“La fine del mondo e il paese delle meraviglie” di Haruki Murakami: l’enigma si risolve?

Ieri sera, poco prima di assopirmi, mi chiedevo: conclusa la fatica della lettura de La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami, domani che scriverò? Semplice… Scriverò che è un libro bellissimo, inquietante, così ricco di emozioni, di gioie fugate nel nascere, di ansie che rimangono appese, di così tante meraviglie (c’è un intero paese così) che il lettore alla fine non sa manco dove posarle. Se mai le poserà…

La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami
La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami

E soprattutto scriverò che qualcosa d’essenziale è sfuggito (a me senz’altro; anche all’autore?). Parto dall’ipotesi che, qualora un artista capisca per intero la propria opera, è la comprova che qualcosa è andato storto nella sua creazione.

Non finirò mai di ringraziare Giulio Carlo Argan che mi spiegò, un pomeriggio (o forse era sera) mentre leggevo la sua Storia dell’arte italiana, l’infinita differenza che intercorre fra il non finito leonardesco e l’incompiuto michelangiolesco. O era il contrario? Non rammentando tutto di quel suo mirabile discorso, rimando il mio lettore al secondo volume di quella magica opera. Anzi, no: al terzo. Più i ricordi di un libro, quantunque forti, restano dubbi, più s’è compiuto l’abbaglio che fa errare il lettore. A chi non è riuscito a capire quest’ultimo pensiero, avverto che ricevo la gentile clientela a ora di pranzo e quando dormo.

Il romanzo La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami si divide in quaranta capitoli e comprende due sotto romanzi, apparentemente slegati fra loro: quelli con numerazione dispari sono sezioni de Il paese delle meraviglie. Gli altri lo sono de La fine del mondo. Nessun personaggio è indicato col suo nome, bensì con la sua qualifica. Oltre ai due io narranti, c’è: “lo scienziato”, “la ragazza grassa”, “la ragazza” conosciuta in biblioteca, “gli Invisibili”, “i Cibermatici”, “i Semiotici” da una parte; “l’ombra”, il “Guardiano”, “il Colonnello”, “l’uomo della centrale”, “la bibliotecaria” dall’altra. A loro s’aggiungono dei personaggi minori, che sono tali perché non se ne parla troppo, non in quanto inferiori.

Vorrei chiedere, non tanto a Plotino, che forse a quest’ora sta dormendo, quanto a una mia amica sarda che ha letto e sezionato in lungo e in largo le Enneadi, se il mondo sia frantumato in due parti oppure se sia uno solo, infrangibile, ancorché diviso in due.

Leggo, a pag. 5 (1.IPDM, cioè Il paese delle meraviglie): “A essere sincero, non sono del tutto sicuro che i due emisferi cerebrali funzionino separatamente.” – chi dice che lo sa forse mente (mentire deriva da mens) e a pag. 8 c’è, si fa per dire, un chiarimento pratico: “Chiusi gli occhi e feci il vuoto nei miei due emisferi cerebrali, come se pulissi le lenti degli occhiali.” – si può dire quel che si vuole su Haruki Murakami, ma non che egli disdegni le similitudini, le metafore e, non c’è neanche bisogno che lo dica, le misteriche allegorie. Secondo me non disdegna le donne in carne, sia lui che il suo primo io narrante: “Aveva parecchi chili di troppo. Era giovane e bella, ma grassa…”.

Similitudine mica da ridere, a pag. 11:Una cicciona ordinaria è come una nuvola che vaga nel cielo. La sua presenza non mi tocca in alcun modo. Ma se la donna oltre a essere grassa è anche giovane e bella, è tutto un altro paio di maniche.” – anche di collant, immagino.

“… Se uno riesce a convogliare la confusione nella direzione giusta, può arrivare a risultati magnifici, molto piú brillanti del solito.”

2.LFDM (La fine del mondo), pag. 15:Con l’arrivo dell’autunno, le bestie si coprirono di un lungo mantello color oro.” – la quale pare una frase anodina, mentre in realtà è catodica. Ma lo si scopre alla fine.

3.IPDM, pag. 37: parlando del cervello schizzato del mistero che avvolge i due emisferi, “I Semiotici cercano però di decodificarli ugualmente, applicando un ponte provvisorio ai dati rubati a un computer.” – rubati, essendo quelli degli infidi concorrenti.

“La nostra organizzazione si chiama il Sistema, quella dei Semiotici la Fabbrica.” – un po’ come le due schiere antagoniste di Milan e Inter. Più esagerati ancora.

Che l’io sia un tipo preciso lo capisco a pag. 38: “Lavoravo un’ora e mi riposavo trenta minuti, questa è la mia regola.”quella di Leonardo da Vinci era un’ora di veglia operativa, a cui seguiva un quarto d’ora di sonno (relativo, immagino). Così lessi, ma chiedo conferma a chi meglio di me sa. Dalla mia esperienza personale posso dire che cazzeggiare un po’ aiuta la produzione di amenità.

Dice “il vecchio” – alias lo scienziato non si sa se pazzo, ma pare stia bene di cervello: “Divulgare delle informazioni tanto interessanti! Non ci penso nemmeno! Sono cose che faccio solo per divertimento.” – un inclìto onanista! Ma sarà poi vero?

4.LFDM, pag. 41: “… a forma di Torre dell’Orologio. Le lancette sempre ferme nella stessa posizione, non svolgeva la funzione per cui era stata creata; misurare il tempo.” – forse non ce n’era più bisogno.

Leggo a pag. 46 (ove la ragazza gli chiede di togliersi gli occhiali), lui le chiede: “– Non è che ci siamo già incontrati da qualche altra parte, per caso” – e qui io credo, che nel farle ‘sta domandina innocente, lei inizi a innamorarsi del soggetto, che spiega: “– In questa città, credo che lo sappia anche lei, la memoria è qualcosa di molto instabile e confuso. Alcune cose le ricordo, altre no, purtroppo lei si trova fra queste ultime. Mi scusi.” – suggerisco al mio svogliato lettore di tenere a mente questo passo.

5.IPDM, pag. 49: “Avevo regolato il mio orologio digitale in modo che l’allarme suonasse a cicli alternati – un’ora/trenta minuti, un’ora/trenta minuti – e su quel ritmo regolavo lavoro e riposo.” – mentre Leonardo andava a occhio, e quel che vedeva il suo bulbo oculare era un mondo intero di cose da creare. Il concetto del lavoro è stato ogni volta abbinato a quello di tempo, ahimè! I CCNL parlano di paga oraria, di ore straordinarie, festive, notturne etc.

Secondo lo scienziato, il mondo del futuro sarà “del tutto privo di suono” – egli garantisce a pag. 54. E, davanti a uno sconsolato io narrante, aggiunge:Mi dispiace, ma l’evoluzione ha i suoi svantaggi. È sempre dura e triste. Non esiste qualcosa come un’evoluzione gioiosa.” – prendiamola in ridere, finché possiamo.

Ma quel che turba ogni umano senziente è “Il fatto di non poter scegliere in che maniera evolvere.” – quel dotto afferma, senza tema di correzioni, a pag. 53.

Che era anche un collezionista di teschi. E dotato di “una specie di molle da fuoco in alluminio”si legge a pag. 56 – “Ogni tanto se ne serviva per colpirne leggermente uno, tendendo bene le orecchie al suono che produceva.

A pag. 57 viene citato forse il primo, ma potrebbe essermene sfuggito qualcun altro, film occidentale (soprattutto yankee): “Ultima notte a Warlock, con ‘Henry Fonda’”.

Volevo sottolineare una (mia) fresca bagatella: per tutta l’estenuante lettura ho sottolineato tutti (o quasi) i riferimenti a varie opere artistiche (per lo più cinematografiche e letterarie) del mondo occidentale, senza mai poter cogliere alcun riferimento a nipponici capolavori (tipo I sette samurai di Akira Kurosawa oppure La storia di Genji di Murasaki Shikibu, due opere che tanto m’intrigarono quanto li patii e godetti, e che superavano per valore tanta più rinomata gloria occidentale. Questo è il motivo per cui, subito dopo la fine della lettura di questo intrigante romanzo, ho iniziato a sviscerare (termine che quel genio suicida avrebbe senz’altro apprezzato) Confessioni di una maschera di Yukio Mishima, per detergermi da tanto filo-occidentalismo. Con mia sorpresa, notai che quel terribile autore, come esergo, aveva utilizzato un lungo passo tratto da I fratelli Karamazov, opera anch’essa citata, non c’è bisogno di dirlo, dal primo io narrante di Marukami. Poi, nel primo capitolo, Yukio (che detto da un partenopeo potrebbe parere un iuoc’io, gioco io) tira in ballo persino la teoria agostiniana della predestinazione!

Feci allora due calcoli: se avessi voluto trascrivere tutte le citazioni di opere e di fatti occidentali, avrei dovuto superare come numero di pagine il romanzo stesso (antifrasi). Per cui ho deciso che le cito solo ad hoc, quando mi pare un obbligo etico o estetico.

Dalla ragazza adiposella, l’io viene a sapere, a pag. 60, che una “regola” è “Che non si deve scrivere nulla.” – e io che ci farei in un paese così latrinesco? E tu, Haruki, ci andresti ad abitare?

Leggo in 6.LFDM, a pag. 65, che “La bibliotecaria posò sul tavolo il primo vecchio sogno…” – e questo è il compito di quest’io: leggere i sogni altrui.

In quel mondo non serve il cuore, per cui viene tolto agli umani. Un mondo in cui quel che non è essenziale viene gettato, significa che è un mondo dove esistono i padroni e i servi: così è pure il nostro…

Leggo a pag. 69 che la madre della ragazzaè morta quando io avevo sette anni. Di sicuro è perché aveva un cuore, proprio come lei.”

Poi, a pag. 70, l’io va a trovare la sua ombra e le chiede:Strana sensazione, vero, venir separati?” – che è il destino di quei grevi esseri, esseri s-trapiantati dalla persona a cui appartenevano, in quanto vacuità inutili e perciò da gettare.

Una frase notevole spunta a pag. 71:La mia ombra scosse la testa.” – nel corso della lettura, incontrerò varie descrizioni che ancora di più mostrano come l’ombra sia una sostanza carnacea, come lo siamo noi, suoi (in)sani portatori.

Per me, lo dico dell’io di IPDM, ma intendo chiaramente l’autore, tu sei il più simpatico, arguto e illuminante dei creatori di similitudini. L’io di LFDM è però più serio e compassato.

7.IPDM (pag. 81): “Credo che fare acquisti sia un piacere innato in me. Esco raramente, ma ogni volta metto insieme una montagna di piccole cose, come uno scoiattolo a novembre.” – previdente e, a volte, quasi compulsivo.

Ed è anche un finissimo osservatore (pag. 86):Lei esitò ancora per alcuni istanti, durante i quali appoggiò la lingua contro il bordo interno dei denti inferiori; una lingua rosa e chiarissima.” – e non vorrei essere preso per razzista, ma non so quanti arṣân tésta quêdra sarebbero capaci di una simile finezza espressiva. C’è un po’ troppo di unno, di goto e di gallo boe, in noi, e anche di romanaccio.

8.LFDM, pag. 96: “– Nessuno spiega mai nulla a nessuno, qui. La città funziona secondo le proprie regole. Non si preoccupa di chi è al corrente di cosa. Mi dispiace per lei.”

9.IPDM, pag. 103 e seguenti: l’io invita a cena e a quant’altro una ragazza (che di mestiere, e mi pare sia un fatto notevole e perciò da segnare, fa la “bibliotecaria”). Costei mangia un casino e non ingrassa di una virgola: a causa di una salvifica “Dilatatazione gastrica” – che per l’io diventa “stomaco dilatato” che secondo me è tutt’altra faccenda. Di sé, invece, a pag. 106, dice: “Mi sentivo lo stomaco gonfio come la pancia di un delfino…”.

A pagina 108, la descrive così:Aveva un corpo liscio e bellissimo. Snello, senza un’oncia di grasso in piú. E seni piuttosto grossi.” – si tenga questo dato in mento, per favore.

Mi allucino da per me leggendo a pag. 111, quel che la magretta dice: “Il sesso, per me, è a livello di un buon dessert.” – da şberlechêr, non riesce a evitare di dire il gallo boe che non sonnecchia mai in me. In italiano sarebbe lappare.

A pag. 116, quell’ingorda non riesce a sottacere un fatto di per sé patente: “– Il pene e la vagina insieme fanno un tutt’uno. Come il pane e il würstel in un hotdog.” – tipica leccornia nipponica.

10.LFDM, pag. 125: – “Senti, ascoltami bene…” – dice l’ombra al suo proprietario (un po’ pare un servo hegeliano, è lei che alla fine dà le direttive al suo padrone).

A pag. 127, dice “il Guardiano”: “Dimentichi la sua ombra. Qui è la fine del mondo, da qui non si va da nessuna parte. Nemmeno lei può andare da nessuna parte. Con queste parole il Guardiano mi diede un’altra pacca sulla schiena.” – un buon uomo, tutto sommato e infine detratto.

11.IPDM, pag. 130: “La mia password per lo shuffling era ‘La fine del mondo’.” – toh! Quel termine inglese significa letteralmente rimescolamento, ed è spiegato meglio tre pagine dopo, in cui si dice che “Qualcuno si serviva della mia coscienza remota e a mia insaputa riordinava qualcosa.”

12.LFDM, pag. 138:Intanto continuavo a svolgere regolarmente il mio compito di Lettore di Sogni. Alle sei di pomeriggio spingevo la porta della biblioteca, cenavo insieme alla mia assistente, poi mi mettevo al lavoro.” – poco meno e poco più di un travet.

Leggo a pag. 142: “Questa è la fine del mondo, pura e semplice, non possiamo fare altro che stare fermi qui per sempre.” – l’entropia ha azzerato ogni movimento, più o meno. Forse è più azzeccato dire che pare aver fermato ogni moto dell’anima.

13.IPDM, pag. 145:Poi cominciai a pensare alla vita che avrei fatto dopo aver lasciato la professione.” – che è il pensiero tipico di chi non adora il su lavoro. Come me. Diversamente da me.

A pag. 158 conto due “Annuii convinto.” – e un “Di nuovo annuii convinto.”

A pag. 160 colgo unIo feci un cenno di assenso…” – e un ulteriore “Annuii convinto.”

A pagina 183 mi fa schifo leggere la Verità che conduce alla morte eterna: “– Non è un problema di chi faccia la guerra o di chi siano i soldi. La guerra funziona così. Nessuno ci può far niente.”

È nelle pagine seguenti che l’io discetta su vari autori. Il suo preferito potrebbe essere Fedor.

16.LFDM, a pagina 201 dice il Colonnello “… La gentilezza non è un sentimento. La gentilezza è una funzione indipendente. Una funzione superficiale, per la precisione. Una semplice abitudine, nulla a che fare con i sentimenti, con il cuore. Il cuore è qualcosa di piú profondo, di piú forte. E di piú contraddittorio.” – chiaro, o devo ripetere?! Basta che si sappia che cardacia a Pixuntum è l’angoscia che prende quell’organo funesto quando non sai che pesci pigliare o sei in attesa di un responso. E poi quel milite inglorioso (dal mio punto di vista) spiega che è davvero così: chi perde l’ombra perde il cuore. E che tanto risulta “all’anagrafe”, spiega poi:L’ombra è morta quando la ragazza aveva diciassette anni ed è stata seppellita nel bosco di meli, secondo il regolamento.”

A pag. 218 leggo:Mi rendevo conto che i vecchi sogni cercavano di raccontarmi qualcosa, ma io non riuscivo a percepirlo come racconto.”

Notizie sullo shuffling invece in 19.IPDM a pag. 230: “… una tecnica professionale, una capacità che mi è stata conferita dall’esterno. Mi hanno operata e sottoposta a un training. La maggior parte delle persone, se bene allenate, sarebbero capaci di fare uno shuffling. Piú o meno è come usare un pallottoliere, o suonare un piano.”

Purtroppo non è così facile farlo di mestiere, se è vero che “Delle ventisei persone sottoposte al trattamento, dopo un anno-un anno e mezzo al massimo dalla fine dell’esperimento venticinque sono morte. È rimasto in vita soltanto lei…”da cui lo scienziato deduce: “Ormai lei è diventato un soggetto della massima importanza.”

Passiamo a 21.IPDM, dove, a pagina 258, la ragazza pingue bacia l’io: tutto “– Piuttosto bello.” – dice l’io “Però mancava qualcosa” – lui ammette che è così (difficilmente nega od obietta), lei gli chiede: “– Che cosa?” – e lui risponde: “– Non lo so” – e io, che sono uno che non te la manda dire, do il mio responso: manca un filino il kam’a, termine sanscrito che indica la passione: da cui deriva amore e amico.

Lei dice poi che il nonno, “quando è passato di qui…” – non ha pensato “– A nulla. Lui è capace di fare il vuoto nella testa. Questo è il genio. Se nella testa c’è il vuoto, non ci può essere aria nociva.”sono doxa rispettabili, come no. A me pare che i due, che sono impegnati in un’erta mica da ridere, siano calcando una specie di Purgatorio dantesco e che quella su cui stanno arrampicandosi come due scolopendre sia il relativo Monte (che è la dantesca Pietra di Bismantova).

22.LFDM, pagina 279, leggo:No, preferisco leggere un vecchio sogno che stare senza far nulla. Perlomeno mentre leggo non ho bisogno di pensare ad altro.” – a me non va giù così semplice, la lettura, intendo.

23.IPDM, pagina 298:Vista da lontano e con un’illuminazione insufficiente, la torre mi era sembrata uno splendido monumento…” – non parla però di orologi, né defunti, né vivi.

A pagina 301, c’è scritto:L’ombra dell’acqua si proiettava sulle pareti della diga…” – e poi, nella pagina che segue: “A forza di guardarla mi sembrava che fosse diventata a mia ombra. La mia ombra danzava sulle pareti di quella diga ricurva.” – un po’ ombrosa!

Tra pagina 310 e 311 di 24.LFDM, il guardiano dice dell’ombra di quell’ornai smorto io che lei “Sta benone. Ogni giorno la faccio uscire…” – e qui svolacchio alla pagina dopo – “… qualche ora a fare un po’ di moto, e ha anche un bell’appetito.” – chissà di che si sfama tale ombretta? Poi, a pagina 312, quel buon omaccione li lascia soli, non sapendo che quell’umbratile intende spiegare al suo padrone (si fa per dire) il “piano di fuga” che ha in mente. E che gli spara un’amara sentenza: “Noi siamo naturali, loro innaturali.”

Una sentenza non da poco a pagina 322 di 25.IPDM: “Uno scienziato veramente originale prima di tutto deve essere libero.” – però deve funzionare, aggiungo questa malignità al discorso dell’acuto vecchietto. Poi egli spiega al nostro io, come funziona il tutto, conscio, inconscio e, a pagina 326, che “La morte è il cessare di questo fenomeno.” – la quale mi pare un’affermazione per nulla scientifica ma religiosa, non falsificabile.

Dopo un tot di operazioni cibernetiche, e alcune manomissioni eticamente dubbie. “È necessaria un’operazione di montaggio. Sí, proprio come si fa con i film. Tagliare e incollare la sequela di immagini. Si eliminano delle cose, se ne combinano altre. E si ricompone una storiqa che abbia un filo logico.” – una finzione, suggerirebbe Jorge Borges. Mentre l’anziano spiega, finisce per smuovermi il sistema nervoso con i suoi modi retorici, del tipo: “– Non semplifichi troppo le cose…” e “– Piano, piano…” – entrambi a pag. 334; ma ce ne sono tanti altri.

Una brutta notizia mi coglie non del tutto impreparato a pag. 340:Perché adesso è andato tutto a rotoli, sono arrivati i Semiotici, che si sono alleati con gli Imvisibili e hanno devastato il mio laboratorio…” – ecco perché è scappato su quel ripido monticello.

Una sua promessa non è gradita all’io: “– Lei però, in quel mondo, potrà ritrovare le cose che ha perso in questo. Le cose che ha perso, e quelle che sta perdendo.”: una specie di disco rigido salvadati, ohimè!

A pagina 355 di 27.IPDM la lezione continua: “– Stando ai miei calcoli, sei ore fa il suo scambio B si è fuso. Uso la parola ‘fusione’ solo per comodità, naturalmente, non è che una parte del suo cervello si sia davvero liquefatta. Cioè…” – concetto che l’io così ben traduce: “– Insomma il circuito numero 3 ormai si è fissato, e il numero 2 è morto.” – ahio!… Provo a spiegarlo con poche e incisive mie parole: una parte di quello che eri non c’è più, in cambio quel vispo (fin troppo) matusalemme ti ha donato una novità esistenziale che finirà per invaderti in toto.

Conseguenza ipotizzata dall’io: “– Allora, questo mondo che sto sperimentando, a poco a poco va allontanandosi dal mio mondo originario.” – e la risposta dello studioso è impressionante: “– Con esattezza non lo so, nessuno lo può provare.” – ancora… Chi vivrà forse saprà, non si sa se e quando.

A pagina 358 quel mancato Premio Nobel tira in ballo la freccia di Zenone, ma preferisco lasciar perdere. La fine della messa cantata da quel saccente tenore è sospesa a pagina 363 con le quasi sacre parole: “– Ma non sia più spaventato del necessario. Non ha nulla da temere. Non sta per morire, capisce? Vivrà in eterno. E si abituerà a se stesso, laggiú. In confronto, questo mondo qui non è altro che un miraggio illusorio. Non lo dimentichi.” – e l’entropia del Kósmos (il Kàos), che fine ha fatto? Perché è lei che mette in genere la parola Fine a ogni evento. Provo a chiederlo alla medesima pagina, ma essa non mi risponde. Non dorme. Fa finta.

Una fielesca notizia a pagina 371 di 29.IPDM: e la pronuncia lo stesso Professore: “… Scienziati di genio o meno, gli esseri umani sono tutti destinati a invecchiare e a morire.” – anche i batteri, anche gli oranghi…

Altra sua stramba (però non mi suona così assurda) ipotesi, a pag 375: “… ma cosa direbbe se il Sistema e la Fabbrica fossero manipolati da una stessa, singola persona? Che con la mano destra ruba le informazioni e con la sinistra le protegge?” – è la legge del mondo che lo fa marcire?

Da un’informazione colta da qualche parte (21.IPDM, a pag. 271) scopro che si sta vivendo ora intorno agli anni 90, al massimo. Di più non so dire.

In 30.LFDM, pag. 30 il colonnello dice che tanta guerra ha conosciuto, “Però non ricordo piú per cosa si combatteva.”forse per far vendere le armi?

A pag. 407 di 31.IPDM, leggo che l’io, per sapere che tempo farà, si mette a leggere qualche “pagina delle corse ippiche”.io, invece appiccio il mio cellulare. O tempora o mores!

A pag. 411, la gaia tripponcella dice che ha “fatto una bella fatica a metter su tutta questa ciccia…” – volontariamente o spinta a viva forza dall’avo?

Il capitolo 32.LFDM è dedicato al piano di fuga dei due (ombra e corpo), con un unico problema (ma in realtà ce ne sono due, ma uno è celato): l’ombra ha in serbo pochissima energia: si sta scaricando come una pila vetusta.

Interessante questione a pag. 435 di 33.IPDM: “Intanto alle mie spalle continuava il Bolero di Ravel. Strano, orinare mentre si ascolta Ravel. Mi dava l’impressione che non avrei smesso piú..:”

Una cosa importante che non avevo detto: l’io di LFDM sta affezionandosi a quella dilatata gastrica, cioè l’addetta alla biblioteca del quartiere, per intenderci. Il primo incontro erotico era finito zero a zero; il secondo tre a tre. Entrambe le formazioni hanno gioito di entrambi i risultati, specie del secondo! Non indico i rispettivi capitoli della tenzone perché qualcuno dovrà pur leggere il tomo e cercarli da per sé.

La bibliotecaria, a pag. 454 di 35.IPDM, dice al nostro (primo) eroe: “– Lo dici spesso ‘non saprei’.” “– Può darsi.” “– Anche ‘può darsi’ lo dici spesso.” – eh, l’avevo notato anch’io.

I due poi, in poche righe, parlano del mio amato capolavoro di Camus, di Turgenev, di Flaubert, di Thomas Hardy, di Somerset Maugham, di Benny Goodman, tutti quanti in poche righe sparse, a pag. 455.

Poiché l’io, a pagina 463, fatica a slacciare il reggiseno di lei, e solo dopo che lei lo ha avvisato che “– È davanti,” – lui capisce l’ennesima verità razionale, di cui un po’ sentivo la mancanza, e perciò scrive: “Il mondo evolveva, non c’era dubbio.”

Haruki Murakami citazioni
Haruki Murakami citazioni

Un capitolo a parte meriterebbe il concetto di “divano” – ma preferisco che sia un mio infausto successore ad affrontarlo, anche perché viene fuori per l’ennesima volta a pagina 463, ma è presente anche altrove nella narrazione. Da parte mia devo dire che sono pressoché stremato, ormai.

Non so come (lo spiega nei dettagli, lui, ma mica l’ho capito, io), il nostro secondo eroe riesce a trovare in 36.LFDM, il cuore della sua bibliotecaria, di cui si è lui pure innamorato. Solo che è in procinto di partire con l’ombra sua e i due rimangono lì a fissarsi, gemere e sbaciucchiarsi, come due triste cinciallegre.

Ci dona, l’innamorata del nostro primo eroe, in 37.IPDM, una perla da conservare: “– Mi piacciono i momenti bui prima dell’alba, – disse, – Sicuramente perché sono puliti e inutilizzabili.” – io li utilizzo spesso, però. Però amo quel concetto di bene prezioso e fors’anche ozioso.

La pagina mi fa correre a controllare a pag. 108: “… i suoi seni erano piccoli e morbidi”.

Come disse un certo Albert Einstein, che quel dì forse aveva bevuto un gineprino: Tutto è relativo, anche le tette delle signorine

Poi, pensando a pag, 479 di come sia caduca la vita (non solo quella che si vive, ma quella che silente ci circonda), lei dice: “… Tutto questo però un giorno sparirà. È così, no? Finirà, come un filo che si spezza, e non tornerà piú come prima. Non posso fare a meno di provare questa sensazione.” – eh, sì, la vita a volte è bella, a volte è solo larga.

Capitolo 58.LFDM: a me questi due, uomo e ombra paiono Enea con in spalle il padre Anchise.

A pagina 495 di 59.IPDM, mentre attende la sua (momentanea?) fine, l’io ricorda quel “pozzo di saggezza” de I fratelli Karamazov, per la precisione un pensiero che il più pio di quei consanguinei seppe dire a un amico (che non so se poi ringraziò): “Kolia, tu in futuro sarai molto infelice. Però nel complesso cerca di vivere una vita felice.” – che dire di questo consiglio, se non che è da seguire, pena l’orrore?

Il capitolo e la storia di IPDM ha fine mentre “Bob Dylan cantava A Hard Rain’s a-Gonna Fall”.

Il capitolo e la storia di LFDM ha fine mentre, uno dei due, fra l’ombra e il corpo, quello innamorato, tanto per non fare da spoiler, decide di non scappare: “Rimase solo il cigolio dei miei passi che schiacciavano la neve.”

nonché un lettore tanto ammaliato quanto affaticato, quanto doppiamente incerto…

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Haruki Murakami, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, Einaudi, 2009

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