“A Omero”, poesia di John Keats: il poeta veggente sull’orizzonte luce-tenebra

I versi di John Keats si articolano sull’orizzonte luce-tenebra e la cecità di Omero è un punto di partenza per un discorso che può essere suscettibile di coinvolgere l’intera poesia di ogni tempo.

“A Omero”

John Keats - Portrait by C. W. Wass - 1841
John Keats – Portrait by C. W. Wass – 1841

“Da te separato per enorme ignoranza,
Di te sento parlare e delle Cicladi,
Come uno che sedendo sulla spiaggia, la speranza
Coltivi di scorgere il corallo abitato dai delfini dei mari profondi.
Dunque eri cieco – ma fu poi squarciato il velo:
Nettuno ti costruì una tenda di schiuma,
Giove per farti vivere scoprì per te il cielo,
E Pan fece per te risuonare il suo silvestre alveare –
Sì, c’è luce sulle spiagge delle tenebre,
I precipizi esibiscono una vergine verde,
E l’alba sta in boccio nella notte più cupa –
Nell’oscurità più acuta è una triplice vista,
Quella vista che tu avevi, e che una volta ebbe Diana,
Regina delle genti celesti, degli inferi e della razza umana.”.

Riconoscendo immediatamente la propria ignoranza, Keats parla ad Omero, in una sorta di presente e allo stesso tempo onirico viaggio nel tempo.

Omero, lo sappiamo, era cieco. Tuttavia, grazie agli doni degli stessi dei, il velo della cecità (non soltanto fisica) non poté più ostacolare il poeta greco.

I versi di Keats si articolano sull’orizzonte luce-tenebra e la cecità di Omero è un punto di partenza per un discorso che può essere suscettibile di coinvolgere l’intera poesia di ogni tempo.

La poesia viene dunque ad essere un qualcosa che viene tratto e riconosciuto divinamente dall’oscurità più profonda, questo grazie ad una “vista” (v 12 e v. 13) che fu una volta della dea Diana e che è in grado di collegare tra loro e far parlare tra loro tre mondi: quello celeste, quello infero e quello umano.

La musicalità di questa poesia sembra essere una sorta di silenziosa penombra, in cui ci sembra di assistere proprio al processo di cui sopra, che può essere una sorta di “creazione”, uno schiudersi di una capacità che è soltanto in parte assimilabile alla “vista”, sensorialmente intesa.

Qui si anticipa la tematica, tanto cara al Simbolismo e al Decadentismo, del “poeta veggente”, che in Omero vede il suo concretizzarsi, il suo rendersi atto.

La Poesia stessa ha in sé la propria nascita e il proprio sviluppo (meta) temporale nel riconoscersi come Vista, che è, insieme, un Sentire dal più profondo dell’anima, ossia dal più profondo di noi stessi, dato che siamo anima.

Nel suo concretizzarsi ed esplicarsi, la Poesia non trova un esatto luogo (prendendo a prestito la teoria aristotelica dei “luoghi” naturali), ma coinvolge, abbiamo visto, diversi mondi: quello celeste, quello dei morti e quello umano.

Essa si fa Veggenza e come tale viene riconosciuta: il Poeta, oltre che veggente, è anche un traghettatore dell’interiorità mediante la Parola, che vive e canta il profondo Sentire.

Riportiamo la poesia in lingua originale:

“To Homer”

Omero
Omero

“Standing aloof in giant ignorance,
Of thee I hear and of the Cyclades,
As one who sits ashore and longs perchance
To visit dolphin-coral in deep seas.
So wast thou blind; – but then the veil was rent,
For Jove uncurtain’d heaven to let thee live,
And Neptune made for thee a spumy tent,
And Pan made sing for thee his forest-hive;
Aye on the shores of darkness there is light,
And precipices show untrodden green,
There is a budding morrow in midnight,
There is a triple sight in blindness keen;
Such seeing hadst thou, as it once befel
To Dian, Queen of Earth, and Heaven, and Hell.”.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Bibliografia

John Keats, “Poesie. Testo originale a fronte”, Oscar Mondadori, Milano 2015

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: