“I volti della paura” di Roberto Escobar: viviamo la fine del futuro?

In genere non definisco, a mo’ di zia Wiki, l’autore. Stavolta lo faccio per non indurre il lettore del lettore di quest’opera I volti della paura, in banali e paurosi fraintendimenti. Roberto Escobar è un critico cinematografico nonché docente universitario di Filosofia Politica e Analisi del linguaggio politico e collabora con l’Espresso e con Il Sole 24 ore.

I volti della paura di Roberto Escobar
I volti della paura di Roberto Escobar

La presente, come mia bizzarra costumanza, non è affatto una recensione de I volti della paura, arte che mi difetta, bensì il frutto di una stramba reazione psicologica che m’ha spinto a scrivere quanto segue. Amo diverse caratteristiche della scrittura di questo autore.

Roberto Escobar usa riportare delle frasi desunte da opere che l’hanno aiutato a capire la questione di cui sta argomentando. Per rispetto, egli utilizza in parte la lingua originaria del testo, allegando subito dopo la debita traduzione, in questo modo: “sans cause apparente et d’une impulsion celeste, senza un motivo apparente e per un impulso del cielo…” – non ricorrendo a grevi note a piè di pagina, oppure a fine di capitolo; che pur ci sono, ma che per lo più indicano le fonti bibliografiche. E ci sta. E poi collega un suo discorso a un riporto di un testo altrui. Per esempio: “… mentre gli animali/ reagiscono a uno stimolo ‘minaccioso’ con una serie intrinsecamente connessa a un’attività preliminare…” – (pagina 40); e poi, in una nota successiva (a pagina 58) è indicata la fonte della citazione.

In un primo tempo il lettore rimane interdetto, ma poi ci si abitua, anche quando l’effetto è fortemente scenico: “… Sola/ restò la Speranza, nelle parete infrangibili, sotto l’orlo del vaso…” – (pagina 64). E questo capita anche quando è un personaggio che parla: “A Zeus non dirò niente/ se prima non mi libera dai ceppi infami…” – (pagina 62).

E ci si fa il callo persino quando l’evento accade a fine pagina: “… In una elezione risulta” – questo a fine pagina 181 de I volti della paura – “il migliore dei candidati” – questo all’inizio della pagina dopo, con la nota esplicativa esposta poi, a pagina 196.

Terza modalità espressiva: la nota 9 di pagina 195 recita (da vero attore): “Cfr. il mio Di chi è la vita?, in ‘il Mulino’, 1/2009, pp 20-29.” – altri autori in genere mettono il proprio nominativo come se fosse un loro conoscente meramente letterario, con cui poco hanno avuto a che fare a livello esistenziale.

Queste che ho appena segnalato sono tecniche retoriche che scombussolano il lettore fino alla terza o quarta volta che capitano, ma poi egli si abitua e impara ad apprezzarle. Tanto che poi finisce per domandarsi com’è che non vengano normalmente utilizzate dagli scrittori di saggi. La parola saggio è inquietante, parendo indicare che il lettore sia assai meno lucido dell’inclìto autore, e questo talvolta crea (non sempre leggeri) scompensi psicologici.

Scorrendo I volti della paura mi sono sentito, fin dalla prima pagina, a braccetto con il solidale Roberto. Per cui ora inizio la mia disamina fin dall’immagine che spicca in prima di copertina. Una donna (chi è?, quanti anni ha?, a quale tribù appartiene?) che tiene il viso celato dalle due mani. Pare sconvolta. Di certo lo è. Perché? Di cosa ha paura?

Così inizia il Prologo de I volti della paura, intitolato Gli occhi della paura: “La paura ci fa paura.” – Un po’ come diceva Totò: La serva serve. A che serve la paura?

“È terrore se ci impedisce di agire…” – mentre: “È angoscia se ci impedisce di pensare.” – fra correre e scappare, si dice dalle mie parti. Trattasi in ogni caso di una cosa che inibisce un’azione.

La paura, intesa in altro senso, potrebbe invece facilitare?

“Scarecrow urla: ‘There is nothing to fear… but the fear itself…”“non c’è niente di cui avere paura, tranne che della paura.” – così avverte Spaventacorvo, personaggio di “Batman begins”.

Intrigante personaggio è questo “ragazzetto chiamato Giovannin senza paura…”celebre figura calviniana di Fiabe italiane. E anche di Giuseppe Pitrè, che lo utilizzò nelle sue Novelle popolari toscane. Nonché omologo di “Gioanni” – strambo “ragazzotto” delle “Novelline di Domenico Comparetri”. E anche simile a quel Gioanì senza paura bergamasco. Tutti ricalcano o preannunciano un personaggio delle Fiabe dei fratelli Grimm, il cui nome tradotto da Antonio Gramsci era, appunto, Giovannino. Chi sia stato il primo o l’ennesimo a creare questa figura poco importa: trattasi di gemelli separati alla nascita. La loro tendenza a separarsi dagli altri (per poi ricongiungersi) segnerà la loro vita.

Costui, o meglio costoro pare abbiano un unico fine nella vita: cercare la fonte della paura, come se si trattasse di rinvenire l’origine di un fiume. Ricordo come se fosse ieri, quando, nei primi anni ‘70, dal comodo della mia poltroncina in sala, assistetti con trepidazione alle varie puntate del serial televisivo Alla scoperta delle sorgenti del Nilo. Cosa smosse questi britannici Giovannini (Burton, Speke, Baker, Livingstone, Stanley) a lasciare gli agi di una piatta esistenza al fine di rinvenire quel che pur doveva esistere da qualche parte. Chi esce dal proprio mondo per immettersi in un altro è perché sa quello che sta cercando ed è (quasi) certo che esiste. Ed è quel (quasi) che lo inquieta e lo sommuove. Quest’ultimo verbo mi rammenta Pier Paolo Pasolini: un uomo che aveva tanta paura, quando usciva di notte, ma continuò a farlo finché la sua vita non fu stroncata. Leggo, in Le ceneri di Gramsci: E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,/ intorno,e, più lontano, lo riaccende

Il fatto che io mi chiami Stefano e che come secondo nome sia Giovanni mi dà da pensare.

A volte mi conviene scappare dal mio ambiente, a volte no. Meglio rincasare la sera, anche sul tardi, se è il caso. A tutti quei Giovannin viene bene andarsene dai luoghi natii. In cerca di non si sa che. Chissà se torneranno tutti?

L’autore del saggio I volti della paura contrappone a queste figure “il vecchio pastore di Marcellinara di cui racconta Ernesto de Martino”, che fonda la sua vita su quanto avviene, quotidianamente, in piazza, presso il “campanile” della propria chiesina parrocchiale.

Giovannin è un estroso centrifugo. Il pastore è un quieto centripeto. Mi posso identificare in entrambi, a seconda del momento. Sarebbe un errore compiere una scelta definitiva. Tento ora, goffamente, d’imitare l’autore. Se volessimo determinare “l’ipotetico confine di Marcellinara – il confine oltre il quale per il pastore non ci sono che lupi mannari, folletti e chimere, più spaventosi dei suoi lontani ricordi del brigantaggio –, se volessimo determinare questo confine, potremmo immaginare di far centro su quel campanile e da lì tracciare un cerchio il cui raggio fosse la distanza rispetto alla sua ultima visibilità. Questo cerchio segnerebbe il passaggio dalla sicurezza alla paura, dal dentro al fuori del mondo.”così somigliante all’orizzonte degli eventi, di cui ciarlano i cosmologi a proposito degli effetti del buco nero, oltre cui nessun evento può influenzare un osservatore esterno. Stando lì nei pressi, occorre fare la massima attenzione. Al di là di esso nulla tornerebbe più a casa, nessuna fuga sarebbe più consentita.

Giovannin senza paura intende però indagare, in un qualche modo, su cosa ci sia oltre quel limite. Si tratta di due centri diversi: in uno si è condannati alla ripetizione forzata della propria esperienza esistenziale, nell’altro si ignora tutto, poiché nulla è lecito sapere. Forse colà è il Nulla che ci attende.

Stefano e Giovanni. Quale personaggio mi conviene interpretare? Dovrò scegliere ogni volta!

Enten- Eller, direbbe il savio (e perennemente controverso con se stesso) Sören Kiekegaard.

La scrittura di Roberto Escobar ha uno stile fortemente descrittivo. Che sia uno sapiente profondo, quasi esagerato, lo si evince già dalla prima pagina. Eppure quello che più m’interessa della sua scrittura è l’energia che riesce a trasmettermi e che rischia di farmi quasi vaneggiare.

È una specie di thriller, il genere letterario fondato su una tensione narrativa, che conduce a una scala fondata sulla paura per cui, solo salendone i gradini, si potrà giungere all’agnizione finale, al riconoscimento del colpevole. Ve ne sono di vari tipi (sia di colpevoli che di thriller).

Leggendo Agatha Christie, ma ancora di più il terrifico Cornell Woolrich, ho scoperto che il killer non è il maggiordomo, bensì, inevitabilmente, l’autore. Ho tanto amato i romanzi di Agatha, giungendo a leggerli tutti; ma il mio preferito è Cornell. Agatha, variando ogni volta il momento, descrive, in uno dei primi capitoli, dei comportamenti sospetti da parte di un personaggio, tanto che per il lettore l’assassino non può che essere lui, il vil marrano. Poi, intorno a metà romanzo, qualcosa gli fa arguire quanto la sua acuta intuizione fosse malamente campata in aria. Alla fine, invece… Chi conosce l’autrice inglese m’ha già capito. A Cornell non importa che il lettore scopra chi sia l’assassino, piuttosto che, mentre quell’infame sta operando, egli si senta in parte vittima e in parte carnefice. L’importante, per l’autore, è mantenere alta il senso di colpa di chi legge e a tenere in lui ben accesa la paura. C’è poi il nostro Valerio Varesi che talvolta si diletta di non far trovare al suo commissario né l’assassino, né il movente esatto dell’omicidio, semmai l’agente maligno sotteso. In genere gli arcani sono risolti, per caso o per necessità, in maniera parziale. La rimanenza sarà forse utilizzata in un eventuale e maligno prosieguo della serie. Il mistero, come qualsiasi risorsa, va seminato, piantato, allevato, e mai consumato del tutto: occorre pensare, con attenta parsimonia, al futuro: questo parzialmente e pauroso sconosciuto. Quel che conta per l’autore, per il personaggio principale, e di conseguenza per il lettore, è acquisire una nuova coscienza di quel che è (probabilmente) accaduto.

Valerio e Roberto sono essenzialmente filosofi che amano de-scrivere il male, come certi biologi preferiscono rivolgere la loro attenzione agli invisibili agenti infettivi più che ai più vistosi metazoi.

In ogni questione, nel presente saggio-romanzo, Roberto sottintende ogni evento fra i due opposti limiti, del tipo: Eros e Thanátos, gravitazione ed entropia, catene e libertà (metafore da me immaginate).

Sento che il suo scopo è lasciare ogni decisione al lettore, dopo averlo informato della certezza della necessità di scegliere, e del rischio che corre, qualora non raggiungesse una certa consapevolezza. Il mondo pare compreso fra due antagonismi, che si teme non possano essere mai solidali. Chissà!

Quello di Roberto Escobar non è solo un complesso saggio, ma tant’altro ancora. È un dramma in cui i personaggi siete principalmente tu, lettore, e tu, autore. E tutti quanti esistano.

Ogni autore letto fu a suo tempo lettore. Ogni lettore può essere un ipotetico, futuro autore.

“Ma…” – tutto questo accade quando – “… viviamo ogni giorno, ognuno di noi vive ogni giorno tra illusioni e disillusioni, fantasie e sogni, speranze e paure.”

L’uomo, utilizza “la tecnica razionale” e “la magia”la magia della tecnica – nonché, da svariati decenni, i prodigi dell’“informatica”.

Da tutto ciò nasce “la capacità – il bisogno direbbe Nietzsche – di unire e di dividere.” Leggendo L’amore e l’occidente di Denis de Rougemont scoprii che la passione si forma nell’alveo della mancanza. Solo grazie al decesso di Euridice, causata da una sua carenza d’attenzione, Orfeo divenne il più glorioso e libero dei poeti. Tristano terribilmente amava Isotta quand’ella era lontana. Quando erano coricati insieme, egli, fedele al re, poneva la spada fra il proprio corpo e quello di lei.

Eppure è la passione attrattiva che ci permette di andare, di “procedere, termine in cui il significato negativo del latino cedere, che lo avvicina a cădĕre, cadere, si lega con quello positivo di avanzare.” – e qui l’autore rivela una diversa banalità che in genere sfugge: camminare su due gambe è un atto innaturale, quasi eroico, di cui aver quasi paura (di inciampare).

Leggo ancora in I volti della paura:Oltre che intensa, la vita della massa è breve.” – e qui, prendendo spunto dal saggio Massa e Potere di Elias Canetti (che ormai sento di dover assolutamente far mio!), l’autore intende quella delle persone che sono manovrate da qualcuno che se ne potrà un bel dì disfare, sacrificandole a sé, dopo averle brutalmente utilizzate. Lo stesso capita, non certo per caso, alle particelle quantistiche: più esse sono massive, più energia bruciano e più il loro tempo è limitato.

“Per mantenersi in vita, le religioni dell’assoluto e della fede…” – tutte le religioni necessitano di una massa. di “un gregge docile” – e questo mi fa rammentare gli eroici insegnamenti del teologo padre Aldo Bergamaschi che insisteva nel dire che “Il cristianesimo era scaduto al rango di religione”, intendendo con ciò che era ormai ridotto al pari di ogni altra umana ideologia. Per aver affermato questo, gli fu impedito per anni di officiare la messa in pubblico. Questo non accadde nel Medioevo, ma nel giugno del 1988, poco prima dell’arrivo a Reggio Emilia del papa che era allora in auge.

Oggi si assiste alla “fine del futuro, insieme effetto e causa della morte della politica.” – essendo l’apoteosi della fandonia assurta a ideologia. Non conta più alcuna fede se non quella del mantenimento del potere. Al Potere non interessa tanto governare, quanto vincere le elezioni, per poi reggere la baracca nel modo che più gli conviene. L‘unica cosa che conta non è il programma politico, che ormai è poco più di una farsa, ma lo splendido trionfo alle urne. E per vincere si cerca in tutti i modi d’incutere la paura degli altri alla massa dei votanti: cominciando da quelli che non si conoscono, ché vengono da lontano, che tanto inquietano i comuni cittadini.

Con queste parole l’autore conclude il Capitolo Nono:L’epoca che si annuncia senza futuro è sempre più l’epoca di un potere che si nutre di paura.” Ci atterrisce “la paura che viene dalla consapevolezza che ognuno di noi morirà.A tutto questo io m’oppongo, caro Autore!

Innanzitutto mi scuso di utilizzare per fini miei (non so quanto e se deprecabili) il tuo testo. Sei stato tu, però, a fornirmi l’energia necessaria. Per farmi perdonare ti offro una speranza. Il tuo saggio I volti della paura non è riducibile ad alcuna sinossi. Intendilo come vuoi: per me è un complimento. È un’opera complessa che va letta con la necessaria pazienza e passione. Ascolta però…

Frank J. Tipler, docente di fisica in uno sperduto ateneo della Louisiana, ipotizza che, in un misterioso Punto Omega, dove tutto andrà a finire, permangono tutte le memorie di tutti gli stati delle particelle del cosmo, purché ad ognuno di essi sia abbinata un’informazione che, insieme a tutte le altre, potrà un bel dì ricreare tutto quanto. Si tratta di una Fisica dell’immortalità, che è anche il titolo alla sua opera maggiore, in cui la rappresentazione sempre è e sempre sarà riproducibile. In attesa di tutto ciò, sappi che la biologia moderna c’insegna che la memoria è un fluido biancastro, in cui ogni nostra esperienza è prodigiosamente archiviata (e quasi dispersa).

Non mi sento legato a questo corpo, dove ogni organo svolge come può la sua funzione, quanto alla mia raccolta d’esperienze umane. Potrebbe sembrare una battuta, ma è una verità: ho paradossalmente dimenticato più libri di quanti ne abbia letto. E questo m’inquieta. No: mi fa tanta paura!

So che in qualche mio cassetto mnemonico è stato ammucciata (nascosto in cilentano, dal tardo francese mucher) la cartella con tutte le trame delle migliaia di romanzi da me conosciuti (l’ultimo che corre un simile rischio, al momento, è questa tua narrazione esistenziale). Avendo paura di smarrirli a tempo indeterminato, cercherò in tutti i modi di salvarli. Questo è il motivo per cui scrivo queste assurde ed emotive reazioni.

Qualche scienziato del futuro (che oggigiorno forse frequenta le scuole materne) sarà in grado di salvare tutto quel che ho vissuto, letto, amato, odiato, perso, ritrovato. Anche e soprattutto tutte le variazioni narrative della Recherche di Marcel Proust, i romanzi di Dostoevskij, di Tolstoj, di Hugo, di Flaubert e i vari racconti di Cechov. E le opere di tutti gli altri autori che ho letto e che ho momentaneamente rintanato in quella liquida e mnemonica cartella.

Segnalo, en passant, la teoria dei multiversi di Hugh (Everett) III (gli Autres, I e II, sono in autres multiversi, peut-être), perché ha forse (dal latino fors -fortis!) senso farlo. Peut-être!

Nonché l’idea di Julian Barbour, maestro ispiratore di Carlo Rovelli, il quale afferma che lo spazio/tempo è un’illusione, per cui gli attimi della Storia cosmica sono una specie di cartoline appese in un’infinita serie di cannucciedde, direbbe un Eleatico, di mollette direbbe un Amalfitano, di ciappetti direbbe un Padano.

Esistono o non esistono? Di certo inter-agiscono: sono infiniti filari che s’intersecano, come i racconti e i sentieri di Borges.

Scrive Mauro Boselli, in un’introduzione a La cavalcata del destino di Tex (Sergio Bonelli Editore, settembre 2023): “Non siamo noi a inventare le storie, ma in qualche modo le sentiamo nella mente e le portiamo alla luce scrivendo.” – e, aggiungo io, anch’esse inventano noi, partorendoci ogni giorno. Mi sono sempre chiesto se quel valoroso e texano ranger abbia mai conosciuto la paura. E ho paura di conoscere la risposta.

Perciò, se per caso tutte queste teorie ti paiono bislacche, caro Roberto Escobar, non me la prendo. L’importante è che, per almeno un paio di minuti, ti abbiano fatto sorridere. E abbiano ridotto in te quella paura di sparire che è la maggiore che dici di avere. Che, come te, e come tutti, anch’io ho.

Chissà quanta ne avevi tu allorché decidesti di scrivere quest’opera paradossale: da parà (opinione) e dòxa (apparenza che rischia di diventare dogma).

Sei riuscito nel tuo intento, però. E io l’ho letta tutta d’un fiato. Cercando di trattenere il respiro il più possibile. L’ho capita abbastanza? Non ci riuscirò mai del tutto? Ho forse frainteso la maggior parte dei tuoi ragionamenti? Li ho soprattutto utilizzati per dire cose mie?

Non importa.

Ognuno dà quello che ha. Ed esprime quello che è.

L’importante è restare nel gioco della narrazione, del confronto, della correlazione.

Roberto Escobar citazioni
Roberto Escobar citazioni

Ah! C’è un’ultima teoria, che finora nessun umano è riuscito a dimostrare o a falsificare. Tanto che potrebbe essere per metà religiosa. È l’entanglement quantistico che occorre fra due particelle che sono venute a contatto almeno una volta, che poi rimarranno correlate per l’intera loro esistenza, e che parrebbe confermare una fisica e immortale continuità, per cui la discontinuità indeterminabile non è più così sicuramente certa. Albert Einstein e Niels Bohr ci hanno leticato (amichevolmente) per anni. Prima del formarsi del Kósmos, in quella primitiva singolarità, il Tutto era intimamente collegato col Tutto. Pensiamoci, ogni tanto.

Se il nucleo atomico fosse un pallone posto al centro del campo, i primi elettroni volerebbero sugli spalti più alti; gli ultimi forse vagherebbero in un qualche circuito confinante. In mezzo ci sarebbe un vuoto colmo di particelle virtuali, che non esistono, ma che si adoperano, continuamente, per fondare l’esistenza altrui.

Il vuoto è una degli enti più opimi che esistono. La discontinuità, la divisione, esiste davvero?

O è una favola? L’interazione fra due enti è dunque un evento reale? Chi potrà mai risponderci? Un fotone con le sembianze di Woody Allen?

Per gioco e per necessità psicologica, è lecito scherzare su ogni sorta di mistero. La mia non è per nulla una fede, bensì una speranza che dona luce al mio cammino. E che reca un pur breve sollievo alla paura di non più esistere, di non più agitare la mia Psiche. Che non è affatto diversa dalla tua. Chiunque tu sia.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Roberto Escobar, I volti della paura, Il Mulino, 2023

 

2 pensieri su ““I volti della paura” di Roberto Escobar: viviamo la fine del futuro?

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