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“Un borghese piccolo piccolo” di Vincenzo Cerami: l’uomo, nella sua essenza, è spietato?

Cosa unisce un clamoroso successo editoriale di quasi cinquant’anni fa con i giorni nostri? Quale è il fil rouge che unisce la distanza siderale tra le due epoche?

Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami
Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami

Già questa domanda dà tanto da riflettere. E ci ha pensato bene la Garzanti che ci para davanti un terribile specchio dei tempi ripubblicando nel 2022 (quindi fresco di ristampa) un grande libro del 1976. Sto parlando del sorprendente romanzo d’esordio di Vincenzo Cerami, Un borghese piccolo piccolo.

Va in onda la mediocrità arrivista e spietata, che affronta la quotidiana guerra di coltelli nella schiena per cercare di elevarsi a tutti i costi. È in quel cercare di elevarsi a tutti costi, quasi senza coscienza; è in quel soccombere nel tentativo di avanzare che forse combaciano le differenze a cinquant’anni di distanza. È in quel cercare a tutti costi di trovare un posto al sole della mediocrità che l’uomo resta impigliato come un pesce all’amo.

La similitudine non è casuale perché nelle primissime pagine del libro Cerami racconta dei protagonisti, padre e figlio, che dopo aver pescato un grosso pesce lo uccidono accanendosi a fracassargli la testa con un sasso; indispettiti dai fremiti di vita della coda e dagli schizzi di sangue. Così, subito, si viene buttati nell’arena della crudeltà. E già a pagina 16 dobbiamo fare i conti con la domanda che ci accompagnerà per tutta la lettura. Ma l’uomo, nella sua essenza, è spietato? Cinquant’anni fa? E ancora?

Quel sasso che fracassa, che dà soddisfazione piena al protagonista, è paragonabile all’insulto gratuito, alla gogna mediatica che dà uguale piacere all’uomo di oggi?

In tutti questi anni non siamo andati avanti di niente?

Facciamo un passo indietro di mezzo secolo e immaginiamo lo scenario del libro di Cerami, in una Roma livida di mediocrità e intrallazzi. Erano anni in cui era appena stato ucciso Pier Paolo Pasolini, con un omicidio senza ragione e senza volto. Erano anni che precedevano di pochissimo il rapimento e la morte di Aldo Moro per opera delle Brigate Rosse, o di tutto quello che, ancora si sospetta, ci fosse dietro.

Ma questo era il mondo straordinario dei fatti eclatanti, che pure caratterizzavano l’epoca; ma il mondo ordinario, la vita quotidiana della maestra, della casalinga, o dell’impiegato era l’ambizione a comprarsi il televisore nuovo e una nuova utilitaria tre dita più lunga. Il mondo ordinario era trovare mille intrallazzi per una forte raccomandazione che potesse valere un posto di ragioniere al Ministero.

Il tempo era scandito su questi parametri, condizionanti e non percepiti. Come forse oggi lo scollamento del tessuto sociale.

Ma il libro va per la sua strada, lontano da falsi pietismi, rappresentando tutto quello che di piccolo poteva ammorbare la vita della classe media. C’è tutto, la violenza, la prevaricazione, il qualunquismo, e persino i massoni che Cerami dipinge come guitti senza carattere che però possono ciò che vogliono.

La storia, è chiaro fin dal titolo, è quella di un antieroe. E tutto il fantastico fascino letterario, a volte acido, a volte indigesto, sta proprio in questo. Nelle manie e nei vizi del famoso italiano medio, che forse non era proprio una bella persona. Non si racconta di un rivoluzionario, di un disagiato, o di un brigatista, di uno comunque ai margini, ma con tanti alibi. No, è l’uomo di tutti i giorni.

È la vicenda di Giovanni, un impiegato del Ministero, che con una vita di sacrifici riesce a far conseguire il diploma di ragioniere a suo figlio Mario. L’obbiettivo fondamentale per loro è il posto fisso per il ragazzo. A qualunque costo. Con una affannosa ricerca di raccomandazioni, di intrallazzi, o, se serve, anche strisciando e umiliandosi. Così Giovanni accompagna il figlio il grande giorno del concorso, con già le domande del compito in tasca e l’assunzione assicurata. Ma, la vita facilmente si mette di traverso, e questa volta i guai hanno il viso scoperto di un rapinatore in fuga che sparando a caso colpisce e uccide il neoragioniere.

Colpo mortale per i genitori che da quel momento non avranno più un giorno di vita. Anche questo volo a planare l’autore lo racconta in presa diretta, con tutte le tappe di un abbruttimento che non ha voglia di cercare nessuna salvezza. Si vive, si sopravvive, ci si lascia andare sempre più in basso, a esplorare le reazioni dell’animo umano in cattività senza più speranza.

Vincenzo Cerami
Vincenzo Cerami

La vita rassegnata, ormai piatta di Giovanni, riceve una scossa quando la polizia lo chiama per identificare l’assassino del figlio. Qui Cerami ci propone un altro sipario travolgente, con la colpevole insensibilità e superficialità dei vari testimoni, che pur di sbrigarsi, non si preoccupano di riconoscere un assassino. Fa pensare quell’indifferenza di vivere senza valori come se fosse la cosa giusta. Ci possiamo vedere qualche pennellata dei tempi attuali?

Anche Giovanni si lascia trascinare da questa indolenza di arrendersi agli eventi e continuare a subire la vita. Ma una volta fuori rintraccia il criminale, lo pedina, lo cattura e lo immobilizza, facendolo prigioniero della sua rabbia, della sua insoddisfazione. Da vittima a carnefice è un passo brevissimo, perché l’autore non ci fa vivere questa fase come riscatto o rivalsa. Al contrario, l’indolenza della vittima abita tutte le mosse del carnefice.

La morale del piccolo borghese sembra così disperata che anche come aguzzino rimane nel suo mondo di piccole certezze appese alle manie. Con pulsioni che non hanno vigore, ma vivono strisciando. Così, da carceriere lascia morire piano piano l’assassino di suo figlio. Non come un piano di vendetta o scelta scellerata, ma come se la scelleratezza avesse scelto lui per realizzare i suoi piani. E lui con rassegnazione, come un piccolo borghese, si lasciasse soggiogare dal gioco della cattiveria, dal gioco crudele di quel mondo arraffone senza valori.

Così la crudeltà e l’indifferenza si abbracciano in un dirompente monumento letterario. E vengono in mente i tantissimi Giovanni di oggi che fanno i leoni da tastiera per far morire di indifferenza chi non gli va, per odio, o per ignavia e stupida cattiveria.

Raccontando questo siamo sicuri che svelare il finale del romanzo, contrariamente al solito, non tolga niente all’opera, perché il libro è talmente famoso che la trama la conoscono tutti. Ma soprattutto perché il valore del libro va molto oltre lo sviluppo stretto della struttura.

Va poi ricordato l’altrettanto famoso film firmato da Mario Monicelli con un grande Alberto Sordi perfettamente calzato nei panni del protagonista.

Quindi farei un plauso a questa riedizione della Garzanti, dove non si può parlare di recupero, ma di continuare a dar vita a un bel libro. Perché un bel libro non invecchia col tempo, ma lo anticipa e lo racconta con nuovi significati.

 

Written by Pier Bruno Cosso

 

 

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