“E anche a te una spada” di Cristina Gianetti: la prefazione di Cristina Zaltieri

È sempre più difficile viaggiare. Chi avrebbe detto che ci saremmo trovati, proprio noi, gli onnipotenti eredi di una lunga tradizione scientifico-tecnica dal passo sempre più veloce, a far fronte, con armi spuntate, a un virus tremendo, mutante, invisibile quanto esiziale, che ci ha tolto il respiro, le libertà, la socialità, il lavoro, che ha diffuso diffidenza, depressione, violenza, a seconda dei casi.‒ Cristina Gianetti

E anche a te una spada di Cristina Gianetti
E anche a te una spada di Cristina Gianetti

Il titolo del romanzo/saggio “E anche a te una spada” (Negretto Editore, 2023) di Cristina Gianetti allude alla rievocazione dell’episodio della presentazione al Tempio del figlio nel quale Simeone si rivolge a Maria con le parole profetiche «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Vangelo di Luca 2, 34-35).

Cristina Gianetti si è laureata in Filosofia teoretica con il professor Carlo Sini presso l’Università Statale di Milano. Per alcuni anni ha insegnato Filosofia e Storia in diversi licei milanesi, per poi approdare al Liceo classico A. Manzoni di Milano.

A partire da interessi prevalentemente ermeneutici (Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger – da cui si sviluppò la tesi di laurea su “Il problema del linguaggio in Heidegger”), si è progressivamente accostata a tematiche ontologico-escatologiche: dal misticismo cristiano (Eckhart, Edith Stein, Simone Weil) al pensiero “eretico” del filosofo Emanuele Severino.

Per gentile concessione dell’editore Silvano Negretto si potrà leggere, di seguito, una selezione di estratti tratti dalla prefazione di Cristina Zaltieri.

 

Estratti dalla prefazione di Cristina Zaltieri

“All’origine di questo libro di Cristina Gianetti c’è qualcosa di «troppo» che irrompe nella vita di una donna, che produce un urto, qualcosa che squassa, che dirompe. Tale «troppo» gioca il ruolo di potente enérgeia che muove la scrittura dell’autrice. Forse ogni gesto artistico è spinto da un’urgenza, risponde a una più o meno violenta provocazione del mondo facendo di sé la testimonianza della trasformazione provocata in noi da tale urto prodotto dal mondo. La scrittura così assolve al compito di lavorare e plasmare il sensibile ispessendo l’esperienza stessa e portandola ad una massima densità di senso.

Il “troppo” contro cui urta Anna, la protagonista di E anche a te una spada, non è propriamente un fatto, si può piuttosto parlare di un «evento». Il «fatto», se si segue ciò che ne dice Wittgenstein nel suo Tractatus, è atomico, ossia chiaramente individuato e separato da tutti gli altri fatti, è traducibile e circoscrivibile in una proposizione che lo esprime nel linguaggio in modo adeguato. Non così  si può dire dell’evento, che porta con sé qualcosa di inconsumabile, ossia che non si lascia risolvere in un asserto logico, inoltre non è mai riducibile a un fatto, bensì piuttosto è una costellazione composta da una pluralità di stati, di situazioni, la sua natura è quella di irrompere nella vita individuale e collettiva senza farsi preannunciare, in modo del tutto inaspettato tanto che a volte non solo non lo vediamo arrivare ma non lo riconosciamo subito come tale, anche se già sopraggiunto.  Ciò che sperimentiamo nell’evento è una trasformazione, che può essere inizialmente silente, inavvertita, del reale e di noi che ‒ vissuto l’evento ‒ non saremo più quelli che eravamo prima del suo arrivo. Si tratta di una trasformazione in buona parte subita, non possiamo del tutto padroneggiarla, essa è a noi sconosciuta poiché non sappiamo come l’evento ci forgerà, come ci piegherà: possiamo limitarci a dire il suo passaggio ci renderà diversi.

[…]

Occorre dire che se  E anche a te una spada  si può  definire un libro profondamente religioso, non è tanto per l’aspirazione al divino o perché racconta il percorso spirituale della protagonista,  quanto piuttosto per la pietà verso ogni finito che lo pervade, per l’attenzione al travaglio a cui ognuno di noi prima o poi è consegnato e per il sentimento di profondo legame che Anna sente verso ogni essere, nella consapevolezza della fitta trama di relazioni vitali che legano ognuno di noi alla totalità degli enti, trama tutta da esprimere e da svolgere ancor più che da comprendere e spiegare.

La storia presentata è sì quella di una singolarità, è la storia di Anna, di un anno della sua vita che per sua decisione sarà di sospensione del lavoro usuale per dedicarsi alla scrittura del suo diario a cui consegna ogni sua riflessione. Insisterei sul concetto di «singolarità», di origine kierkegaardiana. Si può differenziare da quello di individualità, in quanto non mette in gioco una separatezza del singolo dagli altri posta invece in campo, nella nostra cultura, dal termine «individuo» che esprime nella sua stessa etimologia l’idea di ciò che è l’esito ultimo di molteplici divisioni, dunque diviso da tutto il resto, ma in sé indivisibile. La nostra civiltà è la civiltà dell’individualismo eretto a norma di vita che ha nell’individuo atomico, scisso da ogni legame, il suo prodotto più tipico, più proprio, mentre di contro ci lascia dolorosamente sprovveduti nei confronti della singolarità, troppo spesso annichilita o deformata nella massificazione omologante che è corollario fatale del trionfo dell’individualismo. Potremmo anche dire: ognuno di noi nasce come una singolarità che è unicum irripetibile, immerso in una fitta e complessa rete di relazioni per ognuno di noi vitale; ognuno di noi rischia di trascorrere buona parte della propria vita come atomo separato da tutto e insieme omologato alla massa degli individui.

Cristina Gianetti - citazioni
Cristina Gianetti – citazioni

La storia di Anna raccontata in queste pagine si può dire autobiografica, in un senso lato per cui la scrittura è sempre vita (bios) che scrive (gráphein) di sé stessa (autos), ma anche nel senso più specifico per cui narra un momento della esistenza di Anna, di una singolarità che si dispiega, pagina dopo pagina, nella trama delle relazioni che han lasciato l’orma del proprio passaggio nella vita di Anna, ne hanno segnato, tracciato, nutrito, l’identità.

Ne Il libro dell’inquietudine Fernando Pessoa scrive nietzscheanamente che «ognuno di noi è più di uno. È molti, è una prolissità di se stesso […] Nella vasta colonia del nostro essere c’è una folla di molte specie che pensa e sente in modo diverso. […] E tutto questo mio mondo di persone a se stesse estranee proietta come una folla diversa ma compatta un’unica ombra: questo corpo calmo che scrive».

[…]

Chi legge il libro non può dimenticare la vivezza con cui sono riprese pagine bibliche, l’amato Qohelet che Anna interroga con passione da cui emergono potenti, uomini e donne alle prese con il male e il dolore, primi fra tutti Giobbe e Maria; a quest’ultima la profezia di Samuele preconizza anni prima del Calvario la spada di dolore presente nel titolo e che, al termine del testo, pare aspetti anche l’autrice del diario.”

 

Info

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Sito Negretto Editore

Leggi l’articolo “Nunc dimittis: la vicenda di Simeone dal testo evangelico alla trasposizione in pittura ed in poesia”

 

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