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“Le lacrime di Nietzsche” di Irvin D. Yalom: il paziente più assurdamente impaziente

Esiste una verità: Josef Breuer fu un medico e psichiatra austriaco che collaborò col giovane Sigmund Freud, a cui ispirò talune delle sue celebrate teorie. Esiste, non meno autorevole e preziosa, una finzione: il dottor Breuer ebbe come paziente Friedrich Nietzsche.

Le lacrime di Nietzsche di Irvin D. Yalom
Le lacrime di Nietzsche di Irvin D. Yalom

Vi è una donna di ventun anni, che pare ne abbia cento, per l’autorità che esibisce a chi la frequenta: a chi lei sceglie di frequentare. Il suo nome è Lou Salomé, la quale manda un biglietto a Breuer, che non la conosce affatto, in cui gli impone di vederla, poiché “il futuro della filosofia tedesca è a repentaglio.”

Breuer, nel corso di una sua giornata tipo, non ha il tempo nemmeno di mingere una volta di più del consentito, il che crea tanti problemi nella sua vita, anche qualche difficoltà nei rapporti con la moglie, che non lo vede praticamente mai e quando questo accade, quasi si sente in dovere di evitarlo. Breuer è un uomo che ha dedicato la sua vita al lavoro, all’insegnamento e alle proprie nevrosi, una parola a quel tempo non ancora di moda. Josef accetta l’imposizione di Lou.

La quale, senza remore, gli dice che tipo è il suo amico Friedrich, il quale “si definisce spesso un ‘filosofo postumo’, un filosofo per il quale il mondo non è ancora pronto…” – il sogno tormentato (e l’incubo) di ogni scrittore.

Josef è ancora infatuato di una sua pregressa paziente, Bertha (che, in un’altra finzione, la cosiddetta verità accademica, si chiama Anna O.). Qualcosa di Lou gli fa scordare per un attimo la sua passione amorosa.

“… sapeva che ad attirarlo era proprio l’innocenza pre-erotica di Bertha. Entrambe le donne lo eccitavano: pensare a loro gli procurava una calda emozione all’inguine. E gli facevano entrambe paura: tutt’e e due pericolose, ma in modo diverso. Questa Salomé lo spaventava a causa della sua forza, di ciò che avrebbe potuto fargli. Bertha invece a causa della sua sottomissione…”.

Perché Lou ha preteso d’incontrare l’esimio professore? Jenia, il fratello, le aveva detto che Breuer era “un medico della disperazione” e che adottava “una cura basata sul parlare”. Cioè “sulla ragione, su uno svelarsi di associazioni mentali ingarbugliate…” – una serie di finzioni intrise di verità.

Friedrich parla spesso di suicidio, “in ogni conversazione, in ogni lettera. Però non chiede aiuto.”

Breuer lo deve accettare di visitare per curarlo dei suoi sintomi, che sono troppi, ora si direbbe in gran parte psicosomatici, e tutti terribili. Breuer accetterà di vedere ancora Lou a Vienna (in quel momento è in vacanza).

“… Nietzsche si interessa unicamente al vero. Non può soffrire la menzogna del pregiudizio.” – e pertanto non gliene importa nulla che Breuer sia un ebreo. 

La sorella di Nietzsche è, secondo Lou, “donna di mentalità meschina, spiritualmente miserabile. Non può permettersi di perdere il fratello per un’altra donna.”

La scrittura di Irvin D. Yalom dà voce all’anima dei propri personaggi che divengono, ogni tanto, dei fugaci io narranti: “Quando Lou piazzò la seconda mano sulla sua, Breuer sentì accelerare le pulsazioni. Non fare il vecchio scemo, si disse, concedendosi tuttavia al calore della presa. Avrebbe voluto dirle quanto gli piaceva che lei lo toccasse. Ma forse Lou Salomé lo sapeva già, visto che, mentre parlava, trattenne la mano tra le sue.”

L’amico di famiglia è detto “Sig”, o anche “Sigi”, o anche, più raramente, Sigmund Freud. I due discorrono spesso. Josef è l’uomo maturo ed esperto, Sig è il giovane intuitivo: accomunati dalla stessa genia giudea e dalla medesima brama di capire l’uomo.

Breuer sa che Freud “prende mentalmente nota di tutto ciò che succede qui in casa. Non è un acuto diagnostico, però raramente gli sfugge alcunché dei rapporti umani…” – un analista, per così dire. Capace anche di costruire allegorie notevoli: “Oh, l’interminabile fatica dell’intellettuale, impegnato a far penetrare tutte le conoscenze nel cervello attraverso una fessura di tre millimetri nell’iride.”

Breuer racconta a Freud di quel paziente a cui fece raccontare una scena e che, all’improvviso, tutti i “sintomi si dissolsero all’istante.” – e Sigi, sorpreso, gli dice che “si tratta di una scoperta straordinaria. È un caso che devi pubblicare.”  

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche

Breuer incontra Nietzsche, il quale gli narra: “La mia vita è diventata tutta un viaggio, al punto che comincio a pensare che la mia unica casa, l’unico luogo familiare a cui torno sempre, sia la mia malattia.” – casa mia, casa mia per enorme che tu sia… I due discorrono per un’ora e mezza. Friedrich descrive i suoi sintomi, che a volte lo affaticano, lo opprimano e lo rallentano. A volte però gli danno quel che fino ad allora gli mancava, e “mi sento rinnovato, pulito. Scoppio di energia. Sono momenti che godo molto, ho la mente che brulica delle idee più sensazionali.”

C’è una separazione dentro di lui: “La malattia pertiene al mio corpo, ma non è me. Io sono la mia malattia e il mio corpo, ma essi non sono me. Devono essere superati entrambi, se non fisicamente almeno metafisicamente.” – concetti che o non sono spiegabili in due parole, o nemmeno in mille.

“Io dispongo di un perché del vivere e posso sopportare qualsiasi come…” – ed egli si sente “gravido, qui dentro.” – di cosa? – “di libri, libri, quasi completamente formati, libri che soltanto io posso partorire. A volte considero le mie emicranie una sorta di doglie cerebrali.” Breuer sente che “Nietzsche era talmente staccato dagli altri esseri umani che passava una straordinaria quantità di tempo a parlare con il proprio sistema nervoso.”

Nietzsche coglie la differenza fra quel medico che cerca di donare sollievo e se stesso: “Voi, dottor Breuer, vi dedicate a rendere facile la vita. Io, al contrario, sono dedito a complicare le cose per il mio invisibile corpo studentesco.” – che ancora fatica a nascere, in quanto in pochissimi l’hanno già letto. Nietzsche parla della verità in modo (così dice Breuer) “sacrale, come per sostituire una religione con un’altra.” – e il suo antagonista, perché tale mi pare, gli risponde, secco: “Non è la verità a essere sacra, ma la ricerca della propria personale verità. C’è forse un atto più sacro della ricerca di se stessi?” – chi sa rispondere a questa domanda è un pazzo, un saggio o un aspirante filosofo.   

“La speranza è il male supremo!”la frase di Nietzsche è tratta da Umano, troppo umano, e lo è “perché protrae il tormento”; e “la ricompensa finale dei morti: non morire più” è il ragionamento conseguente (tratto da La gaia scienza).

Breuer, “… nel profondo del cuore sapeva perfettamente che Nietzsche aveva ragione.” Ne parla con Sigi che, a volte, lo interrompe “come uno scolaretto dei primi banchi, ansioso di ben figurare.” – e che libra talvolta in voli improvvisi: “Lui le mente? O mente a te? O mente a se stesso?

Il le è relativo a Fräulein Lou. Come può mentire a se stesso?, gli chiede Breuer. Risposta: “Forse una parte di lui soffre di tendenze suicide, ma la parte cosciente non lo sa.” Al che, il professore riprende il discolo e promettente allievo, che incorre sempre nello stesso difetto o, meglio, eccesso: “Sig, ormai parli sempre più spesso di questo minuscolo omuncolo inconscio che vivrebbe una vita separata rispetto a colui che lo ospita.” – e gli consiglia di non spargere in giro ‘sta notiziuola.

Il discente intuisce quel che poi il prof poi gli conferma: “Certo, certo, hai ragione, Sig. Ottimo! Ciò significa che Herr Müller interpreta qualsiasi espressione di sentimenti positivi come una sfida di potenza.” – un certo intuito, ha quel ragazzo (almeno in questa zona del multiverso). Müller sta per Nietzsche, come Anna O. sta per Bertha Pappenheim, basta spingere indietro le iniziali.

“Müller afferma che per scoprire la verità ci si deve conoscere a fondo. E per farlo bisogna allontanarsi dalla propria prospettiva abituale, persino dal proprio secolo e paese, e poi esaminarsi da lontano!” – vecchio trucchetto adottato anche dal Giovanni Battista! Ma io odio le locuste, e preferisco gli strozzapreti!

Con o senza guida? Sia Breuer che Freud pensano che sia una domanda oziosa: con!, perbacco! Ora il difficile è “persuadere il tuo filosofo riluttante della saggezza di sottoporsi a un corso di autoanalisi sotto la tua guida. Buonanotte, Josef.” – il quale ricambia l’augurio, dicendo una, per lui, assurdità: “l’allievo ha insegnato qualcosa al maestro.” Breuer è uomo acuto, ma non prudente. Talvolta crea delle frasi ardite, per dolersene subito dopo. Dà una risposta brusca alla moglie, “pentendosi immediatamente delle proprie parole ma non sapendo come fare per ritirarle. Fin la prima colazione in silenzio.”

Poi rivede Nietzsche, che gli chiede: “… Non mi avete nascosto nulla? Buona opportunità, pensò il medico, per stimolarlo a rivelare qualcos’altro di se stesso. Ma devo essere astuto.” – mi pare di scorgere Irvin covato nella mente di Josef.

Friedrich: “… Voi vi chiedete come sarebbe una conversazione in cui fosse imposto di non nascondersi nulla: personalmente credo che il suo vero nome sia inferno. Aprirsi a vicenda è il preludio del tradimento, e il tradimento fa star male, no?” – quando ci si sente vittima di quell’accadimento si ha voglia di buttare tutto in alto, che poi ricada da tutt’altra parte.

Nietzsche benedice tante sue disgrazie, fra cui anche la “mia scarsa vista, credo. Sono ormai anni che non riesco a leggere i pensieri degli altri pensatori.” – e l’acqua che sgorga da sé tende a imputridirsi, a meno che non si getti in un campo nuovo, dove nessun altro è mai giunto finora.

Josef Breuer
Josef Breuer

Chiede Breuer: “Nella vostra professione vi siete dunque tagliato fuori da qualsiasi colleganza?”e subito si avvede del proprio errore: “Era una domanda non pertinente, che rifletteva soltanto la sua personale preoccupazione in merito al riconoscimento da parte dei colleghi.” I suoi errori sono parziali e rimediabili, come quelli di un tennista che reagisce come può alla potenza avversaria. Si salva ogni volta grazie a pazzesche rincorse in direzione della palla scoccata di un avversario che pare imbattibile, in quanto nulla pare turbarlo, o meglio: tutto pare farlo, ma è dai suoi stessi turbamenti che trae l’energia: “L’importante è il coraggio di essere me stesso. Un docente? Un filologo? Un filosofo? Che cosa importa?”

Nietzsche strabilia il maestro di Freud:La psiche non funziona come un’entità unica. Certe parti della nostra mente possono operare indipendentemente da altre. Forse ‘io’ e il mio corpo abbiamo messo in atto una cospirazione alle spalle della mia stessa mente. La mente, come ben sapete, va pazza per scappatoie e trabocchetti.” – Freud non aveva detto qualcosa di simile? Perciò Breuer chiede: “Secondo voi, nella vostra mente vi sarebbero dunque degli abiti mentali completamente isolati tra loro” – Nietzsche non ha dubbi a proposito. E non riesce a fare a meno della propria frammentarietà, anche se gli costa una tensione inevitabile: “È un prezzo che posso pagare.”

Questo elogio dello stress, confonde il giocatore Breuer che a quel punto si rende conto che “non disponeva di un’adeguata mossa contraria”. Ci prova: “Mercoledì, per esempio, avete accennato a un recente tradimento. Tradimento che ha sicuramente prodotto dello stress. Come nessun essere umano è libero dall’Angst, così nessuno sfugge alla pena di un’amicizia finita male” – angoscia è il significato e l’etimo di quella parola, da angere, stringere (per la gola).  La seconda si può tradurre con fratricidio. Quando due amici si separano è come se si amputassero il braccio da cui hanno fatto sgorgare il sangue che li ha uniti finché è durato quell’arto che, una volta tolto di mezzo, annulla il reciproco impegno.

Poi c’è la faccenda “dell’isolamento”, che, secondo Breuer, “è un terreno di coltura della malattia” – pertanto, dal punto di vista nietzschiano, qualcosa che permette di coltivare qualcos’altro. Breuer invita il filosofo a un periodo di cure presso “la clinica Lauzon”. Nietzsche non ha sufficiente denaro per aderire al progetto. Non fa nulla, ci andrà gratis, per lui questo e altro: “Da ogni nostra conversazione io esco arricchito! Quindi, bene! È tutto sistemato! Informerò la clinica. Devo combinare un nuovo ricovero per oggi?” – con tale domanda finisce l’ottavo capitolo.

Nel nono ha luogo il match momentaneamente finale: panta rei, per cui non occorre mai disperare. Nietzsche rifiuta il ricovero.

“Breuer era stupefatto. Quell’incontro assomigliava più a una gara di scacchi che a un consulto professionale. Lui aveva fatto una mossa, proposto un piano, che Nietzsche aveva immediatamente smascherato.” Breuer “adottò una tattica che raramente falliva.” – chiese perché aveva accettato di venire a quel consulto se non desiderava portarlo a termine. Nietzsche, “pur apparentemente incuriosito dalla strana mossa di Breuer, non replicò nulla. Breuer insistette.” E Nietzsche dà qualche vaga risposta. Degli amici, lo hanno spinto, facendo il nome di Breuer, il quale “decise di farsi forte del vantaggio conseguito. Si mosse pertanto con ancor maggiore baldanza” – e fa qualche affermazione, chiudendo “un altro varco sulla scacchiera. Dove si sarebbe spostato ora l’antagonista?” Nietzsche si rende conto “che doveva muovere un altro dei suoi pezzi”, per cui “riportò la propria attenzione al centro della scacchiera”. Breuer lo accusa di non avergli parlato della persona che l’aveva calunniato. “Questa ultima mossa era stata ancora più ardita. Del resto non c’era altra via d’uscita, non aveva niente da perdere.” Dopo di cui, “Breuer puntò allo scacco matto.”

Nietzsche dice che il rapporto medico-paziente ha assunto “motivazioni umane che “sono molto più complesse e al tempo stesso più primitive.” – per cui occorre chiarezza. Perché mai Breuer insiste con tanta ostinatezza? Breuer “cominciava a sentirsi a disagio: l’ultima mossa di Nietzsche non gli era piaciuta affatto.” Cercava “di rimanere all’offensiva, ma avvertendo che l’impeto cominciava a scemare.” Questo eccita il filosofo, le cui “parole ora gli uscivano di bocca più in fretta. Nietzsche proseguì addirittura a precipizio.”

Il troppo ardire di Breuer gli ricordava di quando commetteva lo stesso errore giocando a scacchi col padre, ora rischia il tutto per tutto e spiega il motivo della sua insistenza: “Lo stimolo intellettuale che ricevo dai miei contatti con voi mi è caro.” Il medico “si stava ricomponendo. Forse sono stato troppo polemico, pensò.” – e si sente di promettere: “la mia cura potrebbe non soltanto essere di giovamento al vostro essere, ma anche aiutarvi nel vostro progetto di diventare ciò che siete.”

La medicina che aiuta la filosofia! Un assurdo che può anche funzionare! No? No. Nietzsche se ne va via, chissà se per sempre: “Alla vista della sua schiena, mentre usciva dallo studio, Breuer fece una smorfia.”

Nel decimo capitolo è riportato un dialogo fra Breuer e Max, l’adiposo cognato che proprio non capisce come il nostro pensoso eroe possa perdere tanto tempo con un cliente non solo riottoso ma pure squattrinato. L’unica acquisizione che Breuer fa di una frase apparentemente casuale dell’affine, ma non simile: “… se questo è un genio, forse dovresti imparare da lui, invece di cercare di batterlo!” – come quando si gioca a scacchi con un avversario più dotato, a ogni partita il gap fra i due concorrenti si attenua. Intanto i due stanno giocando davvero e la regina di Max fa dei veri sconquassi.

Nel capitolo seguente, Breuer salva la vita, anzi gliela ridà, a Nietzsche, che è preso da una marea di accidenti nella sua camera d’albergo: “Quasi immediatamente gli occhi del malato si aprirono. Vi si coglieva una luce di rimprovero…” – ma come s’era permesso quest’impiastro di intervenire sul suo stato di eterno morente? Friedrich è il mostro di Frankenstein che si ridesta non troppo volentieri in una realtà che non gli appartiene.

La sua coscienza ha il sopravvento sull’indeterminato: “Dopo ciò che avete fatto per me oggi, sono tenuto ad ascoltarvi con la massima attenzione.” Breuer sa che il momento è topico: “Passò rapidamente in rassegna gli errori compiuti con lui in precedenza, per non ripeterli. Sta’ calmo, si ingiunse. Non discutere: perderesti anche se vincessi. L’altro Nietzsche, quello che desidera morire ma chiede aiuto, quello che hai promesso di aiutare, ora non è qui. Non cercare di rivolgerti a lui.”la schizofrenia è un’idea come un’altra, con cui è meglio confrontarsi piuttosto che fronteggiarla dall’alto. Alto e basso sono concetti opinabili.

“Frau Becker e Max avevano senz’altro ragione: quale altro medico avrebbe dedicato tanto tempo a un paziente così arrogante, irritante ed esasperante? E anche vanesio!”

Egli si sentiva attirato verso di lui, e il suo intento era benefico, doveva soltanto individuare il metodo giusto che… gli si presenta alla mente in fin di capitolo: “Conosco un modo! Conosco un modo!”

Nietzsche lo va a trovare per saldare il conto e per ricevere il referto medico, che elogia. Dopo di cui Breuer gli fa una proposta: lui curerà il paziente di tutti i suoi malanni, il paziente curerà lui, del suo malanno: la disperazione. Nietzsche obietta di non essere in grado di risolvere il problema di un individuo, semmai dell’umanità intera (dopo il 2000, magari, dice). Dice Breuer: “Credo nel valore risanatorio della parola parlata. Semplicemente passare in rassegna la mia vita con una mente informata come voi, ecco che cosa desidero. Mi sarà senz’altro di giovamento.” Il genio accetta, anche se prova seri dubbi sull’intera operazione.

A un amico che lo sta aspettando a Rapallo, scrive una lettera in cui gli dice di pazientare per un mesetto, raccontandogli quanto è successo: “Sono vittima di un leggero attacco (che senza l’intervento del dottor Breuer sarebbe stato un mostro della durata di due settimane)…”.

Intanto il barone Frank…, pardon il medico Breuer confessa a Freud la sua strategia: “Devo convincerlo che mi sta aiutando, e intanto invertire in maniera impercettibile i nostri ruoli fino a far diventare lui il paziente e a tornare a essere io il medico.” Vuole soprattutto che sia lui a dire della propria disperazione: “Spero che mi usi come un padre confessore.” – al che quella volpe non ancora consumata di Freud gli suggerisce la menzogna seriale come arma per penetrare l’anima del paziente.

Sigmund Freud
Sigmund Freud

Dialogo fra due futuri inventori della psicoanalisi:

“… Lo sai chi preferirei avere come paziente? L’altro, quello che ha invocato aiuto!”
“La coscienza inconscia imprigionata nel tuo paziente, vuoi dire?” 
“‘Sì’, rispose Breuer, porgendo al cameriere una banconota senza verificarne il taglio, come del resto non faceva mai. ‘Sì, lavorare con lui sarebbe parecchio più facile. Sai, Sig, forse lo scopo della cura dovrebbe essere proprio quello: liberare la coscienza nascosta, consentirgli di chiedere aiuto alla luce del sole.’”

Liberazione o integrazione?, si chiede Freud. La sua risposta è un’“integrazione dell’inconscio”.

Esistono varie correlazioni: il Nietzsche uno e il Nietzsche due, che non si conciliano, ma che vivono della loro opposizione: senza uno, l’altro cesserebbe. Si tratta d’integrare entrambi con la particella Breuer, anch’essa divisa in più parti, come pare a chi sta leggendo la sua vicenda umana. Due o tre quark compongono un nucleone. Due nucleoni compongo un nucleo. All’esterno è la luce che spinge avanti e indietro altre particelle, quella che conferiscono consistenza al mondo. È il mostro (che nel romanzo della Shelley era più o meno un genio) che cerca di ricostruire le ragioni del suo inventore.

Josef parla della sua più amata paziente, Bertha, alias Anna O: “… secondo la sua espressione, ‘scaricava’ – tutti gli eventi e i pensieri che l’avevano disturbata nelle ultime ventiquattr’ore. Tale procedimento, che lei indicava con l’espressione ‘spazzare il camino’, si dimostrò utile ad aiutarla a sentirsi meglio nelle ventiquattr’ore successive, ma non aveva alcun effetto sui sintomi isterici.” – finché non riuscì a individuare e a trasmettere all’amata paziente l’origine paterna del male.   Questo eccita il filosofo che coglie l’importanza di tale scoperta. “gli occhi di Nietzsche si spalancarono di colpo. Breuer vi vide moltissimo bianco.”

Parlando con lui, Josef capisce che Nietzsche “non sapeva nulla dell’intensità dell’attrazione erotica.” – un limite che da una parte oscura, dall’altra illumina il suo percorso esistenziale.

“Quest’uomo è un singolare miscuglio di enormi zone cieche e di illuminate originalità, pensò. E ancora una volta si chiese se quello strano individuo non potesse per caso avere qualcosa di prezioso da offrirgli.” Quello strano entanglement “era un’esperienza nuova: mai prima di allora Breuer aveva rivelato tanto di stesso.” – anche lui stava (finalmente) sturando il camino.  Lo stesso Nietzsche sta “imparando qualcosa. È esattamente ciò che intendevo quando ho detto che per imparare a rapportarmi con gli altri devo partire da zero!” – come lo capisco!

Siamo nel 1882, Josef ha quarant’anni, Freud ventisei, Nietzsche due in meno di Josef. Lo deduco dalla data degli appunti di Breuer, in cui lui giudica Nietzsche come probabile “grande filosofo. Purché lasci perdere l’argomento esseri umani!” – per cui pare non provare empatia alcuna. Per la donna (sta pensando a Lou) ha un giudizio terribile: “è predatrice e intrigante.” – ed è opportuno evitarla.

Agli occhi di Nietzsche, il paziente ha un grosso limite, in quanto ancora non ha capito “che i suoi problemi invocano attenzione unicamente al fine di oscurare ciò che lui non desidera vedere…”. Lo definisce “un singolare miscuglio: intelligente ma cieco, sincero eppure contorto.”

Il sogno di Josef è sempre Bertha: “l’imperatrice della sua mente”, che esige “tutta l’attenzione per sé”.

Nel suo confronto/conflitto con Nietzsche, “a Breuer stava cominciando a girare la testa. Avendo una mente scelta e acuta, non era abituato a venire sistematicamente superato nel ragionamento.”

Ci prova, sfidandolo sul suo terreno, citando il suo libro più citabile: “Ho bisogno di poter rivelare tutto di me a un altro per scoprire che sono anch’io… niente più che umano.” – aggiungendo un “Umano, troppo umano!”.

Quando discorre, il docente Nietzsche, maestro spadaccino, tira “fendenti nell’aria con il dito”. Per cui: “Guarda la realtà in faccia! si disse Breuer. Queste discussioni ti scappano completamente di mano, Josef. Nietzsche si limita a ignorare tutte le domande a cui non desidera rispondere.” – ed è troppo rapido per lui, come un centometrista lo è in confronto a un maratoneta. Si sente “troppo vincolato alla praticità…”sempre a inseguire disturbi, diagnosi, rimedi. Indica poi “il centro dello sterno” come luogo della sua Angst. Per l’altro tutto era di pertinenza del cervello, altro che il cuore. E, dice, solo gli ottusi, come “la gente comune e i bambini” sono spensierati, mentre “creatività e scoperta sono generate nel dolore”. E poi si cita da un biglietto scritto poc’anzi: “Per dare vita a una stella danzante, occorre avere dentro di sé caos e confusione frenetica”. Breuer desiderava che “sarebbe stato meglio farlo scendere dalle stelle.”

Nietzsche lo travolge di frasi non sconnesse, ma connesse a modo loro: “L’altro rimase a sedere in silenzio, gli occhi chiusi, quasi ipnotizzato dalle sue parole.” – e quando il filosofo lo sveglia: “Josef! Josef, che cosa pensate?”, pur tenendo gli occhi aperti, “continuò a tacere.” Nietzsche infierisce: “No, il problema non è il disagio. Il problema è che questo disagio voi lo provate per la cosa sbagliata!” Quando gli propone di porre mente “a che cosa pensereste se non ci fosse Bertha a intasarvi la mente” – e gli chiede se è d’accordo, “Breuer annuì, congedandosi.”

Stralcio dagli appunti breuriani: “Siamo impegnati in una singolare contesa. Vedere chi riesce ad aiutare di più l’altro. Ed è una competizione che mi preoccupa: temo gli confermi il suo insensato modello di rapporti sociali basato sul ‘potere’. Forse è il caso di fare come dice Max: smettere di competere e imparare da lui tutto ciò che posso. Per lui è della massima importanza avere la situazione in pugno.” Ammette: “C’è stato uno strano momento, oggi, in cui ho provato una singolare sensazione di assenza. Mi è parso quasi di essere in trance. Forse, nonostante tutto, sono sensibile all’ipnotismo.”

Dagli appunti dell’Altro: “… non capisce che esiste un metodo mio e uno altrui, ma non il metodo. E le indicazioni non le chiede in forma diretta, ma adotta la lusinga, fingendo però che sia…” Anche: “Si inganna da solo: compie scelte, ma si rifiuta di essere colui che sceglie.” Attesta: “… è stata una sensazione troppo forte: è quasi svenuto. Ho dovuto parlargli come a un bambino, chiamarlo Josef, farlo rinvenire.” E pure: “… non sono come Breuer: io capisco la mia sofferenza e la accolgo a braccia aperte…”

Josef dice al “professor Nietzsche” di aver gradito di essere stato chiamato per nome. E chiede di poter ricambiare. “Friedrich o Fritz” – (come lo chiamava Lou): ovvia la scelta anodina di Friedrich. A lezione termina con un “Meditateci sopra! Sorpreso dall’improvvisa conclusione di Nietzsche, Breuer gettò un’occhiata all’orologio, scoprendo di avere ancora a disposizione dieci minuti. Tuttavia non fece alcuna obiezione, andandosene dalla stanza di Nietzsche con la stessa sensazione di sollievo di uno scolaretto lasciato uscire di classe in anticipo.”

Dagli appunti di Josef, segnalo solo un “Pazienza, pazienza, pazienza.”

Da quelli di Fritz: “Ha qualche speranza? Se non altro pensa le cose giuste e non ricorre agli inganni della religione. Però ha troppa paura.  Come faccio a insegnargli a indurirsi?”

In una seduta gli spara: “naturale che soffriate: è il prezzo del vedere. Naturale che abbiate paura: vivere significa esattamente essere in pericolo.”

Lou Andreas-Salome - Paul Ree - Friedrich Nietzsche
Lou Andreas-Salome – Paul Ree – Friedrich Nietzsche

Una frase di Fritz copiata da Lou e da lei consegnata a Josef (una delle persone più insopportabilmente antipatiche che mi siano mai capitate tra le righe): “È molto più difficile perdonare gli amici che i nemici.”Fritz non perdona la passione tra Lou e Paul Rée, da cui si sente escluso. All’amico ci lega una passione che unisce, al nemico si slega un’energia uguale e opposta.

Lou incontra Josef dando per scontata una serie di diritti, che il medico non riconosce. E lei esce di scena, “andandosene infuriata, senza una parola.” Si dice così: incazzata come una iena!

Nella seduta successiva non accade nulla e di tutto, come nelle precedenti. Dice il filosofo al curante ora curato: “… nessuna delle vostre inquietudini è connotata da alcuna realtà. La visione di Bertha, l’aura di attrazione e amore che la connota, nella realtà non esistono…”. Insiste: “Liberate i vostri sentimenti, Josef, non reprimeteli.” Persiste: “Sto facendo esattamente ciò che mi avete chiesto di fare: sto cercando un altro modo per aggredire la vostra ossessione.” Ci sta quasi arrivando, ma ci vuole il suo tempo. “Nietzsche chiuse il taccuino. La seduta era finita.”

Nello stralcio di Josef non c’è nulla (oppure tutto) da segnalare, alcunché di nuovo però.

In quello di Fritz, colgo un’ammissione: “… soffro proprio delle stesse pene di cui è afflitto Josef…”.

La seduta descritta nel capitolo diciannovesimo è greve. “E poi? si chiese Breuer. Come si procede a scoprire il significato di un’ossessione? Contagiato dall’eccitazione di Nietzsche, rimase in attesa di istruzioni. Ma l’altro si era allungato sulla poltrona, tirando fuori il suo pettinino e mettendosi a curare i baffi.” – innocenti gesti, tipici degli analisti. Al che “Breuer si fece teso e agitato.” Nietzsche è incuriosito dalla “tenacia della vostra ossessione. Come un cirripede attaccato alla sua roccia.” – poteva anche dire come una zecca azzeccata alla sua cagna, a Bertha.

“… io ho bisogno di incanto. Non posso vivere in bianco e nero.” – Bertha è il suo variopinto mondo. Risposta del filosofo: “Il punto, Josef, è che non bisogna necessariamente rinunciare alla passione. Però bisogna cambiarne le condizioni.”

Ulteriore avviso al navigante: “Il tempo non si può infrangere: è il fardello più grave che ci portiamo addosso. E la nostra sfida più grossa è vivere nonostante questo fardello.” Inoltre: “Personalmente, Josef, io ho sempre creduto che siamo più innamorati del desiderio che della persona desiderata!” Infine (per oggi): “A volte spingo lo sguardo tanto avanti nella vita che improvvisamente mi guardo attorno e scopro che nessuno mi ha accompagnato, che la mia unica compagnia è il tempo.”

Nello stralcio di Josef colgo che riprende quella frase del suo maestro sul desiderio e poi “un’altra: ‘Vivere al sicuro è pericoloso’.” – in quanto “corro il rischio di perdere il mio vero io, di non diventare chi sono. Ma chi sono?”

Dagli appunti del Maestro: “Dobbiamo guardare al significato. Il sintomo non è che il latore del messaggio che dall’intimo degli intimi sta eruttando l’Angst!”

Cita Fedor, che nell’Uomo del Sottosuolo, scrive “che alcune cose non vanno dette se non agli amici; altre ancora nemmeno a loro; e per finire vi sarebbero cose che non vanno dette nemmeno a se stessi.” – questa al momento non la capisco né l’accetto. Ma ci penserò. Forse s’intende che bisogna scegliere il momento per dirle a se stessi.

Il capitolo ventesimo è il più sereno finora, forse perché i due trascorrono gran parte del loro tempo al cimitero, dove sono allocati i genitori del paziente. Anche a me il cimitero dona sovente la calma che appartiene ai suoi villeggianti. Dice Josef: “Credo fin dall’infanzia che la vita sia una scintilla tra due vuoti identici, il primo dopo la nascita e quello dopo la morte.” Io ricordo una frase di Nietzsche che però non so ricondurre ad alcuna sua opera: “La vita è un ponte fra due nulla”. Chissà dove l’ho pescata, ma sono certo che sia dell’amico Fritz, che ora dice: “E non vi pare strano che ci preoccupiamo tanto del secondo di questi due vuoti, senza peraltro mai pensare al primo?”

Fritz ha un grosso problema: “… non si può amare una donna senza accecarsi nei confronti di ciò che vi è di brutto sotto la pelle: sangue, vene, grasso, muco, feci, gli orrori fisiologi…” – in effetti l’unica merda che tolleriamo è quella che ci appartiene. “Sogno un amore in cui due persone condividono la passione di cercare insieme una verità superiore. Forse non dovrei chiamarlo amore. Forse il suo vero nome è amicizia.”

In L’amore e l’occidente, Denis de Rougemont spiega che la passione amorosa necessita della morte: solo quando non si è più nei pressi si diventava essenziali. E se fossero tutte scimmiottate di non so quale ideale idiota?

“Com’era diversa la loro discussione quel giorno! Breuer si sentiva più vicino a Nietzsche, avrebbe persino voluto prenderlo sottobraccio.” Unirsi con un’altra anima e ricercare insieme “una verità superiore. Non era precisamente ciò che stavano facendo loro quel giorno? Sì, erano amici.” E ora viene il bello… “… il vostro paradosso, è che vi dedicate alla ricerca della verità, ma non sopportate la vista di ciò che scoprite” – ogni Vero Maestro sa essere brutto ma schietto, brót ma s-cèt! E donare il consiglio che sia ad hoc: muori al momento giusto!– che rientra nel novero delle banalità del tipo essenziale, che reca al salvifico vivi al momento giusto fino alla fine.

“La vostra vita l’avete vissuta? O ne siete stato vissuto? L’avete scelta? O ne siete stato scelto? L’avete amata? O vi è dispiaciuta?” – il non saper rispondere causa l’Angst: “L’oppressione precordiale: è per questo che il vostro petto esplode di vita non vissuta. E il vostro cuore scandisce il tempo. E la brama del tempo è eterna.” – oggi Fritz è in forma, fin troppo, ora lo tacito un attimo.

Ma lui sta preparando il culmine assurdo e roboante che termina ogni fuoco artificiale che si rispetti. Riporto il dialogo:
“Pensa al tempo che è sempre stato, che si estende all’indietro in eterno. Come conseguenza dell’infinità del tempo, le ricombinazioni di tutti gli eventi che costituiscono il mondo non dovranno essersi ripetute un numero infinito di volte?”
“Come una grande partita a dadi?”
“Precisamente! La grande partita a dadi dell’esistenza!”

Il fisico Bell avverte che il buon Dio gioca a dadi col cosmo, usando dei trucchi (cioè delle variabili nascoste).

L’allievo del Maestro vorrebbe le prove. Al momento non ci sono.

“… l’eterno ritorno significa che ogni volta che scegli un atto devi avere la volontà di sceglierlo per tutta l’eternità. E lo stesso vale per ogni azione non compiuta, per ogni pensiero abortito, per ogni scelta evitata.” – 0,1, sì, no, acceso, spento. “A essere immortale è questa vita, questo momento…” – il quale “esiste in eterno, e il tuo unico pubblico sei tu, solo.”

In La fisica dell’immortalità, dopo un’arcana serie di cabale, il professor Frank J. Tipler arriva a questa considerazione: se ad ogni stato quantico di ogni particella del cosmo, dall’inizio alla fine, non quello di poco fa e di far poco, ma di tutti i poco fa e fra poco immaginabili, fosse abbinata l’informazione di sé, ecco che potrebbe essere riprodotta da un divino lettore che potrebbe creare e ricreare, ad libitum, in eterno, l’esistenza del tutto.

“La tua bontà, il tuo dovere, la tua fede: eccole le sbarre della prigione in cui sei rinchiuso.”

E il vincolo del matrimonio? “‘… è sacro’, ripeté Nietzsche con voce aspra. ‘Eppure è meglio spezzarlo che esserne spezzati.” – a parlare è il più celebre dei celibi. Il quale, poi, termina l’appunto giornaliero con una frase delle sue, come sempre stoltamente indimenticabile: “Però io so che la rugiada cala più alta quanto più la notte è silente.” – Fritz ha probabilmente osservato tutte le rugiade e ascoltato tutte le notti mai apparse sul pianeta Terra. O creduto in tanta divina sapienza.

Il battesimo ricevuto permette a Josef di compiere il passo che lo conduce alla conversione (a U), secondo le istruzioni ricevute dal Maestro. Comunica la sua decisione alla moglie, che prima si scioglie in lacrime e poi lo affronta con cipiglio notevole, avvertendolo che, una volta uscito, mai più dovrà tornare, saluta il buon cognato Max (che lo indica come il suo più grande amico e va, dove va? Dove è ricoverata Bertha (che è anche il nome della mamma morta quando lui aveva tre anni e di una delle figlie). Un’unica considerazione. Mentre la moglie inveiva contro di lui, alla fine, “Breuer non replicò nulla. Trattenne il respiro, immaginando di appiattire gli orecchi come faceva il gattino di Robert. Sapeva che Mathilde aveva ragione. E sapeva che al tempo stesso non ce l’aveva.” – la ragione, sempre che ci fosse, era indeterminata. Prima ancora Breuer diceva a se stesso: “No, non avrei mai dovuto parlare di libertà, scelta, essere in trappola, destino, scoprire me stesso. Come avrebbe potuto capirmi?” –  il Maestro avrebbe potuto, manco Breuer stesso. Sarebbe dovuto partire inventandosi una scusa. Un’ultima disperata speranza: “Forse la mia assenza servirà a liberare Mathilde.”

Non si sa come e perché, ma ora sta osservando Bertha: “La scena che si svolge sotto i suoi occhi ha qualcosa di irreale, gli sembra quasi di assistere a una rappresentazione dalla balconata più alta di un immenso teatro.”

Irvin descrive tutto come se fosse un film, lo sconcerto di Josef, la pugnalata di gelosia, l’indifferenza che segue e tanto altro. È uno dei punti del romanzo in cui tutto è davvero finzione, lo si ricordi sempre.

Bertha è col suo nuovo medico: il giovane Durkin: “Quella targa di ottone, il mio studio di Vienna, la casa della mia infanzia, e adesso anche Bertha… Tutto continua a essere ciò che era: nessuno di loro ha bisogno di me per la sua esistenza. Sono incidentale, interscambiabile. Non sono necessario per il dramma di Bertha. Non lo è nessuno di noi, nemmeno gli uomini più eminenti. Né io con Durkin né quelli ancora a venire.”

Ognuno recita un ruolo. Anch’io. Anche Irvin. Anche tu. Poi tu sei Pinco, tu sei Pallino, Tizio, Caio e Sempronio. Anche Pierino, mettiamoci. Ma il ruolo è quello.

“… con quell’indifferenza. No, non indifferenza: con quella calma, quel controllo di sé. Niente grande passione, né nostalgia, ma nemmeno rancore. Per la prima volta capì che lui e Bertha erano compagni di sofferenza.”

Josef si reca a trovare Eva Berger, l’infermiera a cui tanto era legato e di cui la moglie pretese il licenziamento. “L’ho fatto di nuovo, pensò. Eccomi qui seduto in treno che mi precipito verso Eva senza avere la minima idea di quando o come…”

Nulla di quel che succede è privo di importanza, nulla gli dona quello che lui si aspettava, ma non importa, dai, Josef… ora, va’ a Venezia, mentre ti frullano in mente le frasi del tuo terapista matto.

Quando tutto pare perduto in qualche remota calle veneta, Josef sente un grido: “Josef! Josef!”

È Sigi che gli intima di aprire gli occhi “quando arriverò a cinque”. Josef si ritrova a casa sua, con Sigi che gli ricorda quanto lui gli aveva chiesto di fare: doveva ipnotizzarlo e ripetere ogni tanto delle brevi frasi, da cui poi l’io sopito avrebbe elaborato la vicenda sognata.

Dice Josef che alla fine ha imparato “che dobbiamo vivere come se fossimo liberi. Anche se non possiamo sfuggire al fato, tuttavia dobbiamo prenderlo a testate: dobbiamo volere che il nostro destino si realizzi. Dobbiamo amare il nostro fato. È come se…” – e qui i puntini sono di Josef-Irvin. Trasformare il fato in destino, inserendoci un minimo di libero arbitrio. Non convertirlo, semmai  assecondarlo, accettarlo, dandogli una pacca sul culetto.

Sta entrando, tutta festosa, Mathilde: “mi sono resa conto questa mattina che non te la preparavo da un pezzo”, si trattava di “un vassoio di minuscole salsicce fumanti”.

Josef non riesce a smettere di fissare la moglie, fino a farla frignare di gioia: “È un bel piangere, Josef. Ma anche triste se penso a quanto tempo è passato…” – stavolta ai puntini sono miei. Il marito, nel fissarla, sente continue vampate, e dice: “Oggi, forse per la prima volta, mi sembra di volere la mia vita.”

Quell’altro, il cosiddetto Maestro, Max lo definisce in modo impeccabile: “un veggente solitario”, colui che vede per gli altri più che per sé.

Irvin D. Yalom
Irvin D. Yalom

Ignoro cosa vi sia scritto nel prossimo capitolo. Ammetto di essere stato anch’io ipnotizzato dalla scrittura di Irvin D. Yalom, emerito psichiatra giudeo-yankee, ma se, nel prosieguo della lettura, scoprissi di non essere null’altro che una farfalla che crede di essere un lettore?

Sto pensando ora a Il cappello scemo di Haim Baharier e all’umorismo ebreo che tanto ride di sé e del mondo intero. Quando Nietzsche vuole stimolare il suo paziente a non pensare più a Bertha inventa una sacrale punizione: ogni volta che lui sospira pensando all’amata deve versare una quota “all’antisemita Associazione Nazionale Tedesca di Georg Von Schönerer. Ma non funzionò anche questo.” – al cuor e a quell’altro organo non si comanda!

Breuer indica “il tempo, l’invecchiamento, la morte”come i nemici che gli creavano l’angoscia. E che ora per lui, Mathilde “non è né una persona ostile né una salvatrice ma semplicemente una compagna di viaggia che sta faticosamente percorrendo il ciclo della vita.” – e, come si dice, vissero felici e contenti!

Nietzsche narra un sogno in cui “improvvisamente vengo preso da una profonda tristezza e mi metto a piangere.” – dopo di cui si sveglia.

E rivolge finalmente al terapeuta le tanto sospirate parole: “Puoi aiutarmi?”

  1. “Sulle guance di Nietzsche scorrevano le lacrime, che lui si asciugò con un fazzoletto.”
  2. “Nietzsche rimase in silenzio, gli occhi traboccanti lacrime, la testa piegata.”
  3. “… il filosofo si tolse gli occhiali, affondando il viso nel fazzoletto e scoppiando in singhiozzi.”
  4. “Nietzsche, il viso sempre affondato nel fazzoletto, si soffiò il naso, scuotendo il capo con vigore.”
  5. “Abbassato il fazzoletto, Nietzsche lo guardò perplesso, gli occhi rossi.”
  6. “Sollevata la testa, Nietzsche incominciò lentamente ad asciugarsi le tracce delle lacrime dal viso.”
  7. “Gli occhi di Nietzsche tornarono a riempirsi di lacrime, e lui tornò a tirare fuori il fazzoletto.”
  8. Ma poi gli passa, e pare che una lacrima gli sussurri: “Com’è bello essere stata liberata!”

Di quest’ultimo capitolo dovrei riportare tutto, e pertanto mi limito a segnalare un discorso di Nietzsche che, dopo aver parlato del suo prossimo “figlio Zarathustra” che sta scalciando nel suo pancino, definisce il compito di “quella donna proprio questo: ingravidare di grandi libri le menti fertili.” – per poi svolgere un’analoga funzione biologica nei confronti di altri esemplari, Sigi, per esempio, oppure, come si chiama, quello col doppio nome, Rainer Maria. Lei è come l’Araba Fenice che si dissolve per poi rinascere (dove decide lei!).

E continua a farlo, di tanto in tanto, ferina e rapace come lei sola (si fa per dire) sa essere. L’ultima volta che la vidi era ammucciata nello sterno di uno scrittore carpigiano, Stefano Santachiara. Egli non sarà l’ultimo a cadere nel suo tranello: è il volatile a volte che dissemina il bosco di panie ed è l’aspirante cacciatore che vi rimane invischiato. Ma poi, è così bello liberarsene, e di svolazzare verso un altro miraggio, o illusione, od opera scritta.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Irvin D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche, Neri Pozza, 2007

 

Info

“Nietzsche nei ricordi e nelle testimonianze dei contemporanei”: l’incontro con Lou Andreas-Salomé

 

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