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Lettera alle donne: il femminismo ieri ed oggi

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“Ci siamo accontentate di alcune leggi, quali quelle sul diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto che, se da un lato ci hanno forse aiutate a renderci più consapevoli di noi stesse e hanno rafforzato la nostra capacità decisionale, dall’altro ci hanno anche frenate in un’ulteriore ricerca di cosa è meglio, non solo per noi ma anche per l’uomo stesso. Paghe di queste nuove libertà ci siamo poi fatte fagocitare dal sistema tutto maschile di vivere la vita e l’impegno nella società.” – Giovanna Fracassi

Donna - Photo by Karolina Grabowska da Pixabay
Donna – Photo by Karolina Grabowska da Pixabay

L’8 marzo è la Giornata internazionale dei diritti della donna, o comunemente chiamata Festa della Donna. La celebrazione iniziò negli Stati Uniti nel 1909, in Europa arrivò pochi anni dopo nel 1911, ed in Italia nel 1922, dopo intricati eventi tra manifestazioni, scioperi, convegni che si tennero in America, Europa e Russia nei quali si iniziavano a chiedere a gran voce pari diritti tra i cittadini soprattutto perché grazie al lavoro (ed all’opportunità di salario) la donna aveva iniziato quell’emancipazione di cui ancora oggi si parla.

Una giornata istituita per riflettere sulla condizione della donna nel mondo, non propriamente per “festeggiare” ma per trattare delle possibilità delle donne nella società. Senza voler limitare l’esibizione del corpo della donna, è arrivato il tempo in cui oltre alla bellezza e sinuosità della materia è necessario mostrare la mente acuta nella discordanza di opinione, i versi profondi di una poetica femminea, le argomentazioni riguardanti i grandi temi quali la parità salariale tra i sessi, l’educazione sentimentale, etc.

In questo ambito prende vita una emozionante lettera della poetessa e scrittrice vicentina Giovanna Fracassi edita nel libro “Lettere a Sofia” (Tomarchio Editore, 2022) che si riproduce interamente, per concessione dell’autrice, come invito alla meditazione in questa giornata che si è riempita di paillettes e di lustrini e che, invece, dovrebbe mettere a nudo l’intelletto della donna.

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Lettera tratta da “Lettere a Sofia”

Cara amica,

spesso io e te parliamo di femminismo, dei problemi della donna nel nostro tempo. Sai che ritengo che la divisione dei ruoli e delle competenze vada tutelata. Per raggiungere vari scopi: una migliore gestione della vita famigliare, sociale, in tutti i suoi stadi, fino allo Stato, una più serena identità dell’uomo e della donna, con meno conflittualità interiore, più autostima e consapevolezza delle proprie capacità e attitudini, un’azione educativa e formativa più equilibrata ed efficace nei confronti delle nuove generazioni.

Il femminismo ha mancato l’obiettivo.

Si proponeva di cambiare una società fondata su valori prettamente maschili, per fondarne una più a dimensione umana, a partire dall’organizzazione del lavoro, della gestione dei figli, della casa, del pianeta. Invece la donna si è lasciata risucchiare dall’ingranaggio del dio denaro, del dio potere, del dio efficienza ad oltranza e dal delirio di un progresso tecnico-scientifico che ha perso ogni fondamento etico e rotola verso un’anarchia e un sovvertimento delle stesse leggi di natura. Proprio in questi giorni, sto leggendo alcune massime del filosofo Arthur Schopenhauer. Vi sono alcune sue idee e convincimenti che non condivido pienamente anche se concordo in parte con lui sul fatto che si stia, molto spesso, meglio da soli che con gli altri uomini. Egli sostiene che, per sviluppare il suo genio, per poter metterlo al servizio del pensiero, non può né lavorare né crearsi una famiglia perché tutte queste occupazioni lo distoglierebbero dalla sua missione. È vero che svolgere un lavoro e occuparsi di una famiglia riducono e talvolta annullano completamente il tempo libero che ciascuno di noi potrebbe, qualora lo desiderasse, dedicare alla riflessione, ma io credo che queste esperienze siano anche in grado di sostanziare, dare significato e contenuto a quegli stessi pensieri; insomma che aiutino nella riflessione attorno ai grandi temi come intorno ai quesiti più quotidiani. Ad ogni modo, se talvolta si può parlare di limitazione è doveroso fare alcune premesse: non tutti i lavori e non tutte le professioni sono ugualmente “totalizzanti” e così stressanti. Di certo non lo dovevano essere ai tempi del filosofo, considerando poi che lui si riferisce a quelle professioni tipiche e consone agli intellettuali del suo tempo, come per esempio, l’insegnamento. Inoltre il gravoso fardello della famiglia è da sempre più pesante e limitante per la donna che non per l’uomo. È sempre stata la donna a non potersi permettere l’indagine speculativa, ad eccezione di ben poche intellettuali, ed è comunque stata limitata, nel tempo e nelle energie, dal doppio lavoro, almeno per quanto riguarda il Novecento e il nostro secolo, svolto a casa e fuori casa.

Questo è a mio avviso un grande problema che però non sembra particolarmente sentito o dibattuto nella nostra società.

Giovanna Fracassi - Lettere a Sofia
Giovanna Fracassi – Lettere a Sofia

Le donne hanno ormai raggiunto posizioni elevate, anche se in casi tuttora limitati, in vari ambiti dove fino a poco tempo fa spadroneggiavano gli uomini. Per esempio ora sono nell’esercito. Mi sembra però che non dovrebbe essere questo lo scopo o almeno non solo questo: non vedo quale conquista ci sia nell’essere militare o altro se siamo quasi senza voce, per esempio, nel panorama della filosofia, della storiografia, della politica, della scienza ecc. Sembra quasi che le donne abbiano rinunciato a creare un loro modo di essere, un loro modo di interpretare il mondo, di inventare i loro ruoli o almeno di modificarli, per scegliere piuttosto uno sterile appiattimento sui modelli maschili. Invece di voler cambiare le regole del gioco, impresa senz’altro difficile e lunga, è sembrato più redditizio, veloce, copiare quello che fanno gli uomini, per poi sostenere di dimostrare di essere in tutto e per tutto uguali a loro. È questo il nostro scopo? Possiamo sentirci soddisfatte di andare in guerra come loro o di massacrarci di turni di lavoro o di sprecare tutte le nostre migliori energie in lavori e professioni che, come accade all’uomo, non ci lasciano più spazi per pensare, per curare una soddisfacente vita affettiva, relazionale, arrivando al punto di dover perfino scegliere tra carriera e figli?

Insomma, Sofia, mi sembra che ci siamo lasciate intrappolare anche noi in una vita nella quale non ci sono più ritmi consoni all’uomo, dove regna incontrastato il bisogno di raggiungere il successo o la ricchezza, la notorietà, la bellezza.

Per chi, come me, ha respirato gli ultimi echi del femminismo, questo presente è assai deludente. Sono state disattese tutte le aspirazioni e le speranze che il femminismo aveva individuato.

Ci siamo accontentate di alcune leggi, quali quelle sul diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto che, se da un lato ci hanno forse aiutate a renderci più consapevoli di noi stesse e hanno rafforzato la nostra capacità decisionale, dall’altro ci hanno anche frenate in un’ulteriore ricerca di cosa è meglio, non solo per noi ma anche per l’uomo stesso. Paghe di queste nuove libertà ci siamo poi fatte fagocitare dal sistema tutto maschile di vivere la vita e l’impegno nella società. Abbiamo arrestato il processo che era stato avviato. Soprattutto abbiamo rinunciato ad essere protagoniste nel pensiero, nella cultura, nella speculazione accontentandoci di ricoprire i ruoli assai redditizi delle “belle”, più o meno realmente svampite.

Credo quindi che bisogna tornare a riflettere su ciò che è veramente importante per noi senza farci fuorviare dalle mode consumistiche, dalle allettanti offerte del mercato che ci lascia alla fine, ancora una volta, ai margini di quello che è invece il fare storia, il lasciare il nostro segno nei mutamenti da noi voluti e cercati per cambiare davvero il mondo e il modo di vivere.

Inoltre, l’animo umano è sempre scisso tra l’Essere e il Dover Essere, forse più in noi donne che negli uomini. Siamo ricche di vari ruoli nella nostra vita: figlie, compagne, madri, professioniste e lavoratrici fuori e dentro le mura domestiche, siamo spesso impegnate nel sociale e a vario titolo anche nella cultura. Credo che spesso capiti di sentirsi divise, scisse e che si viva talvolta come delle funambole, in equilibrio fra tutti questi ruoli, nella ricerca di volere e dovere esserci per tutti e per tutto, vivendo quella tensione che ci porta a cercare di esserne all’altezza, di dare comunque il meglio di noi stesse, non di rado a scapito dei nostri spazi, delle nostre esigenze e dei nostri desideri. Ma c’è quella dimensione che è solo nostra, quel rifugio tutto interiore dove ci sappiamo ritrovare con noi stesse, c’è quel dialogo interiore che ci spinge ad essere sempre anche “Altro” e soprattutto, almeno per quanto mi riguarda, anche “Altrove” e “Oltre”. “Oltre” tutto questo che sono, “Oltre” tutto quello che appaio, “Oltre” il “qui ed ora” in quell’anelito all’Infinito che credo sia proprio di ciascuno di noi, ma che solo un artista, che sia uno scrittore, un musicista o un pittore o altro, riesce a rappresentare nella sua ricerca individuale.

Ed è proprio questa ricerca che mi spinge “ad uscire da me” per esplorare i territori dell’animo umano che ancora non conosco. Tale “viaggio” mi arricchisce ma prevede sempre e comunque un “ritorno” a quelle che sono le mie radici, a quello che caratterizza il mio essere donna.

 

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