“L’età tradita” di Matteo Lancini: oltre i luoghi comuni sugli adolescenti

La prima sensazione che ho avuto a leggere “L’età tradita”, saggio di Matteo Lancini, è che l’autore stia recitando una specie di litania, un De profundis, quasi una confessione dei propri e degli altrui errori. Si evince che l’autore è uno psicologo e che non è più un ragazzo, ma in questa occasione è ai ragazzi, agli Altri che lui si rivolge, più che a se stesso.

L’età tradita di Matteo Lancini: oltre i luoghi comuni sugli adolescenti
L’età tradita di Matteo Lancini: oltre i luoghi comuni sugli adolescenti

Mi stupiscono e mi rendono un po’ ardua la lettura i periodi lunghissimi, a volte intere facciate senza mai andare a capo. Questa rappresenta una criticità a cui ci si abitua nel corso della lettura. È sufficiente ogni tanto rallentare, oppure cessare per qualche motivo, alzarsi, bere un goccio d’acqua o fare altro.

L’autore cita di sfuggita un episodio che ha fatto scalpore: “abbiamo anche incontrato docenti che obbligavano i propri studenti a bendarsi, pur di raccogliere un voto e riuscire a dare una ‘bella’, e più che ‘meritata’, insufficienza.”

Si sta parlando della didattica a distanza. Per essere chiaro: l’umiliazione imposta all’alunna obbligandola a bendarsi è inaccettabile. Non ho alcuna intenzione di giustificare il comportamento distruttivo di quella docente, ma immagino che tale didattica permetta ogni sorta di aiuto da casa (anche di altri discenti, più preparati) in grado di agevolare le risposte di chi non è preparato. In tal modo la valutazione può venire falsata da alcune dritte ricevute tramite cellulari amici, tenendo presente che il giovane per lo più, tecnologicamente, corre più veloce del più attempato insegnante.

“Anche l’emergenza epidemiologica ha confermato ciò che chi lavora da molti anni con la scuola sa da tempo. Non esiste la scuola, così come non esiste una famiglia.” – concetti molto forti, che però sono meglio svelati subito dopo: “Esistono diverse scuole e diverse famiglie, ognuna caratterizzata da propri funzionamenti relazionali, da processi dinamici originali e da culture affettive uniche, che dipendono da molteplici variabili e che influenzano, in modo decisivo, le modalità attraverso le quali svolgono la proprio funzione educativa e declinano la propria offerta formativa.” – delle città-stato, ognuna con la sua legislazione e coi propri usi e costumi. La domanda che vorrei porre all’autore è: potrebbe essere stato sempre così?

Leggendo La vita in alto di Erika Fatland, si scopre che in alcune zone sub-himalayane la scuola non è ancora un diritto e l’antropologa norvegese riporta la storia di una ragazzina che la frequenta di nascosto, trascurando il lavoro nei campi, e che, quando venne scoperta fu costretta a fuggire di casa. Quando si diploma, riuscendo poi ad assumere un incarico statale, diventa l’orgoglio e la principale risorsa economica della sua famiglia.

Mio padre, del ‘16, figlio di analfabeti, iniziò a lavorare a dieci anni, sia pure solo d’estate. A quattordici fu assunto in maniera stabile, come scaldachiodi, dalle Officine Meccaniche Reggiane e in quegli anni di crisi mantenne i genitori disoccupati, studiando la notte, a lume di candela e, grazie a questo suo impegno intellettuale, diventò col tempo impiegato di concetto.

Sono storie lontane nel tempo e nello spazio. Ora, in Italia, non c’è bisogno di tanto eroismo e ognuno cerca di vivacchiare il più serenamente possibile nell’ambito degli istituti scolastici. Sono cambiate le condizioni economiche e sociali, eppure sono certo che anche in tempi remoti ci fossero tante specie di famiglie e di scuole.

“Non ha senso parlare di scuola. Entrare, per esempio, nei diversi licei classici di Milano significa imbattersi in istituzioni uniche, del tutto differenti l’una dall’altra, nonostante si tratti di organizzazioni con il medesimo indirizzo di studio e operanti continuamente in territori limitrofi.” – e questo crea sicuramente una certa instabilità e insicurezza nelle scelte dei giovani e delle loro famiglie. L’ingiustizia sociale ed economica fa sì che le stesse famiglie operino in condizioni diverse. E la cosa di sta sempre più aggravando.

“Da diversi anni sostengo che la più importante emergenza educativa e formativa italiana dipende dal processo di adultizzazione del bambino, a cui fa seguito un’infantilizzazione dell’adolescente.” Il primo è spinto versol’autonomia, la socializzazione, l’espressione di sé e delle proprie inclinazioni”; però poi si finisce per “guardare con sospetto agli adolescenti che hanno puntualmente aderito alle proposte provenienti da mamma, papà, scuola e universo massmediatico.”

Gli adolescenti “non si arrabbiano se gli sciupano il pianeta, se le prospettive lavorative ed economiche sono decisamente fosche e se una pandemia li costringe a rinunciare ad alcune importanti esperienze di vita. Al tempo stesso sono narcisisti, bisognosi di un successo sociale avviatosi ai tempi del primo pigiama party…”

Il discorso, per quanto sensato, si fa pesante. Il pericolo maggiore mi pare la generalizzazione, che non tiene conto che ogni individuo contiene in sé una sua personale capacità di rapporto verso le condizioni in cui vive e che ogni via sia in fondo aperta, per quanto non facilmente percorribile.

“… si è diffusa una famiglia più declinata in senso più affettivo e relazionale, che tende a esplicitare e dare uno scopo all’intervento educativo. La regola è sempre spiegata, immersa nella relazione.”a me quello che fa ballare l’occhio (modo delle mie parti per indicare un tentennamento) è quel sempre. Probabilmente l’autore intende che deve essere sempre spiegata, anche se la realtà è diversa ovunque, e in continua evoluzione.

In merito al discorso precedente, riporto una confidenza che mi fece a suo tempo il genitore di una ragazzina che in quel momento stava frequentando le scuole medie. Alle elementari era stata iscritta al celebre asilo Diana, che una trentina d’anni fa fu addirittura proclamato da Newsweek l’asilo migliore del mondo, indicando nel metodo reggiano quello che più permetteva all’infante di manifestare i suoi carismi e le sue espressività, rispettando la sua individualità nel pieno rispetto di sé e degli altri. Quando poi la bimba iniziò il suo percorso scolastico incontrò le prime difficoltà, perché quel metodo era stato sostituito da una prassi più tradizionale, per cui rischiò una piccola nevrosi, che poi superò brillantemente, diplomandosi e qualche anno dopo laureandosi. Eppure ella aveva colto il cambiamento fra quello che erano le prime e straordinarie promesse educative e le nuove e più tradizionali didattiche.

Si è abbassata sempre di più la soglia dell’adolescenza. Ormai già a otto anni, quando non prima, si è già ragazzini e non più bambini. L’età dell’innocenza tramonta troppo presto.

L’autore è pessimista: “Stiamo assistendo a un progressivo e significativo impoverimento dei rapporti umani, contraddistinto dalla tendenza ad avvicinare gli altri a sé tramite internet e a diventare, contemporaneamente, sempre più indifferenti, disinteressati a chi è in vicinanza.” Questo è purtroppo vero e l’attuale pandemia ha inasprito la situazione. Ho nel frattempo buttato un occhio a Facebook e a Twitter: non ho rinvenuto il profilo di Matteo Lancini. Su Instagram non ho nemmeno cercato. Io ci sono (purtroppo o per fortuna?); che Lancini si sia astutamente dissimulato con grazie a un avatar esoterico? Non sono fatti miei, in ogni caso.

Colgo un aspetto non so quanto importante: “Tematiche, queste, ben descritte da Luigi Zoja nel suo libro La morte del prossimo, pubblicato oltre dieci anni fa…”questo è un aspetto dello stile di Matteo Lancini, che, pur rigoroso nei temi, risulta discorsivo, come se facesse una chiacchierata in aula con gli studenti. Normalmente un saggista inserisce a piè di pagina una nota con il nome dell’autore, il titolo dell’opera e l’anno della pubblicazione e, spesso, la casa editrice.

Altra osservazione pessimista: “Anche le fondamentali scoperte delle neuroscienze vengono spesso interpretate e utilizzate per sostenere l’immaturità della popolazione adolescente, contribuendo così a quel processo di infantilizzazione dell’adolescenza, così già ben radicato nei nostri sistemi educativi e formativi.”

Sergio Corazzini
Sergio Corazzini

L’autore spiega come nell’adolescenza venga perso a livello neurologico parte del bagaglio sinaptico dell’infanzia. Alcuni processi permettono una più celere assimilazione dei dati, a scapito del turbinio maggiore tipico dell’infanzia dove tutto scatena l’immaginazione. A volte mi chiedo se io sia cresciuto come la maggior parte dei miei simili. Corazzini si definiva un bambino (che piangeva, nel suo caso). Anche Pascoli parlava di sé come di un fanciullino. Ero un trentenne quando mi capitò di mostrare a uno studente delle medie inferiori alcuni video-giochetti al computer, a cui lui si mostrò ben poco interessato, per cui mi chiese di illustrargli i database, i fogli elettronici e i programmi di scrittura. Diventò qualche anno più tardi un ricercatore scientifico all’Università di Bologna: le premesse c’erano tutte.

Alcuni ragazzi dormono poco. So di alcuni che passano parte della notte a chattare, ed è il caso che riporta l’autore, il che può condurre a una stanchezza che potrebbe portare anche al suicidio. Non necessariamente, però: “si pensa, si progetta e a volte, purtroppo, si tenta di morire perché non si intravede nessun futuro, non perché non si è dormito abbastanza.” – il titolo del paragrafo era Dormire talmente poco da voler morire.

L’adolescenza è un’età di drammatica transizione e talvolta “l’adolescente suicidale è alle prese con il crollo dell’ideale infantile, costruito all’interno di un contesto affettivo familiare e sociale dove si sono sviluppate attese grandiose, clamorosamente deluse dall’arrivo delle trasformazioni imposte dalla nuova fase di sviluppo.”

Poeti e artisti, che hanno posticipato ad libitum l’età della ragione pratica, cioè quella adulta, una volta che non è stato loro più consentito, hanno compiuto quell’estrema scelta esistenziale: la fine dei propri giorni.

“Prevalgono così una sensazione di impresentabilità e un pervasivo sentimento di vergogna che portano a individuare nella sparizione definitiva una soluzione possibile.”

Anch’io sono un adulto a lungo mancato che, obtorto collo, se n’è fatta una ragione e ha iniziato ad adeguarsi alle nuove regole, fra cui, sigh!, lavorare. A 17 anni avevo dato una bella delusione ai miei genitori quando, dopo aver letto Eros e civiltà di Marcuse, dissi loro che non avrei mai cercato un impiego in vita mia. Poi mi contraddissi per quattro faticosi decenni, con loro grande soddisfazione.

“Quasi sempre il tentativo di suicidio è l’esito di un lunga relazione intrattenuta con la morte, che ha abitato la mente per il giovane per molto tempo.” una specie di tragica coesistenza che si risolve nell’ultimo atto vitale: la soppressione di sé. Di fatto il suicidio è l’estrema scelta di vita.

“L’agito suicidale è l’espressione di un furore narcisistico derivante dalla sperimentazione di umiliazioni e mortificazioni non tollerabili e, come tutti gli agiti adolescenziali, contiene in sé anche un intento comunicativo che è fondamentale intercettare e consegnare al destinatario…” – al fine di salvare quella fragile vita.

Il suicidio ha altre motivazioni, a volte assurde. Presso gli stoici era un’arma estrema contro l’assurdità, come nel caso di Catone. Ricordo di aver letto una volta che negli anni ‘20 una coppia di amanti letterati si suicidarono per compiere un sublime gesto artistico. Nella maggior parte dei casi si sceglie il suicidio per le motivazioni addotte dall’autore, principalmente per disperazione.

“Solo la comprensione empatica e la responsabilizzazione aiuteranno l’adolescente a prendere in considerazione decisioni meno drastiche, soluzioni più ragionevoli, e ad assumere comportamenti più favorevoli e salutari allo sviluppo di sé.”

I genitori sono in genere in due: se uno è empatico e l’altro no, si sviluppano ulteriori conflitti interpersonali. L’adolescente (ma già il bambino) non può che notare tale differenza e questo lo rende più confuso ancora.

“La proprietaria originaria del corpo è la madre e la seconda nascita adolescenziale richiede inevitabilmente un’appropriazione individuale del proprio corpo, che simbolicamente evoca quella sancita dalla prima nascita, con il parto e con il taglio del cordone ombelicale.” A questo punto uno solo o entrambi i genitori paventano il rischio di un anomalo aborto. Occorre essere prudentissimi. Ho due figli e so di cosa parlo. La consapevolezza maturata a causa degli errori compiuti col primo mi è servita per meglio comprendere la seconda.

“L’adolescente scopre di essere mortale, altro che onnipotente.”e probabilmente si è già imbattuto nella morte altrui, quella di un nonno o di un anziano vicino di casa, o di qualcun altro. E questo non è un trauma da poco, che io vissi a 10 anni, quando vidi mia nonna così silente e immota nel suo feretro.

“Questa vicenda della presunta onnipotenza e della percezione della propria immortalità inonda da anni i titoli dei giornali cartacei e dei canali informativi online, ogniqualvolta un giovane muore in un incidente stradale o a seguito di un’acrobazia sui tetti e balconi, scattandosi un selfie da una postazione estrema.” Questa drammatizzazione e spettacolarizzazione del morto ha sicuramente un effetto deleterio, di tipo propagandistico, che finisce per nuocere più che informare. Non si tratta di verità assolute, bensì di esaltazione di gesti improbabili che pure sono successi, ma che rischiano di rendere consueto (e imitabile) un gesto che invece deve rimanere improbabile. Non si tratta di una fake new ma qualcosa di peggio: una realtà mal diretta e interpretata. 

L’adolescente (disturbato, aggiungo io) “rischia la vita, per provare ad avere un controllo più attivo sulla morte, per provarla a domare almeno per qualche istante…” Egli sfida la morte perché vuole provare a se stesso di esserle superiore, come se fosse una gara a chi è più forte, senza capire è che è Lei ad avere tutti gli assi nella manica. Quel che serve è un’iniezione di saggezza. Inoculare questo vaccino a un adolescente non è affatto facile, ma è sicuramente possibile.

InLicantropi in cravattadi Salvatore Acciardi ho letto una serie di suggerimenti verbali, per esempio l’utilizzo del proverbio strampalato come quelli che hanno reso celebre Nino Frassica.

Ho sempre dato un grande valore all’ironia. Credo che sia l’unico modo per ridimensionare la paura esistenziale. Faccio un esempio: in un Dylan Dog, l’antifrastico Groucho è inseguito dalla Morte, che in quel fumetto è sempre rappresentata col suo malefico cappuccio e la falce in mano. L’Orrendo Essere intima Fermati! al baffuto assistente dell’investigatore dell’impossibile, il quale, facendo il gesto dell’ombrello, replica con un Manco morto! Non credo che l’esibire questa scenetta a un adolescente possa risolvere i suoi timori esistenziali, però lo farebbe sorridere. E questo potrebbe essere l’inizio di una serie di discorsi più saggi e seri.

Siamo in una società in cui “conta esserci, far parlare di sé, diventare popolari. Altrimenti non si conta più nulla, meglio sparire” – dove non vale la pensa di esistere, se l’esistenza manca del carattere del successo e della presenza a tutti i costi nel luogo dove si è valorizzati: ma lì il valore non è un concetto interiore, bensì esteriore.

Luciano Floridi, autore che conosco e stimo, ha inventato il termine “onlife”, che è chiaramente un miscuglio social di online e di life. Per cui la vita è socializzata su internet o nelle chat da smartphone, più che in un cortile o in una piazza. Secondo la mia esperienza le due condizioni coesistono, anche se quella casalinga seppur esterna risulta più frequente di quella esterna tout court: intendo come quantità di tempo.

Noi ragazzi degli anni ’60 vivevamo maggiormente all’aperto. Gli adolescenti di adesso concepiscono l’uscita come un avvenimento che viene preparato nei particolari proprio nella chat, e solo al momento giusto essi escono tutti insieme per poi ritrovarsi nel posto prefissato. Ai miei tempi si usciva e chi c’era c’era, e qualcuno c’era sempre.

Le nuove generazioni “se non sapranno utilizzare Internet, difficilmente avranno qualche possibilità di costruirsi un futuro personale e professionale nella società che abbiamo allestito e ce stiamo lasciando in eredità.”

A volte mi chiedo come si facesse una volta a vivere senza cellulare, senza mappe elettroniche, ritrovandosi ugualmente nel luogo prefissato, ma poi mi rispondo: ci s’informava socializzando con chi già conosceva quel luogo.

Essendo un tipo curioso, non appena m’imbatto in una parola che non conosco, utilizzo un motore di ricerca. Anni fa mi alzavo dalla seggiola e la cercavo sul dizionario. Adesso tutto è più immediato e completo, anche se a volte non del tutto affidabile. Ora come allora bisogna cercare la risposta a qualsiasi quesito, per poi tentare di valutarne la correttezza.

L’autore parla del “ritiro sociale degli hikikomori”, che sono i giovani che tendono a chiudersi al mondo esterno. È ormai difficile trovare una persona che, nata dopo la guerra, non ha patito, per periodi più o meno lunghi, quest’esigenza esistenziale. Dico patito perché sicuramente è causa di sofferenza. Essa si fonda su certe problematiche negative, ma anche positive. C’è chi non ha creduto nella istituzione scolastica e ha perseguito fini culturali autonomi, non laureandosi e a volte nemmeno diplomandosi, ma raggiungendo un buon livello culturale. L’importante, in questi casi, è restare vicino a quest’adolescente in crisi, e suggerirgli di mantenere aperto uno sbocco verso l’esterno. Non mi pare corretto il volerlo censurare in alcun modo.

“Trasformare la complessa dinamica che induce al ritiro sociale un adolescente o un giovane adulto in una semplificata diagnosi di dipendenza da Internet o da videogiochi non ha alcun senso.” – questo è poco ma sicuro.

Matteo Lancini
Matteo Lancini

“Senza l’invenzione di Internet non saremmo in questa società, ma senza questa società non avremmo questa società non avremmo questo tipo di utilizzo della rete Internet.” Mio figlio è del 1994 ed è nato in piena era dei personal computer. Nel 1997 iniziai a collegarmi in rete e mi ricordo che un giorno aprì la porta e, scimmiottando la mamma, mi disse un po’ sconsolato: Papà, ancora su Internet?! Mia figlia, del 2003, non mi ha mai ripreso in tal senso.

“… gli adolescenti si sono abituati sin da piccoli a non andare a scuola da soli perché la mamma e il papà non sarebbero potuti andare a lavorare tranquilli senza averli consegnati di persona all’insegnante e hanno evitato di frequentare cortili e giardini dove il proprio corpo avrebbe potuto sanguinare e farsi male davvero.” Due sono principalmente le ragioni: la prima è il calo delle nascite. Quando mia sorella era in terza elementare e io in prima andavamo a scuola da soli, stando sul marciapiede e senza attraversare la strada. Per coloro che abitavano sul lato opposto della via, c’era sempre un genitore, per lo più la madre, che li controllava mentre venivano dalla parte dove eravamo noi, e in tal modo ci si congiungeva gli altri con gli altri. Nessuno rimaneva mai da solo per la strada. Allora non si pensava di far frequentare la scuola dell’obbligo in zone della città lontane da casa. Ora molti figli d’italiani vengono inviati in scuole con un minor numero di extracomunitari, colpevoli, secondo alcuni, di rallentare l’apprendimento. È un fatto tragico, ma è così. E i genitori si sentono in dovere di non affidare la propria prole ai servizi pubblici, ma di accompagnarla in auto. Ai miei tempi si scendeva in cortile a qualsiasi età, tanto c’era sempre qualche anziano che dava un occhio. E poi c’era una caterva di ragazzini. A me invece è capitato di dover accompagnare i miei figli dai loro amici che abitavano dall’altra parte della città.

Sicuramente i miei genitori erano meno ansiosi di quelli attuali, ma ogni tanto controllavano dalla finestra, specie se sentivano gridare più del solito (e la cosa era assai frequente). Allora il cortile era un multicolore Quartiere Ballarò. Una volta mia madre, per qualche mia marachella, mi gridò dalla finestra una frase del tipo: Quando vieni su te le suono! Al che io continuai a giocare come se niente fosse. Quando salii mi precipitai da lei e le chiesi di essere punito subito così non ci pensavo più. Fui ovviamente graziato. Oggi il genitore scenderebbe incavolato e porterebbe immediatamente su l’infante e questa sarebbe la peggior punizione. Sic transit gloria (et historia mundi), cosa ci si può fare?!

“Se le generazioni precedenti di adolescenti non si rivolgevano ai genitori per paura delle punizioni, oggi le ragazze e i ragazzi tacciono per il timore di disilludere e angosciare.” – non ne sono certo; non credo che i ragazzi di oggi siano maggiormente sensibili di quanto lo eravamo noi, forse o lo sono in modo diverso. Non sono necessariamente più o meno falsi o ipocriti dei loro genitori: è una ruota che gira impietosa. I genitori di oggi forse hanno la mente più confusa dei loro genitori e appaiono meno comprensibili e affidabili nelle loro decisioni. Per loro il lavoro è sicuramente più alienante e disturbante di quanto lo fosse alcuni decenni fa. Potrebbe trattarsi di diverse problematiche esistenziali che mal s’incrociano, creando nuovi conflitti e incomprensioni tra anime di diverse età, tradite ognuna a modo suo.

“Ribadisco che si tratta di riflessioni su base impressionistica e che le variabili soggettive, familiari, parentali, relazionali, abitative, economiche e molte altre ancora, hanno avuto un’influenza decisiva sul modo individuale di reagire agli effetti della pandemia.” Qui l’autore si riferisce agli effetti psicologici e sociali che la pandemia ha scatenato nella parte più giovane della popolazione. Egli insiste a dire che gli adolescenti di oggi siano molto portati “a proteggere la gracilità del ruolo affettivo materno e paterno da notizie e avvenimenti che lo potrebbero ulteriormente indebolire.”

Non sono certo di quello che sto scrivendo, ma credo che i miei figli assomigliano a me molto di più di quanto io assomigliassi ai miei. Se si confrontano le foto dei miei genitori con le mie si notano delle notevoli differenti. Le attuali nonne, nate negli anni ‘50, portavano blu jeans e minigonne ed erano agghindate in maniera assai più vistosa rispetto ai loro genitori. Panta rei, poi qualcosa torna a volte indietro, oppure rallenta, e poi accelera all’improvviso.

“Si segue un adulto di riferimento per necessità culturali indifferibili né per compiacenza, ma perché la competenza umana, relazionale e professionale dell’insegnante si salda con l’autentica esigenza di crescita dello studente adolescente.” Anche un genitore dev’essere un insegnante, ma talvolta fa gioco che sia un discente dei propri figli. Per esperienza diretta ho compreso che se lo scambio è reciproco i rispettivi doni culturali sono meglio assimilati.

Come l’autore indica, “le ragazze e i ragazzi sono alla ricerca spasmodica di adulti a cui rivolgersi e dai quali ricevere supporto emotivo ed evolutivo.” – e con cui scambiarsi le informazioni: io ho fatto ascoltare De André e De Gregori ai miei figli, e loro mi hanno fatto conoscere Salvo e Ariete.

Secondo l’autore il tema della morte non va censurato nel dialogo fra adulti e adolescenti, ma condiviso come uno dei tanti possibili motivi di confronto. Egli propugna una scuola “aperta ventiquattro ore su ventiquattro come alcuni supermarket e farmacie, trecentosessantacinque giorni all’anno, Pasqua, Natale, Capodanno e tutte le altre feste comandate incluse.”, assicurando che “non si tratta di una battuta e di una provocazione ma di una proposta su cui bisognerebbe lavorare seriamente.” Sono d’accordo se lo s’intende in un senso telematico, come per altri istituti, come per esempio l’INPS, a cui ciascun cittadino e in ciascun momento può inviare una richiesta via mail alla cassetta istituzionale. La risposta in questi casi è certa e obbligatoria ai sensi di legge.

L’autore critica “l’infantilizzazione, la sottomissione e la numerazione del livello di apprendimento raggiunti nella singola disciplina” e propugna “una pratica che prevede il coinvolgimento attivo di ragazze e ragazzi che, una volta adeguatamente formati, svolgeranno una funzione educativa o di tutoraggio nei confronti dei loro giovani coetanei.” Personalmente ho sempre collegato l’istituzione scolastica come una fabbrica di voti di merito e la cosa mi ha sempre recato una sorta di sofferenza. Penso che sia necessaria una verifica della preparazione dei discenti. Ma ignoro quale possa essere esattamente. Ricordo l’esperienza delle mie scuole elementari. Il mio maestro Enrico Paoli (laureato, diplomato al Conservatorio, nonché Capitano di Lungo Corso e per tre volte campione italiano di scacchi: persona che posso solo definire sublime) aveva nominato un capoclasse e poi ci aveva diviso in gruppi di quattro. Io ero il responsabile del mio quartetto e dovevo controllare che gli altri tre avessero fatto i compiti; il vice controllava i miei; ma era proprio lui quello che non li svolgeva mai e io non ebbi mai il coraggio di denunciare tale inadempienza al maestro, correndo notevoli rischi: Paoli non sopportava le truffe, che una volta scoperte erano punite con delle dolorose bacchettate sulla mano, ed era munifico di doni in caso di particolari meriti manifestati dall’alunno. Questo antico episodio indica quanto sia difficile il ruolo di tutor, specie se questi è un adolescente.

“Il lavoro che quotidianamente svolgo come psicologo e psicoterapeuta degli adolescenti, ma anche delle loro mamme e dei loro papà, ha condizionato in modo decisivo quanto scritto e come ho scritto.”

L’autore termina così il quarto e ultimo capitolo (che precede le Conclusioni), intitolato Oltre la fragilità adulta: “Si possono organizzare molte iniziative, attribuire funzioni, ruoli, mandati e mansioni, bisogna avere però la motivazione per andare oltre i luoghi comuni sull’adolescenza. Se non c’è motivazione adulta, meglio lasciar perdere. L’età tradita.”

La suddetta frase composta da queste tre parole è ripetuta almeno tre volte nel corso del saggio. E questo è lo stile di Matteo Lancini, tendente al dramma esistenziale. I ragionamenti da lui addotti sono per lo più corretti, ma paiono carenti di generalità e non sempre del tutto equi.

Enzo Biagi definiva la propria generazione come quella che aveva perso tutte le guerre. La mia e quella di Lancini non ha partecipato a nessun conflitto bellico, ma a numerosi stravolgimenti sociali, come per esempio quelli che riguardano il diritto a pensione. Prima della Legge n. 335/1995 si poteva andare in pensione d’anzianità a 49 anni, con 35 di contributi. Negli anni ’80 ci si poteva matrimoniare col pensionamento di vecchiaia a 60 anni per gli uomini, a 55 per le donne; poi il limite fu procrastinato di 5 anni. Si chiama assicurazione obbligatoria, anche perché i crismi legati al diritto variano obbligatoriamente col tempo, secondo le diverse esigenze finanziarie. Nel 1995 una nuova legge, pur permettendo la pensione a 57 anni, con un requisito di 35 anni di contributi, consentiva un’uscita dal mondo del lavoro a 54 anni, purché soddisfatto il requisito di 40 anni di contributi. Facendo seguito ad altri peggioramenti governativi, la Legge Fornero del 2011 spostò a oltranza, con peggioramento annuale, il diritto a pensione, fino ai 67 anni attuali, con decorrenze leggermente agevolate per chi ha un certo numero, ma ben oltre i 40 anni.

L’alienazione nei confronti del lavoro, assente probabilmente in Lancini, che svolge con passione il proprio mestiere di psicologo, ma non nella maggioranza delle maestranze, impiegati e operai per intenderci, è tale per cui l’argomento pensione è discusso più di pancia che di testa.

In alcune chiacchiere di bar a cui ho partecipato, un ex lavoratore precoce, che era andato in pensione a 59 anni, con 42 anni e 10 mesi di contributi, definiva con un termine osceno la benevola concessione della cosiddetta quota 100 (38 anni di contributi e 62 di età), legge che ha una scadenza triennale. E del doman non v’è certezza. Lo stesso ex lavoratore definiva grazia ricevuta la vecchiaia anticipata di un suo conoscente, che si pensionò a 62 anni di età e 43 e 6 mesi di contributi.

Franz Kafka - 1917
Franz Kafka – 1917

Oggi la pensione è diventa un miraggio come il Castello di Kafka. E per questo indico la mia generazione come quella che non ha partecipato a nessuna guerra e che pertanto non ha mai avuto occasione di vincerne mezza. Un’età tradita e negletta (soprattutto dalla classe politica).

L’alienazione che ne deriva consente di concedere a me e ai miei coetanei le attenuanti generiche. Se i nostri figli gemono, anche noi non abbiamo tanti motivi per essere allegri. Questo non significa che le considerazioni addotte da Lancini non siano in gran parte giustificate.

Come già evidenziato, egli ha una tendenza a limitare al massimo le andate a capo. Il primo paragrafo del terzo capitolo va da pagina 97 a pagina 109 ed è composto da solo cinque capoversi. Eccedendo, com’è mia costumanza, paragono il suo stile a quello rap, anzi al political hip hop, per intenderci a quello di Murubutu, autore della celebre (per chi la conosce) La collina dei pioppi. Ha soltanto dieci anni in meno di Lancini e insegna storia e filosofia in un liceo reggiano.

Ho colto da parte dell’autore, in alcuni passi, un forte tono critico, che diventa a volte caustico: “… uno scivolone comunicativo neanche troppo grave, se paragonato a quanto ho sentito dire a importanti cariche istituzionali, e ad alcuni medici, a proposito dei giovani del nostro Paese, durante le diverse fasi dell’emergenza epidemiologica. Gli stessi che ora tacciono, danti ai dati e alle dichiarazioni governative che, mentre scrivo, sottolineano, con sorpresa, come siano gli adolescenti e i giovani adulti italiani a trainare la campagna vaccinale in corso.”

E gli scappano, al buon Lancini, altre battute derisorie, del tipo: “Tutta colpa del Coronavirus e di ciò che, in modo quasi altrettanto subdolo, da anni divora il cervello degli studenti e delle studentesse: Internet.”

A volte mi pare di ravvisare che egli stia soffrendo la situazione, in una specie di transfert inverso.

Piccole questioni lessicali: l’autore non è sempre coerente nell’uso della d eufonetica e nell’elisione: “e edipica”, “a un insegnante”, “ad avvicinare”, “e attese”, “ed emotivo”, “con il quale” “l’adolescenza”, “di individuazione”, “di arretrare”, “di un aspetto”, “d’identificazione”, “di adultizzazione”. Non so cosa quest’alternanza sintattica possa significare, ma potrebbe indicare che egli stia ancora cercando una sua strada espressiva che non è stata percorsa del tutto, ma forse è già a buon punto. La sua scrittura è fortemente empatica e discorsiva, a volte ridondante, ma sempre chiara. A volte è addirittura luminosa.

Egli non manca di confessare che “sta crescendo in me un senso di insofferenza nei riguardi dell’ipocrisia adulta che non accenna a rinunciare ai benefici personali e professionali di una società iperconnessa e che invade la mente degli adolescenti, così come quella di genitori e docenti, con interpretazioni scientifiche declinate in modo univoco a sostegno dei danni di Internet sulle nuove generazioni e sulla necessità di limitarne coercitivamente l’utilizzo.”

Il saggio termina con la narrazione di vari casi clinici in cui le storie delle varie Arianna, Fabrizio, Pierfrancesco, Giovanna e Telemaco si sommano senza soluzione di continuità, da pagina 179 a pagina 183, senza un’andata a capo. A questi ragazzi e ai loro genitori do un unico e ultimo suggerimento, sempre colto dal saggio di Acciardi: non datevi all’Ippica, semmai all’Aikido. Mio figlio ha praticato tale attività fisico-spirituale per vari anni e qualcosa so a riguardo. Io ho invece un trascorso da judoka interrotto in seguito a una lussazione al gomito (che non auguro a nessuno).

Le due arti marziali differiscono di molto. L’Aikido è fondato sulla difesa, il Judo sull’inganno: si spinge in avanti o verso di sé l’avversario, in un confronto a chi è meglio in grado di gestire il proprio e l’altrui equilibrio. Nell’Aikido i due partner sono solidali e si alternano nei due ruoli, poiché il fine è universale: non cadere sotto i colpi di chi desidera dominarti. Dopo due anni quando il mio amato consanguineo aveva dodici anni, Luca, il maestro, mi disse che finalmente egli non temeva più il contatto fisico ed era diventato consapevole dei propri mezzi.

A mio parere, questo è lo scopo di ogni essere umano, a prescindere dal sesso, dall’età e dalla formazione culturale, e dovrà essere perseguito per l’intera esistenza.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Matteo Lancini, L’età tradita, Raffaello Cortina Editore, 2021

 

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