Vincitori e finalisti del Contest di poesia e racconto breve “Materia Lucida”
“Appena Solange se n’era andata, s’era difatti sentito perso alla richiesta di lei, che lo supplicava di scavare in se stesso alla ricerca d’ulteriori motivazioni alla sua prossima, possibile ascesa. La stanza del monolocale s’era fatta d’un tratto più buia, fino a scivolare in una triste notte d’affoganti pensieri, d’inquiete deduzioni e d’insopportabile mancanza di lei.” ‒ tratto da “Materia Lucida”

Si è conclusa il 7 gennaio 2024 a mezzanotte la possibilità di partecipare al Contest letterario di poesia e racconto breve “Materia Lucida” promosso da Oubliette Magazine, dall’autrice Daniela Balestra e dalla casa editrice Tomarchio Editore.
La giuria del contest (Alessia Mocci, Manuela Orrù, Stefano Pioli, Carolina Colombi, Daniela Balestra, Rebecca Mais ed Antonietta Fragnito) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati due vincitori per ognuna delle categorie in gara.
Il premio per ciascuno dei vincitori consiste nell’invio di una copia del romanzo “Materia Lucida”, terzo libro della Saga di Solange.
Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti ed i quattro vincitori ex aequo del Contest (due per ogni sezione).
Tutte le opere partecipanti al Contest possono essere lette cliccando QUI.
FINALISTI
SEZ. A
Gianfranco Isetta con “Ti seppelliremo”
Antonella Chiego con “Desideri”
Caterina Marchesini con “Una rosa nera”
Sara Cancellara con “Cattiva bevanda per amore”
Alessio Romanini con “Aequinoctium”
Serenella Menichetti con “Un mondo incandescente”
Roberto Marzano con “In un imbroglio di nuvole”
SEZ. B
Antonio Blunda con “Il vicoletto”
Marco Leonardi con “Un fatale incontro”
Lorenzo Iannelli con “La campanella”
Alessio Romanini con “Contando le foglie in autunno”
Pietro Rainero con “La lastra di ghiaccio”
Alberto Rizzi con “Il ritorno”
Maria Carmela Dettori con “La fila”
OPERE VINCITRICI
Sez. A
Antonella Chiego con “Desideri”
Vorrei essere il vento
Che si Libera leggero fin sul mare
E spazia al di là dell’orizzonte, del tramonto, delle montagne…
Vorrei sapere cosa si prova a fluttuare
Senza il peso di questo corpo
Senza il dolore che lo avvilisce.
Vorrei essere il vento,
Che scompiglia i pensieri per poi ritornare
A sentire cosa si prova ad essere un sollievo.
E poi vorrei…
Danzare di notte,
sulla sabbia sotto alla luce della luna
Per avvolgere, liberare e proteggere
E ripartire
Per poi ritornare
In un dolce andirivieni
Di una me stessa
Un po’…
Migliore
Roberto Marzano con “In un imbroglio di nuvole”
Ci siamo persi ridendo
in un imbroglio di nuvole
scaraventati su brande
precarie, appese a un’iperbole
approfittando del buio
stringersi petto con petto
aggrappati più forte
all’altrui precipizio
unghie livide a premere
i propri lembi di vuoto.
Sez. B
Antonio Blunda con “Il vicoletto”

Per molti era soltanto un piccolo angolo “insignificante” e tuttavia, per me non lo era mai stato.
Tante volte mi trovai a passare da lì per ritornare a casa, e sebbene non fosse il percorso più breve, preferivo attraversare “il vicoletto”, soprattutto la sera.
Appesa discesi gli scalini, bassi e stretti (scivolosi, quando pioveva), ritrovavo un antico lampioncino, acceso di giorno e di notte, che con la sua luce accecante rischiarava quasi tutta quella viuzza semi-nascosta (larga non più di un paio di metri e lunga non più di dieci), fatta da un selciato di sanpietrini parecchio insidiosi e scomodi, che a percorrerli ogni santo giorno, alla lunga si finiva per rimetterci i piedi e le scarpe.
Il lampioncino illuminava la strada, ma anche la sommità d’una porticina in legno, e quella porticina chiudeva una misteriosa casetta al pianterreno, ormai abbandonata, dove accanto v’era un florido sempreverde dai rami folti e rigogliosi, che per buona parte la nascondeva.
A fronte un’altra casetta ed un’altra porticina, e a non più di un metro, una finestrella chiusa, parecchio mal ridotta per incuria e innumerevoli intemperie; questa guardava esattamente ad est, da cui il sole sorgeva e da cui pertanto si ritrovava prestissimo la luce del nuovo giorno; e sarà stato così bello da togliere il fiato (chissà quante volte era accaduto) guardare da qui, un attimo prima dell’alba quel delicato rossore che riscalda il cielo, nella fierezza della sua potenza.
Sotto la finestrella c’era un grosso rampicante: io lo chiamavo il “burbero”, o il “fastidioso” (per quel mio solito vizio di antropomorfizzare le cose che osservavo), il quale s’era ben legato a quasi tutte le pietre, al legno, e al ferro limitrofi, e dunque almeno mezza parete di quella casetta si trovava legata a questa pianta, in un abbraccio duraturo e irreversibile.
Ora, l’aver detto “lampioncino”, “viuzza” , “casetta”, “porticina”, e “finestrella”, e parimenti altre, non è accaduto affatto per il futile gioco di vezzeggiare i nomi delle cose, ma perché da sempre, a passar da qui, ci ritrovavo in effetti una bellezza piccola e segreta, la pace minuscola d’una stazione umana, che riscoprivo – a far paragone – quando a dicembre me ne andavo per chiese e presepi di sagrestia, dov’era scaldato e confortato nostro Signore, nato o atteso.
E quella pace, la sentivo, e mi nutriva dentro, a piccole dosi, che fosse la sera, o l’alba.
Una pace, forse, che cercano tutti gli uomini, e gli animali, e le piante, e perché no, magari ( lo credo) le cose inanimate; tutte le esistenze, insomma, che fanno l’insieme e l’interezza dell’umanità che parla, che lotta, che esiste e resiste. Quella che ben spesso è vinta e sconfitta, ma poi si rialza, che si fa domande senza (quasi mai) risposte, che recita il vero nel giogo del vivere, che salta tra intermezzi di felicità e di affanni.
Era dunque – quanto meno per me – un angolo dell’umanità nostra, tutt’altro che insignificante.
Un vicoletto da cui, prima o poi – sapevo bene – vi passano tutti, vuoi per caso o volontà, e qui si soffermano un poco, e si ritrovano tutti a provar qualcosa, magari senza esser così bravi ad esprimerlo, ma a provarlo sì.
Non ero che un passante, ma in qualche modo, a passar da qui, sentivo il senso della Vita.
La Vita che esorta a restare in piedi, a non fermarsi, a mantener sacro il diritto di sperare, e non disperare.
La Vita, che proclama il dovere di attraversarla, così come una strada, sino alla fine.
Maria Carmela Dettori con “La fila”
In un Ufficio Postale, qualunque, di un luogo qualunque, ore 10:00 del mattino.
– Scusi, signora, fa la fila per le raccomandate? – chiede il vecchio Tizio
– Sì
– Che numero ha lei?
– Il 30.
– Farebbe scambio con me? le do il 10!
– Come il 10? ma è il prossimo! Mi prende in giro?
– No, voglio stare seduto a leggere, non ho fretta!
– Ah, capito, la vecchiaia, non ha nulla d’importante da fare!
– No, al contrario, ho molte cose importanti in sospeso, ma adesso devo leggere!
– Contento lei! – e si scambiano il numero.
Ore 11
– Scusi, signore, fa la fila per le raccomandate?
– Sì
– Che numero ha?
– Il 50
– Farebbe cambio con me? Ho il 30
– E vuole darlo a me? Fra due numeri c’è lei! È anziano, non si stanca?
– Non importa, non ho fretta per il mio turno, devo leggere!
– Come vuole, contento lei!
E così, esattamente ogni 20 numeri, il vecchio Tizio chiede lo scambio del numero col suo. Poi si siede e osserva attentamente la gente, ogni movimento, ogni gesto, ogni espressione del viso, osserva quanto è lunga e dura l’attesa! Arrivato al decimo numero scambiato, chiude il quaderno, dà un ultimo sguardo alla fila e va via, per tornare l’indomani mattina alla stessa ora e fare esattamente la stessa cosa. Ormai quasi tutti lo conoscono, gli impiegati lo trattano come un amico, ma nessuno, nessuno, è mai riuscito a estorcergli la benché minima informazione sul suo strano comportamento e su quel quaderno di foggia vecchia. Non conoscono nemmeno il suo nome, per questo lo chiamano il vecchio Tizio, non ha mai spedito nulla, e quando esce sale sul pullman e scende a una fermata qualunque, sempre diversa.
Oggi il vecchio Tizio appare strano a tutti, più curvo e più triste, è il 45° giorno della sua presenza ed esegue per tutta la giornata lo stesso rituale, stancamente e con voce fioca. Alla chiusura, non si alza dalla sedia, sembra dormire col viso appoggiato alla mano.
– Signor Tizio – gli grida un impiegato da dietro lo sportello- stiamo chiudendo!
Ma Tizio non risponde e non si alza, allora l’impiegato si avvicina e gli poggia la mano sulla spalla:
– Nonno… stiamo chiudendo – gli dice piano con la falsa convinzione che sia vivo. Ma non lo è. È morto. Il quaderno aperto all’ultima pagina con la scritta: ‘Non c’è più nessuno da scegliere. La fila è finita’. Incuriosito, l’impiegato prende il vecchio quaderno e inizia a leggere:
“Campo n.10, eravamo 120 nel grande cortile. “Loro” si annoiavano, e così un brutto giorno e ogni giorno, alle 10:00 precise ci mettevano tutti in fila spalle alle pareti, donne e uomini di ogni età, a caso, sempre a caso, per tenere viva l’angoscia di tutti sino all’ultimo momento. Ogni 20 ne prendevano uno e nessuno sapeva che fine facessero, dove li portassero, che torture subissero, che sorte destinassero alle donne e ai bambini Ogni giorno la stessa fila, la stessa attesa, dura, snervante, angosciosa, ma ogni giorno la fila diminuiva, c’era sempre meno tempo da aspettare. Dopo 45 giorni il conto non tornò più, rimanemmo in 19 e allora decisero di prenderne 10 tutti assieme, voltati faccia al muro, a caso, io capitai al 10° posto, ma l’ufficiale mi saltò, preferì la donna dopo me, non saprò mai perché. Tentai di dire “No, sono io il decimo”, ma venni spinto con forza contro il muro, “dummer italiener!” mi urlò, “stupido italiano!”.
Fummo lasciati lì, tutti maschi adulti, giovani ancora, non ci dissero di rientrare. Passò molto tempo, non so quanto, ci avvicinammo alla porta, ci affacciammo: nessuno in giro, silenzio allarmante, tutte le finestre chiuse, tutti i cancelli aperti.
La guerra era finita. Mi salvai con gli altri otto, ma io non dovevo salvarmi, non volevo salvarmi, 111 sventurati morti per il divertimento di quei bastardi, senza pietà per nessuno, nemmeno per i bambini”.
Dopo quel primo foglio, giorno dopo giorno, l’elenco dei prelevati dalla fila e, in fondo, l’elenco dei sopravvissuti, il primo il suo nome: Samuel. L’impiegato, scosso dai brividi, non riesce a trattenere le lacrime e quando delicatamente appoggia sul tavolo la testa del vecchio, sul braccio un numero: 102045.
L’attesa è finita.
I vincitori saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.
Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!
Info
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Grazie di cuore, felice e onorato!
Complimenti Antonio :)
Antonio, abbiamo inviato due volte l’email con la richiesta di indirizzo per la spedizione del premio ma non abbiamo ancora ricevuto risposta. Potrebbe controllare in SPAM?
Onorata della scelta, ringrazio tutto lo staff e la giuria.
E complimenti a tutti i partecipanti.
Maricà (Maria Carmela Dettori)
Complimenti vivissimi Maricà! :)
Complimenti ai Vincitori!
Complimenti alla giuria che ringrazio per avermi inserito
come finalista nelle due sezioni.
Complimenti ai finalisti.
Grazie al contest!
Alessio ti ringraziamo per il commento! E ricordiamo che la selezione è sempre durissima per la giuria, le opere partecipanti sono tantissime.
Frasi e versi evocativi…che inducono alla riflessione, coinvolgendo l’immaginazione.
Complimenti ai vincitori ed anche ai finalisti!
Grazie sempre a tutti i partecipanti.