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“Le correzioni” di Jonathan Franzen: gli intelligenti sono condannati ad essere soppressi dagli stupidi

Non intende essere una critica, ma una constatazione. Gran parte dell’attuale letteratura americana, e forse del mondo intero, appare un’entangled sitcom che non coinvolge una singola dimora umana, ma alcune di esse, correlate come quelle celebri particelle che ebbero un’origine comune e che per sempre muteranno, in senso opposto, ma insieme.

Le correzioni di Jonathan Franzen
Le correzioni di Jonathan Franzen

Questo pensai nel leggere Il ragazzo giusto dell’indiano Viktam Seth, A suitable boy, di oltre 1300 pagine, più del doppio di Le correzioni, questo pur complesso romanzo di Jonathan Franzen, il quale “si legge d’un fiato” (come pure quello, ancor più variegato, di Seth), come assicura la nota presente nella quarta di copertina, poiché è “ricco di umorismo e di umanità e al tempo stesso duramente critico verso la società contemporanea e i suoi pochi, incerti valori.” – condivido tutto, ma non l’ultima frase: “Impossibile non riconoscere che i Lambert siamo noi: in un momento della nostra vita, in qualsiasi luogo del primo mondo.” – la correzione (io che pure disprezzo le critiche, che preferisco reagire, rapportandomi da pari a pari con un’opera letteraria, anziché esprimere dei giudizi di merito) è che io non mi sento affatto un Lambert, ma temo di poterlo diventare, una volta letto questo romanzo.

Lambert, una famiglia, dove, riportando la battuta di Woody Allen, l’uomo comanda e la moglie decide: “La poltrona era l’unico acquisto importante che Alfred avesse mai fatto senza il consenso di Enid.” – lei, la con-sorte, che dirige il destino che accomuna due umani. I due coniugi sono anziani, lei è una donna in gamba, con qualche acciacco, lui è un uomo al contempo tetragono e tremolante (per via del Parkinson). Hanno tre figli e tre nipoti, tutti del maggiore, Gary, il quale, col suo carattere polemico, insegue una giustizia generale complementare al proprio giudizio.

Minore (ma più che trentenne) è Chip, che tutto è tranne che cheap, un vago spendaccione dedito ai vizi; latest, but non last, è la saggia (così pare) e trentaduenne Denise.

Tornando alla poltrona (che Enid vorrebbe gettare) “era l’unico simbolo della sua visione personale del futuro.” – di lui non di lei. E l’affidare il nostro futuro a un singolo oggetto, nonché parte della nostra anima (come faceva Linus con la sua copertina) è un residuo di quell’animismo che risale all’età della pietra, se non anche prima, che convive con l’era post-moderna, post-tutto!, in cui ci tocca sopravvivere.

Chip chiede al padre come sta. Risposta: “Peggio che in paradiso, meglio che all’inferno” – come se fossero due luoghi di villeggiatura dove potremmo trascorrere i nostri momenti d’ozio, con la differenza che non ci sarà forse più consentito di trasmettere ad alcun Sacred Advisor il nostro parere sul trattamento ricevuto.

“Il problema di Chip era la sua mancanza di autostima.” – che è l’incapacità di stimare gli altri e le situazioni che si con-vivono con quelli.

Sitcom si diceva, ma pura letteratura, un misto fra il vecchio, il recente e il nuovissimo che dà l’idea di quel Panta rei che informa la nostra fluida esistenza. Enid intervista Julia, l’ormai caduca compagna di Chip.

Franzen alterna le domande che pone con quelle che ha in mente, in corsivo e ben racchiuse tra parentesi. Un esempio: “Abiti in città?” – a cui segue “(Non convivi con nostro figlio, vero?); oppure: “Hai fratelli o sorelle? – (sei una figlia unica viziata o una cattolica con miriadi di fratelli?)…” – una cosa è certa, Enid non vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma mentre esso scivola dal tavolo, per poi spezzarsi in mille pezzi, col liquido che scorre poi sul pavimento.

Melissa, allieva del professor Chip Lambert, e che recherà a un’entropica e miseranda fine la di lui carriera universitaria “era solita ignorare i suoi compagni, eccetto quando li aggrediva con toni di violento disaccordo o di fredda correzione…” – quest’ultima è una parola che riveste una certa importanza nella scrittura del romanzo.

Franzen è una miniera di informazioni: “Sul cielo era scesa una cappa di umidità, un vento solforoso e inquietante che soffiava da Rathway e Bayonne…” – un tetro bollettino meteo.

“Gli uomini erano di svariate forme e dimensioni, ma le donne erano tutte snelle e trentaseienni; molte erano sia snelle che incinte.”quasi una statistica Doxa: ricerche e analisi di mercato.

E sa scandagliare come pochi il cervello dei suoi personaggi: “Mentre stringeva la mano quadrata di Doug, Chip si sentì una femminuccia con in mano il cestino della spesa.” – eppure “Doug, che era più giovane e più basso di Chip, affermava di sentirsi in soggezione davanti al suo intelletto…” – e, a fatica, “Chip aveva infine accettato che Doug lo ammirasse sul serio. Quella stima era più snervante di una sottovalutazione.”

Dei tre rampolli di casa Lambert, Chip è l’eterno figlio, anche dei suoi fratelli, forse anche di sé: “… si chiese cosa si provasse a essere padre, ad avere qualcuno che avesse sempre bisogno di lui, invece di essere sempre lui ad avere bisogno degli altri.”

Denise mal giudicava i telefonini e chi li possedeva, Gary li ha regalati a tutti i suoi tre figli, “Chip detestava i cellulari principalmente perché non ne aveva uno”. Un altro difetto di Chip: è un essere distratto, svogliato, sfiduciato, che si crede quasi un genio. Franzen dimostra d’esserlo, quando scrive che, nella mente di Enid, un comportamento enigmatico della figlia “le stava di fronte come uno spazzolino da denti nella tazza del cesso, come un grillo morto nell’insalata, come un tavolino sul tavolo da pranzo.” – nauseanti allegorie che (non ne sono certo) forse non sarebbero spiaciute al Fiorentino e Divino Vate.

Il suo prossimo datore di lavoro è un enigmatico e truffaldino notabile lituano, che fu un tempo rinchiuso “otto mesi in una caserma dell’Armata Rossa nello Stato sovrano di Lituania” – mentre Chip l’ha sempre fatta franca e, quando quello gli dice che gli americani sono dei “patetici”, ammette: “Un altro tipo di prigione…” – ognuno ha la gattabuia che si merita.

La prima parte del romanzo è Il fallimento. La seconda è Più ci pensava, più si arrabbiava.

E comincia a parlare della vita di Gary, il primo figlio e quello più realizzato dal punto di vista professionale: esimio direttore di banca. Un tipo che spesso urla alla moglie, ma “i figli l’avrebbero protetta dal marito. Dal marito che gridava. Come suo padre prima di lui. Suo padre che ora era depresso. Ma che, nel fiore degli anni, aveva urlato così forte che il giovane Gary, spaventato, non aveva mai pensato di intervenire in favore di sua madre…” – ma che ora non si fa scrupoli di criticare il cosmo intero, moglie, figli e genitori per primi.

“Gary, con mani leggermente parkinsoniane…” – come il padre, e depresso anche lui, come il padre.

Un eccesso di descrizione, da parte di Franzen? No, tutto mi pare ridotto all’osso: “Trovò crepe nell’intonaco, strisce di ruggine sui lavandini del bagno e una minaccia di cedimento nel soffitto della camera da letto principale. Notò macchie d’umidità sul muro interno della veranda posteriore, una barba di schiuma secca sul mento della vecchia lavastoviglie, u rumore allarmante nel condizionatore d’aria, pustole e creste sull’asfalto del vialetto, termiti nella catasta di legna, un grosso ramo di quercia sospeso come una spada di Damocle sopra un lucernario, crepe lunghe un dito nelle fondamenta, muri portanti inclinati, onde di vernice scrostata sull’intelaiatura delle finestre, grossi ragni baldanzosi nel semiinterrato, distese di escrementi secchi di onischi e grilli, strani odori fungini ed enterici: ovunque guardasse vedeva la decadenza dell’entropia…”un nervoso flusso di coscienza, di Gary, nonché di Jonathan, che viene sparso lungo il cortile, il giardino, la casa.

Certe scene vanno riviste più volte alla moviola, e il lettore è costretto a chiudere gli occhi e prova a viverle: “Alfred muoveva freneticamente le mani in grembo senza raccogliere nulla, rastrellando un’inesistente vincita a poker” – ho provato a ripetere il suo gesto e ho compreso.

“Ma tutta la sua esistenza era costruita come una correzione di quella di suo padre, e da tempo lui e Caroline erano d’accordo sul fatto che Alfred fosse clinicamente depresso.” – e Caroline gli chiedeva quel che entrambi già sapevano: che anche Gary lo era, che però negava ogni addebito.

I personaggi parlano in un modo automatico, quasi autistico, ripetendo la stessa espressione più volte, come se fosse un mantra: “Come va la schiena? Come va la schiena? Come va la schiena? La tua schiena va meglio? Come va la schiena? Come ti sei fatta male? Come va la schiena? Va in cerca di qualcosa da disapprovare, e poi vuole dire ai miei figli come devono vestirsi per la cena in casa mia, e tu non mi appoggi!” – questo dice Caroline della sua antagonista/alter ego, mamma Enid. Entrambe le mogli hanno un marito depresso, uno col Parkinson e l’altro che ben promette.

Caroline accusa la suocera di definire “fallito” Chip, il quale, invece, “è un uomo dolce, intelligente, spiritoso, e abbastanza sincero da dire quello che non tollera delle riunioni familiari.” – e che per caso (anche perché la studentessa l’aveva accusato di starle troppo addosso e di averle scritto tutta una tesina, per cui quel bravo professore universitario fu invitato a dimettersi) ora si trovava in Lituania a compiere qualche piccola truffa. Ma tutto ciò Caroline mica poteva indovinarlo.

Gary non amava il suo lavoro, ma lo svolgeva con senso del dovere. Avrebbe voluto passare più ore in ufficio, ma sentiva che era inutile e “sapeva fin troppo bene che passare lunghe ore in ufficio per sfuggire all’infelicità domestica era esattamente il genere di trappola in cui era caduto suo padre; era proprio così che Alfred aveva cominciato a curarsi da solo.”

Una questione da nulla diventa l’impossible mission: far confessare alla moglie che ha mentito. “Caroline non gli aveva risposto. Non aveva detto più niente per tutta la notte, nonostante lui avesse continuato a ripeterle la domanda per mezz’ora di seguito, con pause di un minuto o due per darle il tempo di rispondere: non aveva risposto.” – la domanda era: “Hai detto che sono ‘depresso’?” – ai tre figli, intende.

Altra immagine da ricostruire prima con la mente e poi col corpo: “Il più vecchio dei tre beatifici gesticolatori, un uomo dalla faccia rossa con un paio di occhiali senza montatura, stese una mano come per benedire la folla.” – sono riuscito nella mimesi. Subito non avevo capito bene, ma poi sì.

“Gary odiava ogni parola di quella conversazione. Salute salute, femminile femminile, carino carino, liscio liscio…” – ripetitivo ripetitivo.

Gary ama la ricca mogliettina, pur faticando a sopportarla: “L’oggetto del desiderio di Gary, la femmina bionda intenerita dal pianto che aveva rassicurato al telefono, sedeva in cucina accanto a Caleb…” – dei tre il figlio che più Gary amava (mal) giudicare. Il suo preferito era Jonah: “L’amore che provava per suo figlio era così immenso che si sarebbe tagliato la gola se Jonah avesse avuto bisogno di sangue…” – un tipino che si può soltanto adorare: “Nel frattempo il miracolosamente premuroso Jonah aveva apparecchiato la tavola e tirato fuori il pane e il burro.”

E il terzo, Aaron? Pare incolpevolmente neutro, in stand-by, uno che non dà fastidio, né elargisce soddisfazioni.

Ora si parte per andare In mare. E il mare è amico, nemico, fraterno o assassino, a seconda degli eventi. “Naturalmente anche l’oceano aveva una sua superficie di veglia. Ma in ogni punto di quella superficie si poteva affondare e scomparire.” – e non sempre riemergere.

“Un tremito sincopato così insito nella nave, e così simile al Parkinson per il modo in cui cresceva senza mai accennare a diminuire, che Alfred aveva localizzato dentro di sé finché non gli era capitato di sentirne parlare da passeggeri più giovani e sani di lui.” – e sarà per sempre un mistero come la facilità con cui un narratore riesca a sviscerare l’in-sviscerabile che è allocato all’interno dell’anima di una bestia che soffre.

Il discorso di Franzen salticchia, anzi, balzecca, termine coniato da Stefano Peres, fra la crociera e il rimuginare quel che fu, quando Alfred era un Altro, assiso sul trono, a comandare, criticare, minacciare, ricattare e a pensare che “lei aveva sempre torto”.

Enid è una poetessa nell’intimo, con alcuni problemi esterni. In assenza di Alfred, “aveva trasformato alchemicamente i propri meschini risentimenti nell’oro della nostalgia e del rimorso.” – quando avremo la prova che ogni sentimento non è che un misto di connessioni chimiche ed elettriche, la finiremo di scrivere libri (nonché reazione agli stessi).

Vengo a ri-scoprire quel che già mi pareva lampante:Chipper e Alfred, due ritratti gemelli di tetraggine, tenevano gli occhi fissi sul piatto” – Chipper è Chip, Denise, ancora innominata, sta galleggiando nella pancia di Enid.

Jonathan Franzen
Jonathan Franzen

Un banale pensiero: il seme che Alfred ha sparso nei condotti moglieschi conteneva un suo horcrux. Il che non può non capitare, ma a volte il fatto ha del miracoloso!

Chipper merita una punizione quando disdegna la pietanza che tutti gli altri hanno mangiato, ma “la correzione aveva dei limiti: non c’era modo, alla fine, di penetrare dietro quelle iridi azzurre ed estirparne il disgusto.” – allora è lui quel bimbetto colpevolmente innocente che in copertina ha il viso corrucciato, con ben due forchette inerti alla sua destra, sul tovagliolo, e il piatto assurdo e tagliato a metà!

“Ogni sera, dopo cena, Gary perfezionava la propria capacità di sopportare una cosa noiosa che rendeva felice un genitore…” – dimostrando di aver davanti a sé un brillante, e problematico, futuro.

Jonathan mi permette ora di assistere a un caso di violenza spirituale su minore, su cui preferisco sorvolare (per non infiammarmi, allungando un po’ troppo il presente già bollente brodino).

Frase di Alfred: “gli esseri umani erano nati per soffrire.” – e la seguente suona ancora più allegra: “gli intelligenti sono condannati a essere soppressi dagli stupidi…” – leggo, senza verificare, che nel nuovo parlamento siedono diverse decine di imputati/deputati/senatori, alcuni dei quali condannati da sentenze passate in giudicato, ma perché, mi chiedo?! Perché Jonathan Franzen (e lo stesso Alfred) citano così spesso quel faceto di Arturo Cagaduro Schopenhauer?

“Chipper sentiva e vedeva cose, ma erano tutte nella sua testa…”un brillante futuro d’artista desolato ed emarginato. Poco prima Jonathan aveva l’aveva così descritto “… un bambino che fissava un piatto di cibo freddo, era come la mente di un depresso.”.

Accenna poi al principio a cui, a forza di citarlo con odio sento di aver sviluppato una specie di dipendenza: il secondo della termodinamica, quello che preannuncia l’entropia cosmica. L’altra bestia nera è il buco inodore e incolore, che promette Ordine e Pulizia Etnica: prima i singoli!

Ciò in cui confido, né mai cesserò di farlo, è che le due tendenze si alternino giocosamente: dentro e fuori da quel buco! Su e giù! deciditi, dai! No, non lo farà mai!

“Ciò che rendeva possibile la correzione era anche ciò che la condannava all’insuccesso.” – povera Enid, così protesa verso un’ingloriosa End.

Alfred aveva ora un’amante, che stava con lui anche “durante le gite estive di famiglia” – e il suo nome era “sonno”. Un amante maschio e non femmina, forse neutro. Per anni Alfred “aveva camminato un passo o due davanti a lei…” – mentre ora talvolta scivola giù per le scale.

Un giorno, Jonathan mi dirai di questa frase: Enid “aveva visitato il Continente cinque volte in vacanza e due volte in viaggio d’affari con Alfred, quindi una dozzina di volte in tutto.” – forse hai conteggiato anche i suoi sogni appena abbozzati e subito repressi?

A pagina 319-319 e 320 il lettore deve inseguire un flusso di coscienza di Sylvia, che è un’amica di crociera di Enid. Ogni tanto, Jonathan, te ne scappa uno.

Enid dimostra d’essere madre (certa est) di Chipper, quando si chiede: “non è sorprendente che una cosa completamente invisibile nella tua testa possa sembrarti più vera di qualunque altra cosa tu abbia mai provato prima?” – anche le sinapsi hanno un’anima, ci mancherebbe!

Enid si reca dal dottore della nave che mi pare possa candidarsi al Gran premio Turlupinatore d’oro, oltre che al Parlamento italico. Notevole è il farmaco che appioppa gratis a Enid, da assumere “se si sentisse confusa invece che semplicemente confusa…” – e “la patologia per cui l’Aslan è più comunemente indicato è proprio la paura invalidante di chiedere l’Aslan” – roba seria, al momento gratis, anche se non lo è la parcella di chi te lo prescrive (“sessantadue dollari netti a consultazione”).

“La paura dell’umiliazione e il desiderio d’umiliazione sono strettamente collegati.”entangled!

“Sopravvivere alle correzioni” – è “il titolo della conferenza”, scritto su “un cavalletto”.

Intanto, ad Alfred, le quiete serate in famiglia, “sere di semplice intimità alla vaniglia sulla poltrona di pelle nera”, “gli venivano in mente adesso, quei controesempi dimenticati, perché alla fine, quando si stava cadendo in acqua, l’unica cosa solida a cui aggrapparsi erano i figli.”

Prossima fermata: Il Generator, ristorante per gente ricca, ma anche Vilnius, Lituania, che è il luogo adatto alla gente che vorrebbe arricchirsi, rischiando il meno possibile, e dove tutto, da un momento all’altro, di certo salterà in aria.

Stavo pensando ai tre fratelli Lambert, Chip, Denise e Gary, il maggiore, non (ancora) ai figli di Gary. Sono isole nell’oceano della solitudine (così cantava Scialpi), sempre correlati, essendo quelle particelle che mai di scorderanno, mai però concordi, e la loro discordia si manifesta nella sua forma più intrigante: su quasi ogni cosa la penseranno ogni volta diversamente, se uno gira a destra, l’altro punta lo sguardo sulla sinistra, il terzo in alto. Ognuno correggerà il proprio tiro, coerente nella sua incoerenza.

“L’ingegnere dei segnali tratteggiava le correzioni sui disegni…” – e poi “i progettisti registravano le correzioni con l’inchiostro nero…”.

L’immaginifico Franzen sa stupire con gli effetti speciali: “… Denise rietichettava cartellette e disseppelliva pergamene da tempo smarrite. il contenitore più grande era così profondo che Denise dovette sdraiarsi a pancia in giù su quello accanto, con le gambe nude sul metallo freddo, e immergere entrambe le braccia per raggiungere il fondo”.

E: “… Don Armour ordinò un hamburger de luce e un milk shake. La sua postura, notò Denise, era quella di una rana. La testa affondava sulle spalle mentre si chinava sul cibo. Masticava lentamente, quasi con ironia. Si guardava intorno sorridendo mellifluo, quasi con ironia. si spingeva gli occhiali sul naso con dite le cui unghie, notò Denise, erano rosicchiate fino alla carne viva.” – questo “notò Denise” e “quasi con ironia”, espressioni reiterate, come in tutta l’opera, che costringono il lettore a capire, che non può avere lo sfizio di leggere trasversalmente, distrattamente.

Jonathan è diretto e attraente come pochi altri scrittori. Sa che il pubblico tende a pensare ai fatti propri, mentre legge quelli altrui, e la cosa non gli va giù. Similmente, per Hitchcock e per Rossellini incantavano lo spettatore, costringendolo a tuffarsi all’improvviso sullo schermo, donandogli una scena attrattiva, per costruirci su quella scena una storia.

“Don Armont le mise in braccio intorno alla vita e le posò il mento sulla spalla. Ascoltarono i botti sordi di piccoli fuochi d’artificio.”

Denise amava nei partner la loro maturità (erano in genere molto più vecchi di lei), e “la terza volta che si legò a un uomo con il doppio dei suoi anni, lo sposò…” – ma non durò molto, come fu narrato diversi eoni fa. Le piacciono anche le donne ma, diceva a Betsy, lei non era affatto lesbica: “Io non sono niente…” – ma poi precisava: “… Sono io e basta”.

Jonathan, che la sa lunga, spiega ulteriormente: “Soprattutto voleva sentirsi un individuo, una persona indipendente. Non voleva appartenere a nessun gruppo…” e qui c’è la solita ingiustizia dei generi: se fosse un uomo si potrebbe dire che è un cane sciolto, ma essendo donna preferisco non definirla. Pagina 405, “Denise pensò: qual è il mio problema?”

Pagina 420, “Una parte di lei pensò: qual è il mio problema?”

Pagina 406: “L’aria sapeva di muffa secca che si nutriva di muffa secca che si era nutrita di muffa secca.” – al che mi alzo e apro la finestra, ed entra muffa secca a non finire.

Un suo uomo, il ricco Brian, che è il marito di Robin, la donna verso cui sentirà una sempre più grande attrazione, apre il ristorante che dà il nome al capitolo, che è così raffinato ed esclusivo che non mi va di parlarne (mi sentirei a disagio qualora fossi un cliente). Dopo una trentina di pagine, viene licenziata, per motivi immaginabili (per chi legge il romanzo, ovviamente).

Intanto Chip è colà, nella repubblica baltica, dove lavora per il caduco marito di una sua ex donna: “Gitanas era il vero amore di Chip a Vilnius. Ciò che gli piaceva di più era il fatto di piacergli tanto. Dovunque andassero, la gente chiedeva se fossero fratelli, ma la verità era che Chip si sentiva più la fidanzata che il fratello di Gitanas.” – una coppietta così affiatata!

Il capitolo (non se ha senso chiamarlo così, dato che, come i suoi confratelli, consta di oltre cento pagine) si conclude col disperato tentativo di Chip di fuggire da un’incandescente Vilnius. riuscirà il nostro eroe a evadere da…?

Il quinto (e ultimo, non in tutti i sensi) capitolo è Un ultimo Natale, dove i tre fratelli sono stati invitati da quell’inusuale coppia di genitori. Si parla di Alfred: “Oh, il mito, l’infantile ottimismo delle riparazioni! La speranza che gli oggetti non si logorassero mai! La sciocca fiducia nel fatto che ci fosse sempre un futuro in cui lui…” – in cui lui potesse svolgere il suo abituale mestiere di ingegnere, che tante soddisfazioni, ed alcune delusioni, gli aveva elargito. Era una brama di assolutezza dai limiti spazio-temporali (getti il primo io chi non l’ha mai provata!) poiché, di certo “un giorno, svegliandosi, si sarebbe trasformato in una persona completamente diversa, con tempo ed energia infiniti per occuparsi di tutti gli oggetti che si era conservato, per mantenere tutto funzionante e tutto a posto.” – compresi i figli, nonché il più amato e rimproverato: Chipper.

491: “E la domanda era:
La domanda era:
Enid non aveva provato neanche un briciolo di …”

La domanda era… l’ho scordata! Era! Se non hai risposte, ripeti la domanda, oppure cambiala.

Gary: uomo utile, forse indispensabile, aspro e distruttivo.

Denise: donna tollerante, materna, servizievole, paziente.

Chip: ragazzo assente, almeno per il momento, disperso, latitante.

A ogni rumore esterno pare a Enid che potrebbe essere il figliol prodigo (a spendere).

Una frase da decifrare, mentre Gary e Alfred sono in bagno a costruire uno sgabello per permettere a quest’ultimo di fare una doccia da seduto: “Non era intenzione di Gary di attirare il vecchio e i due agitati animali gemelli che ne costituivano l’avanguardia…” – ognuno di noi ha una quintessenza che lo accompagna e che lo assimila al prossimo? Oppure quel vecchio citrullo ha due anime eterozigote che dispongono a turno di lui?

Durante tutto il romanzo il lettore si imbatte in svariate erbacce da prato: “… si erano seduti ad annusare il profumo di tifa e verbena…”. E di elenchi di oggetti. Denise “gettò via”, “gettò via”, “gettò via”, “gettò via”… “vomitevoli frutti di bosco coreani, i cinquanta vasi di plastica più evidentemente inutili…” – essenziali alla narrazione; poi: “i frammenti di ricci di mare assortiti e il mazzo di gambi di monete…”, e mille piccolezze che, unite insieme, formano un arcipelago in cui si può trascorrere una vita intera.

“Sempre in ginocchio, Denise si chinò in avanti, piegò le braccia sotto di sé e si trasformò in un’oliva, un uovo, una cipolla…” – nel frattempo è giunto a casa, un po’ spennato, il profugo lituano. Denise ha un carattere distruttivo con gli e le amanti, ma è così preziosa per la famiglia!

Tót à fîn, anche quest’orrido capitolo. L’ultima frase è “Non posso, papà. Non posso.” – e la dice Chip al papà: non posso proprio liberare il tuo Io!

Ultime (sette) pagine ri-epiloganti, Le correzioni, e la prima inizia così: “La correzione, quando alla fine arrivò, non fu…” – “… ma un…”.

Nelle ultime due, conto ben sedici giudizi: “Aveva torto a”, “Aveva torto a”, “Aveva torto a”, “Aveva torto a”, “Aveva torto, se”, “Aveva torto a”, “Aveva torto a”, “Aveva torto a”, “aveva torto su”, “quanto lui avesse avuto torto”, “torto a non”, “torto a non”, “e a non”, “torto a non”, “torto a”, “torto a”, “torto a”, “torto ad”. Mi correggo, sono diciotto!, alcuni con negazioni bifronti, altri più diretti. Se occorre, si provveda pure a un’ulteriore verifica e, nel caso, a una necessaria correzione.

“Tutte le correzioni di Enid erano state inutili…” – ma la stessa, senza più il tortuoso e amato colpevole, si librerà lieve: “sentì che niente poteva più uccidere la sua speranza, niente. Aveva settantacinque anni e intendeva cambiare alcune cose della sua vita.”correggere il tiro, insomma.

È un’illusione che serve a darti coraggio, finché non vorrai isolarti dove nessuno e nulla potrà più avvolgerti, protettivo e oppressivo, e nessuno e nulla potrà più torcerti l’anima.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Jonathan Franzen, Le correzioni, Einaudi, 2020

 

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