“La fiaba siamo noi. Storie che ci possono salvare” di Lella Ravasi Bellocchio: narrare è terapeutico

La fiaba siano noi è un testo ricco: è un saggio che trae le sue tesi dall’esperienza delle storie, storie intese anch’esse nella loro accezione più ampia.

La fiaba siamo noi. Storie che ci possono salvare di Lella Ravasi Bellocchio
La fiaba siamo noi. Storie che ci possono salvare di Lella Ravasi Bellocchio

Le storie sono le fiabe nel loro valore archetipico che possono restare “sospese” ovvero narrate in vista di una loro interpretazione, a disposizione di tutti; le storie sono quelle dei vari pazienti che l’io narrante, la dottoressa Lella Ravasi Bellocchio, ha incontrato nel suo percorso; le storie sono quelle delle forme espressive, come il cinema o la poesia, che possono offrire un supporto fondamentale alla clinica psicoterapetutica.

Ma le storie siamo, in ultima analisi noi, perché noi le raccontiamo e perché esse riguardano noi.

Questo saggio-narrato e memorialistico si compone di una prefazione a cura dell’attrice Sonia Bergamasco, di un’introduzione a cura dell’autrice, di cinque capitoli, di un epilogo, dei ringraziamenti e di alcune note.

Tutte le fiabe scelte dalla psicoterapeuta parlano di un cambiamento.

Tra quelle più significative compare la fiaba dal titolo La Scindiroeura, tratta da un libro di “Vittorio Imbriani del 1861 che raccoglie la novellaia milanese e toscana dopo l’unità d’Italia”.

Si tratta di una delle circa cinquecento versioni di Cenerentola esistenti in tutto il mondo. La Scindiroeura, raccontanta in dialetto lombardo, è la storia di una ragazza, figlia di un re: rimasta orfana di madre, è costretta ad andarsene per sfuggire alle mire incestuose del padre che vorrebbe sposarla. Fugge, indossando un mantello da povera, il bell’-e-brutt, il bello e brutto, mascherando le proprie origini, con l’intento di trovare fortuna altrove. Arriva presso un’altra corte e qui convince la Regina madre “affinché la prendano a lavorare come scindiroeura, la ragazza che sta ai fornelli e al focolare a raccogliere la cenere”. Qui riuscirà a farsi conoscere e riconoscere, nonostante le apparenze, dal figlio del Re che, superati i vari ostacoli di natura sociale, la sposerà.

Questa è la storia di una metamorfosi e, come la interpreta la dottoressa Ravasi Bellocchio, è una vicenda in cui emerge l’importanza del cambiamento, processo spesso lento in quanto “nel processo di trasformazione, i meccanismi di difesa rallentano l’acquisizione di una nuova identità. Allora c’è solo da lavorare per il cambiamento. almeno fin quando i meccanismi di difesa saranno vinti. La Scindiroeura accetta di fare un lavoro umile ed è il suo trucco: lavorare con la cenere. È una cosa che dovremmo imparare anche noi. Nel percorso di trasformazione c’è una fase regressiva, che ci serve per avere una spinta in avanti. È indispensabile saper accettare con umiltà le fasi regressive del percorso d’identità. La regressione è rappresentata dalla cenere […]; il lavorare con la cenere è lavorare con i resti, che sono i resti del fuoco […] che è dentro di noi. Dovremmo imparare la capacità e l’umiltà di entrare in contatto con la cenere che ci rimanda al fuoco dentro di noi”.

Anche la poesia offre una possibilità di terapia: non è caso che l’ultimo capitolo del saggio si intitoli Clinica poetica: è la cura che avviene attraverso la poesia, in quanto clinica, da κλίνειν (inclinarsi) indica il chinarsi del medico sul paziente.

In tutto il saggio è adombrato il concetto che le arti narrative (in cui rientra anche il cinema) possano salvare. Nel quinto capitolo ciò emerge con maggior intento e forza. L’autrice ha come poeta di riferimento Attilio Bertolucci, un poeta narrativo, autore del “romanzo familiare in versi La camera da letto”.

Scrive l’autrice: “L’incontro con la poetica di Attilio Bertolucci ha segnato per me la possibilità di riconoscere nella vita dell’altro l’inespresso che mi abitava […] Mi corrono dentro le immagini della sua scrittura e della sua vita, e il privilegio dell’incontro con lui e Ninetta, la compagna di tutta l’esistenza”.

Questo perché per Bertolucci la poesia è “narrazione d’anima”, ovvero la narrazione dei “luoghi del dolore, quelli per cui non ci sono parole”, se non la parola poetica che “tocca e cura” con il suo risuonare: “la parola poetica è gesto psichico, narrazione che riconduce e ricompatta lì dove ci sembra di non trovare luogo al dolore, fisico e psichico. E il gesto psichico, non so come dirlo meglio, mi sembra il modo migliore per comunicare il senso dell’incontro con la clinica poetica, con il gesto-parola che tocca e cura”.

Lella Ravasi Bellocchio
Lella Ravasi Bellocchio

Alla fine di questo saggio l’autrice arriva alla consapevolezza che le storie sono l’essenza in cui siamo immersi e che esse consentano l’incontro tra gli uomini “il passaggio dall’io al tu nella relazione, dalla dittatura dell’io alla gratitudine del tu, del noi”.

Questo incontro rappresenta l’inizio delle storie, dei miti, delle fiabe e del lavoro analitico dello psicoterapeuta chiamato non solo a essere storia, ma anche a farla nel suo lavoro di mediazione tra il paziente e il proprio io, tra un’origine e un’altra.

Analizzare significa sciogliere ovvero rompere i nodi che separano e trovare i flussi che uniscono, ma farlo sempre con uno sguardo lucido, maieutico, possibilista, aperto al futuro e alla vita, nonostante la morte che tutto abbraccia.

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Lella Ravasi Bellocchio, La fiaba siamo noi. Storie che ci possono salvare, Raffaello Cortina Editore, Milano 2022, duecentodiciassette pagine, 18 euro

 

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