“Diceria dell’untore” di Gesualdo Bufalino: vita come partita, gioco, casualità

Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino non è un’opera semplicemente bella, in quanto non è affatto semplice: essa è assurda, esagerata e sontuosamente magnifica!

Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino
Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino

In contemporanea (e questa abitudine finirà per imbrogliare la mia esistenza) sto leggendo un romanzo che più a lei antagonistico faccio fatica a ipotizzare: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, il cui l’io narrante, un ragazzino di nome Christopher la pensa a modo suo, essendo affetto da una specie di sindrome di Asperger. La sua scrittura è così semplice che solo un suo compagno di sindrome riuscirebbe forse a capire (io fatico nel tentare di farlo, ma non troppo). Christopher mal sopporta le metafore. Mi correggo: non le comprende troppo, pur sapendole analizzare in un modo originale rispetto agli altri, senza scorgerne lo spirito… Perciò scrive che la parola metafora è una metafora. E che anche il suo nome lo è. Azzardo una congettura: ogni parola è una metafora, avendo un etimo, un alveo in cui nacquero, dopo di cui si sono talvolta incrociate ad altre, finendo per creare un cosmo fitto di eventi che non esistono se non nella loro idiomatica illusorietà: nessuno ha mai riscontrato scientificamente alcun diavolo nei capelli di sé o di un suo conoscente, però dall’espressione se ne ricava un’idea che esprime una realtà. Un pericolo insito nella metafora è che si può giungere a credere alla lettera al significato di quel non-esistente, giungendo in tal senso a temere per il futuro.

L’io narrante di Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino usa spesso e penso volentieri termini ed espressioni che io ignoro, oppure che so appena che esistono, di cui ho una vaga idea di che vogliano dire, per esempio: “scolopendra”; “camola”; “finiscono in oma”; “matracci”; “una latomia in rovina”; “Una setta di sbanditi eravamo”, “i tatatà della mirraglia”, “quando un pollone s’incaponisce”, “le valve segrete del sesso”; “una sorta di sfilata e gavottina d’angeli”; “nobile e scaligero garbo”; “nel cavo esatto di una panoplia di gemme”; ”balbutendo un poco”; “escuriale in fiamme”; “boffice”; “antica pavana”; “escreti e fradici stagni”; “il gheriglio” – che io me ne inghiotto almeno cinque a pasto senza manco saperlo, come quel personaggio di Moliere che da anni parlava inconsapevolmente in prosa; ma qui l’io dice: “il gheriglio di male che nascondevano sotto di sé”; “roggia”; “sirte”, “un mozzicone di stearica dimenticato”; “malesalso cibreo” – e poi scopro che il primo dei due vocaboli è un neologismo; “farfarelli”; “forsforo di notticule”; “graste di basilico” – e anche qui qualcosa so figurarmi; “la tenera mafia degli occhi”: mamma mia!; “un piatto spaso di Caltagirone.” – città celebre per le sue ceramiche (il mio amato amico Tonino un giorno mi donò un portaombrelli di maiolica originario di là; “norie”, “calepini”… etc etc.

Egli trascrive anche vocaboli e detti siculi, come “Ammiscari” – mischià ad Amalfi, tachêr a Rèṣ, cioé trasmettere il morbo; “Agustu è capo d’invierno” – che, se quest’ultimo riceve talvolta il grado di generale, quell’estivo mese diventa Ministro della Guerra; “trazzera” – che è tratturo in trinacrino; “’U sabbatu si chiama alleria cori/bbiatu cu avi bedda la muggheri.” – se la tua lei ti è a distanza d’abbraccio.

Francesca Caputo, nella sua Prefazione al libro, scrive: “Vita come teatro – si diceva – e vita come partita, gioco, casualità.” – anche come di-partita, perché a essa conduce l’esistenza di ognuno. Se ancora avessi avuto dei dubbi a proposito, mi sarebbero spariti d’incanto leggendo Vivere la morte di Enzo Bianchi. In tal senso la vita è una competizione dall’esito scontato.

Poco prima Francesca aveva scritto:L’ambiguità trionfa: l’Autore attua sì filtri ironici per una decodifica critica, ma contemporaneamente scappa il meccanismo fascinatorio e coinvolgente della parola.” – l’ambiguità è una necessità esistenziale che ti protegge dal non saper pronunciare esattamente quelle grezze verità che, già nel loro apparire, si rivelano impronunciabili.

Mi chiedo come si possa diventare un Illuminato, come per esempio Jiddu Krishnamurti, che insegnava a vedere le cose così com’erano (o come apparivano?, mi viene da dire) e poi di viverle senza infingimenti, stando sempre al di là del conosciuto pregresso e necessariamente deformante. La sincerità è salvifica anche se, nel viverla, ti sembra aspra da morire.

Nulla mi viene da aggiungere all’illuminante Intervista di Leonardo Sciascia, fatta a Palermo all’autore. Ora che ci penso i due sembrano due gemelli separati alla nascita, forse un po’ divergenti. Ma anche assai convergenti. Mi pare di aver capito che, senza l’incoraggiamento di Sciascia, Bufalino, nel 1981, giù sessantunenne, difficilmente avrebbe avuto l’ardire di pubblicare il romanzo, che in quell’anno vinse poi il Premio Campiello.

L’ispirazione che guida l’io narrante (dietro cui si cela Gesualdo) è di tipo religioso. A pagina 9 leggo che il suo “cuore”: “… s’affannava a ripetermi che ero stato io a sceglierlo, quel male, per pulire superbamente col mio sangue il sangue che sporcava le cose, e guarire, immolandomi in cambio di tutti, il disordine del mondo.” – mi pare che, seduto in tribuna, il più che buon Enzo Bianchi abbia annuito, seppure a metà. Ognuno ha la religione che si merita, dopo averla scelta, e che poi ti lega a volte per sempre. Sia l’autore che il personaggio sono stati affetti da tisi, malattia che solitamente sorge da sé, per Caso, non occorre farne domanda, manifestandosi ogni volta coi suoi egoistici tempi. Ma chissà quanto anche noi siamo responsabile di quel minuscolo Caso che è la nostra esistenza: si provi a declinarne il diminutivo e i dubbi aumentano…

“Lui tuttavia – il male ha queste malizie – ingrassava sempre di più, a forza di lecitine e di zabaioni, persuadendosi ormai, non senza vanità, d’essere salvo.” – e qui l’infausto io rischia di confondere i due soggetti: il malato e il male.

“Certo oscilla fra contrattempi e incastri senza numero il gioc’a tombola della nostra vita…” – lasciandoci ignoranti di quel che siamo e di ciò che desideriamo veramente. Nell’attesa forse dello scorrere impaziente dell’inesorabile sabbia e di chi poi sarà tenuto a girare per l’estrema volta la nostra clessidra? Che poi diventa la loro, fissata nell’alveo della loro funebre memoria.

“… sono prigioniero per sempre della prudenza con cui studio troppo a lungo i minuti senza osare mai viverli all’improvviso.” – il tempo dell’attesa ha delle ore insulse che paiono vani decenni.

A pagina 41 decido di iscrivere Gesualdo nel club in cui da sempre sono soci Umberto Eco e Riccardo Bacchelli, dopo aver colto un più che mistico: “per intanto” – inclìta associazione di letterati geni di cui ignoro se, nel caso, getterei la tessera in un tombino. Probabilmente finirei per chiudere un occhio.

“… non s’accomodava con l’economia del tempo il prolungarsi di uno stato d’estasi e vita nuova, quando a me al contrario, serviva solo un corpo da consumare subito, prima che il nostro vagone piombato si fermasse al deposito della stazione d’arrivo.”Amen e Così sia!

“Dopo di cui divenne una favola, alla Rocca, il mio amore per Marta.” – tra i due soggetti, Rocca e Marta, vorrei al momento occuparmi del primo.

Non appena fu colto da quel male, zia Wiki mi avverte che Gesualdo fu dapprima ospitato in una clinica di Scandiano, amena città pedecollinare reggiana, di cui la Rocca del Boiardo (e ogni riferimento a Matteo Maria Boiardo non è affatto casuale) è il monumento più insigne. Che sia un caso? Non so! Scopro poi che l’autore fu in seguito ricoverato alla Conca d’Oro Rocca di Palermo, oggi Ospedale Ingrassia.

A pagina 9 egli disse, entrando “alla Rocca”:Non avevo altro bagagli, né vi era dentro gran che: un pugno di ricordi secchi, e una rivoltella scarica fra due libri, e le lettere di una donna che ormai divorava la calce, fra Bismantova e il Cusna, sotto un cespuglio di fiori che avevo sentito chiamare aquilegie.” – due luoghi assai calcati dalla nostra Matilde di Canossa. Sento che per l’io gesualdino i luoghi sono sia covati in fondo all’anima che rifulgenti al di fuori di essa.

“… la voce di padre Vittorio dietro la porta: ‘Mister Livingstone, I suppose?’ mi colse alle spalle come una sassata.” – il tipo di similitudine che sono un po’ sgradite al sunnominato Christopher.

A pagina 51 l’io discute con quel religioso sull’amore di Dio e dice: “Strano amore…” – e poi “Io ero nel nulla, infinitamente nullo e tranquillo… I miei testi gli fanno causa di questo.”

Tralascio di riportare il prosieguo della diatriba perché potrebbe proseguire fra me ed Enzo Bianchi, sempre che quel religioso ne abbia voglia e tempo. Seppur senza desiderarlo, io ne avrei necessità. Anche Gesualdo, I suppose.

“I giorni dopo la morte del frate furono di fuoco. E io, sebbene per molti versi ci somigliamo, non riesco ad amare l’estate. È un tempo di ulcere e sfregi, collerico, tracotante…”non male come inanellate metafore…

L’anti Beatrice (la metafora è mia) di quell’io si chiama Marta;Un’esclusa, un’anima persa: giusto la socia che mi serviva.” – “socia” in quanto “io m’ostinavo a presumere d’aver tacitamente stretto patto con lei…”.

Ella non mi pare più normale di lui, quando arriva irregolarmente a pronunciare, mentre esibisce una sua foto, una spietata frase del tipo: “Così bella. Col mio sorriso del ‘42. la mia annata migliore.” – come se fosse quella di un Principe di Butera. Ed erano passati appena due o tre anni da allora.

Al che lui, per consolarla, goffamente azzarda:Lo preferisco invecchiato. Com’è ora.” – e poi aggiunge: “La malattia conferisce ai volti un presentimento, una luce che manca sulle guance dei sani: un malato non è meno bello di un santo.”essendo più prossimo alla morte: che ne dici, Enzo Bianchi?

Stranamente (ma niente affatto!), “il luogo” di cui Marta parla è “Oltrepò” – che sarebbe sotto casa mia e che un siculo tutta crèsia e putìa manco si sarebbe sognato di citare.

Una frase mi ferisce (come se pelando una patata mi fossi sbucciato una falange) a pagina 70: “Ma io avevo più letto libri che vissuto giorni, nel mio così fuggitivo, così inefficace passaggio lungo le strade degli uomini.” – poi in genere mi tranquillizzo pensando ai rari libri che ho letto in meno di un dì.

Intrigante è il gioco di fiction di Marta, che dopo di aver ciarlato di sue pregresse passioni, confessa: “Non è vero nulla, sai. Ti ho raccontato un ricordo inventato, ti ho raccontato la vita di un’altra.”ricordo da cor-cordis, e questo accade mentre “ci seguiva, alle spalle, ago pietoso e crudele, lo sguardo dei passeggeri rimasti…” – per cui – “ci rattrappimmo come adulteri presi sul fatto.” – ogni amore, in fondo, è criminale, ma quel che amore non è a volte diventa assassino.

A pagina 72 colgo un rimembrare strano:le sue ciclopiche turgescenze del pomeriggio, in tram, a ridosso d’una sventurata commessa di Bellanca e Amalfi.” – Bellanca? Amalfi?

Ama o non ama quell’io ribaldo?“Ebbene, l’amavo, né certamente meno di quanto avessi mai amato. Ma questa volta con una specie di terrore nell’abbandono…”Eros e Thanatos, Tristano e Isotta, ma forse Orfeo e Euridice è l’allegoria più indicata. Che ne dici, Denis de Rougemont? È grazie a Marta (e a quella sventurata Ninfa) che i due, l’io e il sommo cantore dell’Antichità, hanno, ognuno per suo conto, imbastito la sua creazione.

Tralascio di riportare la similitudine che saltella da pagina 75 a quella seguente (accennando solo al fatto che c’entra “un telegrafo di specchi”) perché è troppo bella e non oso approfittarne.

L’amico “Sebastiano” è un malato per cui “la consunzione era un lascito di famiglia, l’ultima sorella gli era morta un mese prima, dall’altra parte della palizzata.” – quel sanatorio, per loro, era quasi, per uso capione, un palazzo di proprietà. Egli sogna di “avere un figlio. Che dico? “Una memoria qualunque in cui sopravvivere” – che è la solita solfa in cui siamo tutti invischiati (non so se ciò vale anche per Enzo Bianchi). Sebastiano potrebbe giungere a compiere una minima violenza verbale oppure dare “uno schiaffo” a “un bambino per strada.” – col mero fine di “durare cinquant’anni ancora dietro di lui.”

A pagina 80 tiro su dalla rena poetica dell’io narrante un impalpabile pleonasmo:poi indi”.

Finalmente un buon giorno:Quella domenica 18 agosto è, fra i giorni della mia vita, uno dei tre o quattro che mi recito da cima a fondo, quando voglio cercare di raggiungere l’estasi di rivivermi.” – la quale mi pare la più sciocca e mirabile delle illusioni.

Così egli si definisce:io che il Non Essere indigna e l’Essere intimidisce” – e che riuscirebbe a ottenere “il miracolo del Bis, il Bellissimo Riessere…”Niente e così sia!, aggiungerebbe la buonanima di Oriana Fallaci.

Marta è un’affabulatrice disperatamente immensa e ingannatrice, pur priva di cattiveria, che insegna ora all’io un giochetto da fare per le vie. Analogamente, una volta a Venezia io simulai per gioco di essere un cercante, ma poiché il secondo passante a cui balbettai la mia richiesta di elemosina, mi guardò con animo truce, decisi di cambiare mestiere. Mi rifugiai, tremando, nel parastato.

Marta è così abile nel reinventare una vita non tanto vissuta, che si fa fatica a capire dove penda la fandonia (che non diventa mai menzogna), e che giunge a dire: “A tal punto è vero che tutto, perfino la disperazione, sa tramutarsi in vizio dentro di me” – il che mi pare verosimile, ma non sempre né del tutto convalidato dall’esperienza comune.

Il personaggio più autorevole del romanzo è “il Gran Magro” – il dottore dotto, ripieno di polverosi tomi e forse troppo reattivo, che, se non ci fosse, occorrerebbe inventarlo letterariamente. Egli pare aver coniato un’espressione che io, da anni, inconsapevolmente della sua spettante royalty, talvolta utilizzo: “impaziente paziente”.

Marta, dal canto suo, “pareva uscire da un libro, inventata.” – e forse non lo è del tutto.

Non per irriderla, ma per farla sorridere, l’io così la chiama: “Sua Disgraziata Marta Prima, con un suddito o due appena che se la giocano a scacchi” – una mia ex consorte non avrebbe forse apprezzato la boutade.

Lei però non è da meno quando dice a sé: “Amen anche per questo, Marta, amore mio. E da domani, poi, giù buona a cuccia, a morire.”

A pagina 133 leggo: “Era morta, questo era il suo stato naturale e pacifico. Come se non fosse stata mai altro: di botto impietrita, uccisa e neutra, una cosa.” – dannatamente o angelicamente bella!

È soave, nonché commovente, che tu, io mio, nel buio della tua solitudine, inizi a chiamarla e a chiederle sue nuove: “Dove sei ora, Marta, dove cammini? In quale notte? Con che nome devo…” – etc etc… (meglio che smetta, che non intendo affatto commuovermi).

Poi scompaiono tutti, uno dopo l’altro, e giustamente celati in quell’argilloso Khaos, tranne lui, tranne te, mio io.

Il sostituto del defunto Gran Magro era “un albino glabro e roseo, un medico nato, che quando si toglieva il camice, pareva spretarsi.”: forse era meglio che lo tenesse anche quando dormiva o poltriva in spiaggia a Mondello.

Sapessi, caro io mio, come so apprezzare, anzi, amare la “claustrofilia” che mi doni a pagina 144!

Ancora devo imparare a conoscerlo, ma già amo, quel “paese cimmerio”, che osservo col binocolo a pagina 145!

Sei ora congedato. Esci finalmente, la tua Noiosa Naja s’è conclusa. Sei oggi dimesso, ma anche ieri lo eri: frase mal pronunciabile.

“M’aspettava una vita nuda, uno zero di giorni previsti , senza una brace né un grido.” – lo zero, specie quello assoluto, è l’unica cifra non vana, perché ospita il Nulla, ma di ciò dovrei chiedere conferma a Piergiorgio Odifreddi.

Senti che ti sei salvatoper rendere testimonianza, se non delazione, d’una retorica e d’una pietà.”

Gesualdo Bufalino - citazioni
Gesualdo Bufalino – citazioni

Non è vero, però, quanto infine dici, amor mio (scusa se talvolta esagero nelle coccole), cioè che saresti dovuto startene “zitto”. Perché la tua “diceria” ora, per mio destino, m’appartiene.

In Appendice sono riportate le parti originali dell’opera che Gesualdo, preso da timidezza o dal pensiero di eccedere in scrittura, spuntò dalla prima edizione: le Poesie, le Epigrafi cancellate, le Lapidi ricopiate, e le Varie (mancano però le Eventuali). Di tutto ciò nulla mi va di dire nulla, perché sono tutte da leggere e basta.

Non riesco a evitare di reagire a Istruzioni per l’uso, in cui tu, ormai mio Gesualdo, discetti sulle valenze e colpe dello scrittore, che ha talvolta il “privilegio di parlare a fior di labbra, con voce contraffatta e di tacere quando gli pare.” – lo stesso capita di sovente al tuo sventurato reagente, cioè al sottoscritto.

A comprova (relativa e impalpabile) di quel che dicevo poc’anzi, leggo, a pagina 199: “Del resto, mi accorgo ora, nessuno dei personaggi principali è siciliano…” – e – “In quanto al protagonista ha letto troppo per poter essere etnicamente accertabile.”a t ē studiê trôp – troppo hai letto e vissuto con l’animo volto al tuo inquieto interno, che si trasforma poi, magicamente, nel tuo tragico esterno.

Troppo hai volato e trasvolato, e ora sei finito sul mio terrazzo, dove avevo occultato una provvidenziale pania. Di te, mio piccione, mi sono nutrito a sufficienza per un paio di giorni.

Ora toccherà a qualche altro bramoso e aereo volatile.

Non male l’ingordo pleonasmo, eh?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Bompiani, 2019

 

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