“Casa Howard” di Edward Morgan Forster: confronto con il saggio di Virginia Woolf

Leggo, capendo quel che posso, il saggio Uno studio su E. M. Forster di Virginia Woolf, verso cui provo una reazione psicologica negativa.

Casa Howard - Edward Morgan Forster
Casa Howard – Edward Morgan Forster

Mi pare di agire (nel senso di leggere) su un altro piano rispetto a lei. È come se provassi a ciarlare di una sinfonia di Mahler con qualcuno che è dotato di un orecchio assoluto che gli permette di cogliere il passaggio da una nota all’altra senza alcuna difficoltà. Decido che tanta supponenza (che termine brutto che ho usato!, ma per me è così) non m’interessa e inizio a leggere il romanzo Casa Howard di Edward Morgan Forster, dopo di cui, passate poche ore, torno al saggio della Woolf: “Elaborazione, abilità, saggezza, penetrazione, bellezza – ci sono tutte, ma mancano di fusione; mancano di coesione, il libro nel suo complesso manca di vigore.” – e poi quel genio stranito aggiunge:Di nuovo abbiamo l’impressione che ci sia qualcosa di perverso nelle doti del signor Forster che fa sì che i suoi tanti e tanto vari talenti tendano a intralciarsi tra loro.” – e questo “signor Forster” è il ripetuto modo con cui la signora Woolf indica l’autore.

I romanzi della Woolf, dice una mia cara amica, sono bellissimi, anche se ci si capisce poco, intendendo forse: anche se non ci si capisce tutto. Che sia anch’ella perversa? Che lo sia in fondo ogni scrittore?   

Tuttavia in Howards End sono disciolte, lo si sente, tutte le qualità che sono necessarie per fare un capolavoro. I personaggi ci risultano estremamente reali. Lo svolgimento della storia è magistrale. Quella cosa indefinibile ma estremamente importante, l’atmosfera del libro, risplende d’intelligenza; non viene consentito spazio né a un accenno di fandonia né a un atomo di falsità…” – mentre cova “un conflitto fra le cose che contano e quelle che non contano, tra la realtà e la finzione, tra la verità e la menzogna.” – hai capito, signor Forster? Sei troppo bravo, ma non basta. Sprechi tanta energia, ma non amalgami a sufficienza.

La signora Woolf spiega pure che, per inquadrare la “posizione del signor Forster”, occorre pensare che gli scrittori possiamo dividerli in predicatori e didattici, con alla testa Tolstoj e Dickens, da una parte, e artisti puri, con alla testa Jane Austen e Turgenev, dall’altra. Il signor Forster, a quel che sembra, si sente fortemente spinto a figurare allo stesso tempo in entrambi gli schieramenti…” – il che parrebbe un bel complimento; non è così: “… il suo messaggio è di natura sfuggente. Non ha molto interesse per le istituzioni. Non ha affatto quella grande curiosità sociale che contraddistingue l’opera di Wells.– ti correggo, cara: del signor Wells.

Ti do una bella notizia: a me il romanzo di questo signore è piaciuto e ne ho tratto nutrimento. Mentre leggo un tuo romanzo, signora Woolf, sento di fare del bene al mio organismo, ma non capisco cosa stia ingerendo. A quel punto basta non temere il peggio e giungere il più presto possibile al limoncello.

In Casa Howard colgo due doppi schieramenti: ricchi e poveri, con tutte le sfumature del caso; e uomini e donne, e qui la differenza, stavo per scrivere la discrasia, è ancora più netta.

Provo un’avversione irrisolvibile per quel giovane Wilcox che, astioso e supponente, se la prende con quei funzionari delle poste che gli sembrano inadeguati alle sue nobili urgenze, tanto da fargli dire: “Se dipendesse da me, li licenzierei tutti quanti.” – mentre lui non può essere costretto alle dimissioni, in quanto vive di rendita. A reggere la baracca è il non meno di lui odioso paparino: ricco sfondato e capace di comprare a poco per vendere al giusto prezzo. Giusto per lui.

Così il signor Forster comincia il Capitolo sesto:Noi non siamo preoccupati dei veramente poveri. Essi sono immaginabili, e possono essere avvicinati solo da chi si occupa di statistica e dai poeti. Questa storia tratta di gente perbene o di coloro che sono obbligati a fingere di esserlo.” – l’ipocrisia non è sempre colpevole, essendo talvolta costretta da una cogente costrizione.

Ora il signor Forster parla di una donna che, a definirla semplice, si pecca di semplicità e, a definirla onesta, sarebbe disonesto:Credetemi sulla parola, quel sorriso era semplicemente sbalorditivo e solamente io e voi faremmo gli schifiltosi e protesteremo che la vera gioia comincia dagli occhi, e che gli occhi di Jacky non si accordavano con il suo sorriso, ma erano angosciati e affamati.” – di cosa, di quel che mai ebbe?, di felicità?, di dignità umana?, di onorabilità?

Il suo uomo è un impiegato di nome Leonard, più giovane di lei, quel che si dice un bravo ragazzo.

“Sì, Jacky aveva passato il fiore degli anni, qualunque cosa questo fiore avesse potuto essere. Ella stava discendendo, più rapidamente di quanto non facciano molte donne, negli anni incolori e l’espressione dei suoi occhi lo confessava.” – il signor Forster è davvero un buon osservatore.

A pagina 56 Margaret Schlegel parla del denaro, che “smussa tutti gli angoli delle cose.” – dopo di cui invoca Dio (e io che lo credevo lo sterco di Satana!): “Dio aiuti quelli che non ne hanno.” – lei ce ne ha più che a sufficienza. Poi parlano ancora del denaro, di loro che stanno “sopra il denaro come sopra delle isole” e di chi sta miseramente annaspando, per poi ovviamente affogare.

“Un maschio, persino un maschio come Tibby, era sufficiente per far cessare gli scherzi. La barriera del sesso, benché decrescente tra le persone civili, è ancora alta, e più alta da parte delle donne.” – che devono industriarsi a valicare quel che per l’uomo è una bassa siepe.

Margaret “intuiva che il clan dei Wilcox si sarebbe risentito per ogni spesa a favore di estranei; le famiglie più compatte lo fanno.”

Eppure quella borghesuccia riesce a far amicizia con la più altolocata “signora Wilcox”, la quale le arriva a confessare che:Una volta Casa Howard fu sul punto di venire abbattuta. La cosa mi avrebbe uccisa.” – sarebbe stato come vedere annichilito il tempio della propria religione familiare.

Poco dopo ‘sta vetusta sacerdotessa se ne vola Colà: “Il funerale era finito. Le carrozze erano rotolate via sul fango morbido e i poveri rimanevano.” – quelli non li ammazza nessuno. Se ne fanno fuori un tot, ma stai certo che sempre ne avanzeranno. Henry Wilcox, il vedovo, di lei ricordava soprattutto la mancanza di capricci. Era una moglie canonicamente ideale.

“Un biglietto nella calligrafia di mia madre, in una busta indirizzata a mio padre, sigillata. Dentro: ‘Desidererei che la signorina Schlegel (Margaret) avesse Casa Howard’. Niente data, niente firma…”nulla che abbia valore legale!

Virginia Woolf
Virginia Woolf

Grazie alla memoria della defunta, Margaret sentiva una specie di correlazione con quella genia plutocrate: “… la collisione con loro la stimolava, e provava un interesse che sconfinava con la simpatia, anche per Charles.” – il quale non desta in me la minima simpatia ovunque è citato o descritto. La saggia Meg (Margaret) pensa ora a “come osavano gli Schlegel disprezzare i Wilcox, quando occorrono tutti i generi di persone per formare un mondo.” – e “il nostro compito non è di contrapporli ma di conciliarli.” – e, a pagina 89, Meg pronuncia una frase femminista. Riguarda il lavoro, che pur essendo alienante, diventa un diritto anche per le cosiddette portatrici di gonne. Anche la libertà d’espressione, vero, Virginia?

“Il denaro era frutto dello spirito di sacrificio, e la seconda generazione aveva il diritto di godere dello spirito di sacrificio della prima.” – anche nel rispetto di tutti quei malnati che sono stati sacrificati in nome dello sterco di cui si diceva poc’anzi.

Quel Leonard “è una specie di scrittore…” – e “il suo cervello è pieno di scorza di libri, cultura… orribile; noi vogliamo che se lo lavi e vada verso le cose concrete…”povera cocca, com’è borghesemente umana! Mi fa sorridere quando, parlando a quel riccastro di “una bella aura” – sa celiare con grazioso spirito: “Mai sentito di un’aura? Oh, felice mortale! Io lucido la mia per ore. E nemmeno di un piano astrale?”

Il Capitolo diciannovesimo inizia con la descrizionedelle colline di Purbeck” che secondo me ha dato il voltastomaco a Virginia. A me è piaciuto. L’importante è che si completi in una quarantina di righe. Anche i pensieri che prendono Margaret (e il signor Forster) sull’amore sono belli perché durano una quindicina di righe.

Dice il signor Forster: “Così il mio droghiere mi riprende quando critico la qualità della sua uva sultanina, e d egli risponde tutto d’un fiato che si tratta della miglior uva sultanina e come posso aspettarmi la miglior uva sultanina a quel prezzo’” – e così Henry si comportava quando voleva affittare “le scuderie”.

Intanto il buon, ehm, Charles fa fare alla sua Dolly un rampollo dopo l’altro: “La natura sta producendo Wilcox in questa pacifica dimora, in modo che possano ereditare la terra.”Prosit!

Henry: “I poveri sono poveri, e ci dispiace per loro, ma è così.” full stop!

Sempre quell’Henry:No; la verità, essendo viva, non sta a mezza strada di nulla.” – è acceso o spento; sì o no; Entel/Eller; aut-aut! Ma sempre pro domo sua, del signor Wilcox.

Il titolo originale del romanzo è Howards End;Ehi, dico Howards End… la fine degli Howard!”

Henry “non era un guerriero, non un amante, non un Dio; in nessuno di questi ruoli gli inglesi eccellono.” – a Henry importava di essere un Wilcox. E null’altro.

“Morte e Denaro sono gli eterni nemici. Non Morte e Vita.” – questa frase di Helen, la sorellina ribelle di Meg, concetto che “Leonard non capiva”, è un gioiello prezioso del romanzo, sempre più attuale.

Meg forse ama Henry. Henry forse ama Meg. Si sposano. Margaret “amava la sua futura casa.”

il suo coniuge “viveva per i cinque minuti che erano passati e per i cinque che dovevano venire; aveva il senso degli affari.”: a lui dell’attimo fuggente, non essendo commerciabile, poco importava.

All’inizio del Capitolo trentatreesimo, il signor Forster parla della letteratura, svilendo l’inglese, che è priva di “una grande mitologia” – forse è quella a cui alludeva Virginia?

Helen, simpatica al lettore perché finisce sempre per mettersi nei guai, rimane incinta di Leonard. Margaret dice che “gli uomini non sanno cosa vogliamo” – Helen fa una strana previsione: “Non sono d’accordo. Tra duemila anni lo sapranno.”

Margaret spiega alla sorellina che la defunta moglie di suo marito, al cui ricordo è tanto affezionata: “Lei sa tutto. Lei è tutto. Lei è la casa e l’albero che sta chino sopra di essa.” – lei è Casa Howard.

Edward Morgan Forster
Edward Morgan Forster

È inutile che riporti tutte le perle che Forster getta al lettore, sono troppe, vanno lette una dopo l’altra. Ce ne sono di più in una sua mezza pagina che in tutti i romanzi di Virginia che ho letto. Perché a lei intriga altro: la realtà che ondeggia, come uno spettro che è omogeneo a se stesso.

Succedono poi tante cose, una delle quali è terribile. Il tutto mentre le due sorelle e il loro pupetto vivono in quella magica casa, che ha pure un garage all’occorrenza. Ogni evento presente e futuro sarà digerito all’interno di quella stramba famigliola.

Ma che tristezza reca il discorso (quasi finale) di Henry Wilcox! Un uomo non certo simpatico, insopportabilmente immodesto, ma a suo modo corretto e virtuoso, che così ha deciso: Casa Howard spetterà “a mia moglie in proprietà esclusiva.” – ma non il denaro, che andrà solo ai nobili consanguinei. Lo sterco ha infatti questa funzione: concimare unicamente il terreno di proprietà.

Questo magnifico romanzo, invece, non apparterrà a tutti, ma solo a quanti lo leggeranno.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Edward Morgan Foster, Casa Howard, Feltrinelli, 1996

 

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