“La mente innamorata” di Vito Mancuso: il tutto nel frammento

Il vero filosofo? Non so, di vero c’è poco al mondo e il filosofo è nel mondo, non meno illusorio del resto.

La mente innamorata di Vito Mancuso
La mente innamorata di Vito Mancuso

Ripeto la domanda, al solo scopo di provocare in me una risposta: Il vero filosofo? Che sia colui che sa trasmettere la sua passione, la sua kam’a, da cui deriva la parola amore, amicizia e fin anche kamasutra?

Il filosofo che non sa mischiare (termine campano) o attaccare (termine padano) il proprio malessere non vale che quanto un penoso analgesico. Ecco perché Nietzsche è ritenuto, a ragione o a torto poco importa, il più grande filosofo moderno: perché ha infettato più o meno tutti quanti, compreso Vito Mancuso. Già nel Prologo, Vito mi lancia i suoi virus, decantando (come se fosse un vino che è depositato col suo spirito nella sua botte mentale) Sapienza, uno dei tanti (73, dice) articoli indicizzati nella Sacra Bibbia. Lessi il Librone a 17 anni, nel 1975, in appena 51 giorni, non vedendo, già dalla prima pagina, l’ora di compiere il mio sacrificio, che occorse a pagina 1319, allorché: ce l’ho fatta!, urlai ad alta voce mentale! A volte m’annoiai, ma una volta ammisi: oh, però! E fu quando lessi i primi passi dell’Ecclesiaste, i cui due adagi (da leggere molto adagio) principali erano: Nulla di nuovo sotto il sole e Tutto è vanità. Il religioso che aveva curato l’edizione, nella Premessa avvertiva che quella sterminata opera andava letta mantenendo una posizione corretta: apposta assunsi le gambe divaricate, a mo’ di imprecazione gestuale. Ero un ragazzo invasato da non so che, soprattutto dalle contraddizioni.

“Leggere e studiare mi era sempre piaciuto, anche più di giocare a calcio…” – io odiavo leggere ma quell’estate, di ritorno da Parigi, decisi di santificare a modo mio il Giubileo, che occorreva quell’anno. Dimenticavo di dire: allora ero ateo. Dopo tanti anni di passione, dopo un breve momento in cui mi professavo agnostico, infine compresi di essere solo un ignorante di tante cose, soprattutto di Dio. Socrate sapeva di non sapere. Io non so nemmeno se so: se dentro di me s’annida una ignota conoscenza, che come ossimoro non è male.

Ulteriore differenza: Vito amava istruirsi sfogliando l’enciclopedia Conoscere. Da quando avevo sedici anni, io mi dilettavo a divorare la sua quasi gemella Capire, prediligendo la vita e le opere dei pittori. A quei tempi però preferivo i fumetti, in specialmente quelli in cui sparacchiava il mio coetaneo Capitan Miki. La frase di Sapienza che smosse Vito fu: “Stabilii dunque di farla compagna della mia vita.”

Il primo capitolo è Siamo dinamite, frase di Nietzsche.

“La mente è invasa dall’ardore di ‘ridurre ad essa li occhi”frase tratta dalla Commedia dantesca, “Paradiso, Canto XXVII, verso 88”. Con Vito si passa da estrapolazione in estrapolazione. Che abbia preso da lui? Perché “nulla ha maggiore importanza, il mondo intero si riduce in quel punto, il quale diviene così denso da rappresentare il tutto: ‘il tutto nel frammento’”. Ignoro se qualcuno avesse edotto il vate dell’esistenza del buco nero che, al centro della galassia, massivo non ricordo più come quanti, però innumerevoli, soli, pare si stia pappando tutto quanto gli flotta nelle vicinanze.

Due sono i destini del cosmo (non si deve parlare di Fato, con la F odiosamente maiuscola, ma, m’auguro, di scelta da condividere con tutto il cosmo, di cui sono parte integrante): tutto entrerà in quella singolarità estremamente (ma non totalmente) ordinata. Hawking ci ha garantito, prima di svolazzar via nel suo black hole, che a togliere il disturbo da esso è talvolta la sua omonima radiazione. Una, forse parte per la tangente, l’altra, forse, ripiomba colà. Seconda teoria: tutto sarà disperso dagli effetti del secondo principio della termodinamica, alla morte glaciale: tutto immobile (ma senza motore!), a meno 273 gradi Celsius, volgarmente detto zero assoluto. Se si va ai tempi supplementari, o ai rigori, c’è la possibilità del tertium che infine potrebbe essere datum (ci con-fidavano Hawking, Lee Smolin e tanti altri): la singolarità che tutto attira (anche un altro disgraziato black hole) diventerà tanto candido (e, solo all’inizio, virgineo) che non può non partorire (con o senza un novello big bang) un cosmo nuovo di zecco. Fesserie? Forse. O forse no.

“L’innamoramento arriva gratis, come dice questo termine latino che deriva da gratia, il concetto della bellezza e della gratuità.”: E = mc2. Diceva, in Fisica dell’immortalità, Frank J. Tipler: E = mc2 = 0.

Grazie, Vito del dato che non sapevo o forse l’avevo scordato: la manna il giorno dopo imputridiva, sempre per effetto di quell’orrido principio. Mentre “l’amore della mente può anche imputridire e diventare fanatismo, intolleranza, odio.”

Mi oppongo, Vostro Onore! Se si crea un’eccezione, anch’essa si mischierà e tutto sarà: fanatismo, odio tribale, intolleranza. Diceva mia mamma, una filosofa senza eguali, che tót à fîn, e anche: e mór anca i catîv… (non c’entra nulla, perciò te lo dico: nel mio dialetto, quando si inizia una frase con un verbo, esso è sempre al singolare: si muore anche i cattivi; e è un avverbio eidetico): tutto ha fine, anche la miseria umana. Tutto è vanità, però, attenti che: Nulla di nuovo è sotto il sole, finch’esso dura ma anche forse dopo, nel mondo successivo.

“La mente può assistere allo sciogliersi dentro di sé dell’antinomia e sperimentare la quiete della pace, a volte persino il fuoco dell’entusiasmo, solo a un livello diverso. Quello della mente innamorata. Che non potrà mai trasformarsi in potere dottrinale e politico.” – come capita in tante religioni, dove l’indiarsi è un dato certo quanto fittizio, e l’entusiasmarsi è diventare come il dio che è così luminoso da accecare gli incauti: il Potere (parafrasando Vito che parafrasa la Arendt).

Vito, amico mio, ora definisci il verbo “dimenticare” che è formato da mente e da de. E stavo pensando a rammentare, a ricordare, che riprende il termine cor-cordis, cuore e a rimembrare, che riguarda le membra: tre diversi modi di ricordare il medesimo fatto, da tre punti di vista diversi; il terzo verbo non prevede un dis-membrare, ma poco c’entra col tuo discorso e rimando tale forse vana o forse no, disamina.

Fai un’affermazione discutibile: riferisci la verità come “propria dell’esattezza”. In fisica non vi è mai verità, nemmeno con la v minuscola, ma si può parlare, al massimo, di approssimazione, di minor imprecisione, rimanendo sempre ogni attestazione fenomenica racchiusa nel campo dell’indeterminatezza. Durante l’esperienza scientifica, l’osservante muta la cosa osservata (è un fatto reciproco, ma influente solo dal lato dell’osservatore, ben più massivo dell’oggetto osservato che, inoltre, non pare interessato a misurare alcunché). In tal senso, hai ragione quando affermi che “la grande capacità di elaborare informazioni da parte dell’essere umano non ha una direzione precisa: può servire il dato, ma può anche asservirlo; rispettarlo, ma anche falsarlo”. Può ma soprattutto deve, essendo, a quanto pare, una legge di natura.

“La mente vuole essere imparziale, sente il bisogno della verità, desidera procedere con equanimità” – sceglie come essere equanime. Secondo Heisenberg devi decidere l’oggetto della tua speculazione: vuoi conoscere, quanto più è possibile, la posizione o la quantità di moto di una particella? Non puoi frammentare la tua ricerca: solo scegliere due opposizioni: enten/eller, aut-aut.

Di tutte le frasi che citi, scelgo quella “di Agostino: Pondus meum, amor meus.”: anche il savio o il figlio di Dio che, ipoteticamente, lievita verso il cielo, facendolo, non cessa di esercitare attrazione e subirla, come anche un jet o un’astronave: dotati di un’energia che entra in dissidio con le altre infinite energie di ogni corpo esistente.

Padre Aldo Bergamaschi
Padre Aldo Bergamaschi

A “Homo homini lupus” del personaggio di Plauto, contrappongo la divisione delle etiche di Padre Aldo Bergamaschi: ognuno pensi a sé e alla propria e variegata morale, ma lo stato rispetti il cittadino, l’uomo la donna, il padrone l’operaio (e viceversa in tutti e tre i casi). Non vuoi mangiare la carne di venerdì? Lascia che il tuo vicino lo faccia. Ognuno deve seguire la sua coscienza, ma deve parimenti rispettare l’altrui. Sembra facile, ma non lo è per nulla. Padre Aldo Bergamaschi fu per anni avversato e discriminato dalle autorità della religione ch’egli professava, perché, anche fra i più mansueti armenti, vige il comandamento “Homo homini lupus”.  Aldo a volte pareva che celiasse, come quando diceva che Gesù non aveva moltiplicato i pani e i pesci: li aveva con-divisi per rispetto verso l’Altro se stesso che ti cammina accanto. Io amo Aldo! È come se fosse sempre qui, al mio fianco!

“Con la fine del senso del valore condiviso si deve concretare anche la fine della civiltà?” – ai posteri, speriamo che ne rimanga qualcuno!, l’ardua sentenza!

Dici che il verso in cui Dante parla di “puzzo di paganesimo” è “una delle sue espressioni più brutte”. L’unico paganesimo che non olet è il proprio. Il più diffuso è quello che olezza di meno: quello ispirato dalla dea pecunia.

“Dove tendiamo? Tendiamo alla liberazione.” – l’uomo ha bisogno di essere sciolto anche dalle catene che adora. E questo è il suo principale problema. La materia impone la gravitazione a sé e la subisce. La materia si disperde, a causa degli effetti del suddetto principio della termodinamica, causando l’entropia. Si è visto però che essa crea continuamente ordine e subito disordine, che alla fine dovrebbe prevalere. Appena dietro l’angolo, al centro della galassia, c’è la già citata e provvidenziale singolarità che cattura più o meno tutto quello che gli cade nei pressi. Prima o poi anche noi saremo inglobati dentro di essa. Tanti buchi neri che si nutriranno l’un altro. Alla fine ve ne sarò uno così sazio che c’è chi dice (Hawking, Smolin, altri) evacuerà da un white hole un cosmo neonato. Anche questa ipotesi la ripeto come se fosse un mantra.

Chiede Giobbe al suo Dio: “Comprendo che puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Chi è colui che, da ignorante, può oscurare il tuo piano? Davvero ho esposto cose che non capisco, cose troppo meravigliose per me, che non comprendo.”

Il divino autore (con o senza maiuscole) è colui che decide la sceneggiatura e i dialoghi dei suoi personaggi. Questo capitò anche a Pirandello, che diede ferree istruzioni ai suoi sei (o sette) personaggi che erano alla ricerca di un altro autore, non sapendo, i tapini, che già erano invischiati in una trama tanto incerta quanto, apparentemente, inevitabile. Ma sono anche quei maledetti, a cambiare l’esistenza del loro autore! Madame Bovary c’est moi! Monsieur Flaubert c’est moi!

Dio, dici, conosce il numero dei capelli di Giobbe. Dostoevskij potrebbe sparare a caso la cifra che corrisponde al numero dei mitocondri di Raskolnikov. Nel secondo possiamo usare quel verbo, sparare (a caso), mentre nel primo caso la Fede impone di credere.

“… gli esseri umani sono equiparabili a meri strumenti inanimati che l’onnipotenza divina utilizza come vuole sulla base della sua insondabile volontà…” – questa è la prospettiva che ci impone quel liberticida di Paolo, che paragona Dio al vasaio che “è padrone dell’argilla”.

Interessante la proposta di Carl Gustav Jung, tratta dalla lettura del Libro di Giobbe: “Dio, essendo tutto, va considerato capace tanto di bene quanto di male. Un Dio, cioè, che contiene anche ‘l’ombra’”. Dici che, a sbagliarsi, potrebbe essere “il Nuovo Testamento, che invece parla di Dio come luce, escludendo in lui ogni possibilità di ombra: ‘Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna.’”. Cos’è la luce? Non ha massa, essendo pura energia. Essa viene però catturata dal buco nero, come tutto quanto il resto. Dio catturato da Satana? Non mi pare possibile. Tex può essere at-tentato da Mefisto, ma trionferà sempre su quell’infelice nonché miserrimo, vecchietto, che ogni volta, alla fine, assapora la sconfitta. Se crediamo in qualcosa di diverso non parliamone più e smettiamo di leggere quelle assurde Scritture (e non sto alludendo agli Albi di Bonelli).

Don Giussani diceva che, sì, Dio è una Luce, ma è anche una Rupe, a cui occorre restare attaccati se non si vuole precipitare nel nulla eterno. Ecco perché la struttura di CL era piramidale: ognuno era attaccato a qualcuno che, dall’alto, lo reggeva: può sembrare un paradosso, ma non lo è. Colui che è più in alto è più massivo di chi è in basso (essendo più energetico). Più in alto di tutti era lui, il Don (e forse, sempre più in alto!, il Papa). Diceva un mio conoscente che, quando vide quel seduttivo monzese per la prima volta, si sentì come attirato fatalmente da tanta autorità. Chissà se sarebbe capitato anche a me? E chi avrei scelto fra lui e il mio Aldino!

Ricordo ancora: la luce è un’energia che scappa, per recarsi chissà dove, in un’apparente libertà. Una particolarità: il suo tempo è nullo e c’è chi ipotizza che vi sia un solo fotone nel cosmo. La massa è qualcosa che ti costringe a rallentare e a tornare indietro. Spari un colpo di pistola verso l’alto, prima o poi quel che rimarrà del proiettile piomberà sul terreno, con o senza la selvaggina.

“… le risposte bloccano, o tutt’al più fanno marciare compatti, mentre le vere domande mettono in cammino liberi, ognuno alla ricerca della propria strada” ogni risposta è l’attestazione che crea la materia, la domanda è l’emissione dell’onda. Da chiarire è che l’onda, e la particella, entrambe, sono anche dentro (e fuori) di noi, essendo composti assurdi e miracolosi di queste diverse conformazioni della realtà.  Da qui nasce quella che tu definisci la quarta domanda: “Cos’è l’uomo?”, dopo che non si è riusciti a rispondere con completezza a: “1) che cosa posso sapere 2) Che cosa posso fare? 3) che cosa mi è lecito sperare?”

Ho sempre gradito la tua tendenza a proporre l’etimologia di una parola (dal greco eteos, vero e logia, discorso). Quando in un concetto non sai che pesci pigliare, prova a dare un occhio all’origine della parola che sta alla base della questione. Ecco che c’è la fondata possibilità di andare avanti nella disamina della questione. Esistenza: “exsistere, formato dalla proposizione ex con il significato di ‘fuori’ e dal verbo sistere che significa ‘porre, collocare collocarsi’, per cui exsistere propriamente significa ‘venire fuori’. Esiste chi ‘viene fuori’. Da cosa? Dal vivere ordinario dentro cui si è racchiusi nel regime della sussitenza.”. Si può ipotizzare anche che esistere è un po’ esagerare, ex-agger, uscire dall’argine: inondare la propria vita, come faceva il Nilo: nel bene e nel male è quel che è fluido che ci smuove dalla tendenza all’inerzia, un “intimo bisogno” di trovare il proprio posto nella vita, ognuno ha il suo percorso, diceva un saggio. Ognuno a rincorrere i suoi guai, diceva un giovane talvolta esagitato. Ognuno ha il suo tao, percorso, strada, cammino. Di solito tutto avviene fuori dal proprio domicilio, ma non è detto.

Ieri mi trovavo in un parcheggio gratuito per mezz’ora mentre aspettavo un mio conoscente che doveva prenotare una visita all’ospedale. Nell’attesa, mi accorsi di un anziano, forse più che ottantenne, che girava, senza fretta alcuna ma ininterrottamente, in tondo, sul marciapiede del suo condominio. Contai cinque suoi perimetri, mentre ero al volante dell’auto, in cardacìa (splendida espressione cilentana che sta per ansia del cor-cordis, e conseguente angoscia). Per lui il tempo sembrava non esistere. Io ne ero schiavo. L’anziano, invece, seguiva il consiglio di Kant, che stai citando: “‘Auf eigenen Füsse stehen’, letteralmente ‘Stare ritti sui propri piedi.” Poi l’amico tornò e io dovetti accompagnarlo a casa. L’anziano avrebbe continuato a fare i fatti suoi, immagino.

Secondo la tua opinione, tale meta si può raggiungeremediante l’amore e il lavoro”. Sono d’accordo, c’è da prestare attenzione: non ti devono alienare, cioè condurre, con la loro energia, sulla cattiva strada. Si può avere amore per qualcosa che ti dissolve, dopo di cui, non potrai più continuare a percorrere nemmeno un breve sentiero senza che ti venga il fiatone, per cui sei costretto a fermarsi, sederti, non riuscendo più ad alzarti, se hai ecceduto in un senso o nell’altro. Occorre che ci sia qualcuno che ti aiuti, e che ti permetta di aiutare lui. Questo è l’amore.

“È solo in un secondo tempo che avviene, nel caso, il ritorno su di sé e l’orizzonte, da sociale, diventa personale: non più io rispetto agli altri, ma io rispetto a me, al mio vero essere…” – e uno diventa “fedele alla propria interiorità.” Sembra facile, immediato e non lo è. Ti chiedi chi sei tu. “L’io che risponde, però, non può essere uguale all’io che domanda, altrimenti non avrebbe cosa rispondere. L’io che risponde deve trovare più luce rispetto all’io che domanda e per questo deve attingere a un’altra sorgente luminosa e trasformare poi la luce ottenuta in nutrimento della mente tramite un misterioso metabolismo spirituale. Ma come si fa?” Lo dici poco più avanti… e chissà se tu poi ci riesci a realizzare quanto credi possibile?!

“… si cerca di rispondere non solo con l’intelletto, ma anche e soprattutto con la concretezza delle azioni e dei comportamenti, con lo stile complessivo della vita…”quando hai realizzato che hai ben lavorato non per te solo, “ma per qualcosa di più importante che è la vita e il suo mistero.” – stai pertanto partecipando a una grande Lotteria dall’esito assai incerto!

“… gli esseri umani sembrano destinati a risultare sempre più macchinari” in quanto “non vivono solo con la macchina, ma della macchina…” – imprigionati per esempio da quel multicolore e variopinto cosmo creato da uno “smartphone”. Ti consiglio, Vito, di leggere il saggio di Luciano Floridi Etica dell’intelligenza artificiale, che non offre soluzioni ma favorisce la consapevolezza.

“… e se la scienza non è strutturalmente in grado di dare indicazioni etiche, ne consegue logicamente che noi oggi siamo privi di una conoscenza etica universalmente valida”e se poi non ci fosse? Per la natura, per il cosmo (quasi) nulla importa della sopravvivenza e del tao di sette od otto miliardi di umani. Se domani (o passato domani) scoppiasse un conflitto mondiale con annesse deflagrazioni di una ventina di bombe all’idrogeno, nulla calerebbe (o aumenterebbe) sull’esito di questo mondo amorale in cui presumibilmente abitiamo.

“… ricevendo istruzione si diventa uno strumento; ricevendo educazione si diventa se stessi.”solo nell’ottica umana, che è quella che (ci) interessa.

Ora citi il delfico Conosci te stesso, che può essere circoscritto a Vito, a Stefano, a sette od otto miliardi di individui, oppure a tutte le particelle e onde della materia (vivente oppure no).

Vito Mancuso
Vito Mancuso

“Dobbiamo cambiare strada, convertirci” – lo sai che secondo Aldo la conversione deve essere intesa come un’inversione a U, a cui si è tenuti a mantenersi fedeli d’ora in poi? Lui, diceva, non amava la confessione, che invece era così tenuta in considerazione dai suoi colleghi, poiché permetteva loro di fare la morale a noi miseri peccatori. Per Aldo era solo un gioco delle parti, io mi confesso, tu mi assolvi, io recito la penitenza, avanti un altro! Come dal dentista. La grazia, di cui parli, parrebbe un fenomeno a intermittenza. Quel sacramento assomiglia all’esibizione della paletta dal lato verde o dal lato rosso, in presenza di cantieri stradali, un libero scambio di ipocrisie. La grazia per me ragazzino durava molto meno di una vaccinazione, due settimane. Quello era il periodo in cui ero tenuto a confessarmi a quell’epoca. Dopo la penitenza ero coperto, protetto dal sacramento per circa quindici giorni.

Ieri ho assistito a una presentazione di un libro di bio-etica. Una relatrice disse che aveva attestato una povertà inquietante di vocaboli da parte delle più giovani generazioni di studenti liceali. This is the problem! Il non poter capire cosa si deve fare per controllare il Potere che, al contempo, ci comanda e ci teme, che vorrebbe annullarci e zittirci. E anche il non saper denunciare tale disgrazia. Sarebbe giusto che un numero crescente di persone capisse il significato delle parole e, conseguentemente, il senso di quello che ci sta succedendo, e gridasse il suo sconcerto. Chi sa, parli! – diceva Otello Montanari a proposito di alcuni fatti di cui tanta brava gente era al corrente, ma di cui nessuno s’attentava a parlare.

Un concetto che dovrebbe essere pubblicizzato: Chi non firma protocolli ambientali sulla come quello di Kyoto (ad esempio gli americani, che sono i responsabili del 36,2% del totale di emissioni di CO2; i russi hanno invece aderito) sono più distruttivi e assassini di qualsiasi regime totalitario del presente e del passato.  “… il senso dello Stato coincide con l’ideale del bene comune…”il riscaldamento globale del pianeta può uccidere tanto un tuo cittadino quanto un abitante di qualsiasi altro paese.

“Il paradigma dominante delle menti contemporanee è l’individualismo: l’io, la sua volontà, il suo desiderio, il suo successo, la sua visibilità, il suo apparire, il suo scintillare. È l’io il nuovo dio nell’epoca della morte di Dio…” l’io peregrina di luce in luce ed è questo che compone l’onda: sfruttare liberamente l’energia. Non si deve mai fermare, perché non può. In attesa di capire che senso ha la vita, nonché questa supposta ma non conclamata mente innamorata, è giusto cercare la strada giusta, il suddetto tao.

“Essere e non essere si generano a vicenda, difficile e facile si completano a vicenda, alto e basso pendono l’uno verso l’altro, voce e musica si armonizzano tra loro, prima o dopo si seguono a vicenda…”: così recita il Tao Te Ching, a cui aggiungerei: la gravitazione e la luce si amano e si odiano, come Śiva e Visnù, come l’ordine di una singolarità e la (forse) simmetrica entropia.

“Tutte le cose sono collegate le une con le altre”scriveva Marco Aurelio che (forse) ignorava il fenomeno dell’entanglement quantistico: due particelle che, casualmente (caso o necessità?) vengono a contatto, rimarranno correlate a vita (breve o infinita ch’essa sia). E in quella singolarità originaria, eravamo tutti là, miracolosamente unite e per sempre avvinti l’uno all’altro.

Occorre “rispetto per la vita”: non so cosa significa, né se sia un dato oggettivamente certo (non credo), però la questione m’affascina. Mi sento un tutt’uno con essa.

Vito, mi rendo conto che… e ti chiedo scusa… che non so scrivere recensioni, bensì reazioni… Io cerco, come in altri miei conati di scrittura, di falsificare l’autore che leggo, ma sappi che anche tu stai cercando di falsificare me. Il mio è un restituire la grazia e la disgrazia!

Il nostro mondo è pieno di dati, ma scarso di cultura, che pare che non servi. Io mi oppongo! Sono disposto a fare la figura dello squilibrato ma non di dire sempre la mia, perch’essa serva al prossimo al fine che anch’egli continui a professare la sua. Scarto immediatamente la tua proposta (semischerzosa) di iniziare un evo, ante e post COVID. L’attuale pandemia non finirà presto, ma quando terminerà presto ne seguirà un’altra, non meno planetaria. Secondo me ci sarà sempre qualcuno a inventarne una (se non viene da sola) al solo scopo di farsi venire le budella auree.

Due salti ontologici: 1) un organismo vivente nasce dal non vivo 2) che poi diventa consapevole (al punto di scrivere saggi su tale argomento). I sei stadi del fenomeno umano: 1) “sôma”, il corpo 2) “bíos”, vita 3) “zoé”, animalità (in pisciottano il ragazzo è detto zurieddu) 4) “psyché”, anima e affini 5) “lógos”, ragionamento 6) “pneûma o noûs”, arte. Il bello è che questi stadi sono tuttora presenti nell’anima e del corpo (che, dicono i geoviani, essere la medesima cosa) uomo e c’è chi crede anche nel nostro quadrupede di fiducia.

“Il caos però non è solo un’insidia da cui difendersi, ma è anche un’offerta di possibilità e di risorse”, somigliando in questo al mercato di Canicattì, ma anche quello di Ballarò. “Dal caos mi devo proteggere, ma anche far nutrire; mi devo chiudere, ma anche aprire”; devo dire di no e devo dire di sì: 0 o 1, lampadina accesa o spenta, enten eller, aut aut. “La spiritualità appare così come una gestione della libertà che sperimenta di entrare in relazione con il fondamento del modo ma anche del proprio sé…”.

Concordo sulla definizione di religione di Whitehead: “esprime ‘i sentimenti, gli atti e le esperienze degli individui nella loro solitudine, in quanto comprendano di essere in relazione con qualsiasi cosa che possono considerare il divino” – anche se, in una visione non meno religiosa ma più laica, il tutto può paragonarsi alla relazione che si stabilisce tra il nucleo (paragonabile a un pallone posto a centro campo) con l’elettrone (che svolazza fischiettando sugli spalti), grazie alla forza elettromagnetica che fa sì che se io do un pugno a Tyson mi slogo una mano: in realtà sia essa che il suo mento sono paragonabili a semi-deserte corsie in cui scorrono i fotoni, responsabili delle interazioni elettromagnetiche.

La domanda di Ugo di San Vittore: “qual è la realtà migliore che desideri possedere in modo del tutto speciale e della quale vorresti godere per sempre” – qual è il tragitto che vuoi fare tuo?

“Nella misura in cui si ama, infatti, la nostra mente è attratta dall’oggetto del suo amore esattamente come la Terra è attratta dal sole”tutto è attrazione, e ripulsa. Tutto s’allontana o si ricongiunge. Non talvolta: a ogni attimo che scorre nel fiume che mai cessa di giungere altrove.

In tal caso libero amore è un ossimoro? Assomiglia allo speculatore che continuamente vende e acquista azioni, per poi renderle e riconquistarle, per l’eternità, come fosse un novello Tantalo. È il dio il tuo punto più alto? O il tuo dio preferisci fronteggiarlo dalla torre di un insano egoismo?

Nell’amore “la nostra libertà non solo è sospesa, ma viene come presa in trappola e resa inspiegabilmente desiderosa di potersi consegnare nella dedizione più completa.”

Un’ulteriore similitudine: Prendiamo una coppia di due innamorati: essa è qualcosa di più della mera somma dei due, è più di un atomo unito a un altro atomo, la coppia non è più due tomi, ma è una molecola spirituale, in cui partecipano, oltre le due particelle, e i necessari bosoni. “Causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé.” – scrive Platone. La risorsa serve, il suo eccesso può demolire.

“… si tratta di giungere a una sana coltivazione dell’amore verso di sé a partire dalla coltivazione della dimensione corporea.” – non è facile né difficile, è essenziale per esistere saggiamente, è inutile per vivere come capita.

Io non amo Cristo né l’odio, ma lo osservo. A casa mia ho il Mein Kampf di un certo Adolf (mi pare faccia Hitler di cognome, detto con affetto filiale Mein Führer), essere umano che continua a favorire, col suo pensiero svariate dis-grazie umane. Non l’amo, né l’odio. Sento che prima o poi leggerò il suo saggio, reagendoci sopra.

Dostoevskij amava più Cristo della Verità: tót i cajòun a gh ân la só pasiòun: perciò lo comprendo. Anch’io amo di più Rimbaud di Rodari, ma entrambi mi hanno favorito l’accesso a un mondo sconosciuto e sono loro grato. La verità? Non esiste. Tutto serve, nulla è inutile. Tutto va utilizzato, tutto va gettato dopo l’uso, nell’opportuno cestino.

Da un brano tratto dall’opera del martire Dietrich Bonhoeffer, che già utilizzasti in un altro saggio, parli di una sorta di falsità assimilabile alla verità, in quanto necessaria al bene. Si tratta, a mio parere, di un gioco di parole. La verità non esiste, e nemmeno, per conseguenza, la falsità. Quando s’interpreta un fenomeno si può però utilizzare i dati al fine di modificare il fenomeno stesso. Importante è non esagerare, per non cadere nel tranello della mistificazione. Se non esiste una verità assoluta, non esiste nemmeno un’assoluta interpretazione, né gli effetti della stessa. Un maestro chiede a un ragazzo se è vero che suo padre è spesso ubriaco, questi nega perché non può causare del male all’amato genitore. Questo semplice fatto può condurre a decine di miliardi di eventi (se non di più): il genitore può essere costretto a limitare quel suo vizio; può, guidando da avvinazzato, investire il proprio stesso figlio o il maestro stesso (o uno qualsiasi dei suoi concittadini). La verità è come quella particella che, secondo Bohr, esiste solo quando la si attesta, dove la si vuole o si vuole incontrare. Diversamente è un’onda che va per i fatti suoi.

A Giordano Bruno fu offerto di abiurare le sue tesi, in cambio della vita. E lui rifiutò. La stessa proposta fu fatta a Galileo Galilei. Che accettò. Proverbio cilentano: chi rice a verità vol esse accisu. Spiega Jaspers: “la fede è diversa dal sapere” e che la differenza fra i due pensatori era che “Bruno ‘credeva’ mentre Galilei ‘sapeva’.”

Mi oppongo di nuovo, Vostro Onore! La differenza è un’altra, e l’hai detta tu stesso, caro Vito: il primo aveva un “eroico furore”, il secondo no, aveva solo una gran voglia di capire la verità, non di professarla. La differenza, me ne rendo conto, è minima. Bruno era un Messia, squilibrato nel suo protendersi verso l’Altro, Galileo un saggio discepolo, interessato, non prono, davanti al Mistero.

Fingo di essere un carabiniere che assiste al sacrificio di Salvo D’Acquisto, che butta via la sua vita per salvarne tante altre. Lo ammiro, posso anche amarlo, ma non intendo imitarlo. La mia vita è sacra, per cui la sacrificherei solo per salvare quella di chi amo più di me. Non vi sono alternative. Cosa avrebbe fatto Tex al posto di Salvo? Avrebbe sparato, forse, aspettando il momento migliore, a rischio della propria vita e non l’avrebbe gettata via, barattandola. Io amo Salvo D’Acquisto ma non al punto di emularlo. Solo in una nota a pagina 174 citi il nome di Maimonide. Cosa suggerisce il suo esempio? La questione mi lascia perplesso!

Io amo la figura di Giordano (nonché la sua idea dei tanti mondi che potrebbe aver influenzato la teoria dei multiversi di Hugh Everett III), ma non consiglio ai miei figli di imitarne la tenacia. Il suo eroico furore mi commuove ma, dentro di me, lo disapprovo. La sua era una passione, una kam’a, era una mente profondamente innamorata, e conseguentemente persa. Un mio consanguineo una volta mi disse che era innamorato di una ragazza. Gli dissi: non ti preoccupare, prima o poi ti passa! Anche Galilei fu innamorato, ma quel folle sentimento (è solo un gioco, non era un fuoco) gli era per sua fortuna scemato al punto giusto.

Platone era un religioso, oltre che un artista e un pensatore: la sua “meraviglia”, il suo “entusiasmo” (ripeto il mantra: il suo indiarsi), la sua “sorte divina”, la usa “potenza divina”, la sua “ispirazione” sono tutti sintomi di una malattia cronica con cui si può convivere per tutta la vita, come col diabete. Chiamasi fede, e null’altro.

Jiddu Krishnamurti
Jiddu Krishnamurti

Ti propongo la lettura di Jiddu Krishnamurti, cominciando col saggio con cui ho cominciato (mi fece innamorare, ma ora ci siamo lasciati, pur rimanendo in buoni rapporti), intitolato non a caso Cominciare a imparare. Egli denunciava il pericolo che cova in tutte le illusioni che fanno distrarre l’uomo, citando l’esempio di quella volta che era in auto con alcuni sapientoni che discorrevano sulla consapevolezza. L’autista per poco non investì un passante, e solo Jiddu se ne accorse. Gli altri erano consapevolmente distratti (antifrasi). La realtà dev’essere, diceva, affrontata come se fosse un cobra: col massimo della lucidità, pena l’essere morsi. Egli giudicava infida la fede (è soltanto una mia boutade)!

“L’amore arriva, esattamente come la grazia.” – dandoti una bella botta in testa e poi ti ordina: alzati e cammina. Spero di non cascarci più! La vita deciderà per me, ma io esigerò sempre il diritto di ripensarci e decidere.

Sento d’essere innamorato di Simone Weil, non vedo l’ora di farla mia. Di Etty Hillesum ho letto le Lettere 1941-43, che mi fecero reagire così tanto, scatenando in modo assurdo la mia scrittura. L’amo troppo! Ma cercherò di farmi una ragione del fatto che i nostri destini possono ormai incrociarsi solo nella lettura e nella mia successiva reazione. Questo io so fare, anzi, mi è dato di fare: reagire all’altrui eroismo.

“… l’etica del rispetto per la vita nasce quindi da una dimensione spirituale”stai ora parlando di Albert Schweitzer, un valente musicista e filosofo che si ridusse (volontariamente, santamente) a benefattore: altro fulgido esempio che non cercherò mai di imitare.

Sono pertanto un anti-umanista? Io sono un uomo, e questo mi basta. Quello che esce da me, la mia espressione, deriva da un bisogno, forse innato, forse dovuto a quell’incidente stradale in cui battei la testa (sulle strisce pedonali di via Adua, di fronte alla chiesa), mentre mi stavo recando in Parad…, ehm, a catechismo; o forse queste sono alcune delle cause per cui sto reagendo al tuo libro. Io ti rispetto e ti leggo. Poi reagisco. Quel che conta è la tua espressione e la mia reazione, che diventa a sua volta un’espressione, e una comunicazione. Come reagirà Vito Mancuso a questo mio sfogo (il primo termine che m’è venuto in mente, forse il più esatto)? Spero bene, perché così voglio a lui: bene. Se reagisce male, peccato. Anzi, come si dice dalle mie parti, quando ogni cosa va a rotoli: amen!

“Bello e buono ci appaiono identici.” – tiriamo fuori il coniglietto dalla tuba: bello deriva da bènus, bènulus, bènlus, bèllus. Bene alcuni lo riferiscono a beare, deliziare. Buono viene da duonus, dve, che è felice in sanscrito, che deriva a sua volta da div, risplendere, da cui pare derivi la stessa parola dio. Dire che Dio è buono è tanto apodittico quanto ozioso. Al momento ho finito le tube. Ma è tutto un trucco, perché qualsiasi etimo non cela verità, ma una sua interpretazione antica. Una mera (dal latino merus, semplice) illusione. Come lo è la teoria del terzo occhio, il tuo personal navigator che ti conduce, secondo il tuo avviso, nonché di Spinoza, alla “conformità con l’ordine della natura” – che non voglio al momento (almeno finché campo) definire una teoria religiosa (non falsificabile) o scientifica. Mentre attendo la morte, ci penso su. Rosalinda Borghi (mia mamma) diceva: a la môrt a s’rîva vîv, alla morte si giunge respirando almeno un po’. Cristiana come poche amava però il detto (che non sarebbe spiaciuto ad Aldo): che ciavêda per i frê se an gh ē mia al paradîs… beh, importante è che c’abbiano creduto mentre sciabattavano.

Wittgenstein:Il senso del mondo deve essere fuori di esso.” – non capisco quel verbo: deve. Chi gliel’ha ordinato? Qualcuno che è fuori dal senso?

Se Dio è Onnipotente è anche creatore e gestore del male. Per cui scrivi: “… o la potenza o la bontà, tertium non datur” – e io che credevo che fosse dato da sempre. Propongo: deus non datur.

Amo la frase che citi di Pierre Teilhard de Cahrdin, che sintetizzo: anche se perdo la fiducia in Cristo e compagnia bella, continuerò a credere nel mondo. Estremo (e provvidenziale) proverbio arşân: piutôst che gnînt l ē mej piutôst! Poco è meglio che nulla!

La Trascendenza è l’essere che non diventa mai mondo, ma che ugualmente parla nel mondo attraverso l’essere.” – l’unica analogia che trovo nella fisica (materia che conosco meno di quello che servirebbe) è con la particella virtuale che risiede nel vuoto (che brulica dei conati suoi e di quelli delle sue compagne che, come lei, non arriveranno mai a esistere e che, non si sa come, creano i flussi energetici che permettano alle particelle cosiddette reali di crearsi: alla domanda perché è ammessa solo la risposta: boh!).

Scrivi: “Credo in Dio in quanto centro di energia intelligente” e anche “siamo davvero ‘ qualcosa di speciale’”: la nostra specie animale almeno, dai! È come tenere una squadra. Io mi sento umano solo quando vinco (oggi il Milan si gioca lo scudetto a cinquecento metri da casa mia: fra poche ore alcune decine di persone decideranno se sarò milanista oppure uno che se ne frega del calcio).

Citi Kant, che in alcune traduzioni pare alludere al suo “io indivisibile”, in altre, più corrette, di un “io invisibile”. Se ci pensi, è la stessa cosa. Sotto il limite di Planck v’è l’invisibile che, per sua natura, è indivisibile. Non sappiamo se lo siano il fotone, il quark, l’elettrone, il neutrino etc, ma sotto sotto ci aspettiamo che prima o poi si scopra che si tratta di composti. Sotto quel limite, però, non valgono né teorie né illazioni che non siano filosofiche. Quien Sabe?, direbbe il vecchio Tex.

Nella Bibliografia citi vari libri, tra cui, ovviamente, la Sapienza biblica, ma non l’Ecclesiaste. Strano, non me l’aspettavo (antifrasi)!

Tu parli di innamoramento e di amore. In greco c’è una dozzina di vocaboli che significano, ognuno a modo suo, quel tipo di passione. Per te quale conta di più? Esiste una più sciocca domanda?

Mé a sûn brót ma s-cètt, brutto ma schietto: non sei un filosofo originale ma un grande interprete di filosofi; non un creatore ma un esecutore mirabile. Non mi convinci mai, ma mi smuovi le sinapsi come pochi altri autori. A volte mi assesti dei pugni allo stomaco che mi fanno ricordare l’esergo di alcuni libri che lessi nella mia prima giovinezza scritti da Gianni Padoan, che ringrazio dopo tanti anni: un pugno dato non per provocare vomito ma per rinforzare i muscoli addominali. Questo tu sei, un ottimo sparring partner (e io anelo a diventare il tuo) che carezzi il mio ventre come se fossi un gentilissimo e delicatissimo Tyson. Tutto quello che hai scritto sono finzioni che non si possono non amare. Tutto quello che hai cercato non mi pare vero, ma (in fondo) ci credo.

Ora devi ascoltarmi con attenzione: Cesare Boni, poco prima di lasciare questa vita, istruì Un tipo chiamato me stesso su una forma di meditazione che assurgeva a preghiera, anche se non si sa a chi fosse rivolta. Gli disse che, con una pratica di appena sette minuti, da svolgersi di prima mattina, anche un tipo instabile come lui avrebbe prima o poi realizzato quell’armonia che sentiva sempre sfuggirgli. Il primo minuto era destinato alla consapevolezza che il risveglio era avvenuto e che si trattava di un dono, anche se non si individuava il mittente. Nel secondo minuto l’orante rivolgeva a se stesso il proponimento di affrontare la giornata col cuore in mano, in accordo con la natura e, in particolar modo, con il genere più problematico, quello umano. Gli ultimi cinque minuti erano destinati all’ascolto del proprio respiro e a togliere le croste dall’anima. Suggerii, da parte mia, a quel mio strano gemello, di fissare un oggetto fuori dalla finestra, per poi chiudere gli occhi. Dopo di cui quell’oggetto spariva poco a poco, inevitabilmente. Se li riapriva, esso gli riapprariva. Se li richiudeva, esso svaniva ancora, non subito, ma dopo poco.

Ahmmm ahmmm ahmmmm. Haaaaaa haaaaa haaaa. L’aria entrava nel corpo, attraverso il naso, le narici, la faringe, la laringe, la trachea, i bronchi, i bronchioli, gli alveoli e, solo dopo aver ossigenato i polmoni, veniva in parte espirata. Prima di quel momento, esisteva, anzi, non esisteva un attimo da nulla in cui si poteva percepire la coscienza di sé e delle cose. L’aria veniva espulsa dalle narici e dalla bocca, portando con sé i pensieri. E Un tipo chiamato me stesso ne aveva sempre avuti tanti, di pensieri, buoni e cattivi. Essenziale era fare tutto ciò alla mattina presto, appena ci si svegliava, in anticipo sui rumori della vita, come ad esempio le amare battute di qualche parente, i clacson delle auto, il ruggire dei motori e il ringhiare eventuale del campanello. Motivo per cui Un tipo chiamato me stesso, che non si svegliava mai prima di mezzogiorno, non ci aveva mai provato. Era sufficientemente certo dell’insuccesso di qualsiasi tentativo di meditazione, da parte sua. Eppure, caro Un tipo chiamato me stesso, ricordati il motto dei Samurai: Se cado tre volte, tre volte saprò rialzarmi Provaci anche tu, prof, poi mi dici.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Vito Mancuso, La mente innamorata, Garzanti, 2022

 

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