“Lezioni” di Ian McEwan: quando i libri oppongono resistenza

Ricordando la vita che si giudica trascorsa per sempre, che puntualmente, e un po’ all’improvviso, ogni volta ritorna, accade che si agita tutto un groviglio di pensieri, da cui ha origine uno dei tanti mondi, che, se non certi, se non possibili, sono almeno probabili.

Lezioni di Ian McEwan
Lezioni di Ian McEwan

Gino S. fu un amico che con un atto volontario un giorno s’incamminò per Colà, e ogni tanto, quando meno me l’aspetto, torna a farmi visita. E allora ne parlo con passione col solidale di turno. James M. è un amico disperso da tre o quattro anni. Chissà che sta combinando in questo momento? Le mie curve psicologiche mi portano talvolta a far conoscere degli amici che non sono mai venuti a contatto fra di loro.

Kam’a nella sua forma più blanda, poiché non sempre la passione, ardendo, distrugge, ma riscalda un po’, essendo più duratura, l’amicizia, è un’affezione che si desidera condividere il più possibile. Dicono i fisici che più la particella è dotata di energia, meno permane nel tempo. Anche kam’a è stata allevata in questa ottica, mi sa. Al bar dissi a uno dei due: James, questo è l’amico di… e non ricordo di chi dissi. Ma sì, c’è un forno in Piâsa Céca (Piazza Piccola, detta anche Piazza San Prospero, oppure Piazza dei Leoni, felini di pietra che non sfigurerebbero in una calle veneziana, e non fra le più strette) che porta quel cognome! Ecco! Dissi a uno: James, questo è l’amico di Melli! Poi dissi all’altro: Gino, questo è l’amico di Melli! Intanto, ignoro Dove, anzi, lo so, sulla strada di Coviolo, la cenere di Gino sta riposando. Intanto, non so dove, anzi, lo so, a Rivalta, James sta coccolando la sua cagnetta o accudendo la nipotina. Oggi è sabato e gli asili sono chiusi. La cagnetta, se è ancora tra noi, ha quasi un’età da ricovero.

Spero di aver dato una striminzita idea di quel che mi è parso finora Lezioni di Ian McEwan, che narra delle peripezie esistenziali di Roland, bimbo, adulto, anziano, piccoletto, uomo maturo, eternamente giovane e a volte mal vissuto, come quel vecchietto manzoniano. Anziano, adulto, bambino, uomo maturo.

Ieri sera sono andato a letto col pensiero di Melli, dopo aver chiuso il libro a pagina 490, a meno di settanta dal sospirato arrivo. Mattia, la cui compagna è una psicologa e lo sta leggendo con grande interesse, m’ha chiesto che me ne pareva. La mia risposta è stata lapidaria: un po’ pesante.

Penso di aver capito perché la compagna di Mattia abbia scelto quella professione. Qui di pezzi di psiche, di anima, ce n’è a sazietà. Anche lei, forse, ne sarà fin troppo satura per una settimana o due.

L’esergo è tratto dal secondo libro più greve di James Joyce (ma c’è chi dice che in tale classifica sia il primo): “First we feel. Then we fall. (Prima percepiamo. Poi precipitiamo)”.

Avrei tradotto, senz’altro errando per i fatti miei: Prima noi sentiamo. Poi noi cessiamo. Dapprima penso: chissà se ne vengo fuori, ho poco o nulla da riportare. Poi penso: chissà se ne vengo fuori, ho troppo da riportare.

“La mia maestra di piano usava un presente imperativo per condizionare il futuro prossimo. – Ti siedi ben drito, con il momento alto, tieni i…” – etc etc. Chi ti sta sopra non scorge più l’uomo che è in te, ma la macchinetta da dirigere, da fermare, da indurlo a un’inversione a U, nel caso serva: torna indietro appena puoi, non so se vuoi, ma di certo devi.

“Ma se avesse provato a fargli male di nuovo, lui sarebbe corso…” – chissà dove, anzi, nel luogo in cui esiste un dove che ti ripara dalla vita. Dovrei chiedere all’amico di Melli. A quello rimasto nei pressi, anche se forse è l’altro che non ignora la risposta.

“Negli ultimi tempi rimanere a lungo nel presente gli comportava uno sforzo di concentrazione. il passato era spesso un condotto che collegava il ricordo a fantasticherie inquiete.”

Suo padre, “il capitano Baines”, non era un sentimentale, se non quando si sbagliava, e “riteneva che suo figlio fosse legato alla madre in modo eccessivo e poco adatto a un figlio”: una re-ligio volontaria, però. Tanto per citare un amico che ripete spesso tale allegoria, figlio e mamma sono due bestie che soffrono. Il padre è un animale autoregolatosi male, prodigo di vizi più che di virtù. La mamma è una piccoletta che tanto ha sofferto. E continua a patire, mesta e silenziosa.

“In un’altra zona delle nubi di famiglia abitava la tristezza di sua madre. Per lui era la normalità…”

I sogni son desideri… di… felicità… – orrida canzoncina che mi ha sempre inquietato.

“Era in attesa che la vita gli si aprisse davanti come un sipario, che una mano scendesse dal cielo per ricongiuerlo al suo paradiso riconquistato.” – e che gli imponesse infine di ricongiursi al…?

Il padre ricorda al figlio che il pianista è colui che “in una festa”, sottinteso: fra commilitoni (essendo lui un militare), “gli si raccoglieranno tutti intorno.” – in segno di sudditanza.

“Roland non sapeva se l’idea fosse sua o se gliel’avesse detto qualcuno una volta: niente è mai come te l’immaginavi.” – di sicuro tale essenziale banalità non prevede il copyright.

“Roland sentì montargli dentro la solita vecchia ansia.”, pensando, immagino, alla consueta “realtà opprimente che si configurava già come il suo futuro.”

L’esistenza, quando bussa, fischiando cou un vento simile alla bora, rischia di scaraventare a terra l’uscio: “Doveva succedere, il passaggio al tempo e agli obblighi della vita adulta. prima di allora, era cresciuto in una vaghissima foschia di eventi, incurante del loro susseguirsi, fluttuando libero e tutt’al più incespicando attarverso le ore, i giorni le settimane.” – … e gli eoni – “Qui invece la transizione fu brusca.” – capita, quando ai “bambini” è dato di “imparare rapidamente a vivere in base alla legge dell’orologio, a diventarne schiavi…” – etc etc…

È un male che non passa nemmeno quando si giunge alla meritata quiescenza. Proprio perché, come dicono Barbour e Rivelli, il Tempo non esiste, ma non per questo la pianta mai di frantumare i nostri piani. E va avanti e indietro, come un vero bipolare, nella memoria di ognuno. Secondo Barbour è paragonabile a una serie infinita di cartoline appese a un filo che non si sa se e come possa esistere. O almeno io non so se lui lo sa. In ogni immagine c’è uno stato cosmico. Tutti insieme, appassionatamente: questa è la storia del Kosmos, un ordine caotico, sempre pronto a precipitare in un singolo attimo, per poi spiccare altrove il volo. Non so quanto quel fisico britannico possa concordare con la mia volgarizzazione di quel che colsi nel suo The end of time. Ne dovrei parlare con Catalina Curceanu, che è sempre così cromodinamicamente quantistica e disponibile al dialogo, dal suo meta-fisico Istituto scientifico di Frascati e quando è in giro per il mondo. En passant: la fisica è sempre meta-, perché va ogni dì oltre se stessa, essendo la sua materia la più eroicamente instabile che ci sia, sempre in movimento, per nulla immobile.

Intanto, mentre ciancio, la storia di Roland va avanti e indietro, scorrendo con la cinepresa da una cartolina appesa a un ciappetto all’altra.

Jane, la madre della sua sposa Alissa, la quale al momento è latitante, la sposa, non la madre, voleva diventare scrittrice. Poi non volle più. Non poté più, riuscendo soltanto a dire: “Potevo diventare una Elizabeth David!”

Un giorno col marito s’imbattè in Gabriele Mũnter, pittrice che conviveva con Kandinsky, quando “nell’ottobre di quell’anno era nata Alissa…” – fortuita e accidentale moglie di Roland.

Per cui il nostro semi-eroe va a pensare: “… Non puoi continuare a perdere tempo. Metti in conto che lei non tornerà più…” – con quel che non c’è, dice la saggezza popolare, si fa senza.

Allora, però “… si alzava una specie di nebbia sul suo futuro di lotta quotidiana con il mestiere di padre e la relativa fatica…” – anche se il tempo che si perde non esiste, essendo sempre una mezza rovina quando ti si scioglie tra le mani, prima che tu abbia concluso il tuo compito, qualunque sia.

Alissa le donò un figlio e poco dopo gli elargì la sua assenza. Aveva altre mire, tipo: vendicare la mamma, diventare una scrittrice famosa, dileguarsi dalle responsabilità familiari.

Ma “ce l’aveva lui, il coraggio?” – di fare cosa? Di essere libero? È forse consentito esserlo?

“I libri oppongono resistenza…” – mentre cerchi di eliminarli, si agitano, strillano, chiamano il 113, fanno la malora. Perciò c’ho rinunciato e ho deciso di alloggiarli tutti quanti, anche quelli che non leggerò forse mai. Forse sempre. Forse li sbircerò da Colà.

“Nessuno sa raccontare una tempesta di mare come Conrad.” – e nessuno sa leggerla meglio di me (ulteriore pia illusione).

“Che esperienza aveva lui, Roland, da rivendicare interamente a se stesso?” Definizione che mi sento di avvallare, a prescindere, come diceva Totò: “Tutto vero o comunque non falso.” – così è il Kosmos, entropico o gravitazionale che sia, precîş cme un dî in dal

“Dopo i trentacinque potevi cominciare a domandarti che tipo di persona eri…” – da intendersi: anni, non eoni, non tempi di Planck. In genere i decenni passano senza manco dirti ciao.

“Molti anni più tardi Roland sentì…”e questo è il romanzo Lezioni, un eterno avanti e indietro, non tutti insieme, ma qualcuno ogni volta, e di rado appassionatamente.

Leggo a pagina 159 un capoverso che inizia con: “Si sdraiò supina…” – e che termina con “… e chiuse gli occhi”e mi pare un flusso di coscienza, e quale romanzo non lo è, ma questo un tantino assai più degli altri.

Lei dice a una notevolmente maggiore d’età amante-insegnante di piano: “Ti amo, Miriam – E mentre lo ripeteva, lei inarcò la schiena, e le uscì un grido bellissimo, strozzato. E concluse anche lui, seguendola subito, appena un passo indietro, il tempo di una semiminima.”

Lo vedi, Julian (Barbour), che il tempo accade, pur senza essere: alla fine si limita a esistere quel che basta per illudere: quando (lo dice Bohr e, qui, anche McEwan e forse lo sottintendeva Parmenide), c’è il collasso di non so che, della funziona d’onda, boh, ed è lì che avviene il miracolo: è nata a criatura! è nata niura, ma anche bianca, rosea, giallina, talvolta blu, e di ogni colore, a seconda della luce a cui decide di affidarsi.

Una strana consapevolezza coglie Roland: “un’estasi di quella portata non poteva non compromettere la sua libertà. Era il prezzo da pagare.” – per quel mi(se)rabile collasso!

“Quando dormivano, lo abbracciava come un bambino. E spesso lo trattava come tale…” – ché tale lei lo reputava, e l’amava come fa una madre esagerata: “Ubbidirle era il tributo da pagare.”

Quanti doni: “Miriam l’aveva educato bene anche nell’inchino…” – essenziale alla fine di un’esibizione al pianoforte. Fine della Prima, ahimè illusoria, parte.

“Molti anni dopo, quando finalmente fu in grado di parlare della propria adolescenza e prima giovinezza…” – e quel che accadde allora fu presto un deja-vu, un deja vécu

Depart: mon poème préféré du toujours jeune Arthur!
Assez vu.
Assez eu.
Assez connu.
Départ dans l’affection et le bruit neus!

… anche il tedesco, come Alissa, apparteneva a un passato perduto…”quel tempo che un Marcel celebre disperatamente cercò per tutta la vita, e che poi s’illuse o finse d’aver ritrovato.

Jane affronta Alissa e perde l’incontro. Quel che la figlia infine disse non fu d’aiuto: “Ich habe nicht die geringste Ahunung”.

Alissa lascia tutto: baracca e burattini (il marito Roland e il bebè Lawrence). Non li vuole più vedere, ‘ste catene grevi e arrugginite. Un giorno poi ammetterà: “Ho appena cominciato un altro… un libro. Se venissi a trovarlo, sarebbe tutto finito…” – con quel figlio tanto amato, col libro che sta dolorosamente partorendo. Tutto si concluderebbe con un penoso aborto.

“Quando ascoltava lei, Roland era pronto a ubbidirle. Aveva quasi sedici anni.” – questa lei è un’altra, è la maestra di piano. L’amante febbrile e invereconda.

La madre, Rosalind (il nome in inglese di mia mamma, mentre Roland è quello di mio padre; ma come sbandando gira ‘sta sfinente biglia!) “era gracile, neanche un metro e sessanta di statura.” – un po’ più alta di mia mamma Rosalinda. Il padre, possente, “poteva ammazzarla con un pugno”.

Un altro micidiale flusso di coscienza a pagina 305, da “L’assurdità…” – a “… il capitano”.

Roland “aveva dato inizio alla sua nuova esistenza, quella di cui lui sarebbe stato al comando”: un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è…!

Le montagne hanno il brutto vizio di finire a valle. E c’è ogni volta quell’infame discesa.

“Tra soli tre anni ne avrebbe compiuti cinquanta.” – detto diversamente è mezzo secolo.

“Mesi più tardi…” – cartolina appesa altrove…

“Cinque anni prima…” – torniamo a quel punto, dai!

“Poco lontano da lì, una volta Roland aveva perso sua madre per essersi distrattamente…”era una piccola e sperduta criaturia.

“Ora Roland ripercorse una parte di quel tragitto.”ora per modo di dire.

“Da qualche parte là dentro, a distanza solo di una sottile parete di tempo, lo avevano tenuto appeso a testa in giù, nudo e imbrattato di sangue…” – quando questo accade, prima o poi si festeggia la tragedia prima in muncipio e poi in chiesa, con la conseguente elargizione di un nome e di un codice fiscale.

Le “equazioni differenziali…”dice il saputo Lawrence, mezzo genietto che è, come lo era Roland a suo tempo col piano – “… descrivono come cambiano le cose e come puoi trattare questa variazione…”ogni scrittura è differenziale.

Un desiderio che a volte coglie l’umano essere:Non essere più il figlio del proprio padre…” – mangiandolo eventualmente: quannu su muortu tinni fai nu tianu, quando sono morto ne fai un tegame. Ti auguro un buon appetito, zurieddu!

“Solo la presenza del figlio-testimone poteva causare il collasso della funzione d’onda e uccidere il padre.” – appunto. In tal modo ci si libera dagli altri, infiniti e immaginari universi, a cui Ian talvolta accenna. Ora quella finzione/funzione pare aver chiuso per sempre (che ridere!) la Parte seconda.

Lawrence, un giovanotto ormai, va a trovare la mammina, la quale è abbastanza nervosa e lo spedisce via all’istante, come un pacchetto indesiderato.

A quel fatto Roland dà la sua interpretazione: “È probabile che stesse scrivendo. Rudiger mi ha detto che diventa furiosa se la interrompono.”Rudiger è l’editore. Alissa è un aspirante premio Nobel, mica una che c’ha del tempo da perdere con un rompiballe consanguineo. Certo che ha una bella faccia tosta ‘sto guaglioncello a presentarsi alla madre d’improvviso, senza manco avvertire.

“Lei era palesemente una persona orribile e come madre sarebbe stata un disastro.” – è già assai che l’abbia partorito.

“Per un’ora e mezzo buttò giù quello che ricordava del racconto di Lawrence.” – e chi non ha mai trattenuto un ricordo getti il primo come mi accadde quella volta che…

Altro flusso a partire da pagina 380, due pagine intense, scritte in corsivo.

“Ottobre 1962. Dunque lei aveva appena compiuto quattordici anni quando iniziò la relazione.” – è un poliziotto che sta marcando stretto il nostro, che non vuole rivelare il nome dell’appassionata sua docente di musica (e di sesso). Un buon delitto, come un vinello, col tempo acquista di sapore.

Dall’ultima volta, da quando lei voleva sposarlo e lui non accettò la transazione, per cui lei lo cacciò di casa, “erano passati ventiquattro anni”. Quella maestra di piano ora poteva essere “una tronfia sessantacinquenne in cattive acque”.

Illo tempore, altro ma omogeneo illo, “negli anni Settanta era facile trovare impieghi temporanei.” – confermo, per quel che vale la mia stentata testimonianza.

“Erano i tempi in cui la gente se la prendeva con ‘il sistema’…” – e ogni tanto ci si sparava l’un l’altro, a volte mirando alle gambe. O si lasciavano sbocciare delle bombe in piazze, sui treni e nelle sale d’aspetto delle stazioni.

Lei era nata il “5 maggio 1938” – L’infante, a quanto pare, era nato nel ‘48 o ‘49.

Lui va da lei, tant’anni dopo e le dice, a un certo punto, né prima né dopo: “… Dall’inizio. Sai bene che quello non è stato l’inizio. Parlo delle lezioni, di tre anni prima…” – quando lei lo picchiava con “un righello” – qualche anno prima di violentarlo con tanto e indefinito amore.

Poi lui aggiunge: “Vediamo di risistemare i tempi. I dettagli.” – come se fosse un’impresa possibile!

“Cent’anni prima, il dovere dei genitori era stato domare la volontà dei figli, a furia di botte…” – anche se erano chersû trôp, cresciuti troppo, al che l’amoroso padre ordinava alla gigantesca prole: Chìnet!, chinati che ti do un ceffone!

Ogni tanto Roland pensa all’insensibilità materna di Alissa:Dov’era finita l’onesta lucidità del romanziere?” – forse in discarica.

“… c’era una versione di lui, non esattamente una somiglianza da specchio, piuttosto un Roland come sarebbe stato dopo una vita diversa, un’altra serie di scelte.” – altri accidentali collassi…

“Roland sentì di aver varcato la soglia del reale per introdursi in una sorta di iperspazio nel quale fluttuava come in uno scenario onirico, quasi senza consapevolezza di sé.”ma che va pensando l’onda quando, attestata, si tramuta in particella?

“Fu la volta in cui Peter portò con sé la nuova ragazza, Daphne…” – che tanto si deliziava a maltrattare, e poi i due si lasciarono, e poi lei si mise con Roland, e poi si rimise con… e poi ancora con… etc… etc… in un’infinita serie di collassi esistenziali.

“I mesi trascorsi tra la diagnosi e la morte erano stati i più intensi della vita di Roland, a tratti i più felici e per il resto i più terribili.” – e poi lei fu cenere, e poi lei, con Roland, scalò una montagna, e poi lei, forse, fors sit, morì, e poi lei rinacque, e poi lei riprese a dire la sua, e poi Roland mise nel cassetto il sacchetto cinereo, e poi… E poi e poi, l’importante è… passare al poi successivo.

“Forse fu parlare di quel periodo delle loro vite ad aggiungere spessore alla sensazione di un passato condiv…” – e tutto all’improvviso finì, e l’istante dopo ricominciò.

“… Daphne era stata da quelle parti all’età di nove anni in compagnia del padre…”e fu un’esperienza meravigliosa in cui al papà capitò di narrarle di quant’era innamorato della mamma.

E, “mentre Daphne guidava sui valichi del Wrynose e Hardknott, Roland raccontò di quando Lawrence…” la storia, una volta attestata, diventa materia di sempre nuovi e assurdi racconti.

“La sorprendeva che quella semplice architettura di pietra fosse rimasta esattamente come cinquant’anni prima, quando lei si era…”.

E quando seppe quanto lui amava la mamma, “io lo ascoltavo e pensavo di non essere mai stata più felice.” – e ora, come mera polvere, come ti senti?

Ma poi tu continui, amato spettro, come se manco avessi detto alcunché: “Da ragazzina mi ero innamorata di un bulgaro…” – un graziosissimo cameriere! E ora?

“Sono tornata nello stesso punto più di quarant’anni dopo e mi sono innamorata di te, o forse ho scoperto di esserlo da tanto tempo…” – in realtà quell’ambiguo pianetino azzurro si è spostato di pochissimi anni luce. Per cui vado a letto. E domani scriverò fin qui.

Fatto, e ora posso tornare a leggere.

Qualora volesse rivivere nell’Altro, Roland “… avrebbe scelto il placido padre medico di Daphne, per sentire la stretta di mano della bambina nella sua mentre…” – mentre sta pensando che… che “… il ricordo era benigno…” – curabile, anche se ogni evocazione reca ogni volta, in fondo a sé, un “errore”.

“Non avrebbe mai saputo se Daphne si era svegliata e l’aveva chiamato sentendosi mo…” – ti interrompo, perché un giorno sarà lei che te lo dirà, quando ti rivedrà seduto in quell’azzurrognolo bistrot.

“… vide i membri della famiglia come figure su una vecchia fotografia e tutti, comprese le…”alcune anonime anime in attesa di un battesimo, che si sono poi evolute nel Tempo…

“Assaporò l’intenso fruttato del vino del Sud e gli tornò in mente la…” – … il vino almeno non ce lo tolgono, che quello buono lo si riconosce da una fenomenica banalità”: al blèsga şó da Dio, scivola giù, come si suol dire, da quel Sapido Signore, nella sua Infinita Bontà. Intanto quei bravi preti se lo sorseggiano con ardore religioso durante la Santa Messa.

Pare che “cadere nel box doccia” sia un prodromo della morte. Io non faccio che cascare da quando son nato e mi sento vaccinato quanto basta.

“Coperti dalla testa ai piedi da tutto ciò che erano diventati nel frattempo, avevano rimosso la  vera storia, anche mentre ne discutevano.” l’impressione è che è nel discuterla che si inizia a negarla, a falsificarla, mai del tutto scientificamente.

A leggere queste ultime cinquanta pagine viene il mal di capo da pandemia. Si parla infatti di “lockdown”, di ricordi antichi, tentativi prima o poi falliti di padroni della baracca tedeschi, yankee, russi e inglesi, etc etc. Ah, Mein Gott! Oh, my god! Boxhe moy! Goddam!

“Roland ricordò quasi tutto quello che si erano detti e lo registrò sul suo diario.” – dai che prima o poi ce la fai a concluderlo!

La grande scrittrice “… aspettava la morte da sola.” – in declino “costante” – nel senso che anch’esso ha un suo costo.

Ian McEwan - Photo by Gerard Lewis - Writer Pictures
Ian McEwan – Photo by Gerard Lewis – Writer Pictures

Roland pensa che quel suo libro immondo deve essere arso! Una volta feci lo stesso con un mio breve papiello. Fu emozionante scorgere quelle scintille, sentire l’aulente puzza di bruciato. Massa che si tramutava di nuovo in energia!

“… la casa sarebbe rimasta per sempre sua…” – fino al suo prossimo decesso!

Una madre x vorrebbe rivedere un figlio y. Un figlio non più tale. Ergo, lei gli fa un dono mirabile.

C’è poi quella fiaba di un canide che nasce da una coppia di felidi, per motivi fiabeschi in cui non confiderei più di tanto, anche se mi dona una speranza: “Alla fine Flix si dà alla politica e promuove il rispetto politico.” – ma oggi uno non si dà più alla politica per motivi così banali e ridicoli.

“Era un peccato rovinare una bella storia trasformandola in una lezione.” – certi peccati inducono a sentirsi migliori, conducendo a una pur risicata santità.

Incrocio sulla scala una signora. Le dico: questa è mia figlia. Non ricordo come il discorso scorri verso un concetto che mia nonna soleva ripetere: Un òm l ē sèinper bél. E lei, russa o ucraina che sia, e mica posso arguirlo dall’esame del crine, dell’iride e dell’accento, a qualunque fazione ella appartenga, mi sa replicare, gioiosamente: Anche una donna!

Grande lezione, che accolgo in toto. Le iridi molto si differenziano, le pupille un po’ meno.

“In un secondo tempo, magari…”magâra… piutôst…! Tóla in dal c… té e ânca l ôst! (non mi va di tradurre, per motivi di decoro).

La Storia ogni volta ti uccide, però puoi dirgliene quattro prima di crepare! Anche frasi del tipo Mannaggia a chi t’ha

Andai a Verona. Diedi appuntamento a due consanguinee nei pressi di un ponte sull’Adige. Ognuno scelse il suo ponte. Solo dopo un po’ ci si ritrovò. Andai a Vicenza. Parcheggiai di fianco al fiume cittadino. Riuscii a ritrovare l’auto solo quando scoprii che nella città del Palladio di fiumi ce n’erano due. Presso uno si parcheggiava a destra della riva, presso l’altro a sinistra.

Panta rhei!

Sic transit gloria riparum!

Amen!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Ian McEwan, Lezioni, Einaudi, 2023

 

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