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Vincitori e finalisti della Seconda edizione del Contest “Natale con Tomarchio Editore”

“Ascolta Marco – mi disse una volta – nel momento in cui riusciamo ad astenerci dall’agghindare la nostra vita come si fa con un albero di Natale, solo allora ci avviamo verso la consapevolezza! Ora nulla di male se per il bisogno di un luogo confortante ci chiudiamo in una sostenibile nicchia illusoria, possiamo pure starci! Purché non perdiamo di vista le leggi fondamentali del reale!” – Antonietta Fragnito

Contest Natale con Tomarchio Editore 2022
Contest Natale con Tomarchio Editore 2022

Si è conclusa il 6 gennaio 2023, a mezzanotte, la possibilità di partecipare con una recensione di un libro (sia proprio sia di altri autori) alla Seconda edizione del Contest letterario “Natale con Tomarchio Editore” promosso da noi di Oubliette Magazine e dalla casa editrice Tomarchio Editore.

La giuria del contest (Alessia Mocci, Giovanna Fracassi, Rosario Tomarchio, Stefano Pioli, Carolina Colombi, Antonietta Fragnito e Samuel Fernando Pezzolato) ha decretato i sette finalisti dai quali sono stati selezionati i due vincitori del contest.

Il premio per i due vincitori consiste nell’invio due libri tra quelli indicati:

N° 1 copia dell’epistolario “Lettere a Sofia” della poetessa e scrittrice Giovanna Fracassi;

N° 1 copia dell’antologia “Racconti di Sardegna”, AA.VV., con prefazione dello scrittore Pier Bruno Cosso e postfazione della poetessa Alessandra Sorcinelli;

N° 1 copia della raccolta poetica “È giunto il maestrale” del poeta Samuel Fernando Pezzolato;

N° 1 copia del romanzo “L’inquilino dalla modica follia” della poetessa e scrittrice Antonietta Fragnito.

Tutte le recensioni partecipanti al Contest possono essere lette cliccando QUI.

FINALISTI

Marco Salvario con “Progetto”

Gisella Fidelio con “Parole rimescolate”

Marina Cozzolino con “Sette brevi lezioni di fisica”

Fabio Soricone con “Atlas Italiae”

Ninetta Pierangeli con “Omero, Iliade”

Marco Astegiano con “Il barone rampante”

Marcello Silvano Marchesan con “Festa a Balta Verde”

VINCITORI

Fabio Soricone con “Atlas Italiae”

Recensione del libro “Atlas Italiae” di Silvia Camporesi

Non è un caso che la prima fotografia inquadri un orologio fermo, quasi a suggerire ciò che troveremo nel resto del libro.

Desolazione, entropia, brandelli di vita strappati al vivere, finestre e porte semichiuse che lasciano trapelare a volte una luce algida, quasi a richiamare una presenza metafisica.

Si parte dagli spazi ristretti degli interni, talora angusti, dove spadroneggia la dimensione lineare del tempo, la degradazione, la consunzione, il ricordo, fino alla travolgente apoteosi degli esterni, paesi fantasma, selva, nebbia, il campo visivo che si allarga a cercare il conforto della natura, brulicante, che si riappropria della sua estasi arcaica, e sembra erompere dall’en-stasi alla quale l’uomo l’ha costretta per secoli.

Riallacciandomi all’inizio del discorso, è chiaro che non ci sia soltanto entropia in queste immagini, sussiste invero l’occhio dell’artista, che nella solitudine visiva dei luoghi trova motivo di riflessione spirituale.

Il deperimento della materia rimanda inesorabilmente al disfacimento dei corpi e alla morte fisica, ed è in questo senso che l’autrice penetrando il mistero del suo stare al mondo, ritrova il contatto con l’essenziale e l’anima, per contrasto con lo stile di vita ipercinetico della civiltà odierna.

L’assenza fa emergere la presenza, l’essenzialità delle immagini, il disordine, la vacuità, il nulla scabro di questi luoghi, non sono i veri soggetti da immortalare.

Il vero soggetto è l’occhio stesso dell’autrice, consapevole di sé stesso, che da questi contenuti scarni riesce a trarne una bellezza inverosimile, una ricchezza smisurata, un’abbondanza di dettagli e motivi d’interesse, come fossimo di fronte ad un’ascesi dello sguardo.

Ninetta Pierangeli con “Omero, Iliade”

“Omero, Iliade” di Alessandro Baricco

“Cantami, o Diva, del Pelìde Achille/ l’ira funesta che infiniti addusse/ lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco/ generose travolse alme d’eroi,/ e di cani e d’augelli orrido pasto/ lor salme abbandonò (così di Giove/ l’alto consiglio si adempìa), da quando/ primamente disgiunse aspra contesa/ il re de’ prodi Atride e il divo Achille.”

51 giorni del decimo anno di guerra in 24 canti. Questa la guerra di Troia cantata da Omero nel poema Iliade, attraverso un’unica voce narrante: la sua, quella di un aedo elleno dell’VIII secolo a.v.

In 17 capitoli, Baricco racconta la stessa storia, anzi, la fa raccontare capitolo per capitolo a ognuno dei protagonisti, cominciando da Criseide, colei che fu graziata a restituita al padre, e finendo con Demòdoco, che nell’Iliade non compare, ma che racconta ai Feaci e a Ulisse, colui che ne fu l’inventore, dell’inganno del cavallo.

Riletta dopo molti anni, questa riscrittura del poema non cessa di affascinarmi. Il racconto in prima persona di coloro che in quella battaglia furono immersi, immersi nello Scamandro che del loro sangue si arrossò, è sempre dinamico e coinvolgente.

“L’Iliade è un monumento alla guerra”, “canta la bellezza della guerra”, scrive Baricco. Della guerra onora la bellezza e la poesia.

La poesia dei suoi ideali e dei suoi valori: l’onore, la forza, l’ira, la grandezza, il coraggio, la vendetta, il rispetto dei caduti.

Tutti gli uomini racconteranno per sempre la bellezza del morir combattendo, il valore di Ettore, domatore di cavalli e uccisore di Patroclo e della sua follia.

Ma in che consiste questa bellezza della guerra che affascina gli uomini?

Rileggendo l’Iliade, mi sembra che consista nel potere di sottrarre la vita a un altro uomo, diventando la mano del destino, quel destino a cui “nessun uomo, una volta che è nato, può sfuggire”. La bellezza della guerra appare il fascino della vita che si nutre della vita di un altro, si impossessa delle armi del caduto e con esse della sua forza stessa, della sua anima, del suo “daimon”.

La tristezza è il destino di questi eroi, è per questa tristezza che le loro “vite saranno cantate da tutti gli uomini che verranno”.

Esiste dunque una bellezza, una grandezza della tristezza, che è propria degli antichi eroi.

Ma nel poema sono presenti anche altri valori di quell’antica società: l’ospitalità, la pietà verso gli dèi, gli affetti familiari. Quelli che Baricco considera valori femminili, i valori di cui all’epoca erano portatrici le donne. Una cultura degli affetti, della cura, dei sentimenti. Sottomessa però, e opposta, a quella maschile.

Mi sono domandata se questa cultura maschile guerriera sia una specificità dei popoli indoeuropei o se sia esistita ed esista anche fra altre popolazioni. Alcuni storici dicono che prima della venuta degli Indoeuropei, nel Mediterraneo, prosperasse una società matristica e matrilineare, di indole e propensione pacifica. Ahimè, di questa società abbiamo pochissime testimonianze, qualcosa forse negli affreschi minoici, sopravvissuti a eruzioni e maremoti.

Invece la società che invoca la guerra e la vive con tragica bellezza non è scomparsa. “La guerra: sola igiene del mondo”. Sebbene il paragone Marinetti – Omero sia incongruo e paradossale, rende sempre attuale la domanda: “Che cosa rende affascinante la guerra agli uomini?”

Baricco termina la sua riscrittura, affermando: “Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura o l’orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite.”

Baricco afferma con certezza che questa bellezza verrà, ma non ci dice dove, non ci dice quando.

Chi ci farà conoscere questa bellezza dunque? È la domanda aperta da questo finale.

Forse vuole sottintendere che saranno le donne? In una società non più patriarcale?  Eppure mi dico: non sono loro a partorire ed educare gli uomini? Nel poema, la madre, Teti, non incoraggia e sostiene l’ira di Achille? Il poema più famoso al mondo è un inno all’ira. Da dove nasce l’ira nel cuore di Achille? Dal dolore dell’offesa di Agamennone. È dunque l’ira figlia del dolore, oso dire figlia del parto. E la tristezza non viene solo dagli uomini, ma dalle madri che li hanno partoriti nel dolore e nella paura, e spesso concepiti con violenza.

Resta allora la domanda: donde verrà questa bellezza accecante, mite e non irascibile?

Un’idea infine mi è venuta. Dal solo parto senza dolore, che un altro aedo circa 2000 anni dopo la stesura dell’Iliade, in un altro poema cantò:

“… State contenti, umane genti al quia” “State contenti”, forse c’è dunque, oltre la bellezza della tristezza, quella che nasce dalla grandezza della guerra, anche la bellezza della contentezza che porta alla pace, ma questa grandezza non penso sarà per Achille, l’uomo nato dalla divina Teti, ma verrà da un altro, da altro parto nato.

“State contenti, umana gente, al quia;/ ché se potuto aveste veder tutto,/ mestier non era parturir Maria.” (Purgatorio, canto III, vv. 37-39)

 

Libri Tomarchio Editore
Libri Tomarchio Editore

I vincitori saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!

 

Info

Sito casa editrice

 

 

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