“Alla corte dei Feaci” di Antonio Martone: gli abissi della solitudine

Normalmente, la fisarmonica è composta da due tastiere, la destra, la cantabile, è simile a quella di un pianoforte, oppure è composta da bottoni; la sinistra è un manuale di bottoni, anch’essi cantabili.

Alla corte dei Feaci di Antonio Martone
Alla corte dei Feaci di Antonio Martone

Scrive l’autore Antonio Martone, nella dotta Introduzione de Alla corte dei Feaci, che “le esperienze della memoria si legano alla fugacità della vita, ossia alla sua natura casuale e indeterminata.” – ove panta rhei, tutto scorre, dove si ignora. In un Dove che s’ignora.

Il poeta sente ogni volta l’urgente necessità di cantare gli improvvisi mutamenti della sua esistenza, e le sue canzoni, pur sempre e mai incomplete e indefinite, servono ad andare avanti nella propria avventura umana. Ungaretti chiamò la sua intera raccolta di versi La vita di un uomo. Ogni canto è un attimo che scorre, dall’anima del poeta al componimento, e da questo all’anima del lettore, che a volte reagisce.

“… il vuoto dell’attimo si contrae in sé stesso, si ri-volge al mondo e diviene un senso condiviso – altrimenti non esisterebbe.” – si scrive perché, si scrive come, si scrive a chi…

“Scrivere costituisce l’unica possibilità di mettere in comune gli abissi della propria solitudine!” – che è fatta di volontà, di voglia, di bisogno di comunicare!

“… alla poesia è affidato il compito etico/estetico di ri-velarlo attraverso il ‘canto’” – cosa? Quel piano, quel luogo, in cui l’individuo diventa parte di un se stesso “trans-individuale e metastorico”.

La ricerca non è dell’assoluto o forse lo è: di quel che non c’è, non c’è ancora, ma prima o poi apparirà: “la dimensione dell’assenza: un’assenza sempre e mai da colmare…” – da fecondare – “… saturabile/suturabile soltanto grazie alla parola poetica.”

La parola è un’arca, dicono gli ebrei, che ti conduce colà. Colà.

Somiglia all’idea che Mircea Eliade ha del sacro: l’incontro fra umano e divino, fra Adamo e Dio, fra Odisseo e Calipso, fra reale e virtuale, fra massa e energia.

“… non c’è mondo che non sia Natura e non c’è Natura che non sia mondo…”natura naturans e natura naturata.

Cosa racchiude il corpo o l’anima? C’è differenza ontologica fra quegli estremi?

Figure:

… ove il poeta chiede a: “Padre Zeus/ Dimmi perché/ Perché desiderio di cielo piantasti” – qui, sulla terra, dove si vivrebbe anche senza quei folli desideri. Forse perché “Sei l’assenza più forte di ogni presenza.” – quel che manca alla seconda sta nella prima.

“Il destino è compiuto.” – e, se questa è l’illusione, che si compia subito! Ché l’hic e nunc, l’attimo fugace, sempre e mai rimanda al compiersi futuro. Chi vivrà, combatterà.

“Oscuravano il giorno/ e balzeccavano il male” – che di questo ha bisogno, energia che permetta di saltellare.

“La mia passione è un fiore caduto” – che si eterna sfiorendo.

“La giovinezza è un cavallo selvaggio” – che insegue la triste cattività.

“… con la bocca deformi/ E gli occhi ormai folli” – rincorrendo un’irreale sapienza.

 “Soltanto i miei sogni riceveranno tue visite” – nella vita che pure non ci appartiene, ma restando a essa congiunti.

“Guardando ansiosi nel cielo” – che simile a un terreno incolto c’illude di una un’incerta libertà.

“Vorrei tanto qualcuno/ Qualcuno che somigli a una madre” – che ci è figlia, che sempre e mai c’illude.

“Ho visto/ Io solo li ho visti.”

Suona l’armonica: “Tu solo/ Sì/ Tu solo/ Puoi raccontarmi la bellezza del mondo.” – a cui dovrò credere.

“… quel caso per me è diventato/ La mia unica vita.”

Chi non ti manca è colei che non esiste che nel suo bisogno di amore, e così nuda ci appare.

“Mi manca soltanto/ Non averti mai detto quanto ti amassi” – e questo è il fardello che deve recare il poeta, cantare l’indicibile, che è tale finché non è detto.

“Tu eri” – perché se tu fossi ancora, non ti sognerei.

“La libertà è un miraggio” – per chi non ha null’altro in cui sperare.

“Autunno”, in cui cadono i sogni, sennò non rinascono.

“La tua voce” – dice il Tutto perché il Nulla tace.

“In te/ Io/ Io mi riconoscevo” – perché io e te siamo Uno.

“Ancor sempre sei tu che m’esorti a lasciare” – a desiderare la fuga da te.

“Nessuno ricorda i tuoi voli d’allora” – che non esistono più, né sempre né mai ci furono.

“Senza di te/ Nulla fu mai più lo stesso/ Mai più fu lo stesso” – quel verbo, fu, non è più.

“Padre/ Dimmi qualcosa/ Qualcosa del sentiero” – che è fatto di Nulla.

“La mia colpa di vivere/ Espio” – non c’è colpa se non c’è innocenza.

“Caddero rapide le gocce di tempo” – inesorabili e futili.

“È rimasto solo un gatto/ un gatto solo è rimasto” – non reo, ma beffardo.

“Del passato rimangono con noi/ Soltanto i fantasmi rimangono” – e null’altro è, se non tali ombre.

“Di piazze enormi sei fatta/ Trieste” – così bianche che non possono che volare lontano, sperdute…

“Quell’istante per sempre permane/ Quell’istante sovrano” – e nudo, e privo di sudditi.

“Il tuo nome però/ vero inconcusso immortale” – finché ci sarà chi ti ricorda.

“Attesi/ Altro far non potrei/ Attesi una nuova stagione/ Una nuova e bella stagione/ Un maggio ancor tanto lontano/” – che pur ti scorre accanto.

“Presenze sul mio muto soffrire/ Chiamai/ Chinate presenze amorevoli” – la fisarmonica!

“C’è l’amore/ L’amore che ho già” – un bagliore immortale che sempre e mai crea e sempre e mai si rinnova.

Momenti:

“E i mirtilli come li ricordo bene/ Quei mirtilli che non colsi mai” – come la rosa di Shakespeare.

“La tua voce è legame col mondo” – è da esso che riceve l’energia.

“Senza un filo d’Arianna per noi” – e quel filo siamo noi, tutti.

“Come un ladro nella notte tu sei” – sempre e mai trasgredisci, secondo i tuoi fini. Tu reciti in quest’atto unico, con la voce che appartiene a ognuno di noi.

“Ho visto”, “Ho visto”, “Ho visto”, “Ho visto”, “Ho visto” – per poi dimenticare.

“Quel tempo era colmo/ soltanto d’amore fu colmo” – e di quel suono che si allarga e restringe, di continuo, come nella fisarmonica: “Rischiara le cose del mondo e il viso del vero illumina triste/ Non aveva paura” – la lunghezza del verso è solo apparentemente difforme.

“Tocco il mio tempo” – il verso è davvero toccante…

“Eterna/ Come tutte le cose del mondo/ Passò” – tutto scorre e tutto rimane.

“D’un tempo ornai perduto/ Le suadenti note/ E libere/ D’un clarinetto/ Udivo”la fisarmonica stasera suona per te…

“Al ritmo delle lascive note d’un clarinetti euforico/ Danzava” – per noi.

“Solo un sibilo/ Soltanto un sibilo udivo in quegli occhi tuoi” – un suono, un rumore, un’assurdità.

“Ricorda” – ricordati di ricordare – “La vite della primavera trascorsa/ Ricorda”

Non è un semplice consiglio, ma un principio vitale.

“Gioiosi/ Come colorati uccelletti/ I pensieri miei cinguettavano” – e poi crescevano di volume e di tono, e poi “Schiamazzavano” – è il mestiere del poeta far sentire la loro voce.

9-6-3-13-3-6-13-6: “Ossessivo e ingombrante” – non c’è proprio posto per lui. “Quando spengo la sera le luci del mondo” – 13. le parole vanno e vengono, se si fermano è finita.

“La fine/ Nell’inizio è già scritta la fine” – ed è l’Incubo del Fato in cui tutto è scritto, che alcuni preferiscono al Destino, che consente all’homunculus di recarsi da qui a lì, nel suo, errante e libero arbitrio. Qual è la Verità? Perché… c’è? E se c’è, si muove?

“Cresce ogni istante un’ombra fedele…” – a chi lo è? A Zeus? A Gesù? Al Buddha?

“Più grande si fa e più solida/ Di vita ogni istante si nutre quell’ombra/ Di noi stessi si nutre” – e noi di chi? Se non di lei?

“E alla fine dilegua/ svanisce/ insieme alla vita finisce” – è la Morte? O la pura della stessa?

Massa ed energia che si alternano. Ha forse paura il nucleo atomico quando esplode, creando un nuovo disordine?

“Un istante fermo inseguivan rapidi/ E giacevan colà/ Come un giorno che non teme tramonto” – balzeccando, come nel Gioco della Settimana, di cella in cella. Il tempo è quello del figlio di Berg? Discontinuo anche mentre salta il fosso? Il giorno che non teme tramonto è quando non ha un domani.

“Come un fiore appena sbocciato” – quell’appena che dona tanta pena.

“Sempre volli correre forte” – che è l’illusione del giovane, che non crede che il mondo sia un assoluto, un cosmo non relativo: “Sempre correre forte volli.”

“Nell’immobile aria” – luogo vivace ove la virtualità può ribollire.

Antonio Martone
Antonio Martone

“Essere brezza” – parole che forse ne condividono la radice: bruciore, briciola, bigio, ribrezzo, pigrizia, breath, break.

“La leggera brezza fu come una carezza” – che lenisce il dolore talvolta.

“Piangeva la goccia cadente/ Come lama di neve gelata/ Come lama di gelo affilata” – che, versandosi, giunge al suo fine.

“Io/ Io soltanto aspetto il disgelo” – e che occorre anche senza ciascuno di noi.

“Mi guardavano i rami/ e soltanto ascoltavano il mio silenzio impotente” – in un confronto tra anime in colpevoli.

“Ama la morte la vita/ Pure la vita la morte ama forte/ io solo rimango/ senza amore rimango” – in un silenzio che non serve a nessuno.

“Vagai/ E misi stanche parole in un ordine assurdo” – compito del poeta è errare nell’infuocato buio.

“Coltivai/ pregni silenzio nel profondo di me” – dove quel buio solitario brilla.

“Vidi un verde impossibile” – una vis che ri-crea per conto suo.

“E senza mai semi” – che siano evidenti.

“Sognavano i cani/ Con occhi socchiusi sognavano” – più consci degli umani; e “balzeccavano”.

“Il senso della notte senza giorno/ Il senso del giorno senza notte/ Cercai/ Cercai oltre la bellezza e il dolore/ Al di là dell’amore più intenso e dell’odio accecante/ Cercai” – la fisarmonica, il soffio armonico.

“Prima e dopo la vita” – nel meta-fisico.

“Una stupida vecchia canzone/ Il mio animo triste pervase” – l’animo è triste quando siamo tristi noi. Noi siamo l’animo. Noi pervadiamo.

“Quella fiamma sconvolse e travolse” – e ai agitò finché ebbe energia, poi si dissolse.

“Un desiderio di sera soltanto/ Di riposo e di notte” – e del replicarsi all’infinito, finché dura la vita.

“I fiori d’incanto/ Annusandomi grati/ Di cielo profondo si tinsero lieti” – e quasi fraterni.

“Menadi in festa che promesse non offron giammai/ Solo carezze e profumi leggiadri/ Lusinghe senza ragioni” – e tutto quanto serve per gemere felici.

“La luna/ Più splendente/ Più splendente del sole/ I vetri delle finestre ormai chiuse” – sempre e mai pronte a riaprirsi alla bisogna. Tutto serve, e non c’è triste cavagno che non venga buono una volta l’anno. Questo vale per ogni cosa, vissuta o sognata.

“Non ho voglia di vedere il giorno/ Il mondo è di grano marcio” – se vuoi che il mondo cambi, attendi che vada a male. Proverai poi un nuovo desiderio, un desiderio di nuovo.

“Una tenera pianta tumulavano ormai/ Una tenera pianta con un unico fiore” – la novità che, pur quasi immobile, quasi avanza.

“Resterò nel mio cantuccio/ Stanca lumaca su una foglia verde/ Tartaruga che la rotta perde” – senza fretta alcuna di ritrovarla, e io, intanto “Nella mia casa rimarrò serrato” – in attesa dei miei indolenti spiriti.

“Vado contro l’ostinata bora” – l’ho provata: basta chinarsi un poco e poi spingere.

“Agitati topini scuri/ Senza posa squittiscon seri” – che finiranno per morire. Dal ridere.

Storie:

“Questo mondo è male che dura/ È male che profuma di luce” – per scappar via, nel gelido khaos.

Quegli animi sono “Cresciuti su qualcosa che muore” – che, giacendo, si dà pace.

“Per un giorno le mamme/ Per un giorno tornate bambine” – intrise di istinti materni.

“Zolfo in faccia e fuggire” – suonando il campanello di quei morituri.

Mi devi spiegare, Antonio, chi è questo “Impossibile amore”, che se ci pensi è un ossimoro: la passione, kam’a, c’è, oppure è Altrove. Se non sventola nell’aria, se non crea e succhia energia, non c’è. Ma se respira nel tuo sogno, impossibile non è, ma essenziale.

“Annunciata da profumi e carrozze/ Una donna giunse al palazzo/ Fra lampi e gemme e setosi fruscii/ Raccontano” – anche per narrare occorre una forza.

“Ancor sempre/ Anche oggi” – tu la rimembri, la ricordi, la rammenti. Grazie a lei tu ti sei riunito con te.

“L’abisso/ No/ No verrà mai colmato.” – se il cosmo è un abisso, dove conduce?

“Ora ho capito/ È un plumbeo soltanto/ E schiacciante destino/ Il ricordo di te” – che mi ha spostato da là a qua: de-stinandomi.

“Sarai come allora ma più eterna di allora” – nessuno quanto il vero poeta è autorizzato a emettere sciocchezze del tipo A thing of beauty is a joy for ever.

“Più immortali del cielo saranno.” – quando il cielo muta insieme ogn’ora al vento.

“Quando il tempo ti prese con sé” – quell’illusione che si accanisce con la realtà, perseguitandola.

“Interminabili e vuote le ore” – il tempo, secondo Barbour e il suo allievo Rovelli, è finito prima ancor di iniziare.

“Il mio cuore spento rimase/ Senza di te” – mio misterico Interruttore.

“Venne/ Da un istante fuori dal tempo” – da quel che non esiste, è. E che Nulla vuol dire.

“In attesa di un ritorno impossibile” – che non può, ma deve.

“D’un maggio senza mai autunno” – come non ne fu sempre e mai.

“Sul corpo mio immobile” – se non tuo, lo può essere.

“Lontanissimi luoghi/ Vaghi” – sempre e mai più distanti e vaganti.

“Sei qui o laggiù” – sono dove risuona la mia voce.

“Impavido e livido il canto/ contro il vento che sradica” – le forze che sempre e mai si contrappongono.

“Nel borgo più antico sentii” – quel che è celato dal tempo.

“Era un tempo immobile” – il ben noto ossimoro.

“Soltanto i sogni correvan rapidi con le ali ai piedi” – sol questo sanno fare.

“Una eco” – non so, non so, so, so.

“Di” – ripetuta cinque volte. “Mi prese” – e poi ti mollò.

“Ai” – ripetuta 6 volte, seguita da un “Alle” finale.

“Di” ripetuta tre volte – “Allora/ Inconsapevole ancora”.

“No tu non ricordi/ Io neppure ricordo” – io ho solo il cuore per farlo.

“Sbagliavo” – io invece erravo.

“Null’altro/ Null’altro è rimasto con me” – se non un domani.

“Fiacco e lunoso quel sole d’inverno” – e quell’aggettivo la dice, e la tace, lunga.

“Ai colori che immemori oziano ora” – illusioni che ci rappresentano.

“Come sole splendente di luglio/ Sì, ma nel rovescio del cielo” – il consueto obbedisce alla norma.

“I tuoi occhi celesti/ feroci” – che sempre e mai perdonano chi a terra giace.

“Addio/ Alla ricerca infinita/ D’un colore intonato ai tuoi occhi tristi/ Addio” – e poi altri tre “Addio”, e ben quattro, anzi, cinque “A Parigi”.

“Han smarrito gli uomini/ Le voci del mondo han perduto/ Degli uccelli le innumerevoli voci” – la loro lingua dipende da esse.

“Quanto lunghe quell’anno/ le giornate mie ignobili furono/ interminabili e grigie” – uguali a quelle che ti aspettano colà.

“La tua voce era un bimbo che nasce” – che prima cinguetta, poi parla.

“Un sole lunato cerco e sbiancato” – ognuno è il satellite di qualcuno.

“Sembrava il tempo sconfitto/ Rattrappito in un movimento silente/ era immobile” – oppure lo eravamo noi, o un misto delle due illusioni.

“Un piccolo uomo che una quercia abbracciava/ Un uomo e una quercia in un anfratto del Monte/ stretti/ Ad un comune destino inchiodati” – cercasi pinza, disperatamente.

“Non hanno ricordi/ Della luce di maggio son senza memoria” – e l’illusione è che vi sia di essa almeno un’ipotesi.

“Mai ebbero i fiori di maggio/ Non ebbero mai/ Il profumo d’incanto e i colori sublimi” – e chi lo dice è, di per sé, un essere diafano, incolore; essendo la luce che dispensa le tinta del creato.

“Le convulse città/ Sugli animi teneri son come raggi/ Raggi cocenti di luci invadenti” – e invadere è il loro mestiere.

“Le convulse città sugli animi teneri/ Son come chicchi” – infuriano!

“Furiosi chicchi di grandine grossa/ Piovono” – che Dio li manda?

“Il tempo passato/ È una nenia insistente nell’animo/ Lascia una scia dolcissima e densa” – solo quello lascia. E anche noi, lascia…

“È tempo soltanto la vita/ Tempo senza riposo/ Tempo senza riposo/ Sempre in avanti procede/ Immobile eppure” – eppure da sempre e mai ci illude.

“Sull’orlo dolente conduce pur sempre/ D’un abisso privo di Luce”: un Black God: “Nell’abisso abissale gettato” – come un reo confesso di un abissale crimine.

“Quella vita/ È stata mia un giorno” – e sempre e mai più tornerà al mio cospetto, solo al mio cuore.

“Un lampo è la mia vita/ Un lampo fra le nuvole” – che squarcia, che illumina.

“Nel più profondo di me/ Sto bene” – ma mi lamento di quel che ignoro.

“Come città scolpita dal mare/ Toccai Barcellona/ Ramblas pulsanti/ Quadranti di nuove avventure”: essendo noi gli achei eroi.

“I miei occhi/ La luce soltanto conoscono/ Questi miei occhi fragili” – la parte più fissa che ho.

“Non hanno colore i tuoi ghiacci” – seppi di luce, ma anche di buio.

“Quell’antica dimora/ È ora celata/ Dalle nebbie del tempo nascosta” – e nulla ha da esibire, se non il Nulla. E finché c’è nebbia c’è speranza.

“Entro tenebre/ Più spesse del buio/ Son caduto” – e se ancor lo canto è un buon segno.

“La mia stupida lotta col mondo/ Lotta sì ma sempre vissuta” – lottare è vivere.

“Dalla parte dell’oggi ho spinto lo specchio/ Il nulla/ Fisso il Nulla ho guardato” – ed era silente, svolgendo il suo antico, assurdo mestiere.

“Lo attesi nel tempo che occorre affinché l’erba più verde/ Paglia diventi” – in un’entropia ineluttabile.

“Con movimento lento e senza accento” – ormai privo di etnia.

“È lento il tempo/ Il tempo del dolore ghermito/ Il tempo è veloce/ È quasi inafferrabile l’attimo” – ed è quel quasi che ci stordisce ogni volta.

La memoria e l’attesa/ Nel vuoto infinito scagliamo” – contro quel soprannome di Odisseo, eretto a Dio.

“Non avea mai sbattuto la forza del cielo” – il più inerte dei mostri – “Avea sul viso un dolore” – che ne deformava la maschera lignea – “Sul viso avean un colore” – e Null’altro che quello sprazzo di luce.

“Non conoscevano il Vento/ Né il freddo/I l vento gelato non avea mai sbattuto/ La forza del cielo/ Sul loro volto leggero giammai” – sempre e mai ponderabile.

“Penso distratto/ Quasi senza badarci/ Alle aie contadine in cui vissi/ Nella mia vita passata”Altrove.

“Il futuro è più grande/ Sempre pensavo/ Della mia povera mente più grande” – e non gli esce l’ernia a esserlo.

“Assorto a piangere spasimi/ Sotto il cielo sostavo” – sempre e mai in attesa della Sacrosanta Multa.

“Non mi spiego/ Perché mi guardino/ Gli occhi” – e perché sbattano le ciglia.

“Perché guardino in quel vuoto infinito” – perché ivi s’anneghino.

“La mia mente che viene dagli astri/ Occulta/ Frammenti sempre nasconde di paura trincerata fra i denti”e questo è Antonio, il Martone.

“Una notte/ Una notte immortale in cui sarò sempre straniero”et nemo propheta in patria.

“I visi freschi e la stupida gioia/vedemmo/di chi vive il suo primo mattino” – che donò la sua ennesima illusione.

“Mädchen aus Öst Berlin” – la Madonna che ci illuse.

“Wir wollen doch einfach nur zusammen sein” – e questo vogliamo dal Nulla Illusorio ed Esistente.

“Avevi laghi fioriti/ Laghi fiori al posto degli occhi” – e gli occhi che sono, se non umidi luoghi a cui ci si può abbeverare?

“Ti vedo ora immersa/sessantenne con seni avvizziti/ Sessantenne dai sogni svuotati” – ormai consapevole di quell’eterna illusione.

“La tua bellezza era un inganno soltanto” – che ancora non cesso di ringraziare.

“Ora ho capito/ Una triste menzogna/ La menzogna più dolce di quelle giornate” – fui così felice, per sempre e per mai.

“Io inseguo ognora il mio nulla” – tu, mettiti in fila, che siamo ormai tanti.

Antonio Martone insegue il particolare, c’è poco da fare, ma è il generale che ancor lo sostiene. E Noi con lui.

Secondo il poeta Roversi “la poesia non va interpretata, essa stessa è interpretazione della realtà da parte dell’autore: la poesia è un ordine chiuso di segni, ha una fragilità sostanziale e al contrario una perseveranza di fondo che può sembrare durezza tanto che si rende disponibile a tutti fuorché a coloro che si ostinano a sfrugugliarla col proposito di coglierne il significato ultimo ed estremo…”

La giovinezza si muove, frenetica, nell’attesa del nuovo, e poi si muta in muta pazienza, nell’attesa del ritorno del proprio sogno, che forse è là, da dove non potrà sempre e mai più tornare. In due illusioni possiamo sempre sperare: nell’amore eterno e di ogni rinata bellezza.

Se una poesia è complessa, è perché noi lo siamo.

Se noi siamo rigidi e immoti, anche lei lo diventa.

Se ci muoviamo, lei ci precede e, quando può, ci segue.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Antonio Martone, Alla corte dei Feaci, De Frede Editore, 2022

 

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