“Vardø. Dopo la tempesta” di Kiran Millwood Hargrave: i processi alle streghe della Norvegia

Vardø è un’isola all’estrema punta nordorientale della Norvegia.

Vardø Dopo la tempesta di Kiran Millwood Hargrave
Vardø Dopo la tempesta di Kiran Millwood Hargrave

Il 24 dicembre 1617, poco lontano dalla costa, si levò una tempesta; all’improvviso. I testimoni raccontarono che sembrò scaturire dal nulla; in pochi minuti annegarono quaranta uomini. Otto donne furono accusate di aver evocato la burrasca; processate per stregoneria nel 1621.

Nel romanzo storico Vardø. Dopo la tempesta (Neri Pozza, 2023, pp. 348, trad. di Laura Prandino) Kiran Millwood Hargrave scava nell’humus in cui affondano processi e condanne. Prima del 1617 la Giustizia aveva colpito solo uomini. E solo uomini di stirpe sàmi; considerati stregoni per nascita. La legge di re Cristiano sulla stregoneria è modellata su quella scozzese; entra in vigore nel 1618. Il consolidamento della sua Chiesa passa attraverso la repressione dei sàmi. Il Lensmann Cunningham perpetrò massacri di inaudita violenza. La sua ferocia si spinse oltre il limite previsto; si abbatté anche sulle donne, tutte norvegesi. Quelle otto furono le prime condannate; altre seguirono la stessa sorte, fino ad arrivare a settantasette.

1617, Norvegia nordorientale. In una funesta Vigilia di Natale, il mare a Vardø si è improvvisamente sollevato. Quando la tempesta si è acquietata le donne si sono raccolte a riva per scrutare l’orizzonte. Degli uomini usciti in barca non vi era nessun segno. Quaranta pescatori, dispersi nelle gelide acque del Mare di Barents. Alla ventenne Maren Magnusdatter, che ha perso il padre e il fratello nella burrasca, e a tutte le donne di Vardø non resta che un solo compito: mettere a tacere il dolore e cercare di sopravvivere.

L’equilibrio faticosamente conquistato è destinato a dissolversi il giorno in cui sull’isola arriva il sovrintendente Absalom Cornet, accompagnato dalla giovane moglie Ursa. Ella è inesperta della vita, terrorizzata dai modi autoritari del marito. A Vardø, Ursa scorge qualcosa che non ha mai visto prima: donne indipendenti. Absalom, al contrario, vede solo una terra sventurata, abitata dal Maligno.

Maren è in casa; con lei la madre e la cognata Diinna. Tutte le donne dell’isola sono in casa quella Vigilia di Natale. Gli uomini sono usciti in mare; ormai al largo, danno la caccia a una balena. Forse la stessa balena che Maren ha sognato la notte precedente? La giovane solleva il capo dal cucito; un richiamo arcano la spinge a guardare alla finestra. Un uccello, un suono; poi, in uno schiocco di dita, una folgore livida squarcia il cielo. Il mare si alza; acqua e aria si incontrano, urtano, si respingono.

Urla Maren, urlano Mamma e Diinna; il loro urlo si unisce all’urlo di tutte le altre donne, che si perde nell’urlo della tempesta. Madri, mogli, sorelle accorrono al porto, flagellate dalla pioggia; solo duecento passi devono percorrere. E in duecento passi, la bufera si placa; tace con la stessa rapidità con cui si è scatenata. Il mare ha inghiottito quaranta uomini; sputa i relitti, trattiene i corpi. Il padre di Maren, il fratello Erik sono tra i quaranta; e anche Dag, il promesso sposo della ragazza.

Le donne di Vardø si ritrovano nella kirke; è solo allora che si rendono conto di essere rimaste sole. Un tempo sui banchi sedevano cinquantatré uomini; ne sono rimasti tredici, neonati o giovani imberbi. C’è stato un segno che annunciasse la tragedia? Sì, deve esserci stato; la balena. La balena era il Male. Può averla mandata il diavolo, la sua opera è oscura; oppure qualcuno l’ha chiamata. Kirsten si profila da subito come autorità; dal pulpito la sua voce si impone sul chiacchiericcio delle altre.

Ogni giorno le donne si incontreranno nella kirke; l’una si prenderà cura dell’altra; ciascuna metterà a frutto la propria abilità per il benessere collettivo. Questa sarà la vita di Vardø dopo la tempesta; perché nessuna intende andarsene. La morte dei loro uomini ha rafforzato il legame di appartenenza all’isola; le trattiene come radici salde nel suolo.

Nove giorni dopo i corpi tornano a riva. L’acqua è stata la prima tomba; ora la terra non può accoglierli, indurita dal ghiaccio. In attesa della sepoltura, riposeranno nella rimessa delle barche. La prima spaccatura divide le donne; Diinna, una sàmi, vorrebbe onorare il marito secondo il rito della propria stirpe. Un’usanza pagana, demoniaca; nessuna delle altre tollera che il sonno dei propri cari ne venga turbata. Lentamente, Vardø elabora il lutto; un nuovo ritmo, pur precario, definisce le giornate. La frattura fra le donne diventa insanabile; eppure la necessità cementa il loro legame, impone che remino tutte nella stessa direzione.

Kiran Millwood Hargrave - Photo by The Guardian
Kiran Millwood Hargrave – Photo by The Guardian

Il cibo scarseggia; nessuno seminerà con loro, nessuno andrà a pesca per loro. Maren comincia ad accarezzare l’idea che Vardø possa farcela anche senza uomini; perché loro, le donne, hanno forza. L’arrivo del nuovo pastore le obbliga a spostare la sede delle riunioni; ogni mercoledì Fru Olufsdatter apre loro le porte della propria casa, la più bella dell’isola.

A giugno il ghiaccio è sciolto; è tempo di mettersi in mare. Quattro sono le barche; servono venti donne. Kirsten è la prima; e Maren e altre intrepide. Si diffonde la notizia dell’imminente arrivo di un Lensmann; lo scozzese Hans Køning. Il re Cristiano lo manda per portare profondi cambiamenti; per ridurre all’obbedienza i lapponi e condurli a Dio. Il pastore Kurtsson è un uomo di Fede ma è privo di nerbo; Køning ha servito nella flotta danese, ha cacciato i pirati a Spitsbergen. È la persona giusta da insediare a Vardøhus. Il mercoledì solo otto donne si incontrano al porto. Gli strali velenosi delle altre le colpiscono; ma la prima battuta di pesca è assai fruttuosa. Maren porta a casa un grosso salmone; lo pulisce, lo cucina. Ma Mamma non lo assaggia; non le dice che è fiera di lei. Le settimane scorrono; la pesca diventa una consuetudine. Maren avverte che tra le donne è in atto un cambiamento; oscuro presagio che legge anche dentro sé, ormai barca alla deriva. È questo il senso dell’assoluta dedizione al lavoro; dell’indifferenza verso le pratiche religiose.

Vardø si è spaccata in due fazioni. Le donne da kirke, che si battono il petto per espiare i peccati; le donne del mare, della fatica, delle mani callose. È la Vigilia di Natale. Nel primo anniversario della tempesta il pastore annuncia che il Lensmann nominerà un sovrintendente. Il ministro vivrà in città, fra le donne, per vigilare da vicino; se necessario le assisterà anche nelle questioni spirituali. Tutto sommato la vita continuerà immutata; ormai il peggio è passato. Così credono; si ingannano. A Bergen la giovane Ursa si prepara a lasciare la propria casa, l’amata sorella Agnete, il padre. L’uomo, un agiato armatore, l’ha promessa in sposa a uno scozzese in partenza per il Finnmark. Dio ha chiamato costui a Vardø; gli ha affidato una missione. Lo scozzese è il sovrintendente Absalom Cornet. Ursa accetta con mite rassegnazione la decisione paterna; il suo cuore si stringe di pena mentre abbraccia per l’ultima volta la piccola Agnete. Dopo le nozze, la coppia si imbarca per Vardø; il viaggio è lungo. Il marito uno sconosciuto che suscita in Ursa una certa fascinazione; ancora più timore. Un ministro di Dio; un uomo pio dall’animo ferino, dai modi brutali.

È questo il matrimonio? Questo patire violente intrusioni nel proprio corpo? Se il matrimonio è questo, allora Ursa augura ad Agnete di non andare mai in sposa. A Vardø cominciano i preparativi per dare al sovrintendente una degna dimora. Kirsten si occupa dell’approvvigionamento di carne; macella in calzoni. È troppo audace, spregiudicata; rischia di mettersi nei guai. Cornet e la moglie arrivano poco prima della pioggia. La processione delle donne, guidate dal pastore, si spinge al porto per accoglierli; un misto di curiosità e soggezione. Gli occhi del Lensmann sono puntati su tutte loro, attraverso gli occhi di Cornet. Ora è necessario osservare le gerarchie che la tempesta ha spazzato via da Vardø; per il mondo esse sono una consuetudine doverosa. Lo sguardo di Ursa incontra quello di Maren. Le mani di Maren si tendono verso quelle di Ursa, tremante per il freddo; le porgono un cappotto, primo, simbolico abbraccio.

Il giorno di Sabbath, Cornet prende posto sul pulpito; poche scarne parole su sé stesso. Egli si dichiara al servizio della comunità, da troppo tempo senza una guida. Chiede alle donne di vigilare, per lui e insieme a lui; chiede i nomi delle fedeli. E quelli che non frequentano la kirke? Sono pochi; ma ce ne sono. Un’ombra passa sul volto immoto di Absalom. In breve non ce ne saranno più; promette o minaccia l’uomo. L’anima pagana, selvaggia di Vardø, quella che è venuto a estirpare, è proprio in casa sua; sull’architrave della porta di ingresso, una lingua demoniaca parla con strani segni. Sono figure rozzamente intagliate nel legno; le conosce: sono rune.

Forse la situazione è più grave del previsto; la piaga della stregoneria più profonda ed estesa. Chi ha inciso quei segni? La suocera non esita a fare il nome di Diinna; è stata lei, la lappone. Quella che non mette mai piede nella kirke; quella che conosce l’arte di evocare i dèmoni e intessere i venti. E poco importa che gli uomini di Vardø chiedessero aiuto a suo padre. Nulla importa che le donne si appellassero a lei per propiziare la fertilità. Non conta cosa Diina fa di bene, cosa non fa di male; conta solo chi è. Il suo stesso sangue la condanna. Ursa non ha avuto una madre che la educasse, è sempre stata servita; è approdata inesperta tanto nella nuova vita quanto a Vardø. Maren è la sua domestica, la sua maestra, la sua guida. E diventa molto di più; un’amica, la sorella che ha lasciato a Bergen. Il calore umano di cui ha bisogno nel gelo dell’isola e del matrimonio. Ursa è la moglie del temuto sovrintendente; ovvio che venga guardata con sospetto.  Eppure, grazie alla sua mitezza, viene ammessa alle riunioni del mercoledì. In quella casa, l’irruzione delle donne da kirke ripropone la lotta di potere ormai diventata guerra aperta.

Alle fedelissime di Cornet non sfugge un dettaglio sospetto, inquietante; le statuine di osso sulla mensola del camino. Esse sono senz’altro idoli stregati; questo sibilano le lingue malevole all’orecchio del sovrintendente.

Il freddo più rigido annuncia l’inverno; dopo quattro mesi, il Lensmann convoca Absalom a Vardøhus. Cornet sta per cogliere i frutti del suo scrupoloso lavoro; pregusta il trionfo, come un lupo che azzanna la preda. La tetra mole della fortezza inquieta Ursa; suo marito ne è esaltato. La prigione, il buco delle streghe, ospita due stregoni lapponi. Eccitazione frustrata, quella di Cornet; non c’è tempo per vederli. Il Lensmann attende; esige puntualità. La cena sontuosa riporta Ursa ai tempi di Bergen; quando il cibo non mancava, quando non doveva avvertire i morsi della fame. La convivialità scivola nell’incubo. È come se le candele del salone si spegnessero di colpo; Ursa precipita in un buio più buio di quello vissuto fino a quella sera. È il Lensmann a soffiare oscurità; la signora non è onorata di cotanto marito? Non è al corrente dei suoi successi? Absalom Cornet è l’artefice della condanna e dell’esecuzione di una certa Elspeth Reoch, una strega. L’ha accompagnata al patibolo; le ha chiuso gli occhi, le ha spento la voce. Per sempre. Dopo il raccapriccio l’odio; Ursa odia suo marito, odia tutti quelli che sapevano ma hanno taciuto. Il cappio intorno al collo delle sospettate di Vardø si stringe; chissà quante altre vittime finiranno nel pio setaccio di Absalom.

Due volte il sole tramonta due volte sorge; il buco delle streghe inghiotte la prima prigioniera. Poi il dito delle donne da kirke si leva ad accusare un’altra figlia di Vardø. Le facce livide, maschere di odio; di bocca in bocca risuona chiara una sola, terribile parola: strega.

“Credeva che in quel mare non potesse succedere niente di peggio, credeva che niente potesse rivaleggiare con la malvagità della burrasca. Ma adesso sa che è follia credere che il male sia solo là fuori. Era qui, in mezzo a loro, camminava su due gambe, emetteva condanne con lingua umana”.

31 marzo 1621; la collina dietro il Vardøhus come il Golgota. In cima, un palo; un nudo tronco splendente, quasi luce di luna. Sotto, ciocchi di legno e sterpaglie. Il fuoco del rogo divora le prime due streghe di Vardø; l’odore delle loro carni, dei capelli brucia nel vento e nel vento si perde. E dal vento l’essenza di ciò che esse sono state è consegnata all’eternità dell’isola. Questa è una fine; questo è solo l’inizio. Il massacro è appena cominciato; altri roghi dovranno ardere altre streghe. Ursa e Maren hanno già spezzato insieme il pane; condivideranno anche un calice di sangue. Un banchetto mistico che le lega tra loro; e le lega a Vardø. La scrittura di Hargrave è dura, spietata. Vi si avverte il sapore salato e ferroso del sangue; il sibilo del vento gelido; l’odore di grasso bruciato, di carne, di sporcizia. E della paura. Del terrore che emana dalla pelle come un fluido acre e pungente.

Vardø Dopo la tempesta di Kiran Millwood Hargrave - Photo by Tiziana Topa
Vardø Dopo la tempesta di Kiran Millwood Hargrave – Photo by Tiziana Topa

Vardø. Dopo la tempesta è un romanzo crudo perché cruda è la vicenda che narra. Una vicenda che va conosciuta perché le vittime tornino a essere persone; donne. Il modo, il motivo della loro morte ne hanno risucchiato l’identità; hanno sepolto la vita che esse conducevano prima. Prima che dalle fiamme nascessero alla Storia come le streghe di Vardø.

Chi sono le streghe di Vardø? Sono donne maledette da una benedizione di Dio. Scampate alla tempesta che ha ucciso i loro uomini; lasciate a sé stesse, hanno rischiato di soccombere. Ma, grazie all’istinto di sopravvivenza, al coraggio, hanno fatto di Vardø un modello di resistenza al femminile. E hanno attirato su di sé la dannazione; perché hanno agito, vissuto, pensato come gli uomini. Un uomo deve sempre sapere cosa sta dicendo sua moglie; deve conoscere quanto denaro possiede sua moglie. Questa è la regola. La radice dei processi di Vardø è nella tracotanza delle donne; esse hanno osato fare gli uomini. E lo hanno fatto in modo ineccepibile. Come può la donna, nata da una costola dell’uomo, sostituirsi a lui? Ella deve piegarsi all’uomo anche quando l’uomo non c’è più. Deve lasciarsi dissolvere insieme a lui nella stessa tempesta.

 

Written by Tiziana Topa

 

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