“Basta un caffè per essere felici” di Toshikazu Kawaguchi: la tazzina è una clessidra

Una tazzina di caffè dall’aroma avvolgente; quanti ricordi può rievocare un sapore, quanta vita, quante persone amate. Un’esperienza sensoriale capace di riportare indietro nel tempo. Ma se davvero gustando una semplice tazzina di caffè si potesse tornare nel passato e rivedere chi non c’è più?

Basta un caffè per essere felici - Photo by Tiziana Topa
Basta un caffè per essere felici – Photo by Tiziana Topa

Su questa suggestiva possibilità si basa l’impianto narrativo di Basta un caffè per essere felici (Garzanti, 2021, pp. 172, trad. di Claudia Marseguerra), romanzo dalla capacità serenatrice di Toshikazu Kawaguchi.

In un piccolo paese del Giappone esiste una singolare caffetteria in cui è possibile vivere un’avventura straordinaria: basta sorbire una tazzina di caffè fumante per viaggiare nel tempo e ritrovarsi nel momento in cui si è compiuta una scelta sbagliata.

Tra chi si siede a quel tavolo c’è Gōtaro, il quale ha taciuto alla figlia una scottante verità per paura di perdere la felicità. È poi la volta di Yukio che, per inseguire un sogno, ha trascurato la madre in difficoltà. Segue Katsuki, il quale ha voluto proteggere la fidanzata da un dolore lasciandola però preda del dubbio. Infine tocca a Kiyoshi, tormentato dal rimorso di non essere stato accanto alla moglie nel suo ultimo giorno.

La leggendaria caffetteria è un locale racchiuso come una piccola gemma nel piano seminterrato di un edificio sito in un quartiere di uffici. Locale all’apparenza anonimo, dunque, riconoscibile solo dall’insegna con il nome. Eppure, una volta entrato, l’avventore si trova catapultato in un’atmosfera magica e senza tempo. E il tempo, dentro quella bolla, è un concetto relativo; passato, presente e futuro si mescolano in un flusso continuo, come dimostrano i tre orologi antichi i quali segnano, rispettivamente, l’ora indietro, quella corrente e quella successiva. Questa magica caffetteria è il regno della famiglia Tokita. Nagare, il proprietario, è un “omone” duramente provato dalla vita che gli ha sottratto l’amata moglie, morta nel dare alla luce la piccola Miki. E Nagare deve affrontare l’arduo compito di crescere da solo la figlioletta, di frenarne con burbera ma rassegnata pazienza gli entusiasmi infantili, di fare da padre e da madre, insomma.

Miki è un piccolo vulcano di sei anni, incontenibile e con il vezzo di parlare in francese. Ma la vera chiave di volta della caffetteria è Kazu, cugina di Nagare. Giovane donna dimessa nell’aspetto, ella è dotata della capacità di penetrare nell’animo delle persone. Misura le parole, Kazu, ma quando parla esprime una saggezza antica; enigmatica e imperturbabile, è quasi una maga che legge chiari i pensieri di chi si trova davanti.

Kazu è molto più che una cameriera; ella è una vera e propria sacerdotessa, l’unica autorizzata a officiare il rituale del caffè. È il ponte tra presente e passato, tra presente e futuro. Attraverso le sue mani, il liquido aromatico fluisce lento nella tazzina e, sorbito dall’avventore, lo penetra, si irradia in tutto il suo essere e ne fa vapore.

E così inizia il viaggio nel tempo. Non tutti hanno la determinazione di affrontare questo rituale che prevede cinque regole ferree. Scoraggiati, molti rinunciano ma c’è anche chi, mosso da un sentimento radicato, accetta di sottostare a quelle condizioni e di sfidare le leggi del tempo.

“Le uniche persone che si possono incontrare nel passato sono quelle entrate nella caffetteria”, recita la prima regola che ribadisce quindi la centralità del locale come medium di questo viaggio.

“Qualunque cosa si faccia quando si è nel passato, non si può cambiare il presente”. Questa è la regola più scomoda, quella che demoralizza i più. Non si può tornare indietro per rimediare a errori commessi ma per dire parole non dette, compiere gesti non compiuti e sciogliere nodi irrisolti.

“C’è solo una sedia che permette di tornare nel passato”. Questa sedia è occupata da un’eterea signora in bianco che si alza una sola volta al giorno. Occorre pazienza e saper aspettare il momento giusto. Solo allora si può partire.

Toshikazu Kawaguchi - Photo by Luke Liu
Toshikazu Kawaguchi – Photo by Luke Liu

“Quando si torna nel passato bisogna restare su quella sedia e non ci si può muovere di lì”. Fermezza, prima di tutto. Il viaggio non lascia scampo e inchioda alle proprie responsabilità.

“Il tempo che si può trascorrere nel passato comincia quando il caffè viene versato nella tazza e dura finché il caffè è caldo”.

La tazzina è una clessidra; mai sprecare l’attimo, come si fa nella vita, chiusi nei propri egoismi, piuttosto andare al cuore del viaggio. In fondo per medicare una ferita non ci vuole poi molto.

È il tumulto interiore dell’anima morsa dal rammarico e dal rimpianto il pungolo che spinge l’aspirante viaggiatore ad affrontare il rituale del caffè. Che è un rituale selettivo, come si è detto, un setaccio che distingue, come la farina dalle impurità, le intenzioni fragili da quelle autentiche e urgenti.

“Negli ultimi trent’anni quarantuno persone si sono sedute su quella sedia e hanno viaggiato nel tempo. Ognuno aveva una ragione importante per farlo: ritrovare un innamorato, un marito, una figlia e così via, ma di queste quarantuno persone, quattro sono tornate nel passato per ritrovare qualcuno che era morto”.

Il tema della felicità è il filo che unisce le quattro storie di cui consta il romanzo. Cercata, perduta, negata a se stessi, augurata. Sono tante le facce di questa felicità che affonda le sue radici nel superamento di un senso di colpa e di incompiutezza per cui il viaggiatore si è convinto e imposto di non meritarla. E dunque il ritorno al passato ha un valore catartico che permette all’anima di ascendere alla luce della pace, quella pace con se stessi e con il mondo che si raggiunge imparando a perdonare e perdonarsi.

“Le stagioni scorrono in un ciclo continuo.

Anche la vita attraversa inverni difficili.

Ma, dopo ogni inverno, torna sempre la primavera”.

 

Written by Tiziana Topa

 

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