Katherine Johnson: icona dei diritti civili e scienziata dell’ingegneria aerospaziale

“Io conto tutto, conto i passi che faccio per strada, quelli per andare in chiesa, il numero di piatti e stoviglie che lavo, le stelle in cielo. Tutto ciò che può essere contato, io conto”. – Katherine Johnson

Katherine Johnson at NASA in 1966
Katherine Johnson at NASA in 1966

Dotata di uno straordinario talento per la matematica, Katherine Johnson (nata Creola Katherine Coleman) fin da piccola ama contare tutto: gli scalini della sua abitazione e tutto ciò che incontra sulla sua strada.

“In matematica, o hai ragione o hai torto” – Katherine Johnson

Nata il 26 agosto 1918 a White Sulphur Springs (Virginia Occidentale) da una famiglia di origini modeste, fin da subito denota una straordinaria inclinazione all’apprendimento.

D’altra parte, Katherine straordinaria lo è in tutto. Anche per il coraggio con cui ha affrontato le discriminazioni incontrate sul suo cammino, in quanto donna e per di più afroamericana.

Ma questi per Katherine non sono limiti, semmai sollecitazioni, che con l’incoraggiamento dei suoi genitori la spingono a dedicarsi con maggior impegno allo studio.

Impegno, che la vede a soli 14 anni ottenere il diploma di scuola superiore e a 18 anni una prima laurea. Risultati da cui si evince l’eccezionalità di una donna votata alla scienza. Nello specifico, la disciplina con cui la Johnson si confronta è la matematica con applicazioni nel campo delle esplorazioni spaziali.

Meritevole di attenzione per il suo alto profilo scolastico, nel 1938, unica donna in compagnia di due colleghi afroamericani, viene ammessa alla scuola di specializzazione West Virginia University. L’ammissione dei tre a tale istituto è favorita da una sentenza della Corte Suprema del Missouri, rivoluzionaria per l’epoca, che fa da apripista per la fine della segregazione razziale, in cui si afferma il diritto all’istruzione anche per gli studenti di colore.

La sua collaborazione con la Nasa (inizialmente denominata Naca), in veste di ricercatrice nell’analisi per i sistemi dell’aeronautica, ha inizio nel 1953 con un apporto determinante per il futuro delle missioni spaziali: senza il contributo dei calcoli elaborati dalla Johnson molti progetti spaziali non avrebbero avuto seguito.

Per arrivare poi agli anni della cosiddetta Guerra Fredda, anni in cui fra gli Stati Uniti e l’URSS sussistono evidenti contrasti. Che si amplificano in seguito al lancio del primo satellite artificiale mandato in orbita dai Russi nel 1959, circostanza che dà inizio alla corsa delle esplorazioni spaziali, messa in atto da entrambi i contendenti in un’accesa competizione. Che spinge l’America a misurarsi con l’URSS fondando la Nasa, in progetti che richiedono il supporto delle migliori intelligenze americane ai fini del progresso del Paese.

Inevitabile, che Katherine Johnson, donna dalla mente brillante oltre misura, partecipi alla costruzione dell’ambizioso progetto, ricoprendo un ruolo di primissimo piano.

È il 1958 quando la scienziata entra a far parte del team dell’ingegneria aerospaziale, partecipando ai calcoli delle traiettorie di volo della missione Mercury (1961), che porta nello spazio il pilota Alan Shepard, primo americano a cimentarsi in un’impresa spaziale.

“Della vita non bisogna temere nulla. Bisogna solo capire” Marie Curie

Un apporto fondamentale di Katherine, più di altri, è stato per il lancio che ha visto l’astronauta John Glenn, nel 1962, compiere il primo volo orbitale intorno alla terra. Il quale avrà modo di affermare, che si fidava soprattutto della Johnson per i calcoli relativi alla traiettoria di discesa del velivolo e alle coordinate di rientro della propria navicella spaziale. In questo modo si mette in pratica una nuova applicazione della matematica, in virtù del fatto che prima di allora l’America non si è ancora messa alla prova con i voli spaziali.

Successivamente, alla Johnson viene affidato un incarico di estrema importanza entrando a far parte del team di controllo circa l’affidabilità dei calcolatori elettronici (pionieri del computer come lo si conosce oggi), che ha avuto uno sbocco determinante per calcolare le traiettorie delle missioni Apollo.

Katherine ha il compito di eseguire a mano calcoli inerenti i dati della traiettoria che la navicella spaziale deve seguire, da cui poi estrapola un’equazione matematica empirica da inserire nel programma utilizzato dal calcolatore, che a sua volta genera un tabulato con dati da confrontare poi con quelli calcolati a mano dalla Johnson. Il cui esito risulta essere pressoché identico.

A conferma della capacità della scienziata di eseguire calcoli di una complessità impressionante.

Il simbolo delle esplorazioni spaziali è stata la missione dell’Apollo 11, che ha visto per la prima volta, nel 1969, l’uomo calpestare il suolo lunare.

Decisivi in maggiore misura, se così si può dire, sono stati i calcoli elaborati da Katherine Johnson per il ritorno di emergenza della missione Apollo 13, in difficoltà a causa dell’esplosione di un serbatoio di ossigeno a bordo della navicella spaziale.

“Non ho un senso di inferiorità. Mai avuto. Sono brava come chiunque, ma non migliore” – Katherine Johnson

Infine, dopo 33 anni di intenso lavoro e dopo aver sfidato razzismo e sessismo, la carriera della Johnson si conclude: non prima però di aver partecipato al programma dello Space Shuttle e alla missione per raggiungere Marte.

“Con i numeri sei più brava di chiunque altro” – Dorothy Vaughn

Katherine Johnson
Katherine Johnson

Che dire infine del privato di Katherine? Come ha conciliato la sua vita affettiva con il suo primo marito? Ma, soprattutto, come ha affrontato le discriminazioni razziali, imperanti allora più di oggi, di cui è stata protagonista?

Da quanto riportato dalla cronaca, in merito al suo matrimonio con James Francis Globe, si racconta che la loro unione sia stata armoniosa e raccolta intorno a una unità familiare allietata dalla nascita di tre figlie, che si è spezzata nel 1956 con la morte dell’uomo.

A proposito delle discriminazioni razziali di cui è stata vittima, occorre ricordare che nel 1953, anno in cui ha iniziato a collaborare con la Nasa, Katherine era una giovane donna afroamericana, e le leggi razziali di allora erano pesanti e condizionavano la vita della gente di colore.

Affinché i neri avessero alcune delle stesse opportunità dei bianchi si dovranno aspettare le battaglie per i diritti civili intraprese dal reverendo Martin Luther King.

Insieme ad altre colleghe afroamericane, definite ‘calcolatrici di colore’, impiegate nella sezione West Area Computer, Katherine subiva notevoli disparità; alcune delle quali, forse le più eclatanti, erano pranzare in luoghi allestiti appositamente per la gente di colore, nonché usare servizi igienici separati da quelli dei bianchi.

Discriminazioni a cui Katherine reagì, diventando un’icona dei diritti civili, fino ad integrarsi totalmente in un team composto da soli uomini bianchi. Probabilmente, accettata nella sua totalità in virtù soprattutto delle sue eccellenti capacità intellettive.

“Fai del tuo meglio ma fai quello che ami. Se non fai quello che ami allora puoi anche vergognarti” – Katherine Johnson

Quale riconoscimento per il suo impegno civile, al servizio del suo Paese, è il 2015 quando il presidente Barack Obama le consegna la Med of Freedom, la più alta onorificenza civile USA.

Per andarsene per sempre questo mondo nel 2020, lasciando tracce indelebili del suo passaggio.

“Non so nemmeno io se riesco a tenere il passo…” – Katherine Johnson

A ricordare la figura di Katherine e di Dorothy Vaugn e Mary Jackson, sue colleghe, è un film del 2016 tratto da un libro di Margot Lee Shetterley (Hidden Figures). Il film, dal titolo Il diritto di contare, diretto da Theodore Melfi, tratteggia fedelmente la figura di tre donne diventate modello per tutto il genere femminile.

“Non esiste l’inadeguatezza: ciascuno di noi è bravo come chiunque altro, ma non migliore” – Katherine Johnson

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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