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“Iron Project” di Stefano Pierotti: la vita fiorisce da ferro e fuoco

Il rapporto di Stefano Pierotti con il panorama arte, a causa di molte dinamiche commerciali, di biechi risvolti politici e divulgativi, è, da sempre, causa di conflitto interiore.

Stefano Pierotti
Stefano Pierotti

Sin da fanciullo, infatti, i momenti trascorsi nell’atelier di uno zio artista lo “ubriacano” di bellezza, di forme, della forza del linguaggio plastico, inebriando il suo temperamento; nel contempo, però, gli aneddoti poco felici, su accadimenti collaterali all’amore per la creazione, che il parente gli propone, lo allontanano dalla sfera più alta delle esperienze artistiche.

Tutto ciò ribolle dentro di lui ma, infine, la sua innata predisposizione nei confronti di “guerra e pace”, con materia e idea, si trasforma, in età matura, nel salvifico fìo, ove dirimere se stesso, e ha la meglio.

“Il mio libro s’apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici.”  – Italo Calvino

Iron Project” nasce nel 2020, da un istante fotografico, in cui migliaia di individui “scorrono”, confusi, sulla terra, ammantati da un mesto oblio: l’occhio e l’animo di Stefano Pierotti vengono, allora, tristemente colpiti dalla spersonalizzazione, che scandisce il lento e vivo flusso esistenziale e che sembra avvincere i numerosi animi.

L’autore di Pietrasanta ivi percepisce il senso della disfatta, l’annichilimento dell’essere umano e della dignità di quest’ultimo.

Decide, così, di concretare, a modo proprio, quel fermo immagine: nella sua fucina, fatta di ferro, impegno fisico e mentale, fuoco… ha genesi la verità estetica di questa certosina fatica.

L’intenso calore della fiamma si mescia al sudore della fronte, mutando in lacrimosa e calda acqua, che, vaporosa, battezza un suolo ferreo e greve: lì, sembra risolversi in cauto magma che, sinuoso, plasma, irrita e solleva la terra.

Iron Project - Opera 19 di Stefano Pierotti
Iron Project – Opera 19 di Stefano Pierotti

Appaiono indi, al ciglio dell’osservatore, illimitate e rugginose distese, che accolgono l’alba di inespressi e sottili spessori.

Lo scultore li ammannisce sul crudo desco, come inconsapevoli carte da gioco: solo un impercettibile fiato passa, tra l’uno e l’altro velo.

Eppure l’autore sembra infondere, addentro quella tavola dall’aspetto isolato e lunare, una forza intrinseca, che divelle la quiete materiale e apre fiorite soglie.

Gemmano così nuovi “archetipi umani”: dall’essenza irrompono allora abitazioni, eloquio di inedita vita. Sfidano, vincendo, la ragnatela dei dictat, imposti da qualunquismo, pochezza e sterilità.

Così le città felici appaiono, reali, come conoscenza nuova: la rivalsa e l’attaccamento alla vita si manifestano come pieno e necessario pensiero.

Stefano Pierotti ha elargito, al pubblico, stagioni scultoree amabili e sinuose, alternandole con altre “pop” ed altre più impegnate concettualmente.

Tra queste ultime, l’opera “Oltre le radici” è stata oggetto di un singolare episodio. Alle porte di Lucca è collocata un’imponente pianta in cor-ten, che trapassa un’estesa parete, le cui foglie rappresentano il cambiamento, intrapreso dagli abitanti lucchesi, abbandonata la terra natia alla volta di altri luoghi, costretti dalla necessità.

Lo scultore, recentemente, vi si arrampica per mutilarla: taglia proprio quei segmenti, per contestare il senso di proprietà di un’opera d’arte. L’autore vuole sottolineare il fatto che la paternità di un’espressione artistica lega, indissolubilmente, l’artefice all’operato. Ciò comporta un doveroso rispetto di entrambi, anche dopo che il “committente” la riceve in consegna. In questo caso sono mancati, per l’appunto, riguardo e considerazione, sin dall’inizio.

Oltre le radici - Opera di Stefano Pierotti
Oltre le radici – Opera di Stefano Pierotti

Oggi è domenica, domani si muore”, celebre poesia di Pasolini, corona il gesto di Stefano Pierotti: a grandi e candide lettere, egli imprime questa giustificata intemperanza.

Lo scultore si “accanisce” così, per manifestare l’amarezza, causata da questo atteggiamento lassista e irriguardoso, rivolto nei suoi confronti.

Di fatto, le sue mani carezzano soavità e asprezze personali, sporcandosi e ferendosi, di quel rovente amore.

L’autore paga infatti un amabile pegno, per essere se stesso: quel castigo infertogli dall’esistenza lo sublima quale artista di preziosa sensibilità umana e stilistica.

Laddove interviene il dubbio, nasce altresì la rinascita, e individuale e artistica.

Italo Calvino, ne “Le città vuote”, docet… mai smettere di provare a cercare la città felice!

 

Written by Maria Marchese

 

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Blog Il Rapinoso Scrivere

 

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