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“La prova” di Agota Kristof: scegliere è un po’ morire

Una buona notizia per gli appassionati di questa Trilogia della città di K., di cui La prova è il secondo capitolo: sì, uno dei due gemellini se n’è andato colà, ma quello dei due che è rimasto tiene sempre in soffitta appesa la mamma e la sorellina, i loro scheletri intendo.

Trilogia della città di K. di Agota Kristof
Trilogia della città di K. di Agota Kristof

In questo nuovo multiverso, che pare conseguente al primo, si svelano alcuni particolari anagrafici. Il transfuga si chiama Claus, chi è rimasto è Lucas, non solo anagrammattici, ma sono i due nomi del nonno materno, quello morto avvelenato. I due dovrebbero essere nati nei primi anni ‘30 o giù di lì. Sono omozigoti o comunque identici, fisicamente, per il resto non posso esprimermi ancora.

Lucas si chiede: “Come fare adesso?e poi si dà la risposta: “Come prima. Bisogna continuare ad alzarsi al mattino, ad andare a letto la sera, a fare quel che bisogna fare per vivere.” Due ulteriori considerazioni: “sarà lunga” e “forse tutta la vita.”

Intanto però… l’orto sta andando… per i fatti suoi… Lucas non si ricorda gli impegni e non si dimentica di dar mangiare agli animali solo perché “Non si lasciano dimenticare. Quando hanno fame gridano.” Lucas è depresso. Chiede a una ragazzina se non le capita mai di essere triste. Lei risponde: “No, perché una cosa mi consola sempre di un’altra.”

Propongo un minuto di silenzio (e di necessaria meditazione) su questa risposta. Quando si dice che non tutti i mali vengono per nuocere, s’intende un che di simile.

Luca è sempre affezionato al curato, va a trovarlo ogni sera, gioca con lui a scacchi, e vince. Ora “Luca dorme di nuovo in camera, nel suo letto. Non dimentica più i giorni del mercato, non fa più andare a male il latte. Si occupa degli animali, dell’orto, della casa. Ritorna nella foresta a raccogliere funghi e legna secca. Riprende anche a pescare.” – insomma, solita vita.

Ah, scopro a pagina 151 che era lui che suonava l’armonica. Il fratello era il cantante. Lucas lo suona ancora (chissà se il suo consanguineo gorgheggia ancora), su richiesta di un vecchietto, a cui ha offerto da bere. Ora ha quindici anni, sua madre l’ha portato in quella città “sei anni fa”. Va da Peter N., addetto all’anagrafe e amico del signor Victor, un libraio che gli è amico. Anche Lucas ha, per ora, solo un’iniziale per cognome: T.

L’impiegato comunale lo conosce di nome. Alla domanda “Con chi vive?” Lucas risponde: “Abito nella casa di nonna vicino alla frontiera. Vivo solo. Nonna è morta l’anno scorso.” S’imbatte poi in una certa Yasmine, che vorrebbe annegare il figlio neonato e deforme, ma non ne ha il coraggio. Lucas si offre di aiutarla a compiere l’insano gesto, ma lei dice: “No. Adesso non più. È troppo tardi.” E lo segue a casa sua, dove Luca: “si alza, scosta la coperta che copre ancora Yasmine. Accarezza i suoi capelli neri, lunghi, lucenti. Accarezza anche i seni gonfi di latte. Slaccia la camicetta, si china, succhia il latte.”

Le fa notare che il bimbo ha “una malformazione alle spalle” e lei dice: “anche alle gambe”. Il bimbo va un po’ dappertutto, gattonando: “In camera di nonna, in cucina, in giardino. Si sposta a quattro zampe.” Anche se “è gobbo, deforme”, con “le gambe troppo magre, le braccia troppo lunghe, il corpo sproporzionato”, ancora non lo sa di essere un invalido.

“Lucas esce di casa. Ma invece di andare verso la città, scende al ruscello, si siede sull’erba umida e contempla l’acqua nera e fangosa.”

Conosce Clara, la quale ha imbiancato i capelli in una notte: “quella durante la quale ‘loro’ hanno impiccato mio marito per altro tradimento. Tre anni fa.”

Un particolare rende ancora più odioso quel fatto: Thomas era innocente. Ma in quell’epoca l’innocenza non era una virtù, ma una banalità di cui non aveva senso parlare.

Lucas spiega a Clara perché non ha seguito Claus: “Bisognava che uno di noi restasse qui a occuparsi degli animali, dell’orto, della casa di nonna. Bisognava anche che imparassimo a vivere l’uno senza l’altro. Soli.”

Dura lex sed lex: si dice così quando bisogna seguire un destino che poco si capisce. L’uomo, ma anche la donna, a volte credono che causare un’ingiustizia o un’assurdità significhi essere dotati di libero arbitrio.

Per la prima volta nel libro Lucas pronuncia il nome del fratello. Al che lei gli dice: “Tornerà. Thomas, invece, non tornerà più.”

Lei lo sogna spesso, il marito: “Ogni notte. Ma solo la sua esecuzione. Thomas felice, vivo, mai”. Al che Lucas dice: “Io vedo mio fratello dappertutto. Nella mia stanza, in giardino, vicino a me quando cammino per la strada. Mi parla.” Lei gli chiede cosa dice. Lui risponde: “Dice che vive in una solitudine morale.” – non del tutto dissimile dalla sua, probabilmente.

Il capitolo 4 si apre con una novità che oserei definire tragica: Yasmine non c’è più. Lucas dice al figlio, che di nome, non l’avevo ancora detto, fa Mathias: “È partita per la grande città. Qui si annoiava.” Possibile? E ha lasciato a lui quel virgulto infelice, che sa che gli vuol bene, ma è pur sempre un estraneo? Com’è possibile?  Alla domanda del bimbo: “Tornerà”, la risposta di Lucas dà poche speranze: “No, non credo.” Chissà da dove deriva tanta sicurezza!

Parlando al bimbetto della madre e della sorellina dice l’ennesima verità assoluta (Non Bene o Bene?, questo è il problema): “I morti sono ovunque e in nessun luogo.” Al che quel monello dice: “Sono in soffitta. Le ho viste, quelle due cose d’osso, la grande e la piccola.”

Non si sa come quel deforme è ormai un perfetto scalatore di corde. Di quelle due reliquie, dice: “Mi piacciono.” E spiega perché: “Sì, soprattutto il neonato. È più brutto e più piccolo di me. E non crescerà mai. Non sapevo che fosse una bimba. D’altronde, con quelle cose fatte d’osso, non si può mai sapere.”

Egli sta diventando un filosofo esistenzialista, quando chiede al suo maestro, l’unico che ha: “È la sola differenza tra i morti e quelli che sono partiti, vero? Quelli che non sono morti torneranno.” Lucas gli pone la domanda-chiave: “Ma come si fa a sapere se non sono morti durante la loro assenza?”.

La risposta del novello filosofo non è pessimista, ma apre la porta a una speranza: “Non si può sapere.” L’apre, ho detto, e non che la spalanca.

Agota Kristof
Agota Kristof

Lucas porta a Peter i suoi quaderni, perché li possa trasmettere, quando sarà sarà, a Claus. Lui le chiede se ama Clara. Risposta di quest’enigmatico quanto lampante essere: “Non conosco il significato di questa parola. Nessuno lo conosce. Non mi aspettavo questo tipo di domanda da parte sua, Peter.” Sta’ a vedere che adesso la colpa del suo solipsismo è di Peter.

In fondo ha però ragione, l’amore è un Non Bene, non una verità insindacabile, come tutto quanto: di Nulla si possiede il significato ultimo, di Nulla si sa non cosa s’intende normalmente, ma quel che significa in assoluto.

L’assoluto non esiste, oppure è così lontano da noi, che è imperscrutabile. Oppure è vicinissimo, ma al di là della nostra possibilità d’indagine scientifica: pensa per esempio a quel (non) succede al di sotto del limite di Planck.

Clara vuole sapere di Yasmine:Non c’è più? Dov’è? Che ne ha fatto?” Sono domande sì angosciose, ma a cui si può rispondere con un blando: “Si calmi. Yasmine è partita per la grande città. Tutto qui.” – fanno tantissime cose insieme, ma continuano a tenersi a distanza.

Io mi auguro di rimandare il più possibile quel viaggio così tanto periglioso. Tu?

Victor dice a Lucas una verità che mi sento di condividere: “Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.” Ecco scoperto il perché io vado scrivendo due commenti-reazioni a settimana.

Alla fine della discussione, poiché Victor sa che non potrà mai scrivere un libro in un posto così zeppo di libri, i due decidono di scambiarsi i domicili.

Come già prima Victor, anche Lucas si avvede di uno strano vicino di casa, detto “l’insonne”, che a poco a poco diventa un suo amico (stavo per scrivere intimo, ma per Lucas questo termine è privo di senso). Sua moglie “è stata uccisa da alcuni colpi di pistola tre anni dopo la fine della guerra. Una sera alle dieci.” Forse è per questo è che è insonne (battuta, ma anche amara verità).

Dopo di cui egli fu costretto a cambiare aria e a venire in quella città di frontiera.

Bussa un giorno a una porta.Conoscevo la donna che mi ha aperto la porta. Non mi ha chiesto niente, mi ha detto di entrare, mi ha portato in una stanza.” Era “una donna anziana, ha perso il marito, i due figli e la figlia durante la guerra. La figlia aveva solo diciassette anni. È morta al fronte dove si era arruolata come infermiera dopo un terribile incidente che l’aveva sfigurata.”

Questo episodio mi ricorda un mistero descritto nel primo capitolo della trilogia “Il Grande Quaderno” e che non fu mai risolto. A un certo punto, Lucas dice: “Il dolore diminuisce, i ricordi si attenuano.” L’insonne aveva appena pronunciato quelle medesime parole, che ora però completa: “Diminuire, attenuare, l’ho detto, sì, ma non svanire.

Un dolore può terminare, ma la sua causa rimarrà in eterno, nell’aria, ad attendere una nuova chance operativa.

A proposito, Lucas dice a Peter:Non voglio raggiungere Claus. Tocca a lui tornare, è lui che è partito.” Peter è scettico e dice: “Uno che non esiste non può tornare.” Lucas risponde che “Claus esiste e tornerà!” Finalmente anche Lucas usa il punto esclamativo!

In effetti non è la prima volta, ma finora li utilizzava solo per rispondere alle assurde pretese di Mathias. E al suo negare che egli gli voglia tanto bene, anche se è messo male con le ossa.

In ogni caso, mi preme affermare che Lucas sta diventando sempre più umano e meno automatico di come pareva da ragazzino, quando era collegato all’altro robottino.

Mathias si rivela un piccolo prodigio: gobbo, ma intelligentissimo; beffardo come pochi, ma incredibilmente umano. A scuola subisce quello che c’è sempre stato, che oggi si definisce bullismo, da parte dei suoi compagni di classe.

Lucas, amorevole, “posa sul tavolo della cucina un calzino pieno di sabbia, una pietra appuntita e un rasoio” e lo sprona a difendersi fisicamente dagli attacchi di quei piccoli gaglioffi. Ma lui dice di no: “Le ferite fisiche non hanno importanza quando le ricevo. Ma se dovessi infliggerne una, diventerebbe un altro tipo di ferita per me, e non potrei sopportarla.”

Nel scaraventare “giù dal tavolo gli oggetti di difesa”, dice a quel casuale padre adottivo: “Sono più forte di tutti loro. Più coraggioso e, soprattutto, più intelligente. Solo questo conta.”

Arriva anche a falsificare la firma di Lucas, quando riporta al maestro l’invito a presentarsi a scuola per tentare di risolvere quei conflitti giovanili.

Intanto Victor ha strangolato la sorella che lo accudiva, e che lui odiava fin dall’infanzia. Lucas chiede a Peter se l’ha visto. “Sì, l’ho visto. È in manicomio.” Victor aveva finto di scrivere quel libro necessario, confessa l’inganno alla sorella e, in un attacco di delirium tremens, compie il gestaccio. Poi inizia finalmente a scrivere una specie di resoconto esistenziale, mirato all’ultimo periodo. Non so se lo finirà mai, sono un po’ pessimista. Lucas legge il suo manoscritto e poi lo restituisce a Peter.

Mathias soffre di gelosia: ha paura che Lucas ami qualche altro ragazzo più di quanto ami lui. Specie se quell’altro è bello, biondo e idoneo fisicamente.

L’insonne che sempre vigila si accorge che, mentre Lucas è come al solito fuori casa, una sera Mathias “ha acceso un fuoco in camera sua.Temendo un incendio, chiede al bambino cosa stia facendo. Nulla, gli dice che “stava semplicemente bruciando i suoi compiti sbagliati in un secchio di ferro davanti alla finestra.” Lucas ricasa.

“Il letto del bambino è vuoto. Sul cuscino, un quaderno blu, chiuso. Lucas apre il quaderno. Ci sono solo pagine vuote e tracce di fogli strappati. Lucas scosta la tenda rosso scuro. Accanto agli scheletri della madre e ella bimba è appeso, già blu, il piccolo corpo di Mathias.”

Anche Mathias aveva il suo quaderno: talis patrignus talis figlioccius. Mi si perdoni il latinum latinorum. Oh! Finalmente un po’ di quiete per il piccolo storpio.

“L’insonne sente un lungo urlo. Scende in strada, suona da Lucas.”

Quando, non ricevendo risposta, entra chiama Lucas, che “non risponde, gli occhi fissano i soffitto.” Va da Peter, che gli chiede: “Che succede, Michael?” Michael gli dice che Lucas ha bisogno di lui. Peter va da Lucas.  Lucas apre finalmente bocca e dice: “È Yasmine. Me l’ha ripreso.” Dovunque lei sia. Entrambi forse non torneranno più.

Mentre Lucas fissa la tomba dell’amata creatura, dice: “Avrei dovuto lasciarlo partire con sua madre. Ho commesso un errore mortale, Peter, voler tenere il bambino a qualsiasi costo.”

L’amico più caro che ha gli dice: “Ognuno di noi nella vita commette un errore mortale, e quando ce ne rendiamo conto, è già successo l’irreparabile.”

Agota Kristof
Agota Kristof

Non so se hai scritto una non troppo amena realtà, mia cara Agota, ma ne spari una miriade di non troppo amene verità. E di tutte io prendo nota. Grazie.

Il capitolo 8 segna il ritorno di Claus, che “arriva in treno”. Non trovando nessuno a casa di Nonna, gira sconsolato per la città. Incontra Peter, ora lui abita dove abitava prima Victor e poi Lucas con Mathias.

Peter pensa che sia Lucas, tanto gli assomiglia, e il dubbio gli rimarrà forse per sempre. Gli consegna i quaderni di Lucas: “Tenga. Sono destinati a lei. Ce n’erano molti di più all’inizio, ma li ritoccava, li correggeva, eliminava tutto quello che non era indispensabile. Se ne avesse avuto il tempo, credo che avrebbe eliminato tutto.” In questo momento ho scoperto che io sono il terzo gemello separato alla nascita e sparito chissà dove, forse uno dei tanti.

Claus non è d’accordo con Peter e dice: “No, tutto no. Avrebbe conservato l’essenziale. Per me.”

E poi spiega (a me) la faccenda del titolo: “Insomma, questa è la prova dell’esistenza di Lucas. Grazie, Peter. Nessuno li ha letti?” Nessuno, a parte Peter, tranquillo. Anch’io non li conosco affatto.

“Claus legge tutta la notte, sollevando gli occhi di tanto in tanto per guardare la strada.” O li rilegge?

Il giorno dopo si rivede con Peter che gli dice: “Cinque anni più tardi, mentre erano in corso i lavori per la costruzione del campo sportivo, ho saputo che avevano scoperto il cadavere di una donna che avevano sotterrato lunga la riva del ruscello, vicino alla casa di vostra nonna. Ho avvertito Luca e il giorno dopo è sparito.” Senza mai più tornare.

Anche Yasmine non era più tornata, in effetti. Per Lucas c’è ancora tempo per sperare un esito meno infausto.

“La cosa più triste di questa storia è che non si è riusciti a identificare il corpo di Yasmine. Le autorità hanno archiviato il caso.”

Claus spiega perché non aveva mai scritto a Lucas: “Avevamo deciso di separarci. Questa separazione doveva essere totale. Una frontiera non bastava, ci voleva anche il silenzio.”

È tornato però e lo sta cercando come un pazzo. Volevo dire, come un folle appassionato.

“La prova è durata abbastanza. Sono stanco e malato, voglio rivedere Lucas.” Ed ecco un’altra ipotetica spiegazione del titolo.

E Clara? Che fine ha fatto? Era andata in una casa di cura per malattie mentali. Non è guarita, ma ora abita con Peter. E non sta benissimo (la quale è una mezza antifrasi). Quando vede Claus, lo chiama col nome del marito e tenta di baciarlo. Claus “indietreggia, si alza. Va alla finestra, guarda la strada.

Ora gli scheletri sono tre: “Lucas ha dissotterrato il corpo di Mathias due anni dopo il funerale. Mi aveva spiegato che era più semplice per lui, era stanco di passare la notte al cimitero per tenere compagnia al bambino.”

Con un verbale in cui le “autorità della città di K.” inoltrano “domanda di rimpatrio del vostro concittadino Claus T., attualmente incarcerato…” si chiude il secondo capitolo della trilogia.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Agota Kristof, Trilogia della città di K., Einaudi

 

Info

Leggi la recensione de “Il Grande Quaderno”

 

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