“Saggi sul Puer” di James Hillman: non esiste un finale per un discorso che vaga

“Il movimento da un settore all’altro del cervello, dalla tediosa vita quotidiana del supermercato alla supercoscienza, dalle cose insulse, trascurabili, alla trascendenza, in due parole, l’approccio dello ‘stato di coscienza modificato’ […]. È un approccio che risale a Saulo che divenne Paolo, la conversione nell’opposto, disarcionato in un lampo.”

Saggi sul Puer di James Hillman
Saggi sul Puer di James Hillman

Paolo di Tarso (più comunemente conosciuto come San Paolo l’apostolo) nacque nell’attuale Turchia nel 4 d.C. con il nome di Saul ed apparteneva alla tribù di Beniamino, dodicesimo ed ultimo figlio di Giacobbe. Sono state fatte svariate ipotesi sul cambio di nome e James Hillman ha scelto di utilizzare quella della conversione (senza specificarne l’evento sia dunque il battesimo oppure l’incontro con la cultura greca).

Difatti qualcosa muta in Saul, la sua ricerca interiore diventa una ristrutturazione esterna che inizia con il nome. Egli diventa un inviato – un apostolo – portandosi dietro quello stato di coscienza modificato che gli ha permesso di convertirsi nell’opposto. Giudicare il polo positivo o negativo di questa conversione non è la questione prioritaria bensì ciò che si vuole sottolineare è la possibilità di essere disarcionati in un lampo.

Il volume “Saggi sul Puer” nasce come edizione in lingua italiana curata dallo stesso James Hillman che, come spiega nell’introduzione avente data 1988, anno di prima pubblicazione del libro con la casa editrice Raffaello Cortina Editore: “L’accoglienza partecipe e intelligente di cui la psicologia archetipica gode in Italia dimostra infatti quanto la figura del Puer sia familiare alla psiche italiana. Così ricca di grazia e di seme, così pateticamente ferita, traboccante di desiderio ed esasperatamente incapace di aderire al consueto mondo del perdurare e dell’amore terreno, essa certamente incarna il genio italiano”.

Recentemente rieditato nel 2021 “Saggi sul Puer” raccoglie una selezione di saggi e conferenze presenti in diversi libri pubblicati tra il 1973 ed il 1979 ed inseriti nei capitoli: “Pothos: la nostalgia del Puer Aeternus”, “Le ferite del Puer e la cicatrice di Ulisse”, “Note sull’opportunismo”, “Picchi e valli: la distinzione fra anima e spirito come fondamento delle differenze tra psicoterapia e disciplina spirituale”, “La grande madre, suo figlio, il suo eroe e il Puer”.

Il progetto di Hillman è stato, dunque, di riunire in un corpo unico ciò che aveva scritto intorno al Puer durante gli anni. Partendo dalla descrizione del compito della psicologia, della terapia e della patologia ci si addentra nell’esplorazione del mito e delle varie tipologie di Puer.

“Nel Gorgia di Platone, Socrate racconta una favola orfica secondo la quale l’anima ‘dell’essere sciocco non iniziato’ è come un vaso che perde. […] I non iniziati non hanno contenitori adatti; sono senza tenuta e incontinenti, dice Platone. Sono sempre bramosi di avere di più perché non trattengono quello che hanno.”

Hillman ripercorre la storia e cita quel famoso Concilio di Costantinopoli dell’869 nel quale “l’anima perse la sua sovranità” con la caduta del concetto tripartitico di spirito, anima e corpo. L’essere umano da allora in poi, e purtroppo sino ad oggi, abitualmente considera il dualismo mente e materia (certamente nella più rosea possibilità in quanto, a dire il vero, una grande fetta dell’Occidente “ritiene” oggi che l’essere umano sia composto di sola materia, ma questa è un’altra “favola”).

Lo spirito è il picco, l’anima è la valle. Scalare una vetta è propriamente muoversi in cerca dello spirito, dell’astratto, dell’unificato, del concentrato, è allontanarsi dalla valle, l’anima, “concreta, molteplice, immanente” che intralcia con la nebulosità che contraddistingue il suo essere archetipo della vita, la scontentezza che fa agire, la creazione di illusioni, di speranze, che ci ingarbuglia sino a portarci ad una reazione, alla follia come momento opportuno per “considerare in un modo nuovo le proprie necessità”.

L’alchimia, che costituisce lo sfondo più completo e preciso a tutt’oggi elaborato per i processi del lavoro analitico, presenta un motivo apparentemente simile: l’estrazione dello spirito dalla materia e successivamente il loro ricongiungimento. […] Nei miti dell’eroe la psiche si muove essenzialmente per mezzo della volontà verso un ampliamento dell’ordine razionale. In alchimia sembra esserci un allargamento dell’immaginazione, un liberarsi della fantasia dalle varie letteralizzazioni che la imprigionano.”

Il Puer è il fanciullo – il παῖς greco – il puer è l’eroe, il nostalgico; è Horus “che come sparviero s’innalza al di sopra del padre per riscattare il padre”, è Odisseo che si trasforma in vecchio per percorrere le vie di Itaca ma mantiene la cicatrice che la nutrice Euriclea ben conosce, è Dioniso, è Mithra, è Ermes, è Icaro, è Gesù.

È kairόs, quel tempo nel mezzo in cui accade qualcosa di speciale, un momento giusto, opportuno, un’apertura, la porta che il puer potrà attraversare.

James Hillman
James Hillman

“Se i terapeuti della nevrosi fossero dottori in filosofia sarebbero in grado di vedere non soltanto quanto di nevrotico c’è in ogni filosofia ma anche quanto di filosofico c’è in ogni nevrosi. Difficilmente le idee metafisiche sono indipendenti dalle radici dei loro complessi, e possono quindi essere focolai di malattia, parte di una sindrome archetipica.”

Le idee metafisiche dipendono dalle radici dei complessi: come può un terapeuta, oggi, non approfondire la mitologia (perlomeno quella occidentale, e più specificamente il mito greco antico) e la filosofia?

Come può un terapeuta instradare verso il riconoscimento di sé se non ha conoscenza diretta di una serie di “eventi psichici” che si manifestano quando si sceglie (o semplicemente accade) di iniziare la salita verso il picco, verso lo spirito? Quel passo che getta la coscienza nell’oscurità dell’abisso, nell’Ade dei nostri eroi celebrati da Omero e dalle tragedie, uno stato della mente denominato per l’appunto nevrosi.

Il 12 aprile del 1982 James Hillman scriveva nell’introduzione del saggioLe storie che curano”: “La psiche consiste essenzialmente in immagini, diceva Jung, e noi dobbiamo sognare il mito insieme a essa. Siamo guidati da finzioni, diceva Adler; anche i nostri scopi sono finzioni, anche lo scopo della guarigione. Analisi interminabili, diceva Freud. La cura durerà finché potrà essere mantenuto il senso romanzesco, perché la morte è l’unica vera guarigione, diceva Socrate.”

“Non esiste un finale per un discorso che vaga, non può esserci un riepilogo, un culmine; perché dare un finale vorrebbe dire fermarsi. Vorrei perciò lasciare il mio discorso inconcluso e nebuloso, senza un astratto messaggio spirituale – neppure un’immagine particolare. Avete le vostre. L’anima ne genera continuamente.”

 

Written by Alessia Mocci

 

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