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“L’età illegittima” di Federico Vercellone: estetica e politica (e tutto il resto)

Perché la lettura di L’età illegittima” di Federico Vercellone è stata particolarmente ostica?

L’età illegittima di Federico Vercellone
L’età illegittima di Federico Vercellone

Perché esprime concetti complessi in un linguaggio spesso icastico e, pur con Google alla mano, talvolta quasi incomprensibile. Ogni opera la si capisce in genere quanto è consentito, ma talvolta, magicamente, più di quel che è lecito.

Ci si prova ogni volta. Si attesta la particella libro che, come dice Bohr, esiste in quell’istante; diversamente è un’onda che, nel caso in questione, si stava propagando silente intorno al terzo scaffale a destra. Poi, nello sfogliarlo, rivela tutta la sua complessità materica, talvolta superiore al normale. Dopo l’incontro che, in un senso metafisico e borgesiano, ha mutato l’autore e il lettore, entrambi proseguono la loro esistenza, che li porta Altrove, pur restando fino all’ultimo entangled.

Nell’Introduzione, si legge: “Il vettore del tempo sta fallendo nel suo compito: è divenuto incapace di promuovere il futuro” – mancando, a quel che pare, un progetto sensato. Da intendersi, forse: il cui futuro si agita, lontano, in modo confuso e illogico. Il tempo non ha bisogno di promuoversi, in quanto accade per i fatti suoi, conducendo le particelle (anche le nostre) non si sa in quale spazio-tempo, in cui esse arrancheranno in ogni loro teleologia.

Paolo (di Tarso), nella Seconda lettera ai tessalonicesi, scrive che il cosmo pullula di “Messia posticci”, e “che c’è un katechon” frenante quel che è il mysterium iniquitatis, in cui è custodito (starei per dire religiosamente) l’incredibile potere del Male che pare disperdere le sante energie operanti nel nostro piccolo e meraviglioso mondo, almeno finché Qualcuno porrà un freno, oppure (è la mia personale interpretazione di quanto vado leggendo) non ce ne sarà affatto bisogno: forse ogni cosa girerà nel modo giusto. E ognuno potrà credere in quel che gli pare.

Oggi, dice l’autore, viviamo in una “dimensione” – spazio-temporale, arguisco – “per la quale

la merce è l’identità stessa…” – e “abbiamo a che fare con un mercato che ricorda…”quel mysterium iniquitatis. Chi comanda non è l’individuo, bensì qualcosa che deforma le sue percezioni, facendogli credere (come nei fumetti di Dylan Dog, frequentemente citati dall’autore, oppure negli albi di Tex in cui sviluppa, avviluppa e diffonde nel cosmo ogni sorta d’incantesimo il pressoché eterno Mefisto che, dopo il decesso, prima o poi tornerà ad ammiccare all’incauto lettore. Il suo non sarà forse mai un recesso definitivo dalla Storia, giovandosi sempre d’un eterno ritorno.

“… siamo ancora nell’evo cristiano, e lo siamo proprio in quanto il katechon, se non altro in negativo, come vertigine del vuoto e richiamo dell’archetipo, mantiene intatta la sua forza”il che non pare praticamente possibile, essendo senz’altro un’illusione.

Mefisto fu azzannato dai topi, che non pativano i suoi incantesimi, né le illusioni che ne seguivano. Anche per lui, come per chiunque, valgono i principi fisici, i cui effetti, ancorché non spiegati, sono i più certi e misurati: quelli relativi alla gravitazione universale e al secondo principio della termodinamica, che conduce entropia totale e definitiva.

E qui colgo una differenza: per noi ignoranti di dio, il katechon non esiste e tutto l’agitarsi di uomini religiosi o miscredenti, virtuosi o distruttivi, eroici o luciferini, si svolge in un ambito così locale, che pare un immanente formicolio, un agitarsi di vermicelli all’intero di una carogna, e non un’infinità separata dal resto: che forse non esiste, oppure è in nessun luogo.

Il cosmo s’espande verso Non Si Sa Dove, ma è illimitato, concetto apparentemente incongruo, logico, però, in ambito locale: si espande sempre di più, almeno finché il suddetto principio termodinamico lo consentirà, fino a che durerà la benzina, fino a che Qualcosa, ma non è detto che sia l’ennesimo e il solo Messia, a cui si dice che un po’ assomigliamo, bensì un dato fisico, giungerà a dire: Stop! Chiuso l’argomento, che qui (e dappertutto) si gela!  

Oggi, ieri, ieri l’altro, non si può attestare esattamente da quanto tempo (in fisica non si può parlare di certezza, semmai di relativa accuratezza di calcoli, di maggiore o minore precisione nelle misurazioni): “la fine non è più il telos agognato, lo spegnersi del tempo nella sua rigenerazione, ma un’immane implosione…” – che consente soltanto “l’esorcizzazione dell’angoscia, costantemente proiettata sul piano dell’immaginario…” – dove quel che conta non è l’apocastasi, prevista da Lui, ma il superamento delle problematiche psichiche che avvolgono con vesti nostalgiche (ancora una mia immagine, pur provocata dalla lettura del saggio di Vercellone) la psiche umana, alla ricerca del tempo perduto (food, moda, modernariato, dialetti…) – nel mio caso: gettoni telefonici anteriori al 1959, giornali, libri, francobolli, monetine… perché, come dice in arşân, tót i cajòun a gh ân la só pasiòun (geniale analogia fra coglionaggine e passione), sognando ogni volta il meritato sollievo dal male di vivere che s’incontra giornalmente.

Si accaparrano in modo maniacale merci che presto saranno riciclate nei recipienti della nettezza urbana e poi ci si affanna nei mercatini di modernariato per rinvenire quel che gli avi utilizzavano decenni fa e che non buttavano mai via, semmai portandoli, a malincuore, in solaio: il vintage.

L’umano essere è perennemente dedito alla proustiana ricerca del proprio tempo perduto (quello degli altri ben poco gli interessa), credendolo fondato su un valore assoluto e continuo, temendo però che esso vada a scorrere, come tutto il resto nel Sacro Gaṅgā, che non si sa dove rechi (nel Golfo del Bengala, avendo anch’esso un termine, come ogni evento spazio-temporale).

Che si tratti o no di un’illusione è il suo (questo sì che è continuo) tormento. A quell’homo infelix consiglio di leggere La fisica dell’immortalità di Frank J. Tipler, libro assurdo e sconfinato. Dopo una serie arcana di cabale, il terribile professor yankee arriva a questa considerazione: se ad ogni stato quantico di ogni particella del cosmo, dall’inizio alla fine, s’intende, non quello di poco fa e di far poco, ma di tutti i poco fa e fra poco immaginabili, fosse abbinata l’informazione di sé, ecco che potrebbe essere riprodotta da un divino lettore (ma chiedo io, anch’esso esisterebbe e sarebbe a sua volta sorgente di informazione?) che potrebbe creare e ricreare, ad libitum, in eterno, l’esistenza del tutto.

Ammetto di non aver capito quel saggio fino in fondo, però quell’idea mi parve smisurata (Tipler era un docente di fisica presso un ateneo, non uno sprovveduto). Di quel libro, ricordo una magica intuizione: se F = ma, allora F – ma = 0; se E = mc2, allora E – mc2 = 0. Ogni evento, nel cosmo, è azzerabile, tutto, non soltanto il tempo, lo spazio, le interazioni, l’energia e la massa. Tale intuizione può collegarsi alla concezione induista di maya, l’illusione cosmica. Illusione = ludus = gioco. Esiste il mito del cosmo come gioco cosmico. Il solitario con le carte ne sarebbe un’allegoria. Però anche lo zero è un dato frammentario e caduco e allora… chissà!

Poiché l’uomo attuale, per necessità esistenziale, deve affidarsi alla propria schizofrenia, “ora tutto sembra essersi rovesciato, in luogo dell’ansia della fine e del ritorno del Messia si è venuto inserendo l’opposto, il timore panico della fine imminente che rovescia lo schema messianico e fa dell’utopia un’antiutopia.” – capita quando si assiste a un film horror: non si vede l’ora che tutto finisca, e col film la nostra angoscia, pur sapendo che fino a pochissimi secondi dalla fine, saremo atterriti dal peggio, che non può non manifestarsi. Lo spettatore sa bene che quel sangue è succo di pomodoro e che nessuno degli attori è in pericolo di vita, e lui men che meno, ma l’immagine che gli viene proposta è così terrificante che la sua parte debole ci crede senza incertezze: si tratta di un’onorevolissima fede, che assicura che tutto si aggiusterà pochi attimi prima della salvifica FINE.

“L’autenticità, in altri termini, è regolata dal mercato.”che gestisce le nostre paure come delle risorse da difendere e da incrementare, imponendo dei palliativi alla suddetta angoscia, che mirano a mutare l’immagine che abbiamo di noi, secondo la moda, che è sempre frutto di scelte altrui e che tentano di adeguarsi alla nostra esistenza. Anche qui sto cercando di tradurre con parole quanto più possibile dozzinali gli aspri concetti espressi dell’autore, che non so se mi perdonerà per questo: non ho però altra scelta.

“… mille icone transeunti, che verrebbe da definire come quella del fondamento nudo, visibile, che ha preso il posto del Dio invisibile…” – che, con gli abitini, i tatuaggi e i piercing, perde la sua misteriosità per diventare uno di noi, cioè me stesso: immagine che spicca davanti a uno specchio o a un cellulare, con un penoso selfie, vano tentativo di eternare il sé.

Tralascio di commentare la storia di questo (finora per me) sconosciuto “katechon” (io, che da ragazzo vivevo con angoscia le interminabili ore del catechismo, che allora era detto dottrina), se non commentando alcuni passi, a caso (dico per dire): “The horror, the horror…” – gridava Brando in Apocalypse now: horror vacui, ma vorrei sapere che penserebbe il più tetragono dei catechisti allorché l’astronave si avvicinasse al limite ultimo dell’orizzonte degli eventi di un buco nero. Che faccia farebbero i citati Paolo di Tarso, Tertulliano e Agostino?

“Quella che si annuncia è la fine del tempo, quasi che il tempo e le forme del vivente fossero coinvolti in un conflitto inconciliabile ed esse potessero restare lì per sempre, condannate all’eternità…”e qui sorge una dualità: nel buco nero, lo spazio-tempo s’annulla o, meglio, diviene una singolarità densissima e bollente (che Hawking, Penrose e Smolin immaginano come il né luogo né tempo che, un bel non-dì, condurrà a un nuovo luogo e a un nuovo tempo, tramite un buco bianco, grazie a un nuovo peto, pardon, un novello Big Bang).

C’è anche la quasi certezza dell’entropia che, poiché il cosmo pare espandersi sempre di più e sempre più rapidamente, condurrà quasi necessariamente alla morte termica della materia, che sarà così dispersa, particella per particella, la cui energia sarà azzerata (a meno 273° gradi, nel freddo assoluto). Come finirà? Soltanto Tex ha l’unica risposta possibile: Quien sabe? 

L’horror vacui è così intenso che mica c’è spazio-tempo da perdere con simili concetti relativistici e quantistici! Ma non è detto: “Il tempo vuoto, che necessita di essere riempito – per riprendere le fila del nostro discorso – è il tempo del katechon, e su di esso si modella il potere che frena, o meglio che rallenta dinnanzi all’abisso ineluttabile”: la velocità della luce arranca a poco meno di trecentomila chilometri al secondo purché, nel vuoto (assenza di eventi mai attestato in alcun luogo); se c’è qualche katechon nei pressi è tutta un’altra storia. Il buco è tanto nero perché ingoia tutto, anche la luce. Satana ingoia Dio. O Satana è la Sua Quarta Persona? Che abbia bestemmiato? Abbiamo soluzioni alternative per evitare di farlo?

Nostra è “la grande paura, nutrita dalla modernità, di un tempo votato all’entropia, da intendersi qui in senso lato come inclinazione alla perdita di energia…” – che non si può perdere, ma trasformare secondo la nota equazione einsteniana: E = mc2, dove m è la massa katechonica e c è la velocità della luce per cui tutto, forse, fugge da tutto.

“È una struttura dinamica che rinvia all’’economia del mistero’ e insieme al ‘mistero dell’economia’, laddove il riverbero di tutto questo processo è intensamente terreno” – fin troppo: colpa di quell’esecrabile 1% che gestisce la finanza mondiale, argomento così orrido che preferisco al momento glissarlo.

Il capitolo Il katechon tra antico e moderno è appassionante, ma anch’esso, in questa reazione, preferisco saltarlo a piè pari, in quanto è stato scritto in maniera esaustiva, per cui basta leggerlo. Riporto il passo: “Diviene così evidente che il potere visibile si fonda su di un potere invisibile che lo precede, e ne costituisce insieme un’ipostasi.” – ed è semplice, a certi livelli, far finta di esserlo, tanto il titolare è sempre ammucciato (celato) al di là del cespuglio ardente.

Tralascio di commentare l’intrigante capitolo sulla dostoevskiana Leggenda del grande inquisitore: sarebbe un errore, per me, qui scriverne, se non riportando il sunto finale: “l’Inquisitore inaugura una figura nuova”, cioè “si propone come realtà incarnata di ciò/colui che dispensa la Salvezza come sopravvivenza e soddisfazione” – cos’è il papa, se non un infallibile lettore dei dogmi teologici? Vito Mancuso, in Io e Dio, giunse a individuare una lettura divergente su uno di quei dogmi, da parte del penultimo e del terzultimo pontefice. Chi dei due aveva più (divina) o meno ragione dell’altro? Risposta non c’è o forse chi lo sa (caduta nel vento sarà). Oggi “il leader carismatico, che si fonda solo sul suo prestigio presunto, reale o de tutto inventato, è di volta in volta, in quanto illegittimo, sempre interscambiabile.”morto un papa, se ne fa uno diversamente uguale (e infallibile).

“Se tutto si è fatto visibile, l’archetipo si è oscurato, la sua luce si è spenta. Non è più necessario. È questa la vera morte di Dio.” – in realtà ha chiesto un periodo di aspettativa per gravi motivi familiari, ma tornerà in servizio, si spera, prima o poi, anzi, prestissimo, ancora alcuni millenni di buio e tornerà a (non) manifestarsi.

“L’emersione del nichilismo è dovuta a una sorta di criptorinascita messianica che produce una sorta di sradicamento e delocalizzazione, di equivalenza tra nichilismo e utopia.” Di fatto “il nichilismo coincide così con una lettura dell’istanza messianica che identifica il moderno come sradicamento, come età illegittima, in quanto luogo dell’anomia: un’età in cui si dà una sorta di equivalenza tra utopia e atopia.”è la fede che il topos giusto sia quel che non esiste?

Essa pare illegittima perché, in quest’evo disgraziatamente attuale, ogni evento manifesta la sua discontinuità, caducità, continuamente turbato da un rumore di fondo. La cultura (e il culto religioso, che nel passato era la più tetragona delle istituzioni umane) è in perenne e rapidissimo mutamento. Non si fa in tempo a confidare in nulla che subito il tutto misteriosamente svanisce in quel Sacro ma Orrido Gaṅgā.

E il nichilismo? Fino a qualche decennio fa, dalle mie parti, esistevano uomini che erano chiamati dai genitori Nullo, in onore del nonno, perché il bisnonno era un seguace di quel Bakunin che nella seconda metà del XIX secolo bazzicava nella bassa reggiana. Nella nursery dov’era alloggiato mio figlio Michelangelo, scorsi fra i neonati un Ridge e una Milagros, incolpevoli epigoni di personaggi di due diverse soap opera. Panta rei!

“Le rovine che si accumulano al passaggio dell’angelo sono allegorie di quel futuro che si profila nella promessa messianica: la reintegrazione del tempo e dei tempi avviene nel segno della promessa che rinnova l’istanza palingenetica.” – e questo (a me, e ignoro se sia nel giusto) sempre più somiglia a quanto accade agli eventi spazio-temporali che vengono ingurgitati nel buco vorace.

Smolin, in La vita de cosmo, giunge ad affermare che più un cosmo è dotato di buchi neri (che si sbafano tutte le rovine, annichilendole) e più è probabile che, allorché il più attrattivo di loro finirà di inghiottire il Tutto, sorgeranno forse le condizioni perché si formi un buco bianco che, anche secondo la teoria esplicitata da Hawking in Buchi neri e universi neonati, creerà un pargoletto della casata dei Big Bang.

“La vocazione messianica non può essere religiosa e la religione, in quanto organizzazione istituzionale della fede, a sua volta non è mistica” – e qui urge ricordare le parole del teologo (tanto osteggiato dalle autorità ecclesiastiche) Padre Aldo Bergamaschi, operante nella mia città (a cui fu per anni inibita la messa, e l’omelia, pubblica): il cristianesimo è stato ridotto al rango di religione. Non so al momento riferire tale affermazione ad alcuna sua opera scritta (potrebbe essere stata inserita nei suoi tre volumi che raccolgono molte delle sue prediche (Andate e mostrate – Omelie anno liturgico – volumi a-b-c), ma garantisco di averlo sentito con le mie orecchie, quando frequentavo da ignorante di Dio le sue messe, rimanendo in chiesa soltanto per ascoltare l’incanto delle sue lezioni teologiche. Mi basti dire che il suo esilio fu sancito dal vescovo reggiano la settimana prima dell’alato arrivo al Campovolo del papa polacco.

“Il katechon si impone potente in questo contesto, offrendo la chance di un’organizzazione del potere religioso, fondamentalmente ateo, che respinge l’avventura per confermare la stabilità tutta mondana delle sue strutture e dei suoi simboli.”

Interessante e preziosa considerazione: “… l’identità messianica sopravvive accanto a quella religiosa, e nessuna delle due riesce davvero a staccarsi dall’altra”entangled, come le due particelle antagoniste che, una volta venute a contatto, mai più si scorderanno l’una dell’altra.

“Su questa via il katechon non può che esplodere o implodere, a seconda dei punti di vista.” – tutto scorre, anche la forza gravitazionale, anche il secondo principio della termodinamica: l’universo è in espansione continua e quasi infinita. Anche la doxa umana? È lecito dubitarne?

“Quella che viene a profilarsi non è tanto una fine definitiva, quanto una lunga agonia, quasi una sorta di stato cronico del paziente.”e qui il tutto rassomiglia alla tendenza entropica.

M’è venuto in mente un concetto derivato dalla lettura di Perché la Chiesa – Tomo I – La pretesa permanedi Luigi Giussani, nel capitolo V, pagine 98-99, ove si parla della verità come di una luce, ma anche (e forse soprattutto) di una rupe, a cui occorre aggrapparsi per non cadere. In modo simile ragionava l’autore del celebre Libro di Mormon: In verità, in verità, io vi dico che questa è la mia dottrina, e chiunque costruisce su di essa costruisce sulla mia roccia; e le porte dell’inferno non prevarranno su di lui. (3Nefi, 11: 35). La luce è rapida nel diffondersi sempre più lontano, sempre più inafferrabile, mentre la rupe è sinonimo di forte (e rigida) immobilità. La rupe è per definizione un oggetto integrale, la luce è il fenomeno fisico che meglio si disperde nell’immane Chaos.

“… il katechon è ciò che oggi ci manca…” – poiché siamo in un’epoca sfrenata il testo dice: “siamo l’epoca che non conosce più il potere che frena.” – e siamo alla ricerca di quel che era il nostro passato: il cibo a “km 0”, il kitsch, e tutta una serie di prodotti allucinogeni, nel senso che illuminano quel che non esiste più, se non come saltuario e miracoloso assaggio.

Posso dire che la stessa luminosità scarseggia, essendo una forma d’energia trattenuta da chi ne è, per immeritata fortuna, opimo ma al contempo belligerante?

“… la differenza tra l’archetipo e lo stereotipo non è malinconica. Tuttavia essa lo diventa, se si bada alla scelta degli oggetti che incarnano oggi l’archetipo nello stereotipo.” – la realtà nella fiction?

“A fondare la nostra modernità è pur sempre ancora il paradosso di un Messia entropico: è un ordine-disordine strategicamente strutturato sulla base di una meditata perdita energetica, successivamente compensata”preferirei l’espressione trasformazione energetica.

Federico Vercellone
Federico Vercellone

L’attuale leader-messia dispensa carismi come nessuno prima di lui (nel senso: ognuno a modo suo). Una volta, alla fermata d’autobus, una signora mi disse che avrebbe dato il voto a un certo B., perché quel sant’uomo le faceva vedere tutti i giorni dei bei film.

“Il kitsch ci orienta in direzione della restituzione di un mondo perduto: è una forma abortita di reincantamento…” – che, detta così, pare sia da intendersi, come per ogni altra passione, su una sorta di rincoglionimento. Di rado l’amante dell’arte rivolge la sua attenzione al kitsch, se non per fini semiologici (rammentando gli articoli di Eco apparsi sull’Espresso una trentina d’anni fa).

Grazie al nichilismo, invece (e che sarebbe il cosmo se venisse a mancare ‘sto magico avverbio), “si scatena una liberazione di energia tutte connesse al desiderio di ristabilire il piccolo mondo antico che immediatamente diviene un piccolo mondo moderno intensamente innervato di tecnologie, famelico della sua desiderante”: sempre la consueta trasformazione energetica; e sempre la tendenza all’ordine assoluto della singolarità che, a un incerto punto, quando meno uno se l’aspetta (anche perché schiacciato in quell’assenza di caos) partorisce un nuovo bebè frignante e umido, creatore di un nuovo e pannolinesco disordine.

Nel frattempo, nulla c’è di meglio che affidarci a un “oggetto (immaginale) come glamorous e affascinante” – e qui sgomita nel buio un altro detto arşân: piutòst che gnînt l ē mej piutòst, meglio poco che lo zero assoluto. Ed “è proprio l’immagine a costituire il capitale compensatorio in grado di rovesciare la tendenza melanconica, dunque entropica, produttivamente dispersiva di energie, se vogliamo, per trasformarla in un frame progettuale…”.

Quando l’autore illustra lo splendido “museo AroS Aarhus” di Ólafur Elíasson, non so perché, prescindendo dal grado di bellezza, penso a Facebook, poiché “crea identità e genera comunità…” – di questo ha bisogno l’umano, di religione, legame, corde, catene. E di libertà, luce, fuga, dispersione.

Un ultimo cenno a Tex e a Dylan Dog. Le storie del primo si chiudono in un modo certo, in genere coi pard che cavalcano, porgendo spesso la schiena al lettore, verso una nuova avventura. Non ho invece mai letto una storia dell’investigatore dell’occulto che sia stata del tutto comprensibile nemmeno a lui. I finali restano aperti e il lettore sa bene che mai nessuno mai li completerà. Il primo è una polverosa ipostasi del Messia, dotatissimo di katechon. Il secondo non si sa quel che sia, una scheggia del cosmo impazzita forse.

“I miti devono essere molti (anche se controllati), se si vuole ritrovare la spinta propulsiva che il nostro secolo sembra avere perduto. La paura della fine…” – e qui tronco vigliaccamente la frase.

Il mitico ranger non teme la fine d’alcunché, essendo lui a determinarla ogni volta (trattandosi di singoli episodi del medesimo sempiterno fenomeno). Io e l’incerto ex poliziotto di Craven Road sempre (e mai) lo fuggiremo. Amen!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Federico Vercellone, L’età illegittima, Raffaello Cortina Editore, 2022

 

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