“Uccidere il tiranno” di Aldo Andrea Cassi: storia del tirannicidio da Cesare a Gheddafi

Leggo nell’Introduzione de Uccidere il tiranno di Aldo Andrea Cassi:Se la tirannia è una costante – pur con differenti morfologie storiche – dell’esperienza politica dell’uomo, lo sarà sempre il tirannicidio: Sic semper tyrannis (‘sia sempre così ai tiranni’) è l’invettiva, attribuita a Bruto dopo aver pugnalato Cesare…– un giudizio che a me non pare sia così scontato.

Uccidere il tiranno di Aldo Andrea Cassi
Uccidere il tiranno di Aldo Andrea Cassi

È come dire: finché c’è una moglie ci sarà l’uxoricidio, finché ci sarà un padre ci sarà un parricidio. Forse è un pensiero lapalissiano. Solo quello che esiste può essere stroncato. Ma forse è un giudizio moralmente errato. Oppure no? Scrivo questi commenti dopo aver concluso la lettura del saggio di Cassi. E non sono ancora in grado di rispondere.

Nel primo capitolo viene esaminata la questione se il tirannicidio sia “un’invenzione greca”.

Dalla disamina della “storia di Gige narrataci da Erodoto”, emerge che “la tirannia è la tentazione cui cede l’avidità di dominio, la brama di potere; essa seduce facendo leva sul lato ferino, animalesco del centauro, cedendo alle forze irrazionali, al desiderio del lusso e alla lascivia, tutte debolezze che l’uomo greco attribuiva a quello ‘orientale’– un vizio che viene da lontano, quindi.

“Il primo tiranno della storia occidentale” è Pisistrato”, che Aristotele definìdemotikòtatos (democraticissimo)” il quale utilizzò “un corpo armato come guardia personale” che “diventerà da questo momento un segno distintivo della tirannide…” – e questo legittima l’opinione sopra espressa che il tiranno, per quanto giusto, teme in primo luogo di essere eliminato dai suoi oppositori. Allora, cos’è il tirannicidio? Un atto che si riconduce a una particolare etica? Un gesto che cela una pur eroica forma di egoismo?

I figli di Pisistrato furonoIppia e suo fratello Ipparco”: il primo era saggio e il secondo “versato invece ‘al gioco, all’amore e alle arti’” e dedito alla molestia amorosa, che condusse alla sua perdita. La questione di quali siano state globalmente le questioni che portarono le parti offese (Armonio e Aristogitone) a compiere il tirannicidio pare irrisolta.

Poiché la tirannide “si fa immagine rovesciata della costituzione democratica della polis”, da allora in poi “il tirannicida pare presentarsi come l’estremo difensore” della democrazia. Mi attacco polemicamente a quel pare.

Il secondo capitolo si occupa dell’Uccidere secondo il diritto a Roma. Quale fu l’origine del tirannicidio in cui cadde Cesare?

Da un lato Cesare non venne formalmente riconosciuto ‘tiranno’”, dall’altro non furono assunti “provvedimenti sanzionatori nei confronti dei suoi assassini” – il che testimonia che in questo caso il tirannicidio venne sottaciuto il più possibile. Il tiranno è morto, viva il tiranno! Da allora i padroni di Roma, o li vogliamo chiamare imperatori?, oppure tiranni?, furono chiamati Cesare. I tirannicidi c’erano, il tiranno, ormai ammazzato, non è più tale. Diventa un esempio da seguire.

Però, secondo Svetonio e Cicerone il delitto che lo tolse di mezzo non era per altro tale, anzi, secondo il primo, “egli fu ucciso iuste, ovvero ‘giustamente’ o ‘secondo diritto’”, perché aveva esagerato negli onori e in tutto il resto. Una colpa che evidentemente poteva essere emendata solo con la morte.

Tutto ciò è (o pare?) una non lieve contraddizione. Il tirannicidio è (o pare?) una condanna esagerata per delle colpe perseguibili con modi non letali.

Nel Medioevo, come viene ben descritto nel terzo capitolo, il tutto si complica ulteriormente e parrebbe riferirsi, ab origine, alle parole paoline: “ogni potere discende da Dio e le autorità che esistono sono disposte da Dio.” – che rende il tirannicidio un esecrabile peccato contro Colui che ha posto quell’uomo a capo di una comunità.

A meno che… il sovrano “si comporti tirannicamente”. Il che significa che tutto va sempre verificato (scientificamente?) e nulla si dà per scontato. A pensarla così è “il monaco Manegoldo di Lautenbach” – il cui nome divenne, forse non a caso, proverbiale. Quindi “la legittimazione” proviene anche “dal basso”, cioè “dai sudditi”.

Giovanni di Salisbury va oltre, scrivendo “che il tirannicidio è giusto, onorabile e financo un vero atto di pietà.” – poiché la tirannia rientra nel “crimen laesae maiestatis”, per cui il colpevole “deve essere ucciso”.

Tommaso d’Aquinodistingue tra l’autorità e la perdona che vi è preposta”, cioè quando “l’autorità sia stata acquisita impropriamente, ad esempio con la violenza…” – il che, ancora, sembra voler dire tutto e al contempo niente. Ulteriore distinguo:usurpazione violenta dell’autorità” e “abuso da parte di chi governa”. Per cui abbattere il tiranno può essere giusto se il “suo governo non est iustum perché non ordinatur ad bonum commune e l’azione sovversiva non sia rimedio peggiore (maius detrimentum) del male arrecato al popolo– il che crea la necessità di un metodo affidabile per comprendere dove sia la giustizia, o la minore ingiustizia, sempre che ciò non sia un ossimoro: è forse la giustizia sempre un’assolutezza? Oppure qualcosa che si riferisce a qualcos’altro, per esempio a dei parametri politici? Così parrebbe di capire, leggendo l’analisi che l’autore fa del pensiero di Tommaso d’Aquino.

Marsilio da Padovaaffida il delicato e cruciale compito di perseguire il governante ingiusto al legislatore o quantomeno a un soggetto da questi delegato.” – che legittimi l’assassinio del tiranno.

Guglielmo d’Ockham propone “una sorta di ‘camera di compensazione’ di natura rappresentativa e deliberativa” in cui sia individuata la legittimità non tanto del tirannicidio, ma della deposizione del sovrano.

Bartolo da Sassoferrato distingue varie forme di tirannide, che l’autore riferisce alla mancata legittimità oppure all’arbitrarietà dei suoi atti pubblici (egli di fatto è un pubblico funzionario).

“Le pene nei suoi confronti, dunque, non potranno essere essergli comminati se non da chi gli è superiore, cioè, ancora una volta, l’imperatore o il papa.”

Il capitolo successivo illustra le figure di tiranni e le forme di tirannicidio nell’epoca moderna: “Alessandro de’ Medici veniva infilzato dalla spada di Lorenzino”, il quale lo “come l’esito di un dovere”, in difesa della sua Patria.

Ritratto di Martin Lutero - Painting by Lucas Cranach il Vecchio - 1529
Ritratto di Martin Lutero – Painting by Lucas Cranach il Vecchio – 1529

Per Lutero il sovrano va rispettato, anche se tirannico, perché è tale per volontà divina, a meno che… non sia Carlo V, per cui un conto è l’accettazione da parte del fedele, altro è la valenza giuridica che legittimi ogni azione nei confronti del sovrano che pecca contro il popolo che dovrebbe proteggere.

Anche Calvinoprecisa che il divieto di resistenza attiva al sovrano riguarda l’iniziativa del singolo suddito, mentre vi sono autorità subalterne” che invece “possono, e devono, ‘opporsi e resistere ai soprusi alla crudeltà dei governanti, secondo il dovere proprio del loro ufficio’.”

L’inglese John Ponet ammette, anche per il singolo, la possibilità di “cogliere ‘l’occasione giusta e la comune necessità di ucciderlo’.

John Knox e Christopher Goodman ribadiscono tale diritto del singolo che lo dovrà esercitare qualora il tiranno “voglia imporre un credo diverso da quello seguito dal popolo.”

Secondo Françoise Hotman, “il re è singolo, è la testa; il regno, costituito dal popolo raccolto in assemblea, è il corpo della repubblica.” – e qualora il sovrano agisca contro questo dettato, egli decade dal suo status.

FranciscoSuarez ribadisce che la summa potestas risiede per diritto naturale nella comunità, nel corpo politico.” – e “quando il governo assume i connotati della tirannide” è consentito anche il tirannicidio, anche da parte del singolo, purché questo non rechi danno alla comunità.

Juan de Mariana ribadisce tale concetto, per cui difendere la patria è come difendere la propria vita.

L’esempio del menzognero Carlo I fu emblematico.Carlo I ne tradì le aspettative pattuite…”, “Carlo giocava su più tavoli…”,Cromwell, indignato dalla slealtà del sovrano…” – il quale, però, conta “ancora nel diritto divino” che gli consente, a parer suo, in modo assoluto ogni suo comportamento per cui alla fine egli non è giudicabile in quanto “è il Parlamento il vero tiranno”.

E “qui interessa rilevare che per la prima volta nella Storia un sovrano veniva condannato da un tribunale e giustiziato all’esito di un procedimento ivi svolto: una condanna dunque in nome della legge.”

Ugo Grozio ammette, come extrema ratio, l’uccisione di un sovrano da parte di un singolo, ove tale atto sia necessario da un punto di vista giusnaturalistico. Di questo autore ammiro (senza invidiare) l’episodio descritto nella nota 74: “condannato al carcere a vita nel castello del Loevestein, Grozio evase nel 1621 nascosto in una cassa di libri.”

Secondo Hobbes “il sovrano non partecipa al patto istitutivo, non è parte del contratto sociale e di conseguenza non assume alcun obbligo nei confronti dei consociati.” – è quindi assoluto da qualsiasi obbligo o catena.

Per Locke, invece, “ci si può opporre a lui come ci si oppone a chiunque con la forza viola il diritto altrui.”, giungendo anche “alla eliminazione fisica del tiranno”.

E poi c’è l’anomalia dell’eliminazione di Luigi XVI, re di Francia. Egli non aveva violato una legge che fosse precedente al suo mandato, ed era un presunto innocente, almeno finché non gli fosse addebitata una colpa specifica. Fu eliminato, come disse Robespierre, in quanto urgeva “una misura di salute pubblica”, poiché “ogni re è un ribelle e un usurpatore.”

Il quinto e ultimo capitolo si occupa della Retorica e decadenza del tirannicidio: età contemporanea.

Karl Marx propugnava la dittatura del proletariato, l’anarchico Michail Aleksandrovic Bakunin intendeva invece “abbattere lo Stato stesso”. Questo non cambiò il fatto storico che sia comunisti che anarchici ricorsero talvolta al tirannicidio.

L’imperatrice d’Austria Elisabetta,icona della monarchia asburgica” fu assassinata “per mano dell’anarchico Luigi Lucheni”, dopo di cui “Il movimento anarchico, che volle collocarsi extra ordinem (perché contro ogni ordine costituito), venne effettivamente estromesso sotto ogni profilo politico e giuridico” – esso fu in qualche modo tirannicidizzato.

Un successivo tirannicidio di matrice anarchica avvenne nella Russia bakuniniana, quando fu ucciso lo zar Alessandro II Romanov.

L’ucraino Mykhailo Dragomanov, da una parte giustifica l’attentato come reazione al “repressivo sistema di governo russo”. D’altro canto egli stabilì che “l’omicidio politico è sempre e comunque un omicidio”.

Anche il nostro Risorgimento ebbe un caso analogo, quando Oberdan tentò, senza successo, di “attentare alla vita di Francesco Giuseppe in visita a Trieste” e fu alla fine giustiziato. Oberdan era in possesso di “due ‘bombe Orsini’” e questo creò una svolta nel tirannicidio: “nacque l’atto terroristico”. Leggendo L’agente segreto di Conrad uno può farsi un’idea del fenomeno.

Re Umberto I, appartenente a “una casa regnante” che era “tra le peggiori della storia europea”, cadde “sotto i colpi di rivoltella sparati da Gaetano Bresci”, anarchico.

“Il periodo leninista fu caratterizzato da feroci esecuzioni condotte, ‘in attacco’, contro chiunque potesse rappresentare un potenziale tiranno” – il tirannicidio divenne ideologicamente un atto necessario.

E lo fu anche quello che fece fuori Mussolini, preteso da una “folla inferocita” che “si accanì contro il cadavere là appeso.” – anche se fu poi proposta “una legittimazione giuridica e politica” a quel che era avvenuto.

Oggi viviamo in un tempo in cui resta difficile regolare il diritto all’azione politica (che può sfociare nel tirannicidio), che a livello globale si dovrebbe collegare, come indica l’autore, alla “istituzione dell’ONU nel 1945”, che però non o mal si concilia con azioni belliche “in Kosovo, Iraq e Libia”, che furono decise “in nome dell’intervento bellico ‘umanitario’ in reazione ai crimini contro l’umanità e ala violazione dei diritti umani commessi da costoro”, per iniziativa autonoma di alcune superpotenze e solo in un secondo tempo legittimate, solo in parte, dalle Nazioni Unite. Saddam Hussein fu processato e condannato a morte.

Gheddafi fu uccisoa séguito di un raid militare con profili tuttora poco chiari”.

Non si può qui sottacere la strage di Ustica che, secondo il Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga, fu causata il 27 giugno 1980 da un missile francese che intendeva abbattere l’aereo su cui volava il capo di stato libico, ma che finì per abbattere un aereo civile, causando la morte di 81 innocenti. Cosa fu questo? Un tirannicidio mancato o un crimine contro l’umanità?

“… l’evidente difficoltà, l’incertezza e la discrezione nel configurare la natura tirannica di un governo rendono l’intervento bellico in uno Stato da parte di un altro Stato propter tyrannidem inaccettabile per la maggior parte dei giuristi di diritto internazionale.”

Aldo Andrea Cassi - La morte di Cesare - Painting by Vincenzo Camuccini
Aldo Andrea Cassi – La morte di Cesare – Painting by Vincenzo Camuccini

L’autore cita l’intrigante termine “democratura che varrebbe anche per il tiranno turco Erdogan, quando fu coniato per il suo omologo ungherese Viktor Orbán: esso “rende bene l’innesto di un governo di fatto dittatoriale (e, tramite continui slittamenti istituzionali, tale anche di diritto) su una base di consenso popolare espresso con elezioni politiche.– e questo rende il problema del tirannicidio sempre meno facilmente analizzabile.

Se l’eliminazione di questi dittatori diventa sempre meno probabile, “viste le misure di sicurezza che li circondano”, si può però citare il caso di Indira Gandhi che fu assassinata da due sue guardie del corpo, che intesero con questo vendicare la repressione perpetuata dal suo governo ai danni del popolo sikh, a cui esse appartenevano.

“… si snoda, come abbiamo visto, un lungo alveo in cui scorre il flusso di teorie, dottrine, ideologie che attestano lo sforzo della cultura occidentale di ‘filtrare’ e ‘governare’ attraverso il diritto anche fenomeni ‘estremi’ di violenza, come la guerra e, appunto, il tirannicidio.”

La lettura del saggio è stata appassionante perché la sua scrittura brilla a ogni passo. Non ho potuto evitare di fare una sua sinossi, avendo l’intenzione di capire cosa significhi per me il giustificare l’uccisione di un uomo per una qualsiasi ragione, fosse anche quella di liberare un popolo e d’impedire la morte di numerosi individui.

Non riesco però a darmi ancora una risposta. Se qualcuno mi chiedesse se ucciderei il mio prossimo al fine di salvare la vita a una persona da me amata, io risponderei, con una certa titubanza, che certamente lo farei. Ma ci dovrei pensare su!

Assassini non si nasce, ma lo si può diventare e questo rientra nei mali del mondo, non in alcuna forma di diritto né sacro né umano. Se ammazzassi qualcuno per difendere me stesso o un mio caro, sarei giustificato logicamente ma non so, in quale misura, eticamente: dipenderebbe da caso a caso. Resterei un assassino e credo che, per tutta la vita, rimarrei col rimorso d’aver compiuto quell’immondo delitto.

Questo vale per ogni specie di crimine, almeno per me, per gli altri non so. Ognuno deve decidere da sé. Io provo pena per ciascuno dei tiranni uccisi di cui si è parlato nel saggio.

Quello che accadde a Mussolini e a Ceausescu rientra nella barbarie che acquisisce una giustificazione soltanto perché occorsa in momenti storici così tragici che hanno reso l’uomo immemore della sua humanitas. L’ultima frase di fatto è un interrogativo, a cui non so rispondere con logica certezza.

Ciascuna di queste vittime, già carnefice, è diventato una specie di martyr, un testimone dell’atroce natura dell’uomo, che non è né migliore né peggiore della fiera che assale un suo simile al fine di far valere il proprio diritto al comando.

La domanda che vorrei porre a chi mi legge, nonché all’autore del saggio è: esiste una discriminante assoluta per cui diventa giusta l’eliminazione di una vita umana? Se la risposta è sì, ne consegue che è possibile istruire in tal senso una I.A., a cui, secondo quanto assicura il filosofo Luciano Floridi, di cui sto tentando di capire il complesso saggio Etica dell’intelligenza artificiale, interessa unicamente il risultato e non la comprensione umana (umanistica) di un problema.

Pongo un caso pratico, per farmi comprendere meglio. Tu sei un ucraino e sai che, pigiando il bottone di un mouse, oppure con un semplice touch su un punto preciso dello schermo, colui che è storicamente e irrimediabilmente responsabile dell’uccisione di un numero altissimo di ucraini, sarà a sua volta ucciso.

Cosa decidi? Intendi premere o no quel tasto, desideri toccare o no quel punto dello schermo?

O lasci che sia il tuo personal (in maniera non random si spera) a elaborare la risposta?

Esiste una risposta assolutamente etica a riguardo? Cosa ne penserebbe Cesare Beccaria?

Ha ancora senso perdere del tempo ponendosi tali domande, o è più saggio rivolgerle a una macchina il cui responso sarà puntualmente esatto e immediato, e non disturbato da umane distrazioni?

Alla mente di ognuno l’ardua risposta.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Aldo Andrea Cassi, Uccidere il tiranno, Salerno Editrice, 2022

 

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