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“Passaggi di Proprietà” di Salvatore Enrico Anselmi: l’Arte è protagonista assoluta

“Questo pane che spezzo un tempo era frumento,/ questo vino su un albero straniero/ nei suoi frutti era immerso;/ l’uomo di giorno o il vento nella notte/ piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva” Dylan Thomas, stralcio che poesia “This I bread I break”, interamente riportata come premessa al libro

Passaggi di Proprietà di Salvatore Enrico Anselmi
Passaggi di Proprietà di Salvatore Enrico Anselmi

Cosa succede se è un quadro a prendere la parola e a raccontare, attraverso la sua storia, le vicissitudini dei secoli che vanno dal 1500 ai nostri giorni e oltre?

Lo scopriamo leggendo il nuovo libro di Salvatore Enrico Anselmi dal titolo Passaggi di proprietà, pubblicato nel 2021 con Linea Edizioni.

Anselmi è uno studioso di arte e uno scrittore. Si tratta di un felice binomio che è percepibile fin dalla sua prima opera narrativa, “Exitus”. In quel caso si trattava di una raccolta di racconti dove l’arte era presente, ma non protagonista.

Stavolta, nella forma più ampia del romanzo, l’Arte è protagonista assoluta della storia.

Siamo nel 1500 e a esordire nel primo capitolo (Questa è la mia storia) è un’ipotetica Annunciazione risalente al 1530 che dichiara di aver vissuto come un uomo: “Ho avuto una nascita, un’esistenza e una morte. Qualcuno mi ha creato e qualcosa ha deciso per me. Accade così anche per l’uomo […] L’uomo crea e l’uomo disfa”. […] Gli uomini si passano di mano in mano oggetti, cose, personali possessioni, odi e avventurati sentimenti che talvolta chiamano amore […] Anch’io ho seguito questa stessa parabola già scritta. La parabola secondo la quale chi possiede può e chi è posseduto no. Chi possiede fa e chi è posseduto subisce!”

Nel secondo capitolo si nota un graduale distacco tra l’io narrante del quadro, che resta nel titolo (La mia nascita) e il narratore in terza persona che racconta la storia di Giovanni Adinolfi che “si avviò all’arte del dipingere. […] All’età di dieci anni Giovanni fu messo a bottega dalla madre presso Andrea Speranza, un pittore che viveva e lavorava in piazza delle erbe a Perugia”.

Questo Giovanni, probabilmente personaggio inventato, vive ed entra in contatto più o meno direttamente, con i personaggi storici del Cinquecento, come il Vannucci (il Perugino) e Giulio II. Ad un certo punto gli vengono commissionati alcuni lavori da parte della famiglia romana, anche questa inventata, dei Ricciardeschi di Collalto. Senza che ne venga rivelato il nome, la tela viene descritta: “Al di qua di un loggiato che guardava, attraverso archi stereotomici, la geologia del paesaggio, un angelo nunziante planava incurvato di fronte alla donna. Le profetizzava una miracolosa incarnazione, una nascita e una morte. Gabriele tracciava una sinusoide nervosa, che si annodava in frenata per liberarsi nello scatto dei panni. Quelli più pesanti”.

Talora si nota, nel corso della lettura, il perdurare della prima persona nel titolo del capitolo stesso e una narrazione in terza persona nel corpo del capitolo. Questo a ribadire la presenza del quadro, come protagonista e come voce narrante, oltre che come narrato.

Se necessariamente deve esserci un distacco tra pittore e quadro, qui possiamo dire che, una volta caduto in disgrazia il primo, il secondo inizia sì una vita autonoma, ma in negativo, come una sorta di maledizione successiva al principio di individuazione. Di casa in casa, di secolo in secolo, di proprietari in proprietari, la tela respira il cambiamento dei tempi e diventa parte stessa delle varie metamorfosi, venendone in qualche modo risucchiata. Questo mutamento si realizza anche a livello di narrazione esterna perché, come molti hanno notato, il registro stilistico muta a seconda dei vari contesti storici.

Io vorrei soffermarmi sull’ultima parte del romanzo, il cui genere spazia felicemente tra lo storico e il distopico.

Il racconto, infatti, supera i nostri giorni e arriva in un’epoca non precisamente definita, caratterizzata dalla censura verso le opere artistiche minori che vengono sistematicamente sequestrate e distrutte: “Quando dilagò la notizia che i rastrellamenti erano cominciati, la quiete fu tranciata”

 “La rimozione, l’abbattimento, la distruzione del passato sembravano ragione sufficiente a spiegare un corso storico che si riempiva la pancia svuotando, sottraendo, azzerando”.

In quest’epoca solo un eroe, “Ardenzi, cinquantenne energico, cominciò i contro-rastrellamenti, aiutato dalla moglie, dai due figli, finanziato da sostenitori e conoscenti”. Con molta creatività, amore per la cultura, passione per il bello, questo Robin Hood post litteram fa il possibile per opporsi alla barbarie, insegnando che tutto può essere recuperato, vivendo una seconda vita. Egli instaura una sorta di regime contrario e alternativo a quello della censura.

Ardenzi, vincerà la sua battaglia contro l’odio e la distruzione? O sarà tradito da insospettabili? Nello specifico: quale sarà il destino del nostro dipinto cinquecentesco?

Dopo il rastrellamento generale, le opere distrutte sono poste In affidamento all’Istituto internazionale di soppressione, come recita il titolo dell’ultimo capitolo (diciassettesimo). Ancora più esplicito è il sottotitolo: “Save your brain, erase your soul, simplify your thought”.

Di esse resta solo una copia digitale, quasi un residuo archeologico di altri tempi distrutti dall’oblio dell’ignoranza. L’autore del romanzo, in uno scambio epistolare, mi ha scritto così a proposito: “Le copie sono un formale quanto inefficace e pretestuoso strumento di presunta conservazione della tradizione artistica”.

La nostra Annunciazione torna a narrare in prima persona nell’Epilogo. Dopo varie peripezie, essa sembra prospettare per se stessa un’epoca e un luogo di pace: “Dove ora mi trovo, gli uomini non combattono più”

“Non sono più. O meglio, non sono più come ero prima. Appartengo ora a un’infinita pinacoteca, a un eterno museo con mura altissime, coperte di altri dipinti, di tele minuscole come miniature e gigantesche come intere pareti”.

Salvatore Enrico Anselmi
Salvatore Enrico Anselmi

Immagino che lo spazio qui tratteggiato possa consistere in un luogo non fisico, in cui le opere possono in qualche modo tornare ad essere in una dimensione meta-fisica, di totalità e di sicurezza: mi piace pensare si tratti di una sorta di Paradiso dei capolavori, più o meno noti, persi: “Qui gli uomini non hanno ancora liberato lo spirito del male”. Qui, dice il quadro “Splendo di luce radiante dalle mie stesse fibre”. Ancora più precisamente Anselmi, sempre tramite corrispondenza, definisce questo angolo celeste “una sorta di ideale Empireo, di luogo paradisiaco, iperuranio”.

Il libro, come dicevo, trae forza non soltanto dalle tematiche trattate, ma anche dallo stile accurato e ricercato: mimetico all’occorrenza, anaforico quando lo scrittore, per ribadire un concetto, va a capo e ricomincia per capoversi successivi in modo identico o quasi, tragicomico fino al parossismo e all’assurdo nel prospettare situazioni non tanto ironiche, quanto sarcastiche: “Anche Eiser aveva aderito al pensiero unico. L’analfabetismo digitale era stato debellato. Tutti erano in grado di usare le tecnologie comunicative più recenti. I giornali cartacei non esistevano più. Lo stesso per i libri. La coscienza ecologica, acquisita sin da bambini presso le scuole digitali a distanza, era patrimonio consolidato. La produzione della carta era stata vietata, perché non c’era più cellulosa a disposizione da ricavare dagli alberi, perché non c’erano più alberi. Eiser aveva maturato una sentita cultura ecologica.

La scrittura, nelle sue forme arcaiche, non esisteva più. Sussistevano ancora le lingue, cinque lingue continentali più il globish, una sorta di anglo-americano contaminato da tecnologismi”.

Queste frasi secche, realistiche, apparentemente non giudicanti, sono come delle pennellate, dei relata refero che, riportano, mostrano una realtà, talmente devastata, da non richiedere aggiunte: si commenta da sé.

Si tratta di aspetti rari, talora complessi, ma proprio per questo in grado di impreziosire il libro che sembra talora assumere quasi i tratti di una narrazione epica, dove gli elenchi, gli accumuli, gli accatastamenti dei concetti, delle storie, delle persone che si susseguono danno solennità al testo.

Siccome sono convinta, per fortuna, che la nostra reale società, per quanto deviata, sia però ancora permeata di senso critico ed estetico, con molto orgoglio mi piace dare conto dei ricevimenti fin qui ottenuti dal lavoro di Anselmi, candidato al Premio Campiello 2022 e al Premio Commisso 2022, entrambi prestigiosissimi!

Ad maiora, semper!

 

Written by Filomena Gagliardi

 

2 pensieri su ““Passaggi di Proprietà” di Salvatore Enrico Anselmi: l’Arte è protagonista assoluta

  1. Ringrazio di cuore Filomena Gagliardi per l’attenta lettura dedicata al romanzo e la redazione di Oubliette Magazine per averla pubblicata oggi. Lusingato per tanta acribia. Mi auguro possa suscitare interesse e curiosità presso i lettori della rivista.

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