“Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli: la condivisione di gioia e sofferenza

Camere separate” è un romanzo difficile, non da leggere, ma da reagirci in modo consapevole, Bello? Interessante? Sono a circa un terzo e ancora non ne ho la più pallida idea. Forse basta solo provarci e qualcosa ne esce.

Camere separate di Pier Vittorio Tondelli
Camere separate di Pier Vittorio Tondelli

A Gino Ruozzi, che me l’ha consigliato, ho appena scritto: “Sto leggendo Camere separate, non so se ha senso definirlo bello o interessante. Mi ricorda, anche se non so ancora perché, il libro forse più amato, Dissipatio H. G. di Morselli, e anche quelli meno amati ma ugualmente interessanti delle tre trilogie di Antonio Moresco”. Sono delle vaghe impressioni che potrebbero non avere una vera e propria ragione. A Gino “Camere è piaciuto nel senso di bello, tema difficilissimo e trattato con amore.”

Leo è un uomo normale che è diverso dagli altri: “Sia i vecchi amici, sia lui, pagano le tasse, fanno le vacanze estive, devono pensare all’assicurazione dell’automobile. Ma quando si trovano occasionalmente a parlarne lui capisce che, nelle rispettive esistenze, rivestono ruoli assolutamente distanti.” – principale differenza: lui “ha una disponibilità di tempo che gli altri non hanno. E già questo è diversità. Svolge una professione artistica che anche i suoi cosiddetti colleghi svolgono ognuno in un modo differente. Anche questo accresce la sua diversità. Non è radicato in nessuna città. Non ha una famiglia…” – non è familius di alcuno, a nessuno deve render conto, solo a sé.

La narrazione è in terza persona ed è al presente. “Immagina Thomas camminare nervosamente nell’atrio degli arrivi internazionali, su e giù, controllando il proprio orologio e gli orari previsti per il suo atterraggio.”

È un’insidiosa illusione: “Thomas è morto. Da due anni ormai. E lui è sempre più solo, più solo e ancora più diverso.”

Ed Hermann? “Con Hermann è finita. Non sarei qui se avessi avuto anche una sola speranza di rimettere insieme la nostra storia. Probabilmente lo amerò sempre. E lui questo lo sa. Ma voglio liberarmi di lui. Solo un pazzo tenterebbe di…” – va bene, Leo, stai tranquillo…

“… i due creano un linguaggio fra i propri corpi, un codice che nessuno può al momento decifrare poiché non ne conosce la parola chiave, attrazione.”

Sono i segni che ci governano. Noi li inventiamo e loro finiscono per dominarci. “Le parole, nella loro sofisticatezza biologica, potrebbero solo confondere un momento che non si esprime attraverso alcun linguaggio se non quello, ficcato nel più profondo della corteccia cerebrale, della lotta per la vita.” – i gesti che conducono a sfiorare l’Altro come per caso. Ed è quel caso ti conduce ogni volta al tuo destino.   

Leo rivedrà Thomas dove quest’ultimo ha deciso che dovrà accadere (a un concerto, insieme a troppa altra gente). Leo lo scorge e “sente un’ondata di tenerezza salirgli dentro.”

Alla fine della serata, Thomas gli dice: “Vieni. Ti prego. Io voglio che tu entri nella mia casa.” – offerta che non gli è più consentito di non accettare, ormai.

“… l’amore è unico, pensa Leo, e comprende in sé Hermann, o il suo ricordo, e ogni esperienza di là da venire. L’amore è assoluto, non si può comandare, accelerare, evitare, guidare. L’amore è totalità e pienezza…” – ed è illusione, è realtà, è finzione, è verità.

“Aspettano in silenzio che l’uomo esca. Rimasti soli Leo si siede sul letto e gli prende la mano portandosela al viso.”

Se ci si pensa la candela è il simbolo della vita. In cilentano u micciu, lo stoppino della candela, è anche la punta del cazzo. Il quale si erge, splende, domina, soccombe, si spegne, sparisce insieme a tutto il cerume.

L’ultimo (e quasi eterno) incontro acuisce il distacco fra i due. “Leo è imbarazzato per la propria integrità fisica…”, quando Thomas gli ha appena sussurrato “Ho avuto tanta paura di morire.”

Il passato incombe da ogni parte, anche dal futuro a volte: “Alzò gli occhi verso la notte e improvvisamente fu in orbita. Tutto scoppiava attorno a lui. Era all’interno di un proiettile sparato nello spazio che andava sempre più forte, che bruciava milioni di…” – e alla fine “era solo, perduto a velocità interstellare, nel buio del firmamento, sparato sempre più lontano, sempre più distante, per sempre.” – così si finisce per pensare in quei momenti.

“Era l’angoscia. Ma un’angoscia differente da quella che quasi lo aveva ammazzato alcune ore prima. Era accaduto che avesse provato, nella propria sostanza biologica, la solitudine cosmica, la confusione, il Nulla.” – il non appartenere a nessuno è la più disperata fra le libertà consentite.

“Conservava nel profondo le cicatrici e le fratture dell’altro. E ogni tanto, seguendo le regole come un bravo scolaretto, le riapriva e le cambiava di luogo. E solo in questo spostamento della frattura primaria e assoluta lui riuscì ad avere un po’ di pace.” – e qui termina il Primo movimento: verso il silenzio.

E subito appresso inizia il Secondo: Il mondo di Leo. Leo che va, più che solo, unico nel cosmo. “Non ha fissato una meta precisa”. Va dove lo porta chissà che. Che sia il cuore? Quello sta sempre lì, siamo noi che portiamo lui. O gli si sta appresso e ogni tanto lo si guarda negli occhi, e lo sguardo sarà sicuramente ricambiato, oppure di Leo-Pier Vittorio vediamo soltanto la nuca e non capiremo un tubo.

“Ha comprato un biglietto chilometrico valido tre mesi. Ha radunato il suo bagaglio in tre sacche. Ha portato con sé un solo libro che intende leggere, riga dopo riga, come i versetti della Bibbia…” – e ha con sé altre piccolezze, con cui inizia “la sua spedizione oltre i confini del corpo di Thomas.”

In Renania, che sta ora attraversando, spuntano i ricordi di Thomas. Di quell’altra vita, in cui aveva dormito con lui “alla Deutsche Eiche”, dove si svolgeva “quella sera, come migliaia di altre sere” una specie di “rito di comunità”, da cui “Leo si sentiva profondamente escluso ma che, nello stesso tempo, gli apparteneva”, che era il “modo in cui una minoranza risolveva il problema della propria diversità.”

Leo, preso da impegni legati alla sua attività, visitava Colonia insieme a Thomas, che non presentava in alcun modo a nessuno: era soltanto suo, non era da condividere. E quelli “non capivano bene il ruolo” di quel giovane. “Né l’uno né l’altro rientravano nei luoghi comuni sull’omosessualità. Non erano teatrali, non erano sgargianti, non erano volgari, non…” – non erano null’altro che se stessi.

“… Leo non aveva mai creduto al valore dell’accettazione. Non gli importava, teoricamente, essere accettato né legittimato da nessuno. Era in se stesso che traeva valore e legge. Non dall’esterno…” – ti capisco Leo, ci sono passato anch’io. Ma non ti nascondo che ero confuso, come lo sei tu, forse anche adesso lo sono.

Thomas mutò questa situazione: “Leo infatti non si presentava più all’esterno come Leo, ma come Leo-con.Thomas. Non viveva più solo. Era con un altro. E il mondo doveva prenderne atto.”

L’amore è un’altra illusione, come lo spazio, il tempo, il movimento, come tutto. “Ma l’amore ha bisogno del mondo, per potersi affermare e Leo sapeva come la felicità avesse bisogno di restare mondana per potersi appagare.”

Brutto è quando uno sogna e d’improvviso si ritorna al presente.

“In realtà lui sta fuggendo. Non c’è nessun luogo che intende consapevolmente raggiungere. Nessuna persona che desidera incontrare. Niente che voglia fare.”sta cercando un rifugio, ormai s’è capito.

I ricordi, anche quelli terribili, salvano dall’angoscia di quel momento. Era piccolo, “in braccio a sua madre”, a veder un film alla televisione. Argomento allegro: un campo di concentramento. “Durante la notte i suoi occhi erano rimasti sbarrati nel buio, il respiro silenzioso e trattenuto per non farsi scoprire, il corpo accartocciato dalla paura.”

Si sentiva circondato dal giudizio altrui, come se fosse il presunto colpevole di quell’atrocità: “Io non ho fatto questo. Non è mia la responsabilità di un campo di sterminio…”

Torna l’infame presente: “Vorrebbe spiegare che sì, Thomas gli manca e di questo sta soffrendo. Ma che non avverte la propria solitudine come una disperazione, si sta concentrando su di sé, si sta racchiudendo nelle proprie fantasie e nei propri ricordi. Sta cercando di abbracciare la parte più vera di se stesso recuperandola attraverso il ricordo, la riflessione, il silenzio.” Ovunque egli sia, “sta continuando a vivere senza Thomas, Leo senza Thomas. È inconcepibile. Significa una cosa sola. Anche Leo è morto.” e al contempo “a uccidere, giorno dopo giorno, quell’unità armonica che si chiama Leo-e-Thomas e che ora non c’è più e non potrà più esserci.”

Quando si crea un vuoto, dell’energia che sembra passare di lì per caso, magari fischiettando, ti crea un pieno nuovo di zecca.

“Se l’abbandono di Hermann l’aveva spinto verso il pellegrinaggio solitario e l’interiorità, la separazione da Thomas lo spinge verso la religiosità e la sacralità dell’umano.”

Egli “sapeva, fin dall’inizio, che mai lui avrebbe potuto essere ‘tutto’. Per questo chiamava il loro amore ‘camere separate’. Lui viveva il contato con Thomas come sapendo, intimamente, che prima o poi si sarebbero lasciati. La separazione era una forza costitutiva della loro relazione e ne faceva parte analogamente all’idea di attrazione, di crescita, di desiderio sessuale. Era una consapevolezza che se non impediva l’abbandono, lo rendeva più umano, con Hermann mai aveva sentito la morte così vicina al suo amore. Con Thomas sentiva la morte solo in relazione alla vita…”un’eternità fatta di attimi caduchi, a tempo determinato e intermittente.

“Erano in guerra contro i valori della società e contro la normalità. Erano ribelli e si sentivano diversi. La loro relazione era precisamente una guerra separata.”

Mentre l’abbandono di “Hermann lo aveva buttato in braccio a Thomas.”, ora la morte di “Thomas lo lascia completamente solo, senza nessun desiderio di ricominciare.”

Forse che Hermann era una casualità che, pur formidabile, necessariamente sarebbe scaduta? Forse che Thomas era l’ultima possibilità di rinunciare a sé come unica e disperatamente sola ragione di vita?

Urge fare silenzio, ché di nuovo incombe il presente. Leo è a casa coi suoi, è la Vigilia di Natale. Leo “preferisce l’anguilla. Solo in queste ore dell’anno, e per una volta soltanto, lui ne mangia una piccola. Lascia il capitone a suo padre e il salmone a sua madre. Sente il profumo della sua infanzia o quantomeno l’odore della tavola della vigilia. Non vuole evolversi, non vuole migliorare. Tutto lo spinge all’indietro, verso le tradizioni della sua famiglia. Così anche la piccola bruciacchiata, sapida, anguilla diventa un simbolo. Poiché, da quando Thomas è morto lui sa vivere esclusivamente di simboli.” – si è sempre convinti che il sacro per manifestarsi richieda un simbolo, una parola d’ordine, un lasciapassare. Leo è stufo del profano. E s’illude che possa esistere qualcos’altro.

Il passato sta suonando le sue trombe di ghisa arrugginita: “… il motivo più profondo della sua angoscia era il fatto di aver visto Thomas, la persona che più amava nella sua vita, incapace di vivere da solo, di continuare in modo autonomo.”

Era un batterio, che conteneva un virus. Leo era l’organismo in cui questi due esseri inferiori si erano installati, forse per l’eternità. O forse no. Qualcosa sarebbe prima o poi accaduto.

Leo maltrattava (in quell’increscioso spettro temporale) Thomas, perché non serviva a nulla, non poteva collaborare, se non col suo corpo, era come una puttana. Non so se gli disse questo, ma di sicuro lo pensava. E qualcosa gli fece capire.

Thomas “accese un fiammifero. Lo accostò al viso di Leo e gli disse sottovoce, ma fermo: ‘Io ti ammezzerei Leo, giuro che in questo momento ti darei fuoco. Si fermò col fiammifero acceso accanto ai suoi capelli. Leo spinse le labbra verso la fiamma incapace di parlare, fradicio di lacrime. ‘Ma il fatto è che anch’io, Leo, vorrei morire insieme a te.” – a volte anche i batteri s’affezionano a chi stanno, giorno dopo giorno, con infinita pazienza, infettando.

Ora, parola caduca: “Leo cammina solitario lungo i portici del paese. È costretto a salutare

quasi ogni persona che incontra, poiché conosce tutti e tutti lo conoscono” – si scambiano le password dialettali, che sono da tutti condivise.

Ricordi di quel che fu e che continua ad attorcigliarsi alla sua esistenza: “Anche la Madonna aveva portato, appena adolescente. Una statua issata su un trono di legno massiccio. Aveva ricevuto un solo cambio lungo la durata del percorso…” – e non ce la faceva più, ma seppe resistere e alla fine non fu orgoglioso di sé, “ma si sentì profondamente umiliato, proprio ferito nell’intimo, per essere stato costretto a sopportare qualcosa contro la sua natura, per essere stato obbligato a dimostrare agli altri la cosa più stupida e insignificante di questo mondo, e cioè che lui era uguale a loro. Tanta fatica per qualcosa che per lui non rivestiva alcun valore.”

Ti capisco Leo, ci son passato anch’io. Ci sono vari modi di reagire a questo senso d’estraniazione. Ognuno deve individuare il suo. Io ci sono riuscito col mio. Qual è stato? È un segreto che porterò ahimè nella tomba, un simbolo, che mi permette talvolta di accedere al sacro. Se lo comunico, è finita.

“… quello che lo sosteneva, quello che ora ha perduto, quello che non lo ha mai fatto sentire veramente solo, era il suo immaginario.” – nel mio caso era il fondare un mondo in cui nulla dipendeva dall’Altro, e che perciò non esisteva se non dentro di me, un’illusione che funzionava da anestetico.

In un presente insensato, incontri Hermann, e fai con lui quello che facevi prima di incontrare Thomas, poi Hermann se ne va, vi salutate. Magari la prossima volta giocherete a Risiko, oppure a squash. Tutto scorre, anche lo sperma e le tessere del domino.

Frequenti un locale di spogliarellisti che ti danno lo stesso sollievo di un film porno, ché se non ci fossero occorrerebbe girarli… “Anche ora, sul lettino di quella specie di ambulatorio della perversione lui avverte lo stesso senso del limite oltre il quale c’è solo, se Dio vorrà, la perdita di coscienza. Sente il suo cazzo eretto, potente, pieno di sangue pronto a schizzare, ma come bloccato, come dovesse svuotarsi e non ci riuscisse…” – e quando si è in erezione, il mondo intero pare sospeso altrove, al di fuori del proprio membro, che è l’ago della bussola che ti conduce dove vuole lui.

Su un aereo incontri un ottantaduenne che ti dà l’idea “che non avesse più di sessant’anni”, che ti dice che era stato un buon cultore di se stesso: “Non ho mai bevuto alcolici e ho sempre condotto una vita sana, nonostante abbia servito in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Brasile. Ho sempre giocato a tennis e fatto movimento. E a che cosa è servito tutto questo? A portare, un giorno, mio figlio qui sotto. Solo a questo è servito.”

Il figlio dopo pochi mesi di cancro è morto. E ora stava nella stiva dell’aereo, insieme alle valigie.

Leo si sente “un torturatore” e “la vittima designata di quell’aguzzino che porta il suo stesso nome. Hermann, Thomas o chi altro sono solo gli strumenti di una sevizia che lui si sta infliggendo da quando ha preso coscienza di sé: e cioè del proprio bisogno di annullarsi e di morire. La sua esigenza di felicità e di amore ha ucciso gli altri; lui non ha saputo né contenerla, né dirottarla, né giocarla con capacità. Con Thomas non è morto solo l’amore, ma anche la sua, personale, strategia dell’amore.” – sono sciocchezze, non credi?, ma l’importante è confidare in qualcosa, per sentirsi vivi. Il vecchio è “un padre orfano”, lui è “un amante vedovo”.

L’ultima fantasia: “… tanto il vecchio quanto il giovane stanno facendo rotta, con i loro cadaveri sotto ai piedi, verso quel luogo algido in cui la vita appare nient’altro che il vuoto lasciato da un paradiso corrotto e perduto per sempre.”

Per fortuna, domani comincerò il Terzo movimento. Camere Separate.

Pier Vittorio Tondelli - Photo by Voce.it
Pier Vittorio Tondelli – Photo by Voce.it

Il passato è il caos, un abisso in cui il parapendio ci porta a svolazzare e a sbattere contro la parete della montagna da cui ci eravamo librati, nella convinzione d’aver finalmente scovato la via di fuga.

Scrivere è scappare via. Leggere è fermarsi, per poi fuggire per la tangente. Mai più mi legherò seriamente, almeno fino al prossimo scrittore-amante. Che poi abbandonerò, dopo averlo sedotto a modo mio, come già mi capitò con gli altri.

“Thomas gli si buttò fra le braccia, ancora sul pianerottolo e gli disse: ‘Io voglio restare a vivere con te.”: così disse il giovane e bel batterio all’organismo che però: “Non aveva una risposta a tutto questo. Ma era sicuro di una cosa. Che non voleva vivere nella stessa casa, nella stessa città in cui Thomas viveva. Voleva continuare a essere un amante separato…”

Il batterio fuoriuscì dall’organismo, e “questa volta Leo non lo accompagnò, come al solito, al treno. Si alzò solamente per chiudere la porta dell’appartamento con un doppio giro di chiave.”

Cominciarono a scriversi, e “ormai quotidiano era diventato il loro scambio epistolare…” – ricordo che quell’amore era cominciato con qualche strusciarsi casuale e silenzioso.

“… stavano dirottando, su quelle lettere, il loro desiderio di essere amanti. Lo deviavano dalla sfera sessuale a quella del linguaggio…” – e un avverbio non ha lo stesso peso d’un abbraccio, le rispettive sintassi sono diverse, impossibile confrontarle e decidere quale sia la migliore.

“… la piccola frase che si trovò a scrivere in una di queste lettere fu ‘camere separate’. E spiegò a Thomas che avrebbe voluto, con lui, un rapporto di contiguità, di appartenenza ma non di possesso.” – erano associati, ma ognuno libero di interagire liberamente con gli aspetti della vita. Erano dei microscopici quark uniti dal medesimo gluone, incollati l’uno all’altro, a rispettosa distanza, in un avvicinarsi e un allontanarsi gestito dal loro elastico esistenziale.

“… ogni anno avrebbero trascorso la primavera e l’estate insieme, viaggiando” – Thomas era un’influenza stagionale che, se non ci fosse, non avrebbe concesso la giusta vacanza dallo studio (così era per me, quando frequentavo la scuola).

Leo assicurava che “a camere separate” gli “sarebbe stato fedele fino alla morte.” – di chi si sarebbe poi visto.

“Forse ‘camere separate’ era un’illusione, forse fin troppo turistica, che la sua idea dell’amore corrispondesse a quella delle canzoni e dei libri. Ma quale altro tipo di amore poteva esistere?” – a ognuno il suo modello e la sua misura, come capita per preservativi e reggiseni. Il problema è che non sempre si condividono con le persone amate.

Thomas, un po’ lamentoso, dice: “Ci sono momenti terribili in cui tu mi respingi. E altri, in cui, altrettanto improvvisamente, desideri la mia compagnia.” – una passione a intermittenza: “Devo esserci e poi scomparire. Se una sola volta io ho bisogno di te, e ti cerco, e questa mia ricerca non coincide con il momento della tua testa che mi chiama, allora sono fuorigioco. E non posso farci niente. Devo andarmene o farmi maltrattare.” – di solito un cucciolo di cane gode di maggiori diritti.

“Tu mi vuoi tenere lontano per potermi scrivere. Se io vivessi con te, non scriveresti le tue lettere. E non mi potresti pensare come un personaggio della tua messinscena…”

Thomas, a casa sua, cominciò una convivenza con una ventenne di nome Susann. Leo “diventò furioso. Si sentì tradito, soprattutto umiliato.” – era come se Giulietta fosse andato a convivere con una donna. A Romeo sarebbero scappati i cavalli dalla rabbia!

“E con lei Thomas si sentiva felice, proiettato nel futuro, mentre con Leo era costretto a discutere continuamente, a subire, soprattutto a patire troppo dolore.”

Chi doveva scegliere? Thomas amava ambedue. “Ma Susann gli avrebbe vissuto accanto, Leo no. Per questo aveva scelto di privarsi di Leo.”

Leo accetta questo storia di amori multipli e a distanza. Non è poi la fine del mondo, ognuno nella sua città, nella sua camera.

“Leo e Thomas si amano, in pace, proprio da quel momento in cui hanno sentito l’impossibilità del loro amore. Si amano, perché si sono già lasciati.”

Dopo tre anni dalla definitiva assenza di Thomas, spezzato ormai l’elastico, Leo “si rende conto di non aver mai fatto realmente all’amore con nessuno.” – la sua passione non era mai abbastanza forte da creare quel legame stretto che permette quest’illusione.

“… per tutti questi anni lui si è mantenuto in vita cibandosi delle spoglie mortali di Thomas, dissetandosi con il suo sangue, sfamandosi con la sua carne squarciata come un qualsiasi insaziabile predatore di carcasse della savana.”

Un amico, uno dei tanti, chissà se il migliore, Rodolfo lo ospita a casa sua e gli presenta dei ragazzi giovani, uno dei quali, Eugenio, non dispiace a Leo.

“Eppure Leo sa di non essere innamorato di Eugenio. Desidera la sua compagnia, la sua conversazione, quel suo modo attento di…”

Alla domanda Cos’è l’amore? si può rispondere in mille modi, anche con una risata o un mezzo ammiccamento.

“… Leo pensa che chi ama veramente gli uomini e il mondo intero, gli alberi, i fiumi e gli animali, quell’unico uomo è l’eremita. E lui, a suo modo, è un monaco. Questa è la sua diversità.” – come quel tale che, nel chiedersi se fosse un uomo o una farfalla, s’inghiottì un moscerino, senza manco accorgersene.

“Leo e Thomas hanno partorito, con dolore, almeno un figlio. E questo figlio espulso nel mondo, che pensa e agisce, è oggi il trentatreenne Leo.” – al quale consiglio vivamente la vasectomia, prima che combini altri danni.

Leo vivacchia quale ora oziosa con Eugenio, “dopodiché Leo raggiunge il suo letto separato e si addormenta guardando, oltre la fessura della vecchia porta di legno, la luce filtrare dalla camera di Eugenio.”

Siamo all’agnizione finale, dove non c’è nessuno meritevole di tanto onore, se non se stessi: “Leo riflette come forse non ha mai fatto prima, sul fatto che la sua vita è ormai troppo indistricabilmente legata allo scrivere; e che questa sola cosa gli importa ed è questa, non lui, a dirigere gli spostamenti interiori della sua vita.”

Lo scrittore è un ricercatore del proprio particolare significato: “… lui è diverso e si deve costruire una scala di valori partendo proprio da questa sua diversità”.

Chissà se è nato prima l’uovo o la gallina, o il gallo che l’ha messa incinta?

“La sua diversità, quello che lo distingue dagli amici del paese in cui è nato, non è tanto il fatto” – anzi, i fatti che rendono la sua sorte diversa da quella degli altri; ma è “proprio il suo scrivere, il idre continuamente in termini di scrittura, quello che gli altri sono ben contenti di tacere.” – che non sanno nemmeno che lo stanno tacendo.

“La sua sessualità, la sua sentimentalità si giocano non con altre persone…” – che hanno la funzione di accidenti che occorre scansare, “ma proprio nell’elaborazione costante, nel corpo a corpo, con un testo che ancora non c’è.”

Scrivere è un parlare a bassa voce, ostinatamente, a se stessi e ha una sua bipolarità, un segno di pazzia: non capire se dopo il primo Altro (je est un autre), seguiranno dei suoi confratelli, senza di cui scrivere è farsi una sega e poi un bidè.

Ogni scrittore, ogni bipede implume, ogni anima senziente “si sente in via d’estinzione”.

Senti ora che commiato: “Nonostante siano trascorsi tanti anni, o solo un’ora, ricorderà il suo amore e rivedrà gli occhi di Thomas come li ha visti quell’ultima volta. Allora saprà, con una determinazione anche commossa e disperata, che non c’è più niente da fare. Si avvierà alle sue cure, cambierà letti negli ospedali, ma saprà sempre, in qualsiasi ora, che tutto sarà inutile, che per lui, finalmente, una buona volta, per grazia di Dio onnipotente…”

La parte finale si congeda dall’ipocrita lettore con un deprecabile “dirsi addio” – e io m’incazzo, non l’accetto.

Scrivo a Gino: “Stamattina ho finito Camere separate. Sto reagendo come era facile intuire. Grazie di avermi ricordato di questo autore che lessi tanti anni fa e di cui mi ero dimenticato. Ora credo che non capiterà più. Grazie anche a te, Pier Vittorio. Sappi che non mi sentirò mai vedovo di te. Semmai un buon condomino, la cui dimora è sullo stesso pianerottolo.”

Poi ingurgito, a mo’ di sciroppo necessario a una gola infiammata, vari giudizi critici, tra cui quello in cui un critico qualsiasi e blasonato al contempo scrisse: “Tondelli si dimostra uno scrittore maturo (come è scritto nel risvolto della copertina): ma ciò nel senso che si dimostra per sempre, superando i nostri dubbi dell’inizio, uno scrittore, comune, cioè un piccolo scrittore.” (La Stampa, 29 luglio 1989).

Lo stesso dirà, dodici anni dopo, in un suo “intervento al Convegno dedicato allo scrittore, in occasione dei dieci anni dalla morte”, dopo aver ammesso che la sua “era stata una lettura frettolosa e una liquidazione non motivata”, che “Tondelli è uno scrittore certamente grande: la sua grandezza è più grande delle opere che ci ha lasciato. E se paradossalmente delle sue opere possiamo fare a meno, certo non possiamo rinunciare ai suoi insegnamenti.” – che è come dire che Pier Vittorio era tutta testa, tutta nuca, e che è morto troppo presto.

La banalità non è mai paradossale. Pier Vittorio Tondelli è volato via a 36 anni e sono certo che Colà sta continuando a creare nuovi e originalissimi capolavori.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani, 2016 (ristampa 2021 – pubblicato dalla stessa casa editrice in prima edizione nel 1989)

 

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