“Infelicità senza desideri” di Peter Handke: rivivere tramite la scrittura

L’incipit di Infelicità senza desideri è folgorante.

Infelicità senza desideri di Peter Handke
Infelicità senza desideri di Peter Handke

Nella rubrica Varie dell’edizione domenicale del Volkszeitung carinziano era scritto: «Nella notte tra venerdì e sabato una casalinga 51enne di A. (comune di G.) si è suicidata con un’overdose di barbiturici».

Sono passate quasi sette settimane da quando mia madre è morta, e io vorrei mettermi al lavoro, prima che il bisogno di scrivere su di lei, così forte al suo funerale, si riconverta nell’ottuso mutismo col quale ho reagito alla notizia del suicidio.”[1]

Infelicità senza desideri è la storia del tentativo, da parte del figlio scrittore, di comprendere le motivazioni del gesto estremo della madre, cercando di ricostruirne la vita e di appropriarsene tramite un narrare che oggettivi il passato, superando il coinvolgimento personale; un narrare diverso dalla normale letteratura ma che riesca a rappresentare la memoria coinvolgendo l’eventuale lettore:

“Quando scrivo, scrivo necessariamente del passato, di qualcosa di accaduto, almeno rispetto al tempo dello scrivere. Lavoro in maniera letteraria, al solito, estraniato ed oggettivo come una macchina di ricordi e formule. E scrivo la storia di mia madre, infine, prima di tutto perché credo di conoscere lei, e come si sia arrivati alla sua morte, meglio di un qualsiasi intervistatore estraneo che probabilmente risolverebbe senza sforzo questo interessante caso di suicidio con una tabella di interpretazione dei sogni a base di religione, psicologia individuale o sociologia; poi nel mio stesso interesse, poiché quando qualcosa mi dà da fare, torno a vivere; e infine perché, proprio come qualsiasi intervistatore esterno, vorrei fare di questo suicidio un caso, seppure in altra maniera.

«Cominciò con…»: se si iniziasse a raccontare così, tutto suonerebbe inventato, non si richiederebbe all’ascoltatore o al lettore una partecipazione personale, ma gli si reciterebbe soltanto una corretta storia di fantasia.”

E invece la storia è storia di un’infanzia di povertà, solitudine ed emarginazione nella campagna carinziana di inizio Novecento; di una ragazza dal carattere tuttavia vitale e esuberante, che a 15 anni decide di lasciare la famiglia: sono gli anni dell’affermazione di Hitler, e Handke riesce a rendere perfettamente il clima in cui un popolo umiliato ritrovò un’identità e un senso di appartenenza che lo avrebbero portato alla tragedia.

Il primo uomo – il padre di Peter –, «brutto, basso e stempiato», impiegato alla Cassa di Risparmio e aderente al Partito Nazista, ma già sposato. Pur non potendo essere corrisposto se non entro ovvii limiti, questo rimarrà l’amore della vita di lei, che poi si sposerà a sua volta, prima della nascita del figlio, con un ufficiale della Wehrmacht non amato, piegandosi alle convenzioni sociali.

Nonostante il marito la amasse, pur sapendo di non essere ricambiato, finita la guerra diventerà violento e si metterà a bere. Lei, imponendosi per la prima volta un senso di responsabilità adulto, a trent’anni si trasformerà in una donna elegante e algida, dedita alla famiglia e intimamente convinta di essere priva di futuro…

Il figlio ripercorre le radici del male oscuro della madre – la sua cronica incapacità di trovare il proprio posto nel mondo, l’impossibilità di liberarsi dal peso e dal dovere di un ruolo già deciso per lei dalle convenzioni sociali – con una fredda oggettività che dissimula la partecipazione emotiva che a tratti rompe gli argini e invade la scrittura. Il periodare complesso di matrice quasi proustiana, con abbondante uso di lunghi e complicati sostantivi composti e gran quantità di avverbi, si asciuga tuttavia man mano che la narrazione procede: si semplifica, quasi a rappresentare esso stesso il progressivo discendere della “protagonista” verso la sua afasica solitudine.

Nelle ultime pagine del libro, frammenti di ricordi e sensazioni del presente diventano frasi e immagini slegate tra loro. «Si è portata il suo segreto nella tomba!». «Più in là scriverò su tutto questo più accuratamente».

Peter Handke
Peter Handke

Nell’evoluzione letteraria di Peter Handke Infelicità senza desideri segna il passaggio dalla fase più sperimentale a quello stile memoriale-diaristico che diverrà, a partire soprattutto dalla fine degli anni Settanta, un vero e proprio approccio peculiare alla scrittura.

È singolare come, se da un lato l’incipit di questo racconto ricordi da vicino quello de Lo straniero di Camus («Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerale domani. Distinti saluti.” Questo non vuol dire niente. Era forse ieri»), dall’altro si potrebbe instaurare un parallelo stilistico tra la narrazione handkiana e certe descrizioni della propria madre-personaggio fatte da Marguerite Duras a partire da L’amante.

Se Handke, nella prima fase della sua carriera, fu sicuramente influenzato dalle istanze stilistiche del Nouveau Roman (nel quale la Duras viene a volte, un po’ forzatamente, inscritta), forse la crudezza e la pietà che traspaiono nelle pagine di questo e altri romanzi d’ispirazione autobiografica dello scrittore austriaco potrebbero aver avuto eco nella scrittura (autobiografica e – diciamolo pure – mitopoietica) della Duras dopo il suo ritorno alla letteratura, seguito al lungo intervallo consacrato al cinema negli anni Settanta.

Il rapporto tra i due scrittori – e la coincidenza di talune scelte stilistiche – è ufficialmente testimoniato perlomeno dalla traduzione che Handke fece nel 1985 del racconto La maladie de la mort della Duras, finalizzata al film Das Mal des Todes di cui lo stesso Handke fu poi regista e interprete.

 

Written by Sandro Naglia

 

Note

[1] Tutte le citazioni sono state tradotte da Sandro Naglia.

 

Bibliografia

Peter Handke: Wunschloses Unglück, Salzburg, Residenz Verlag, 1972 (tr. it.: Infelicità senza desideri, Milano, Garzanti, 1976);

Marguerite Duras: La maladie de la mort / Die Krankheit Tod, Übersetzung von Peter Handke, Frankfurt am Main, Fischer, 1985.

 

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