“La solitudine dell’anima” di Eugenio Borgna: l’introspezione, l’analisi interiore di ciò che si svolge in noi

La solitudine di cui parla il professor Eugenio Borgna ne “La solitudine dell’animanon è una dimensione chiusa in se stessa, ma anzi non smette di offrirsi alla possibilità del mondo, dell’Altro, della vita: è piuttosto un sistema aperto agli scambi con l’esterno, pur mantenendo le proprie caratteristiche che testimoniano la sua peculiarità.

La solitudine dell'anima di Eugenio Borgna
La solitudine dell’anima di Eugenio Borgna

“La solitudine, che non è l’isolamento, è una delle strutture portanti della vita; e ogni esperienza di solitudine ha una sua propria dimensione psicologica e umana, e una sua propria declinazione temporale: aperta, in ogni caso, al futuro, all’avvenire, alle attese e alla speranza; e non invece risucchiata dal presente agostiniano che, staccato dal passato e dal futuro, contrassegna i modi di essere dell’isolamento che con la solitudine non ha nulla a che fare se non l’apparente (comune) allontanarsi dagli altri e dal mondo, e l’apparente (comune) dissolversi delle relazioni interpersonali[1].

Questo incipit del primo capitolo di questo interessante saggio scritto dal professor Eugenio Borgna, psichiatra e docente universitario, ci fa capire subito l’orizzonte in cui prende vita la sua ricerca, soprattutto operando una prima e fondamentale distinzione su cosa la solitudine non sia: non è l’isolamento, che è una condizione patologica.

Tuttavia, per procedere in questa ricerca, si deve far presente che “la premessa alla conoscenza della solitudine non può non essere l’introspezione, l’analisi interiore di quello che si svolge in noi, nella nostra anima, quando ci confrontiamo con le esperienze fondamentali della vita[2], ed è proprio ciò che l’autore farà.

C’è un tratto fondamentale che distingue la solitudine dall’isolamento: “Nella solitudine […] si continua ad essere aperti al mondo delle persone e delle cose, e, anzi, al desiderio, alla nostalgia, di mantenersi in una relazione significativa con gli altri; e questo in antitesi all’isolamento, che si definisce meglio come solitudine negativa, e in cui si è chiusi in se stessi: perduti al mondo e alla trascendenza nel mondo[3].

La solitudine di cui parla il professor Borgna non è una dimensione chiusa in se stessa, ma anzi non smette di offrirsi alla possibilità del mondo, dell’Altro, della vita: è piuttosto un sistema aperto agli scambi con l’esterno, pur mantenendo le proprie caratteristiche che testimoniano la sua peculiarità.

Un tratto caratteristico dell’esposizione che l’autore fa di questa tematica è quello di lasciar parlare un buon numero di autori (a cominciare da Sant’Agostino), accostando sapientemente ad essi alcuni casi clinici di cui si è occupato nel corso degli anni.

Proprio il santo di Ippona si interrogò sul tempo, non sapendo dare una risposta decisiva: il professor Borgna, nel primo capitolo, parla del rapporto tra solitudine e tempo: “Gli orizzonti di senso temporali non si limitano, come avviene nelle condizioni di isolamento, alla dimensione del presente, del presente agostiniano, ma si estendono, e vertiginosamente si dilatano, al futuro, al presente del futuro, e al passato, al presente del passato: in una reciproca, e inesauribile, cascata di rimandi da una dimensione all’altra[4]

Si instaura, così, una relazione, una sorta di dialogo con il tempo, il quale non è certo un’illusione, ma si sviluppa nella sua propria complessità accanto e in sintonia con il vissuto dell’anima.

La solitudine viene ad avere un ruolo importante nelle esperienze drammatiche della vita, in relazione a diversi sentimenti e a diversi modi di rapportarsi alla vita: una di queste esperienze è quella del dolore, sia del corpo che dell’anima, la sofferenza fisica e quella psichica, oltre a quella spirituale. Nel dolore dell’anima si modifica profondamente il modo di essere nel mondo e a ben poco servono le parole degli altri.

C’è un rapporto circolare tra solitudine e depressione, nel senso che l’una causa l’altra e viceversa.

Ma come agisce la solitudine nella depressione? Secondo l’illustre psichiatra, “è nella solitudine, sia pure condizionata dalla depressione, che le ferite dell’anima si fanno più sanguinanti ma anche nonostante tutto inclini a lasciarci intravedere il senso del vivere e del morire che è nella vita, e in particolare nella sofferenza”[5].

Solo se e quando, prosegue l’autore, psichiatria, filosofia e poesia saranno alleate sarà possibile per la prima comprendere i contenuti e i modi in cui le emozioni nascono e si manifestano, in particolare per quanto riguarda la paura. Infatti, nel corso del tempo, sia la filosofia che la psichiatria si sono occupate poco delle emozioni e dei sentimenti, benché una “filosofia emozionale”[6] si possa ritrovare in Sant’Agostino e in Pascal, Kierkegaard, Leopardi e Hölderlin.

Paura e angoscia sono sorelle (la paura, a differenza dell’angoscia, si può manifestare in ogni età della vita) e la paura, in particolare è divenuta un vero e proprio fenomeno sociale, che porta coloro che ne sono colpiti a ripiegarsi in se stessi. Una descrizione sociologica precisa della paura si ha in Bauman, che parla di “ubiquità delle paure[7]: esse sono dietro l’angolo, in strada, nelle nostre case (anche e soprattutto grazie ai mass-media), nei luoghi di lavoro. La paura più terribile non è forse quella che si diffonde indistinta, senza che le si possa dare un volto, un’immagine, delle caratteristiche precise, senza che la si possa capire? E da cosa si alimenta questa paura se non dall’ignoranza e dall’incertezza, componenti strutturali, secondo l’analisi di Bauman, di questa società?

Rainer Maria Rilke
Rainer Maria Rilke

Anche il poeta Rainer Maria Rilke si confronta con la paura, nel memorabile I quaderni di Malte Laurids Brigge: questo sentimento è si insinua nella mente e nell’anima, facendo nascere il dubbio che, da un momento all’altro, tutto perda di senso, tutte le leggi fisiche e chimiche di cui fino ad un secondo fa eravamo certi non siano più valide, che la realtà non poggi più, insomma, su basi razionali.

Leggiamo che cosa scrive Rilke, che il professor Borgna cita minuziosamente: “La paura che un piccolo filo di lana uscito dall’orlo della coperta sia duro, duro e acuminato come un ago di acciaio; la paura che questo piccolo bottone della camicia da notte sia più grande della mia testa, grande e pesante; la paura che questa briciola di pane, sul punto di cadere dal letto, diventi di vetro e si frantumi al suolo, e il pensiero angoscioso che con essa tutto vada in frantumi, tutto e per sempre; la paura che il lembo di una lettera aperta male sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa d’indescrivibilmente prezioso per cui non c’è posto abbastanza sicuro nella camera; la paura d’ingoiare, se mi addormento, il pezzo di carbone che è davanti alla stufa; la paura che nel mio cervello cominci a crescere una cifra qualsiasi, fino a quando in me non trova più spazio; la paura che la cosa su cui giaccio sia granito, grigio granito; la paura di gridare e che accorrano alla mia porta e che alla fine l’abbattano; la paura di tradirmi e di dire tutto quello che mi spaventa e la paura di non poter dire nulla perché tutto è indicibile – e le altre paure… le paure”[8]. La paura come epifania dell’assurdo, dell’indicibile.

Anche la vita mistica è strettamente legata alla solitudine. Se in Santa Teresa d’Avila la solitudine è vissuta come una grazia (poiché permette l’incontro con l’Altro, ossia con Dio), in Santa Teresa di Calcutta viene vissuta come una notte oscura dell’anima (un’espressione e tematica fondamentale in San Giovanni della Croce), una sofferta lontananza da Dio che è anche un lacerante desiderio di Dio. Ma la solitudine, per Santa Teresa di Calcutta è anche una forma di povertà ed è una sfida al nostro egoismo e alla nostra incapacità di amare: ma le parole, l’ascolto, possono ridare speranza.

La psichiatria, riconosce l’autore, nella sua ricerca dell’interiorità e del vissuto emozionale, non può fare a meno di confrontarsi con la poesia, di dialogare con la poesia; ancora una volta, incontriamo Rilke, il quale ci indica, in maniera coinvolgente, come la solitudine si nutra “di infanzia e di memoria, di luci e di ombre, di desiderio e di grazia; negli orizzonti di una vertiginosa discesa nella propria interiorità”[9].

La paura dello sguardo degli altri può indurre il poeta a rifugiarsi nella solitudine, come scrive Petrarca nel sonetto 85 del Canzoniere (“Solo et pensoso i più deserti campi/ vo mesurando”), così come ci si può immergere a tal punto nella solitudine, come fa la grande poetessa americana Emily Dickinson, da riconoscerne il così ampio spazio, a tal punto che in esso “si riflettono, conciliandosi, la vastità del mare e il silenzio della morte”[10]. Tuttavia, in Dickinson, la solitudine più profonda è quella dell’anima che con se stessa si confronta “nella sua infinitudine nondimeno finita: arginata nei suoi confini, e solo presagita nei suoi confini immemoriali” [11].

Da un punto di vista clinico, la solitudine può sconfinare nel patologico: come scrive il professor Borgna, quando “approdo alle rive lontane e solitarie, che sigillano i modi di essere e di vivere nell’isolamento, mi allontano dal mondo e dalle cose del mondo; e sbarre apparentemente infrangibili chiudono il mio orizzonte di vita nel circolo fatale di una monadologia privata di finestre”[12] : questa è la condizione autistica. Più in generale, l’esperienza della malattia mentale porta con sé come conseguenza una condizione di isolamento, di radicale chiusura in se stessi: come può lo psichiatra essere di aiuto?

Come prima cosa, ascoltando il/la paziente, “oltrepassando le barriere della solitudine che chiudono, e assediano, una esistenza psicotica adolescenziale”[13] e, anche quando lo psichiatra si confronta con la solitudine di chi ha perso una persona cara, o sta morendo, o desidera porre fine alla sua vita, cogliere tutti i segni e significati che non si vedono subito. Ascoltare non sempre basta e men che meno giova approcciarsi al paziente con un atteggiamento freddo ed insensibile considerando soltanto la sintomatologia della malattia senza accogliere e vivere la malattia del paziente nella sua dimensione umana ed emozionale, specie quando ci sia il rischio di suicidio.

Non soltanto ascolto, dunque. La cura passa anche, oltre che per la vicinanza umana al paziente, attraverso la parola, attraverso il linguaggio: “Mai come in psichiatria il linguaggio, lo diceva Friedrich Hölderlin con la sua parola segnata dall’angoscia psicotica e dalla genialità, è il bene più prezioso, e insieme pericoloso, che sia stato donato agli uomini; nel senso che le parole nella loro fragilità e nella loro irrevocabilità possono essere aironi che annunciano una relazione, arcobaleno di attese e di speranze, o soglie pietrificate dall’indifferenza e dal dolore”[14]. Le parole del paziente, da un lato, da ascoltare, decifrare, interpretare, vivere e, dall’altro, le parole del terapeuta, che vanno ad incontrare la fragilità del paziente, fragilità inevitabilmente data dalla malattia.

Eugenio Borgna
Eugenio Borgna

Mi colpì da subito il titolo di questo libro, così, diversi anni fa, decisi di acquistarlo e leggerlo.

Man mano che la lettura proseguiva, fui piacevolmente sorpreso nel constatare come un insigne psichiatra (un uomo di scienza, dunque), accogliesse molto favorevolmente e, anzi, promuovesse il dialogo tra psichiatria, filosofia e poesia per approcciarsi al disagio interiore e, nei casi più problematici, alla malattia mentale.

Che cosa vuole dirci il professor Borgna con questo testo profondo, in cui i richiami filosofici e letterari si affiancano sapientemente ed efficacemente ai casi clinici trattati dall’autore (salvaguardando sempre la riservatezza dei pazienti e avendo sempre rispetto per la loro condizione)?

Non si può concepire alcuna cura efficace che non contempli in maniera determinante una vicinanza umana ed emozionale tra terapeuta e paziente, una vicinanza nella cui essenza stanno l’ascolto e la comprensione, fattori imprescindibili su cui si innesta la parola.

Ma quale parola?

La parola che guarisce.

La parola che si nutre del comune orizzonte umano.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Note

[1]    Eugenio Borgna, “La solitudine dell’anima”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2016, p. 19.
[2]    Ibidem, p. 20.
[3]    Ibidem, p. 21.
[4]    Ibidem, p. 34.
[5]    Ibidem, p. 50.
[6]    Ibidem, p. 57.
[7]    Ibidem, p. 60.
[8]    Ibidem, pp. 61-62.
[9]    Ibidem, p. 104.
[10]  Ibidem, p. 110.
[11]  Ibidem, p. 110.
[12]  Ibidem, p. 117.
[13]  Ibidem, p.127.
[14]  Ibidem, p. 170.

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