“Scienza ritegno” di Antonio Pilato: l’atemporale scissione e perdizione

Gli esordi particolarmente promettenti generano nel lettore aspettative di pari livello, attesa di nuove pubblicazioni da divorare, sbranare, spolpare, spesso vivisezionare alla ricerca del possibile vulnus o di un appagamento adeguato e proporzionale ai tempi e all’intensità dell’attesa.

Scienza ritegno di Antonio Pilato
Scienza ritegno di Antonio Pilato

Incubi grotteschi di esiliati sognatori (che ho letto e recensito con grande soddisfazione) sono stati un esordio di questo tipo, ma Antonio Pilato (Ravenna, 1990) ci ha spiazzati e l’attesa non è stata poi così lunga, come a volerci dire “Bando alle ciance!”.

Ho da poco tra le mani il suo secondo libro, Scienza ritegno, con prefazione del regista e scrittore Michele Caricola e ancora edito da Mario Vallone Editore. L’immagine di copertina, ancora un animale, nero, si coordina con quella del primo libro e ne collega, dunque, già da subito modi narrativi, tematiche di fondo e contenuti, ma in quest’ultimo caso solo la lettura avanzata ci richiamerà alla mente nomi e luoghi già incontrati.

Zacarias è l’emblema della “lotta fra coscienza e incoscienza, fra bianco e nero, fra certezza e dubbio”. Mentre lui stesso ammette di percepire “una strana oscurità… un’oscurità sempre più grande, profonda,” ecco che anche intorno si ravvisano nefasti segni premonitori e “il cielo, sempre più grigio, si estendeva in una cortina di nuvole malvagie”.

La formazione di Antonio Pilato (laurea in Scienze del Comportamento e delle Relazioni Sociali nel 2013 e in Psicologia delle Organizzazioni e dei Servizi nel 2015)  offre all’autore su un piatto d’argento casi  di studio e modelli interpretativi che, insieme a un’attenta osservazione del quotidiano, accanto alla pratica psicopedagogica, nutrendosi delle migliori letture del genere weird, porta alla creazione di una novella perfettamente assorbente, tanto normale e piana, inizialmente, da farvi scivolare irrimediabilmente dentro il pur cauto lettore.

Così si diventa un tutt’uno con Zacarias Carrasco, operaio presso la fabbrica Automotora di Alma, ma appassionato di studi, condotti in totale autonomia soprattutto nella biblioteca della città in cui risiede. L’incappare in maniera accidentale nel termine scoptofobia (timore di essere osservato) sembrerebbe essere il quid che avvia le vicende narrate, solo apparentemente sviando il protagonista dall’ambito di studi consueto, ovvero se la percezione riesca o meno ad andare oltre il sensoriale, intercettando l’effettiva presenza di chi si cela nell’ombra.

Col suo stile, già delineato negli Incubi grotteschi, indulgendo a sempre generose e dettagliate descrizioni dei luoghi, degli spazi, di dettagli minuziosi, importanti o meno, l’autore riesce a tenere il controllo della situazione e a far avere al lettore la percezione di essere anche lui capace di tenere dei saldi punti di riferimento nella storia.

Ma più ci si addentra nella lettura, più si scopre che non è così: leggendo la lettura che Zacarias fa dello strano libro trovato in biblioteca, “Kopèo vittima di Phóbos, L’osservazione deturpata dalla paura”, ci rendiamo conto che via via si sgretolano le sicurezze, si insinuano i dubbi e il controllo (tema centrale della narrazione e della metastoria) non è “un argomento così banale” come poteva apparire.

Reazioni repentine, incontrollabili, emergono vieppiù frequentemente, prima con vergogna, poi con disorientamento, poi con quasi giustificata crudeltà, in un crescendo di oscurità, di obnubilamento della parte conscia, controllata, razionale, in una rivincita spregiudicata dell’inconscio che utilizza dei meccanismi di rimozione, sostituendo termini indicanti “volontà e colpa con errore e distrazione fatale”.

Così andiamo avanti e indietro in fatti che hanno lasciato il segno, nel passato e dal passato, nel presente, ancora attuali, in parte vivi, comunque attivi, per incontrare persone e azioni che in un certo senso e su un altro piano tendono a traslare nel passato per creare una differente realtà passata e, dunque, presente. Il meccanismo del tempo è infranto, manipolato, fluido e al suo interno si prova disorientamento, in travasi onirici e passeggiate nella ‘realtà’ in sempre più rapida successione sino a non poter più facilmente distinguere i due piani.

Antonio Pilato
Antonio Pilato

Il tema della colpa e responsabilità, certo individuale principalmente, ma anche sociale, è ben dosato e in vari passaggi l’Autore pone dei focus di estrema contemporaneità legati alla solitudine e alla di lei paura, all’inquietudine connessa al desiderio d’accettazione sociale, solo per citarne alcuni e, tra questi, non ultimo, quello della libertà.

“La verità è che ciascuno di noi non conta nulla, specialmente se paragonato a tutto ciò che lo circonda, un teatro sociale dove marionettisti misteriosi e burattinai impazziti si divertono a manipolare le azioni della gente senza alcuno scopo razionale.”

L’incertezza che pervade il protagonista – che si è perso tra i forse e i probabilmente – avvolge definitivamente anche il lettore, che si trova a unire i propri perché? a quelli dell’Epilogo e Oltre l’epilogo.

Che dire? Un altro bel colpo andato a segno nell’operazione di dare vita e ampio respiro a un weird italiano fresco e intelligente, capace di appassionare, ossessionare e incentivarne la lettura.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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