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“Il caso e la necessità” di Jacques Monod: la mirabile storia dell’ambiguità umana

Una delle mie preferite ipotesi, di quelle che non si sa se definire savie o folli, è che l’uomo tenda a imporsi dicotomie che non sono che aspetti della medesima ragione, probabilmente fallace.

Il caso e la necessità di Jacques Monod
Il caso e la necessità di Jacques Monod

Vi sono (o esistono?) due tendenze universali che sembrano porsi in conflitto l’una contro l’altra. La gravitazione universale, che tutto accentra, giunge, nei buchi neri, a ri-creare un ordine analogo a quello che precedette il cosiddetto Big Bang, e sfrutta un’interazione che diverge da quanto è previsto dal secondo principio della termodinamica, il quale regola la misura della dispersione delle informazioni, un’entropia che, in un sistema isolato, tende sempre ad aumentare. Quale fra queste logiche di-verse, connaturate entrambe alla fisicità del cosmo, prevarrà? Per tale caso, o necessità?, non si può nemmeno citare il proverbiale Chi vivrà, vedrà, poiché per l’evento ultimo non è concepibile alcun osservatore, se non in un esperimento mentale, con tutte le incertezze del caso. O della necessità?

“L’oggetto materializza quindi l’intenzione preesistente da cui ha tratto origine e la sua forma è giustificata a cui era destinato ancor prima della sua effettiva realizzazione.” destinato: significa che l’artefice di qualsiasi evento spazio-temporale, che potrebbe essere la costruzione di un attrezzo agricolo come il bombardamento a tappeto di una terra nemica, l’ha compiuto perché ha condiviso, anzi, ha confluito la sua sorte con quella del resto del mondo. Se Benjamin Franklin fosse vissuto altrove, forse (da fors-fortis: caso) non avrebbe inventato il parafulmine. Se Napoleone fosse nato in Francia, forse…

“Nulla di simile per il fiume o per la roccia che sappiamo o pensiamo modellati dal libero gioco di forze fisiche alle quali non sapremmo attribuire alcun ‘progetto’. Tutto ciò naturalmente è valido se si ammette il postulato fondamentale del metodo scientifico, secondo cui la Natura è oggettiva e non proiettivanoi pensiamo al futuro, a come condurre questa nostra non sempre miserabile esistenza, il che ci permette di filosofare, non sapendo noi, sedicenti sapienti, concepire l’idea di non poterlo fare. E intanto il pensiero gira come un demone senzatetto.

“Per accertarsi della completa oggettività dei criteri adottati meglio varrebbe forse chiedersi se, utilizzandoli, sia possibile allestire un programma a un calcolatore di distinguere un artefatto da un oggetto naturale.” – il quale è un problema non facilmente risolvibile, poiché (forse!) il test di Turing dovrebbe essere sempre ri-aggiornato, (o forse no?; al momenti ancora regge) in un mondo in cui la IA (intelligenza artificiale) si evolve continuamente, a quanto risulta leggendo il saggio di Luciano Floridi Etica dell’intelligenza artificiale, a cui rimando. Mi limito a dire che, quando mia figlia si rivolge alla gentile signorina insita nell’alveo del suo cellulare, la chiama con tenerezza Siri!, al che la tipa le risponde ogni volta a tono; quando la prende in giro, Siri, parendo accorgersene, le chiede gentilmente di piantarla e di porle invece una domanda sensata.

In caso fosse possibile attestare la presenza di umanoidi in altri pianeti, “ignorando tutto di quegli esseri, della loro natura e dei progetti che potrebbero aver concepito, il programma dovrebbe utilizzare soltanto criteri molto generali, basati esclusivamente sulla struttura e sulla forma degli oggetti presi in esame, senza alcun riferimento alla loro eventuale funzione.” – e questi “criteri da adottare sarebbero due: 1°) regolarità; 2°) ripetizione.” – e qui sorge il primo dubbio: perfettamente regolare e perfettamente ripetuta? Questo terzo concetto, legato alla perfezione, pare e (forse) è idealistico. Cosa significa idealismo? È il sogno di un mondo perfettamente perfetto?  Un mondo paradisiacamente deceduto?

Per quanto attiene la regolarità, i manufatti dell’uomo, diversamente dagli oggetti naturali, “modellati dal gioco di forze fisiche”, e che per questo “non presentano quasi mai strutture semplici dal punto di vista geometrico”, “presenterebbero invece tali caratteristiche, anche se in modo approssimativo e rudimentale”.

Per quanto riguarda la ripetizione, che nei manufatti “riproducono, con certe approssimazioni, le intenzioni sempre uguali del loro creatore”, per quelli naturali occorre che essa sia verificata anche su scala macroscopica, la quale non soggiace unicamente “alle leggi della chimica”.

Ipotizzando di costruire una macchina in grado di affrontare la verifica, se provassimo a farle “confrontare le strutture e le prestazioni dell’occhio di un vertebrato con quelle di un apparecchio fotografico, il programma non potrebbe non riconoscerne le profonde analogie”, dovendo “fornire prestazioni simili.” Il suo programma “dovrà registrare il fatto che la struttura di un essere vivente è il risultato di un processo del tutto diverso, nella misura in cui non deve praticamente nulla all’azione delle forze esterne, mentre deve tutto, dalla forma generale fino all’ultimo particolare, a interazioni ‘morfogenetiche’ interne all’oggetto medesimo.”

Cosa succederebbe se la macchina costruita da un programmatore verificasse “che l’emittente dell’informazione, che risulta espressa nella struttura di un essere vivente, è sempre un altro oggetto identico al primo”? Sarebbe identificata “una terza proprietà notevole di questi oggetti: il potere di riprodurre e di trasmettere – ne varietur – l’informazione corrispondente alla loro struttura.” – che si potrebbe denominare “riproduzione invariante o, più semplicemente “invarianza”. Nel caso di una “trasmissione, da una generazione all’altra, del contenuto di invarianza caratteristico della specie”, si può dire che “tutte le strutture, le prestazioni, le attività che concorrono al successo del progetto essenziale saranno” dette “teleonomiche’, tutte insieme finalizzate a quell’ideale di perfezione di cui si diceva.

Jacques Monod specifica che “l’attuazione del progetto teleonomico fondamentale (cioè la riproduzione invariante) dà luogo, in specie diverse e a diversi gradi della scala animale, a varie strutture e prestazioni, più o meno elaborate e complesse.” Il termine teleonomia è stato ideato dall’autore per indicare la scelta che la vita pare adottare per perseguire i suoi fini. Anche il cosmo? In La vita del cosmo il fisico Lee Smolin ipotizza che, stante l’ipotesi che un buco nero preveda, all’altro lato, una candida uscita da tale singolarità, una specie di Big Bang alternativo, parrebbe che il cosmo dissemini lo spazio-tempo di uova adatte alla propria riproduzione, con destinazione: Altrove.

Hugh Everett III, dal canto suo, in quanto nulla del porco (o del bisonte, come direbbero i Cheyennes) va gettato, poiché ogni particella non segue tutti i destini possibili, ma unicamente il proprio personale, fino all’ultimo inconoscibile, assume l’idea che gli altri dovranno essere gestiti in infiniti mondi paralleli, dalla più che arcana ubicazione.

L’autore cita un caso significativo: “nei piccoli dei mammiferi superiori, il gioco, ad esempio, è un importante fattore di sviluppo psichico e d’inserimento sociale.” – diventando, in tal senso, teleonomico. Egli parla della necessità di una “scala teleonomica”, per cui un gioco (che funziona) potrebbe essere, per “un poeta innamorato e timido”, il suo poema, che gli permette di conquistare la “donna amata”; per un topo afasico e dislessico non occorrerebbe un simile caso. Essendo “il contenuto di invarianza” quasi “identico per il topo e per l’uomo”, ne consegue che “le due grandezze che abbiamo cercato di definire sono dunque ben distinte”.

Il problema connesso è arguire se “teleonomia, morfogenesi autonoma e invarianzasiano fra di loro distinte, oppure aspetti della medesima logica. Monod dice: “tre manifestazioni di una stessa e unica proprietà più fondamentale e nascosta, inaccessibile a qualsiasi indagine diretta.” – al che mi viene da chiedere al suo spettro se esista la possibilità di un’indagine mentale, anche se indiretta, cioè filosofica.

“… in tutti gli esseri viventi le tre proprietà sono strettamente connesse tra loro. L’invarianza genetica si esprime e si rivela unicamente attraverso e grazie alla morfogenesi autonoma della struttura che costituisce l’apparato teleonomico.”vorrei ricordare che quella particella verbale iniziale te- indica un Essere, Divino o provvidenziale che sia, al momento infalsificabile.

I cristalli sono “oggetti capaci di riproduzione invariante, ma sprovvisti di qualsiasi apparato teleonomico”, pur essendo dotati di “un livello di complessità molto inferiore rispetto a quello di tutti gli esseri conosciuti”.

Altra differenziazione: “… delle due classi di macromolecole biologiche essenziali l’una, quella delle proteine, è responsabile di quasi tutte le strutture e prestazioni teleonomiche, mentre l’invarianza genetica si riferisce esclusivamente all’altra classe, quella degli acidi nucleici.”

Tornando al problema connesso al secondo principio della termodinamica, “che stabilisce, in effetti, che ogni sistema macroscopico si evolve solo in un senso, in quello della degradazione dell’ordine che lo caratterizza”, infine “si potrà assistere alla formazione e all’accrescimento di strutture ordinate”, pur senza trasgredire tale principio, pagando un’ammenda che è pari al costo di “un trasferimento di energia termica dalla fase cristallina alla soluzione: l’entropia (il disordine) del sistema, preso nel suo insieme, aumenta della quantità prevista dal secondo principio.” – l’universo,  in tal senso sarebbe, tutto sommato, gratis, come indicò il fisico accademico Frank. J. Tipler, in La fisica dell’immortalità: E = mc2 si può scrivere anche E – mc2 = 0.

Monod parla del sogno di ogni cellula:quello di diventare due cellule”. La donna può sdoppiarsi fisicamente. L’uomo soltanto psicologicamente. Si tratta di un idealismo assurdo: se anche il mio DNA andasse a finire in nulla (se i miei discendenti non avessero figli), lo stesso non accadrebbe ai mattoncini che lo compongono. Discorsi sciocchi e appassionanti, che è meglio affrontare una volta al fine di scordarli per sempre (magari riprendendoli ogni tanto per gioco, come si fa coi solitari). Oltre che la meccanica, col “principio di inerzia” alcuni scienziati fondarono “anche l’epistemologia della scienza moderna, abolendo la fisica e la cosmologia di Aristotele”, basato sull’autorità di chi ha avuto la ventura (con un’autorevolezza autoriale) di parlare per primo, prospettando di essere l’ultimo a sancire quel che ha il mediocre difetto di non essere una legge, bensì quel succitato fluido che scorre, anche d’estate, panta rei, sempre e ovunque!

“Il postulato di oggettività è consostanziale alla scienza e da tre secoli ne guida il prodigioso sviluppo – è impossibile disfarsene, anche provvisoriamente, o in un settore limitato, senza uscire dall’ambito della scienza stessa.” – mi oppongo, Vostro (e non mio) Onore! O almeno: finora è impossibile e forse lo rimarrà per (quasi) sempre, ma io non intenderò mai rinunciare a quel quasi, perché se panta rei, ciò vale anche per quel che ora si presenta come improbabile. Non agnosticismo ma consapevolezza della propria sperduta ignoranza, di chi non sa nemmeno se sa.

“Ma l’oggettività ci obbliga a riconoscere il carattere teleonomico degli esseri viventi, ad ammettere che, nelle loro strutture e prestazioni, essi realizzano e perseguono un progetto.”che è una forma di vitalismo metafisico inserito volutamente nella phisis.

Jacques Monod in his biochemistry laboratory at the Pasteur Institute manipulating
Jacques Monod in his biochemistry laboratory at the Pasteur Institute manipulating

Più avanti, Monod criticherà il vitalismo metafisico di Bergson, che è “la manifestazione e la prova della totale libertà dello slancio creatore”. Numerosi scienziati (forse anche Bohr) credono in una sorta di “vitalismo scientifico”, che hanno le loro radici nelle “concezioni animistiche”.

Viene sottoposto a esame anche Teilhard de Chardin, la cui filosofia si basa “su un postulato evoluzionistico iniziale” che viene ritenuto operante “nell’universo intero, dalle particelle elementari alle galassie: la materia ‘inerte’ non esiste, e quindi non c’è distinzione di essenza tra materia e vita”, per cui “la biosfera e l’uomo sono i prodotti attuali di quest’ascendenza lungo il vettore spirituale dell’energia. Tale evoluzione deve continuare fino a che tutta l’energia sia concentrata, secondo questo vettore, nel ‘punto Ω’”. In fondo al quale, a parere del Tipler poc’anzi citato, si ricondurrà il cosmo intero, che diventerebbe solo quel punto, ove tutto sarà compreso, nel senso dell’informazione, e perciò ri-producibile, ri-creabile, secondo una memoria misteriosamente in grado di collezionare il valore di ciascun stato particellare mai esistito. I sogni son desideri/di felicità, ma più che altro d’immortalità. E lo è qualsiasi belluina volontà di potenza.

“La forza ignota e inconoscibile che, secondo quanto afferma Spencer, opera in tutto l’universo, per creare in esso varietà, coerenza, specializzazione, ordine, ha in definitiva la stessa funzione dell’energia ‘ascendente’ di Teilhard: la storia dell’uomo è il prolungamento dell’evoluzione biologica che, a sua volta, fa parte dell’evoluzione cosmica. Grazie a questo principio unico, l’uomo ritrova infine nell’universo un posto preminente e necessario, con la certezza di pregresso a cui è sempre destinato.”quella che possiede il figlio dell’uomo più ricco del mondo che, a prescindere dal come terminerà la sua fiacca esistenza, non ce la farà mai a credere che l’immensa sua fortuna non sia perfettamente legittima, essendo frutto, a suo vedere, d’una giustizia parentale e assoluta.

“Il mondo esterno ‘riflesso dal pensiero umano’: è questo in effetti il nocciolo della questione. La logica dell’inversione esige evidentemente che tale riflesso sia molto di più di una trasposizione, più o meno fedele, del mondo esterno.” Questo “specchio perfetto” è l’esigenza operativa che guida l’uomo che brama d’impadronirsi “della Natura, colta nella sua profonda intimità.”

Sintetizzo il pensiero di Engels: Il seme, morendo, e negandosi, dona la vita a una pianta, il cui stelo, morendo, nega se stesso, dopo aver prodotto un nuovo seme. Mio figlio piccolo è morto, pur vivendo per sempre nei mei sogni, oltre che nei miei archivi fotografici, e nelle mie esperienze attuali, quando lo rivivo ogni volta che incontro il suo Doppio, oggi adulto ventisettenne. Ignoro in che misura lui ricordi quel se medesimo inevitabilmente scomparso, o forse sì; come io rammento il piccolo Stefano che non sopportava l’idea di alzarsi per andare all’asilo. In quell’ennesimo panta rei s’impantanano i miei pensieri: nell’idioma celtico pant è l’abisso in cui tutto converge all’unico fine di precipitare nel Nulla.

“Ma fare della contraddizione dialettica la ‘legge fondamentale’ di ogni movimento, di ogni evoluzione, è come tentare di sistematizzare un’interpretazione soggettiva della Natura, che permetta di scoprire in essa un progetto ascendente, costruttivo, creatore; di renderla decifrabile e moralmente significativa. È ancora la ‘proiezione animistica’, riconoscibile qualunque siano i suoi travestimenti.” – il capitoletto successivo descrive “L’illusione antropocentrica”, in cui l’uomo è “l’erede da sempre atteso” di un Dio trapassato, non troppo felicemente passato a una vita per nulla migliore: essere inutile, direi.

“Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, ordinati da sempre. Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza.”hic, nunc, ubicumque et semper!

“Il concetto di teleonomia implica l’idea di un’attività orientata, coerente, costruttiva. In base a questi criteri le proteine devono dunque essere considerate gli agenti molecolari essenziali delle prestazioni teleonomiche di tutti gli esseri viventi.” – che essenzialmente (avverbio di modo scelto sotto la mia personale responsabilità) “sono macchine chimiche”, le cui reazioni, prese nel loro insieme, ne formano il cosiddetto “metabolismo”, il quale “è organizzato secondo un gran numero di ‘vie’, divergenti, convergenti o cicliche, ciascuna delle quali comprende una sequenza di reazioni”, che avvengono soprattutto grazie ai vitalissimi “enzimi, i quali agiscono in veste di catalizzatori specifici.”

Ogni organismo è una macchina, che “rappresenta un’unità funzionale coerente e integrata”, che ubbidisce alle linee guida di “un sistema cibernetico”, e “che si costruisce” da sé, sapendo anche come ricostruirsi fedelmente. Una fede cieca e assoluta!

“I legami covalenti (ai quali si attribuisce spesso il nome di ‘legame chimico’ in senso stretto) si formano perché due o più atomi mettono in comune i loro orbitali elettronici. I legami non covalenti sono dovuti invece a molti altri tipi di interazioni (che non implicano però orbitali elettronici in comune).” I primi richiedono una “energia di attivazione” elevata, necessitando di alte temperature e “catalizzatori” per possedere una discreta velocità; l’energia di cui necessitano i secondi “è molto debole se non addirittura nulla”, con reazioni spontanee e rapide, anche a bassa temperatura e in assenza di catalizzatori.” Una bici scorre serena anche senza una pedalata assistita, e più rapida di un’arrogante Ferrari il cui serbatoio è a secco. Il che mi ricorda la frase di quel mio amico cristiano che definisce la preghiera un carburante. Chissà!

Nel capitolo “La cibernetica microscopica”, difficilmente sintetizzabile, l’autore descrive i sistemi che “coordinano l’attività della cellula e ne fanno un’unità funzionale”, che “non consistono unicamente nel sistema nervoso e in quello endocrino ma anche in interazioni dirette tra cellule”, grazie “a proteine dotate di proprietà di riconoscimento stereospecifiche alle quali si applica il principio essenziale di gratuità chimica che emerge dallo studio delle interazioni allosteriche propriamente dette.”

Dall’insieme di diversi processi, “l’organizzazione globale di un edificio plurimolecolare complesso è già racchiusa in potenza nella struttura dei suoi costituenti ma si rivela, diventa attuale, soltanto in virtù delle loro associazioni” – quel che non è già preformato è però già rivelato nell’intimo dei suoi costituenti. – e mi chiedo ora se si possa dire che anche la Commedia dantesca fosse già presente non solo nell’anima del poeta, ma anche in quella di chi ideò il primo alfabeto umano. O se vi sia, quello che qui pare difficile da scorgere, o addirittura negata: una “immissione di informazioni nuove: l’informazione è già presente, ma rimane inespressa, nei suoi costituenti. La sua costruzione epigenetica non è dunque una creazione, bensì una rivelazione.– al che si deduce che Dante non sia stato affatto un Nume ma forse un valente Profeta di un Dio pregresso, che già conteneva quasi tutte le informazioni che gli sarebbero servite: chiamiamolo pure Sommo Vate e nulla più. Il discorso è complesso: sembrerebbe che un organismo sia il risultato di un dialogo interattivo da parte di tanti piccoli Dantini, tutti volti nella solidale composizione della medesima Commedia: “Si è potuto dimostrare che cellule isolate, appartenenti a uno stesso tessuto, sono effettivamente capaci di riconoscersi reciprocamente, in modo differenziale, e di riunirsi in gruppi. Si ignora ancora tuttavia quali siano quei componenti o quelle strutture che servono a identificare le cellule le une in rapporto alle altre.” In definitiva, “la formazione di un tessuto o il differenziamento di un organo, due fenomeni macroscopici, si devono considerare come la risultante integrata di relazioni microscopiche multiple, dovute ad alcune proteine e basate sulle loro proprietà stereospecifiche di riconoscimento mediante formazione spontanea di complessi non covalenti.”stereospecifico significa che due o più agenti, partendo da una medesima condizione, sono tutti, ognuno per conto suo, in grado di seguire la propria via e, quasi inevitabilmente, tutti vanno fino al fondo della loro buia notte. Il problema è il solito: esiste per ognuno di loro quel libero arbitrio che noi auspichiamo che esista per noi?

“… la struttura ‘primaria’ è costituita da una sequenza topologicamente lineare di radicali amminoacidi uniti da legami covalenti…” – che sono “capaci di assumere, almeno teoricamente, quasi infinite conformazioni.” Diversamente, “la conformazione ‘nativa’ di una proteina globulare è resa stabile anche da un elevatissimo numero d’interazioni non covalenti che portano all’associazione di radicali amminoacidi ripartiti lungo la sequenza covalente e topologicamente lineare.” in una specie di catena di montaggio.

“… le diverse possibilità di realizzazione di strutture compatte dipenderanno dalla posizione relativa, cioè dalla sequenza, dei radicali amminoacidi.” – ognuno col suo destino che pare quasi irrevocabilmente segnato, ma è quel quasi che può turbare il fenomeno. Si aggiunge il fatto importante che “la quantità di informazione necessaria per specificare completamente la struttura tridimensionale di una proteina, è molto più grande dell’informazione definita dalla sequenza stessa”la madre contiene l’intera figlia e molto altro. Similmente, forse, l’energia che compone un insieme di particelle è maggiore della somma delle sue singole componenti, essendovi aggiunta una necessaria, misterica e mutua interazione.

Nelle varie tappe in-formative “compaiono strutture d’ordine superiori e funzioni nuove che, derivando dalle interazioni spontanee instauratesi da prodotti della tappa precedente, rivelano, come in un fuoco d’artificio a più stadi, le potenzialità latenti dei livelli precedenti.” Il determinismo risiede “nell’informazione genetica costituita dalla somma delle sequenze polipeptidiche interpretate, o meglio filtrate, dalle condizioni iniziali” – quindi dai gruppi di amminoacidi raggruppati in piccoli insiemi, che si collegano ad altri gruppi di colleghi, tutti intenti nella medesima occupazione, ognuno con il suo destino.

“L’ultima ratio di tutte le strutture e prestazioni teleonomiche degli esseri viventi è dunque racchiusa nelle sequenze dei radicali amminoacidi dei filamenti polipeptidici, ‘embrioni’ dinque i diavoletti di Maxwell biologici che sono le proteine globulari” – i diavoletti che controllano, a mo’ di ispettori doganali, quale molecola (abbastanza lenta oppure abbastanza veloce) può passare e quale non deve passare (troppo lenta oppure troppo veloce) “da uno scomparto all’altro”. Se “qualsiasi struttura proteica primaria ci appare come il puro risultato di una scelta casuale effettuata, per ciascun Anello della catena, tra i venti residui disponibili, in un altro senso, altrettanto significativo, si deve riconoscere che questa sequenza reale non è stata affatto sintetizzata a caso, poiché lo stesso ordine si ripete, praticamente senza errori, in tutte le molecole della proteina considerata” – praticamente, ha il valore di quasi tutto. “Se non fosse così risulterebbe impossibile stabilire con l’analisi chimica la sequenza di una popolazione di molecole.” – e tale (non infinitamente) alta fedeltà “garantisce l’invarianza delle strutture”.

“Una proteina globulare” è “una vera e propria macchina” che funziona, in un modo di cui si riconosce soltanto un “gioco di cieche combinazioni. Il caso è captato, conservato e riprodotto dal meccanismo dell’invarianza e trasformato in ordine, regola, necessità.” – in un connubio matrimoniale che non ipotizza un’eventuale separazione. Tale indecifrabilità è “un messaggio che ci giunge dall’abisso dei tempi” – dal caos più remoto e non ancora nominabile.

Isaac Newton, Painting by Sir Godfrey Kneller 1689
Isaac Newton, Painting by Sir Godfrey Kneller 1689

“Ci si può chiedere naturalmente se tutte le invarianze, conservazioni e simmetrie che formano la trama del discorso scientifico non siano finzioni che si sono sostituite alla realtà per darne un’immagine operativa, svuotata di una parte di contenuto, ma divenuta accessibile a una logica anch’essa fondata su un principio d’identità puramente astratto, forse ‘convenzionale’. Convenzione di cui tuttavia la ragione umana sembra incapace di fare a meno.” Chiamala, se vuoi, (banale) illazione: Galileo, Newton, Einstein, a prescindere dalle loro dichiarazioni, hanno informato la loro ricerca scientifica su una ferma credenza che il cosmo ubbidisca a regole dotati di una logica ferrea. Il Nume che illumina la mente di Einstein è un Principio (logico-matematico) a cui tutto si riferisce, anche se forse lui stesso non è in grado di capirne il motivo iniziale, non riuscendo a fornire che postulati indimostrabili. Non credo che nessuno dei tre geni ipotizzi mai alcuna assurda finzione quando innesta la propria esperienza scientifica in un quadro rigoroso, determinandone la conseguente teoria il cui significato è evidente, pur rimanendo falsificabile.

“Oggi si sa che, dal batterio all’uomo, l’apparato chimico è essenzialmente identico come struttura e funzionamento.” – similmente lo è il tema di un bambino di sette anni che ha appena imparato a scrivere, rispetto all’Auto da fé di Elias Canetti.

Questo non fa che complicare la questione: se il meccanismo chimico è lo stesso, perché vi è tanta differenza fra gli organismi? Perché solo alcuni scrittori sono geni? Perché tutto si evolve? Allora perché non si evolve al punto da rendere così mutante l’organismo, che invece rimane “invariante attraverso le generazioni”?

“I costituenti universali, che sono da un lato i nucleotidi dall’altro gli amminoacidi, rappresentano l’equivalente logico di un alfabeto con cui verrebbero espresse la struttura e quindi le funzioni associative specifiche delle proteine. In questo alfabeto può dunque essere scritta tutta la diversità delle strutture e delle prestazioni della biosfera. L’invarianza della specie é assicurata, ad ogni generazione cellulare, dalla riproduzione ne varietur del testo scritto sul DNA come sequenza di nucleotidi.” – la quale risiede “nella complementarità stereochimica del complesso non covalente, costituita dai due filamenti associati nella molecola.” – che è definita “grazie al fatto che ciascuno di questi (a causa di restrizioni steriche) si può appaiare individualmente con uno solo degli altri tre.” – questo doppio binario, possibilità e negazione di possibilità costituisce una regola che comprende in sé anche una doppia limitazione.

“La struttura sterica del complesso può essere interamente rappresentata in due dimensioni, una delle quali, finita, contiene in ogni punto una coppia di nucloetidi che sono complementari tra loro, mentre l’altra dimensione comprende una sequenza potenzialmente infinita di tali coppie.”

Partendo da un qualunque filamento tutto si può “ricostruirne gradatamente la sequenza completa mediante addizioni successivi di nucleotidi” – ognuno dei quali “‘scelto’ dal partner stericamente predestinato”. Perché tutto questo avvenga occorre ogni volta il catalizzatore idoneo (l’enzima necessario), che “non specifica la sequenza” però contribuisce “alla precisazione della coppia complementare”, garantendo la “fedeltà della trasmissione dell’informazione”. Dopo tale “replicazione”, vi è la necessità di un’opportuna “traduzione”, in cui ciascun costituente può riconoscere soltanto “il suo partner funzionale immediato”, disinteressandosi di quel che succede Altrove.

“L’aspetto estremamente meccanico, addirittura ‘tecnologico’, del processo di traduzione” si assimila a “una catena di montaggio” dove ogni operaio conosce la propria mansione, ignorando l’altrui.

“… il meccanismo della traduzione è assolutamente irriversibile”: non è concepibile la trasmissione dell’informazione “dalla proteina al DNA”, per cui si può affermare che “la cellula è proprio una macchina” – che dovrebbe eternarsi sempre uguale.

La fisica insegna che l’incertezza quantistica è l’unica certezza che (al momento!) ci appartiene. Da essa nasce l’irregolarità, l’errore, che porta, tra l’altro, alla senescenza, alla morte “degli organismi pluricellulari”. La novità è figlia unicamente dell’incerto caso, senza di cui nulla si muoverebbe in modo particolare: non panta rei ovunque, ma ivi tutto scorre: “Nulla lascia supporre (o sperare che si dovranno, o anche solo potranno, rivedere le nostre idee in proposito” – a parte chi crede in modo fideistico in un disegno intelligente che (dall’alto, o dal basso?) sovraintende (non si sa se bonariamente o mefistofelicamente) la produzione di quelle macchine, nel cui parco anche noi alloggiamo dal momento del concepimento.

Torniamo al solito sketch umoristico: Einstein: Dio non gioca a dadi col cosmo; Bohr: Dio fa quel che gli pare; Bell: Dio gioca a dadi e bara, grazie a una variabile nascosta. Nessuno è ancora in grado di falsificare nessuna di queste tre idee al momento solo basate sulla fede. Nemmeno Dio, se c’è (quarta e più incontrovertibile sciocchezza umana).

Nei batteri “si può ammettere che la probabilità per un dato gene di subire la mutazione, capace di alterare sensibilmente le proprietà funzionali della proteina corrispondente, sia dell’ordine di” 10 alla meno 6/dieci alla meno 8, ogni generazione cellulare: a fronte però di miliardi di quei batteri che possono essere presenti in una pozzanghera, insieme a tutti gli altri lunâri di mâtt (così son dette a Reggio) presenti nel cosmo, laghetti trentini e oceani compresi.

Nella popolazione mondiale dell’epoca (composta da tre miliardi di individui), si verificano “ad ogni generazione da cento a mille miliardi di mutazioni circa” – anche il tal caso il quasi mai incombe come un inesorabile quasi sempre. E questo non pare accadere forse, ma quasi certamente.

“Una mutazione semplice, puntiforme, quale la sostituzione nel DNA di una lettera del codice a un’altra, è reversibile. La teoria lo prevede, l’esperienza lo conferma. Ma qualsiasi evoluzione sensibile, quale il differenziamento di due specie, anche vicinissime, è il risultato di un grande numero di mutazioni indipendenti, accumulate successivamente nella specie originale.” – pur essendo, borgesianamente, ognuna protagonista di un capoverso del medesimo racconto.

“Un’altra difficoltà deriva, alla teoria selettiva, dal fatto che essa è stata troppo spesso intesa o presentata come facente appello solo alle condizioni dell’ambiente esterno in veste di agenti della selezione.” – esistendo infatti motivazioni, seppur arcane, interne e genetiche.

L’autore sceglie un termine che io non condivido: la comparsa di quel che appartiene al sottotipo dei vertebrati terrestri, detto anche sotto filo (subphylum) deriva allorché “un pesce primitivo scelse di andare ad esplorare la terra”. Al che penso che il fuggitivo per antonomasia Dante Alighieri non poté scegliere di andare ad esplorare l’America, che pur era emersa da qualche milione di anni, perché non era stato informato della sua esistenza. Ma anche se lo fosse stato non avrebbe potuto utilizzare una nave per andarci, perché nessuno gliel’avrebbe affidata. Ma seppure l’avesse acquisita, non sarebbe stato in grado di governarla (la sua mente era disposta verso altre imprese). Lo stesso capitò ai predecessori di quel pesce: non erano stati capaci di camminare, ma quando uno di loro ebbe un figlio capace di farlo, l’impresa storicamente accadde. Quel pesce scelse in quanto fu scelto dall’informazione genetica: si tratta di un pesce che, sguizzando, si mordicchia la coda, me ne rendo conto. Similmente “… la parata prenuziale degli uccelli” è collegata all’evoluzione “del carattere anatomico che ne è alla base…” – etc etc.

Il linguaggio umano “è nato il giorno in cui certe condizioni creatrici, associazioni nuove, realizzate in un determinato individuo, hanno potuto essere trasmesse ad altri individui, senza più perire con lui” – che è l’anelito che cova in ogni addetto alla scribacchiatura umana (la mia inclusa).

Ancora una scelta: “L’ipotesi che mi sembra più verosimile è che la comunicazione simbolica più rudimentale, apparsa prestissimo nella nostra stirpe, abbia rappresentato, grazie alle possibilità radicalmente nuove che offriva, una di quelle ‘scelte’ iniziali che impegnano l’avvenire di una specie creando una nuova pressione selettiva” – la differenza interpretativa è pertanto fra scelte e ‘scelte’: nel mio caso è un intendere: scelte tanto per dire; nel caso di Monod è che sono ‘scelte’ notevoli e pertanto da evidenziare. La differenza è paragonabile al fîl dla pulèinta, però c’è.

Io faccio per dire perché ignoro se le mie parole sono corrette; anche Monod, che pure, tanto sapendo più di me, sa di ignorare, ma egli mostra più fiducia, anche se non si capisce a chi. Lo stesso vale per la camminata a due zampe, che ha consentito all’uomo di raggiungere la luna, oltre che l’antica città di Pixuntum (nonostante la frana di Rizzico).

Tornando al linguaggio, esso ha favorito il dialogo, ergo: ha creato le basi della cultura. Si tratta di una banalità che gli ipodotati professionisti, specie nel brillare da un video, tendono a dimenticare. L’afasia, se non quella scelta dall’anacoreta, non avrebbe permesso di creare l’orrore e la magnificenza artificiale di cui abbonda ogni continente terrestre, e nemmeno la IA, caro PROF (a.k.a. Luciano Floridi): in vino et in banalitate (neologismo CRISP, geneticamente modificato) veritas.

“… l’uso del linguaggio, per quanto primitivo, non poteva che aumentare in proporzioni considerevoli il valore di sopravvivenza dell’intelligenza e quindi creare, a favore dello sviluppo del cervello, una pressione selettiva potente e orientata che nessuna specie afasica avrebbe mai potuto provare”io posseggo (e conservo gelosamente) dei dubbi a proposito, pensando ai delfini.

“Il bambino non impara nessuna regola e non cerca affatto di imitare il linguaggio degli adulti: si può dire che egli ne trae solo quanto gli conviene ad ogni stadio del suo sviluppo.” – tutti, compresi Celine, Rimbaud e Artaud etc: tutti quanti ‘sti smisurati parassiti egotici.

Agota Kristof
Agota Kristof

Giocando, ma sapendo come curare i propri affari, il pargoletto “acquisisce la piena padronanza della lingua.” – che assolutamente piena non sarà mai, ma quasi piena presto. Anche se Monod manifesta sempre una meraviglia per questo miracolo che in genere si dà per scontato. Come tutti sanno, l’imparare una seconda lingua in età adulta richiede uno sforzo di volontà sistematico e intenso. La qualità della lingua appresa in questo modo rimane praticamente sempre a un livello inferiore a quello della lingua materna acquisita spontaneamente. – ne sanno qualcosa la pur splendida Ágota Kristóf, e il pur meraviglioso Joseph T. Konrad K. (Conrad). C’è chi, come il sottoscritto, ne ricevette due (l’italiano e l’arşân, con tutte le confusioni che ne conseguono, unitamente a una maggior apertura mentale): a volte italianizzo il dialetto ma non trovo affatto errato il dialetto vergine: quando parlo sono un altro rispetto a quando ascolto.

“… la maturazione del cervello continua dopo la nascita per concludersi con la pubertà. Sembra che quest’evoluzione consista essenzialmente in un notevole arricchimento delle interconnessioni dei neuroni corticali.”che termina purtroppo presto, temo perciò di cessarlo fra qualche anno, confidando perciò nel mio quasi certo rimbambimento.

Ipotesi: “… diventa spontaneo dubitare che tutte queste manifestazioni possano essere il risultato di una gigantesca lotteria in cui vengono tirati a sorte dei numeri tra i quali una cieca selezione designa rari vincenti.” – e qui spunta quell’illusione che ti fa dire: cogito ergo dubito, ergo credo.

Mauriac: “Quanto dice questo professore è ancora più incredibile di quel che crediamo noi poveri cristiani.” – tipo che un cespuglio possa dirigere una massa di credenti che stentano in un torrido deserto.

Tre fasi: a) “la formazione sulla Terra dei costituenti chimici essenziali di tutti gli esseri viventi”; b) la formazione, a partire da queste sostanze, delle prime macromolecole capaci di replicazione; c) l’evoluzione  che utilizza “un apparato teleonomico tale da condurre alla cellula primitiva”, aspetto che deve convivere con l’inquietante nozione che quel che apparve come una novità miliardi di anni fa tuttora appare inalterata, mentre quello che da essa derivò è colui che ha scritto il saggio nonché colui che tenta ora goffamente di commentarlo: due esseri così eterogenei, simili però nel mingere!

“Il codice non ha senso se non è tradotto.” – grazie a una cinquantina di “costituenti macromolecolari, anch’essi codificati nel DNA.”

Due ipotesi: a) è preesistente “una certa affinità stereochimica” fra gli agenti del fenomeno; che induce a scegliere; b) tutto è arbitrario “dal punto di vista chimico”: le scelte sono casuali, quindi non dovrebbe essere ‘scelte’.

L’autore poi si dispera di fronte all’enigma di come la vita possa essere “comparsa sulla Terra”. Se fosse precipitata dal resto del cosmo, con tutte le emittenti presenti, non sarebbe così improbabile! “La scienza non può dire o fare nulla di un avvenimento unico.” – né può accertare o falsificare il fatto che sia tale. L’autore descrive con emozionante precisione taluni aspetti del sistema nervoso, che io tralascio perché non serve granché a incrementare il mio tentativo non di capire il miracolo della vita, ma l’anima indagatrice di questo bipede coltissimo, perspicace e mosso da un’infinita pietà verso la vita stessa. Inoltre ho scoperto che, se ci si reca in un luogo, al fine di tornarci, è meglio lasciare inesplorato almeno un landscape.

Secondo Chomsky, “il linguaggio è quasi sempre innovatore, anche nelle sue applicazioni più semplici, poiché traduce un’esperienza soggettiva, una simulazione particolare sempre nuova…” – ecco spiegato il motivo per cui la poesia nasce sempre da una meraviglia mai scorta da nessuno, ove il pensiero ti permette di fingere, di creare quello che non c’è già, o che non esiste più, per conferire un nome a quel che accade (in te) per la prima (o per l’ultima) volta, e che ti spaura l’animo, che teme il timido Nulla che si cela nell’orrorifico Infinito: tutto questo accade mentre altrove ci si illude di possedere la “capacità di una rappresentazione che sia adeguata” alla realtà, che ci esistenzia quotidianamente.

“Il giorno in cui – come si è detto – l’Australantropo o qualcuno dei suoi simili riuscì a comunicare il contenuto di un’esperienza soggettiva, di una ‘simulazione’ personale e non più soltanto un’esperienza concreta e reale, nacque un nuovo regno: il regno delle idee.” – e “una nuova evoluzione, quella culturale.” La mattina (a che ora?) in cui, diceva l’etologo Danilo Mainardi un uomo costruì un attrezzo in grado di costruire un altro attrezzo, egli diventò culturale. Egli iniziava la sua opera più famosa, appunto L’animale culturale, descrivendo una tribù di scimmie che si trasmettevano la novità che una patata immersa nell’acqua diventava più gradevole al palato: questo mirabile esperimento e nulla più. L’espressione einsteniana che tutto è relativo è, a mio parere, la più acuta mai espressa. Ovviamente non sono certo che lo sia, e piamente vi confido.

L’ultimo capitolo è Il Regno e le tenebre, con, necessariamente, la R maiuscola e la t minuscola. Spencer parlava di quello struggle for life, che era diventato “uno dei principali fattori di selezione della specie umana”, che la differenzia da tutte le altre bestie, cervi compresi. Si pensi all’ipotetico e probabilissimo sterminio “dell’uomo di Neanderthal” causato “dall’Homo sapiens”, nonché a quelli moderni (da Cesare a Hitler, per indicare soltanto i più rinomati). Il comportamento umano “orienta la pressione selettiva” in maniera che si può definire, come minimo, disastroso.

Un concetto espresso dall’autore dimostra quanto scorra la conoscenza. Nel 1970, anno di uscita di questo saggio, egli scriveva (senza ovviamente deplorarlo) del fatto che la scienza ormai permetteva di far campare i portatori di handicap fino a una loro possibile riproduzione e che, in merito alla cura degli stessi,“… si potranno trovare palliativi, per alcune tare genetiche, ma soltanto nell’individuo che ne è colpito e non nella sua discendenza.” – questa teoria è stata parzialmente falsificata negli anni attuali, grazie al metodo CRISPR, come mirabilmente descritto da Kevin Davies in Riscrivere l’umanità.

“… il male dell’anima, come la potenza dei megaton, deriva da una semplice idea: la natura è oggettiva, la verità della conoscenza non può trarre origine che dal confronto sistematico della logica e dell’esperienza.”

Il gruppo umano, per poter gestire più razionalmente i propri bisogni, necessita di intervenire nel controllo del comportamento dei suoi componenti.

“… le idee dotate del più elevato potere di penetrazione sono quelle che spiegano l’uomo, assegnandogli un posto in un destino immanente, in seno al quale la sua angoscia si dissolve” – pur mantenendo la sua anima belluina di homo homini lupus, naturalmente.

“La tribù, d’altra parte, poteva sopravvivere e difendersi solamente grazie alla sua coesione” – e poco importa se, tuttora, ogni tanto occorra Uccidere il tiranno, come spiega nel suo saggio il giurista e filosofo Aldo Andrea Cassi.

Ci sono “voluti tanti millenni perché nel Regno delle idee apparisse l’Idea della conoscenza oggettiva come unica fonte di verità autentica.”

L’autore indica “due ragioni essenziali”: a) “… i valori e la conoscenza sono sempre associati, di necessità, sia nell’azione sia nel discorso”; b) “… la definizione stessa della conoscenza ‘vera’ si basa in ultima analisi su un postulato di ordine etico.” – si tratta di due meravigliosi atti di fede, a cui non posso che applaudire, pur con spirito dubbioso, più che critico. Saranno anche veri, oltre che belli?

Un “discorso, o azione” deve essere considerato significativo, “autentico, solo se, oppure nella misura in cui, esprime e conserva la distinzione delle due categorie che associa”: “etica e conoscenza”.

Il contrario (“inautentico”) è quando “le due categorie si amalgamano e si confondono” in modi menzogneri, criminali, “anche se inconsci”. Il postulato (non meno indimostrabile di altri) “di oggettività come condizione della conoscenza vera rappresenta una scelta etica e non un giudizio di conoscenza in quanto, secondo il postulato stesso, non può esservi conoscenza ‘vera’ prima di tale scelta arbitraria.”ovvio che le due ultime parole, abbinate, formano un fenomenale e penoso pleonasmo.

Etica della conoscenza fondata sulla conoscenza dell’etica, e del perenne panta rei ad essa allegato. A chi m’ispiro per le mie reazioni, per il mio commento, la mia colonna verbale? A Ennio, evidentemente! A quale due? E perché devo scegliere? A entrambi! Il foglio bianco che dovrò ogni volta odiare e amare, e riempire di particelle eterogenee, di macchioline casuali e/o necessarie, o per una diversa intimità che, quale sarà, sempre-mai si saprà.

Mi è sempre parso bello (nonché furbo) concludere la reazione a un libro con la chiusa del suo autore: “… l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo. A lui la scelta tra il Regno e le tenebre.” – quale uomo, Jacques, Stefano, Pinco Pallino o Vladimir?  Caro amico, colui che, mezzo secolo dopo, ti sta qui scrivendo condivide pur non ammettendo il tuo ragionamento, non lo ammette pur condividendolo, idiotamente fiducioso. Secondo me quel che vale, infine, è condividere: eduna mia illazione, anch’essa myskynamente idiota.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, 1993

 

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