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“Shock” di Carlo Patriarca: la vicenda umana di Ugo Cerletti, inventore dell’elettroshock

Nell’immaginario collettivo il termine “elettroshock” è diventato sinonimo di una pratica disumana, di una tortura contemporanea. Le vittime sono i pazzi, quasi colpevoli di vivere prigionieri delle loro ossessioni, in un mondo in cui il loro stesso male oscuro è il principale aguzzino.

Shock di Carlo Patriarca
Shock di Carlo Patriarca

L’aura sulfurea che avvolge l’elettroshock è dovuta in gran parte alla visione distorta diffusa da cinema e letteratura e, soprattutto, all’abuso cui esso andò incontro. La fama sinistra della terapia ne ha risucchiato l’inventore, Ugo Cerletti (1877-1963), che è ricordato come il carnefice dei pazzi. Ma Cerletti non era un essere diabolico e non concepì l’elettroshock come un tridente per straziare i pazienti.

Nell’illuminante romanzo Shock (Neri Pozza, 2022, pp. 155), l’anatomopatologo e scrittore Carlo Patriarca presenta in una prospettiva inedita Ugo Cerletti, che all’epoca fu trattato in modo ingeneroso, salvo ottenere una parziale riabilitazione postuma. Intrecciando dati biografici e invenzione letteraria, Patriarca ricostruisce con rigore filologico la vicenda umana e professionale dello psichiatra e mette un punto fermo sulla vera natura dell’elettroshock.

Francesco, immaginario assistente di Cerletti, è la voce narrante che ripercorre i cinquant’anni in cui il professore visse in prima persona i progressi e le contraddizioni della Medicina. Francesco conosce bene Ugo, con il quale ha condiviso il campo di battaglia sulle Alpi. E conosce bene la pazzia perché suo fratello Giovanni è schizofrenico. Francesco assurge a emblema di una generazione di aspiranti psichiatri che, imbevuti delle teorie libresche della scuola tradizionale, seguono tra dubbi e stupore la rivoluzione attuata da Cerletti. Ed è anche l’alter ego di Patriarca per il dovere morale di restituire il giusto valore a uno scienziato che non tradì mai il giuramento di Ippocrate.

Fin dalle prime pagine Cerletti si presenta come una mente brillante e prolifica. Durante la Prima guerra mondiale, come capitano militare, si ispira al mimetismo animale e propone la strategia del camouflage, adottata con successo. Progetta e realizza la bomba a scoppio differito, che rivoluziona l’artiglieria, basata sulla categoria dello spazio, introducendo la dimensione del tempo. Terminata la parentesi bellica, Cerletti torna a indossare il camice. Egli crede nell’anatomia della pazzia ma rifiuta Lombroso e il suo determinismo.

Epilessia, schizofrenia e affezioni maniaco-depressive sono patologie da studiare per individuarne cause e natura, in quanto è troppo diffusa la confusione tra malattie mentali e malattie a base somatica.

Il termine “psichico” è sinonimo di diffuso e molteplice e si oppone dunque all’idea della localizzazione. Cerletti concepisce il cervello come un telaio incantato che custodisce il segreto in ogni punto della trama. Rifiuta le ipotesi che pongono una degenerazione irreversibile all’origine di molte malattie mentali.

Egli è il primo a intuire che lo studio dell’epilessia può aprire nuove frontiere nella cura delle patologie psichiatriche; l’osservazione dell’encefalo di cani sottoposti a elettroshock, che induce attacchi epilettici frazionati, gli suggerisce l’esistenza di caratteristiche istologiche distintive nei cervelli affetti da quella sindrome. All’epoca di Cerletti, per curare la schizofrenia erano in voga varie terapie di shock basate sul principio ippocrateo contraria contrariis curantur per cui la guarigione è frutto di una guerra scatenata clinicamente aizzando una malattia contro l’altra.

Ugo Cerletti
Ugo Cerletti

Egli imbocca questa strada convinto che alla schizofrenia vada contrapposto l’attacco epilettico, il quale prevede una fase terrifica e una di difesa in cui il paziente ritrova la lucidità. I primi esperimenti vengono condotti tramite la somministrazione del cardiazol, un farmaco a base di canfora ma i risultati sono deludenti e Cerletti insiste nello studio.

Verso la fine degli anni ’30 inizia a fluire nella sua mente l’intuizione che lo porterà al successo; l’elettricità, quell’energia che illumina le case, le strade e le scrivanie, quella può essere la cura dei malati. Non è la scarica elettrica in sé a curare, quanto l’attacco epilettico che ne consegue; esso andrebbe a colpire la regione più profonda del cervello, sede di un antichissimo istinto vitale che, stimolato, vincerebbe la neocorteccia ammalata. Dunque l’elettroshock può essere inteso come una sorta di rinascita e non sfugge una certa suggestione letteraria che rimanda al dottor Frankenstein, il quale infonde la vita alla materia inerte grazie all’elettricità.

“Ricordo che pensai: non siamo più psichiatri. Siamo chirurghi? Siamo medici? Cosa siamo?”

La terapia funziona, i pazienti sottoposti allo shock epilettico guariscono. È a questo punto che la storia dell’elettroshock assume una tinta nera. Cerletti continua gli studi e si accorge che i limiti e le falle superano i benefici; è vero che l’elettroshock riduce le istanze suicide ma a volte spegne ogni slancio vitale e affettivo. Mentre emergono le lacune, l’elettroterapia si diffonde a macchia d’olio in Europa e in America, dove viene snaturata e praticata in modo indiscriminato e selvaggio. Il timore di Cerletti è diventato una pericolosa realtà e quella risorsa, pur preziosa e risolutiva, usata senza controllo, diventa deleteria: l’abuso della creazione attira uno stigma nefando sulla testa del creatore.

Chi è il vero carnefice dei pazzi, l’inventore, o i suoi emuli non del tutto consapevoli dello strumento che hanno in mano? A questa domanda Patriarca risponde in modo inequivocabile. Cerletti agisce secondo un rigoroso codice etico-professionale che mette la salute del paziente al primo posto. Fedele al principio ippocrateo “curare a volte, alleviare spesso, confortare sempre”, egli non scinde il caso clinico dall’uomo, la cui vita occupa le pagine vuote tra i capitoli dei manuali.

Carlo Patriarca
Carlo Patriarca

La sperimentazione dell’elettroterapia nasce dalla sua avversione a pratiche coeve che trova disumane quali la lobotomia e lo shock insulinico che conduce sulla soglia della morte. L’imperativo categorico che Cerletti pone a fondamento dell’elettroshock è un uso ristretto ai soli casi significativi, da attuare esclusivamente in ospedale con tutta l’assistenza necessaria, e sempre affiancato da studi controllati.

Il carnefice dei pazzi è in realtà un uomo che si sente responsabile degli errori altrui. Cerletti continua gli esperimenti al fine di isolare le molecole curative attivate dall’elettroconvulsione. Le battezza acroagonine”; iniettate nei pazienti, esse potrebbero produrre i benefici dell’elettroshock senza dovervi più ricorrere. Quasi per redimersi da una colpa non sua, Cerletti offre le proprie vene all’ago delle acroagonine, incurante dei rischi, e ne prosegue lo studio fino alla fine dei suoi giorni.

 

Written by Tiziana Topa

 

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