“Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese: Il diluvio, sodalizio di un satiro ed un’amadriade

“Il diluvio”

Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese

Anche il diluvio greco fu il castigo di un genere umano che aveva perso il rispetto per gli dèi. Si sa che la terra venne poi ripopolata lanciando certi sassi.

(Parlano un satiro e un’amadriade)

Amadriade: Mi domando cosa dicono di quest’acqua i mortali.

Satiro: Che ne sanno? La prendono. Qualcuno ci spera magari un migliore raccolto.

Amadriade: A quest’ora la piena dei fiumi ha cominciato a sradicare le piante. Ormai piove sull’acqua dappertutto.

Satiro: Stanno tappati nelle grotte e nei tuguri sui monti. Ascoltano piovere. Pensano a quelli delle valli che combattono l’acqua, e s’illudono.

Amadriade: Fin che dura la notte s’illudono. Ma domani, nella luce paurosa, quando vedranno un solo mare fino al cielo, e le montagne impiccolite, non rientreranno nelle grotte. Guarderanno. Si butteranno un sacco in testa e guarderanno.

Satiro: Li confondi con le bestie selvatiche. Nessun mortale sa capire che muore e guardare la morte. Bisogna che corra, che pensi, che dica. Che parli a quelli che rimangono.

Amadriade: Ma stavolta nessuno rimane. Come faranno dunque?

Satiro: Qui li voglio. Quando sapranno di esser tutti condannati, tutti quanti, si daranno a far festa, vedrai. Magari verranno a cercare noialtri.

Amadriade: O noi, che c’entriamo?

Satiro: C’entriamo sì. Siamo la festa, siamo vita per loto. Cercheranno la vita con noi fino all’ultimo.

Amadriade: Non capisco che vita possiamo dar loro. Non sappiamo nemmeno morire. Tutto quanto sappiamo è guardare. Guardare e sapere. Ma tu dici che loro non guardano e non sanno rassegnarsi. Che altro possono chiederci?

Satiro: Tante cose capretta. Per loro noi siamo come bestie selvatiche. Le bestie nascono e muoiono come le foglie. Noi c’intravvedono sparire fra i rami e allora credono di noi non so che divino – che quando fuggiamo a nasconderci siamo la vita che perdura nel bosco – una vita come la loro ma perenne, più ricca. Cercheranno noi, ti dico. Sarà l’ultima speranza che avranno.

Amadriade: Con quest’acqua? E che cosa faranno?

Satiro: Non lo sai che cos’è una speranza? Crederanno che un bosco dove siamo anche noi non potrà andar sommerso. Si diranno che tutti proprio tutti gli uomini non potranno sparire, altrimenti che senso ha esser nati e averci conosciuto? Sapranno che i grandi, gli Olimpici, li vogliono morti, ma che noi come loro come le piccole bestie, siamo insomma la vita la terra la cosa vera che conta. Le loro stagioni si riducono a feste, e noi siamo le feste.

Amadriade: È comodo. A loro la speranza, a noi il destino. Ma è sciocco.

Satiro: Non tanto. Qualchecosa salveranno.

Amadriade: Sì ma chi ha provocato gli dèi grandi? Chi ha fatto tutto quel disordine, che anche il sole si velava la faccia? Tocca a loro, mi pare. Gli sta bene.

Satiro: Su, capretta, credi proprio a queste cose? Non pensi che, se avessero veramente violato la vita, sarebbe bastata la vita a punirli, senza bisogno che l’Olimpo ci si mettesse con il diluvio? Se qualcuno ha violato qualcosa, credi a me, non sono loro.

Amadriade: Intanto gli tocca morire. Come staranno domani quando sapranno quel che accade?

Satiro: Senti il torrente, piccolina. Domani saremo sott’acqua anche noi. Ne vedrai delle brutte, tu che ami guardare. Meno male che non possiamo morire.

Amadriade: Alle volte, non so. Mi chiedo che cosa sarebbe morire. Quest’è l’unica cosa che davvero ci manca. Sappiamo tutto e non sappiamo questa semplice cosa. Vorrei provare, e poi svegliarmi, si capisce.

Satiro: Sentila. Ma morire è proprio questo – non più sapere che sei morta. Ed è questo il diluvio: morire in tanti che non resti più nessuno a saperlo. Così succede che verranno a cercare noialtri e ci diranno di salvarli e vorranno esser simili a noi, alle piante, alle pietre – alle cose insensibili che sono mero destino. In esse si salveranno. Ritirandosi l’acqua, riemergeranno pietre e tronchi, come prima. E i mortali non chiedono che questo come prima.

Amadriade: Strana gente. Loro trattano il destino e l’avvenire, come fosse un passato.

Satiro: Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino.

Amadriade: E tu credi che davvero si faranno tronchi e pietre?

Satiro: Sanno favoleggiare, i mortali. Vivranno nell’avvenire secondo che il terrore di stanotte e di domani li avrà fatti fantasticare. Saran Bestie selvatiche e rocce e piante. Saranno dèi. Oseranno uccidere gli dèi per vederli rinascere. Si daranno un passato per sfuggire alla morte. Non ci sono che queste due cose – la speranza o il destino.

Amadriade: Quand’è così, non so compiangerli. Dev’essere bello farsi da sé in questo modo a capriccio.

Satiro: È bello sì. Ma non credere che lo sappiano di fare a capriccio. Le salvezze più straordinarie le trovano alla cieca, quando sono già ghermiti e schiacciati dal destino. Non han tempo a godersi il capriccio. Sanno soltanto di pagare di persona. Questo sì.

Amadriade: Almeno questo diluvio servisse a insegnarli cos’è il gioco e la festa. Il capriccio che a noi immortali viene imposto dal destino e lo sappiamo – perché non imparano a viverlo come un attimo eterno nella loro miseria? Perché non capiscono che proprio la loro labilità li fa preziosi?

Satiro: Tutto non si può avere, piccola. Noi che sappiamo, non abbiamo preferenze. E loro che vivono istanti imprevisti, unici, non ne conoscono il valore. Vorrebbero la nostra eternità. Questo è il mondo.

Amadriade: Domani sapranno qualcosa, anche loro. E i sassi e le terre che un giorno torneranno alla luce non vivranno di speranza soltanto o di angoscia. Vedrai che il mondo nuovo avrà qualcosa di divino nei suoi più labili mortali.

Satiro: Dio volesse, capretta. Piacerebbe anche a me.

 

Cesare Pavese - Amadriade e Satiro - dipinto di di John William Waterhouse - 1895
Cesare Pavese – Amadriade e Satiro – dipinto di di John William Waterhouse – 1895

Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese fu pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1947. Il libro si presenta in forma dialogica e consta di ventisette brevi racconti. Pavese si muove nell’Antica Grecia nelle grandi braccia del mito che, ancora oggi, consiglia ad ognuno di noi nell’inconscio ed è espresso dall’unicità, dalla sensibilità di udire il canto.

“Ascoltano piovere. […] Nessun mortale sa capire che muore e guardare la morte. […] Guardare e sapere. […] A loro la speranza, a noi il destino. […] Se qualcuno ha violato qualcosa, credi a me, non sono loro. […] morire è proprio questo – non più sapere che sei morta. […] Loro trattano il destino e l’avvenire, come fosse un passato. […] Non ci sono che queste due cose – la speranza o il destino.”

Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950) ha avuto una vita solcata dal lutto sin dalla tenera età con la morte del padre, di una sorella, di due fratelli e di un compagno di scuola che si era tolto la vita con una rivoltella. Sin da giovane fu attratto dalla lingua inglese ed i suoi primi lavori furono proprio delle traduzioni: il “Moby Dick” di Herman Melville e “Riso nero” di Sherwood Anderson (clicca QUI per approfondire la biografia).

L’autore, nella prima edizione de “Dialoghi con Leucò”, scrisse la seguente presentazione:

Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c’è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quand’era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tabù, che i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po’ straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi Dialoghi.

Ogni dialogo presenta due interlocutori, personaggi della mitologia greca e così si possono incontrare Tiresia ed Edipo (“I ciechi”), Ippòloco e Sarpedonte (“La Chimera”), la Nube ed Issione (“La nube”), Ermete ctonio ed il centauro Chirone (“Le cavalle”), Eros e Tànatos (“Il fiore”), Endimione ed uno straniero (“La belva”), Saffo e Britomarti (“Schiuma d’onda”), Meleagro ed Ermete (“La madre”), Achille e Patroclo (“I due”), Edipo ed un mendicante (“La strada”), Eracle e Prometeo (“La rupe”), Orfeo e Bacca (“L’inconsolabile”), due cacciatori (“L’uomo-lupo”), Litierse ed Eracle (“L’ospite”), due pastori (“I fuochi”), Calipso ed Odisseo (“L’isola”), Virbio e Diana (“Il lago”), Circe e Leucotea (“Le streghe”), Lelego e Teseo (“Il toro”), Castore e Polideute (“In famiglia”), Iasone e Mélita (“Gli Argonauti”), Leucotea ed Ariadne (“La vigna”), Cratos e Bia (“Gli uomini”), Dioniso e Demetra (“Il mistero”), un satiro ed un’amadriade (“Il diluvio”), Mnemòsine ed Esiodo (“Le Muse”), due voci (“Gli dèi”).

Ne “Il diluvio” è notte e ci troviamo sotto una pioggia scrosciante che non deve terminare. Un satiro e un’amadriade parlano del diluvio e degli uomini che ancora non sanno che l’acqua continuerà a scendere sino ad ucciderli tutti. Se da una parte il satiro mostra benevolenza nei confronti degli esseri umani, dall’altra l’amadriade ritiene che gli uomini si siano meritati il castigo.

L’etimologia di satiro (Σάτυρος) è ancora ignota, ci sono due vie che spesso vengono unite: potrebbe derivare da σάθη con il significato di lussurioso ma lo si trova anche in ebraico con Śēʻīr, una sorta di demone peloso. Nella mitologia greca il satiro è connesso a Dioniso e Pan ed abita le montagne ed i boschi (nel mondo latino è ricondotto al fauno, chiamato anche Luperco), raffigurato con attributi da animali quali corna, cosa e zampe caprine od equine. Uno dei miti più famosi contrappone il satiro Marsia al dio Apollo in una gara di musica, il primo con il flauto ed il secondo con la lira ed il canto.

Le amadriadi (Ἁμαδρυάδες) derivano il loro nome dal composto Ἁμα + δρυς “coesistente con gli alberi”, e propriamente sono figure che vivono all’interno di alcuni alberi (noce, castagno, quercia, ciliegio, gelso, pioppo nero, olmo, vitis, ficus). Ogni amadriade ha un temperamento diverso a seconda dell’albero che ha in protezione, ci sono vari miti greci che raccontano il potere vendicativo di queste ninfe in caso di minaccia del loro albero.

Nel dialogo di Pavese l’amadriade è incuriosita dal pensiero degli umani riguardo l’acqua che continua inevitabilmente a gettarsi sulla Terra, ed incalza il satiro sulla possibilità – per l’indomani – dello sguardo degli uomini. Ma il satiro le ricorda che non sono bestie selvatiche e che non sanno guardare ma sono più propensi al parlare ed al raccontare.

“Nessun mortale sa capire che muore e guardare la morte.”

Il diluvio diviene un pretesto per parlare della morte, della speranza e del destino. Se il satiro e l’amadriade non possono morire perché immortali, i mortali dovranno incappare nella morte ma non senza aver favoleggiato e sperato nella salvezza.

Fortemente in connessione con il dialogo “Il mistero” nel quale intervengono Demetra e Dioniso:

Sta’ a sentire. Verrà il giorno che ci penseranno da soli. E lo faranno senza noi, con un racconto. Parleranno di uomini che hanno vinta la morte. Già qualcuno di loro l’han messo nel cielo, qualcuno scende nell’inferno ogni sei mesi. Uno di loro ha combattuto con la Morte e le ha strappato una creatura…

L’immortale sa di essere determinato dal destino (Ἀνάγκη, la necessità logica – legge di natura) e sa che vive un attimo eterno, mentre il mortale non sa godersi l’istante non ripetibile perché non ne conosce il valore e continua a sperare negli istanti successivi senza alcuna possibilità di Esserci nell’Essere – direbbe il filosofo Martin Heidegger.

Si ricorda che nella mitologia greca Elpìs (ἐλπίς) era la personificazione della speranza, ed Esiodo ci racconta ne “Le opere e i giorni” che fu un dono custodito nel nefasto vaso della prima donna mortale creata da Efesto per volere di Zeus, infuriato per il furto del fuoco da parte di Prometeo (Προμηθεύς dal composto Προ- “prima” e -μῆτις “intelligenza”, “colui che riflette prima”). Pandora (πᾶς + δῶρον, “tutti i doni”) sposò Epimeteo (“colui che riflette dopo”) e quando disobbedì aprendo il vaso uscirono la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia ed il vizio.

Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono). Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio, né se ne volò fuori; ché Pandora prima ricoprì la giara, per volere dell’egioco Zeus, adunatore dei nembi.[1]

Esiodo ci racconta che la speranza, come ultimo male, restò all’interno del vaso perché la fanciulla riuscì a richiuderlo. Che ruolo ha la speranza? È alla speranza – chiusa nel vaso e custodita come illusorio ultimo dono di Zeus – che dobbiamo appellarci noi mortali? Oppure dovremo ambire all’immortalità pur consci di vivere l’istante e dunque rivolgerci al destino per imitatio et aemulatio verso il satiro e l’amadriade?

Strana gente. Loro trattano il destino e l’avvenire, come fosse un passato.”

Il già citato filosofo tedesco Martin Heidegger (Meßkirch, 26 settembre 1889 – Friburgo in Brisgovia, 26 maggio 1976) nel suo “Nietzsche” ha scritto: “Vedere l’attimo significa: starvi”. È questa la condizione del mortale che si accorge di stare nell’attimo? Del mortale che liberatosi della speranza ha iniziato a tendere al destino?

Il satiro chiude con “Dio volesse” – Deo concedente – all’esclamazione dell’amadriade: “Vedrai che il mondo nuovo avrà qualcosa di divino nei suoi più labili mortali”.

 

Se quel che si cerca di trova, si è certi di cercare ciò che rende felici?

 

Written by Alessia Mocci

 

Note

[1] Esiodo, Le Opere e i Giorni

 

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