto apprezzare le ignote e cartacee doti?

Un’avvisaglia per l’infelice lettore del suo lettore: le note (una miriade che si espandeva di giorno e che si ritraeva, così mi parve, nottetempo, come la marea, mentr’ero appisolato, non sono tanto esplicative quanto facenti parte integrante della storia stessa.

A parte indicare a Vossia, Signor Giudice, il penultimo dei quattro refusi (il secondo l’ho taciuto per mera pena; il quarto perché sono stremato): “della presenza della automobili”, vorrei segnalare che ancora io (insieme a tutti i miei cari) da tempo sono alla ricerca nel testo del riferimento alla nota “4) dio greco”, relativa mi pare (che sonno che ho!) al capitolo 3: forse abbiamo tutti quanti, in famiglia, i ôc in sâca, gli occhi in tasca, ma non siamo finora riusciti a rinvenirla. Anch’esse (le Note) sono continuamente irrorate di citazioni e di docenze mica da ridere, semmai da ammirare con un vago e greve senso di colpa. Contraddicendomi (evviva!) riporto un passo: alla nota 3 del capitolo 18 della Prima Parte: e ci vuole un navigatore satellitare per arrivarci in breve) si legge: “Quando Chesterton scrisse uno studio su Browning, ne citò le poesie confidando pienamente nella sua memoria. Il correttore, Leslie Stevens, padre di Virginia Woolf, eliminò tutti i numerosi errori di Chesterton. Borges era dispiaciuto che, in questo modo, fossero andate perdute le variazioni forse geniali con cui la mente di Chesterton aveva modificato le opere originarie, perché sarebbe stato appassionante confrontarle.”

Dimmi (ora e per sempre mio), danielesco Lolito, ma quante ore hai negato al meretricio, caro il mio ormai funebre alter ego, al fine di leggere e assimilare tante assurde nozioni?!

Sei un vero mostro! Sì! Di sapienza? Sì! Anche di saggezza? Nescio.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Daniele Luttazzi, Lolito, Il fatto quotidiano, 2013

 

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