“La vita in alto” di Erika Fatland: una stagione sull’Himalaya

Quando leggi un libro in un preciso attimo accade, per un caso fortuito che non manca mai, che tu senti il bisogno di reagire e non vedi l’ora di incominciare a scrivere un commento. Prima o poi succede sempre, è inutile sperare o temere il contrario.

La vita in alto di Erika Fatland
La vita in alto di Erika Fatland

L’effetto tunnel quanto-meccanico consente una transizione a uno stato impedito dalla meccanica classica. Si tratta di un paradosso quantistico, un andare oltre la comune opinione da parte della realtà in cui si vive. Una particella non può superare una barriera, se è priva della necessaria energia. Poiché le funzioni esponenziali non sono mai riducibili a zero, deve pur esistere una pur minima possibilità che essa, prima o poi, riesca a passare. Spari un protone contro una barriera supermassiccia: il 99,99% delle volte essa sarà bloccata. L’ultimo 9 però non è infinitamente periodico, e la misura delle probabilità non sarà mai uguale a 100%: nulla lo è, ‘n coppa a ‘sta terra. Tutto prima o poi può necessariamente accadere.

Anche leggendo l’opera più deprecabile di Bruno Vespa, si può, da un punto di vista probabilistico, anzi, si deve necessariamente giungere a una reazione, e magari a scrivere un trattato sugli imenotteri. La cosa è assai strana ma, purtroppo o per fortuna, è vera.

Per te, cara Erika Fatland, il momento ac-cade a pagina 99 (poi ti spiego). La cosa che più mi ha colpito di te, finora, è il sorriso simpatico, direi quasi malizioso, che brilla nella foto riportata nella fascetta della terza di copertina. Su Facebook leggo che ti sei meravigliata a esaminare la differenza d’interpretazione grafica delle copertine nelle varie traduzioni della presente opera. Ti spiego quella italiana: esempi di paesini arroccati, con chiesetta annessa, ce ne sono fin che vuoi dalle nostre parti, anche se è l’immagine del Castello di Predjama in Slovenia che più assomiglia all’immagine usata nell’edizione che sto leggendo.

A prima vista dai l’impressione di essere una ragazza estroversa, sicura di sé e di buon carattere. Non so se lo sai (non so nemmeno come potresti) ma io sottolineo di ogni libro che leggo non le frasi che sono in assoluto più significative ma quelle che mi spingeranno ad arrampicarmi per scalare quella montagna vergine che è ogni libro, che nel tuo caso è alta 686 pagine. Intanto io fisso i chiodi, e poi si vedrà. Al momento si sta arrampicando un mio avatar, il lettore. Quello che più sento mio, lo scrittore, si ricongiungerà a tempo debito col gemello (io sono nato il 30 maggio e, come Dante, sono della prima decade di quel segno zodiacale doppio che contraddistingue gli uomini d’ingegno che non sono particolarmente modesti).

A pagina 26 parli di Donald Duck e di Carl Barks, suo autore, che io, paradossalmente, ho cominciato a conoscere solo recentemente. In Italia, fino a qualche decennio fa, non erano indicati né i disegnatori né gli sceneggiatori delle storie, ma era inserito un generico Walt Disney quale riferimento autoriale.

Questo tuo libro, che mi è pervenuto dalla casa editrice, tramite la rivista dove pubblico questi articoli, probabilmente l’ho scelto perché mia figlia vorrebbe fare la reporter in giro per il mondo, possibilmente nelle aree più disagiate, belliche e delinquenziali, con grande soddisfazione di entrambi i genitori, specie della mamma. In effetti, quest’occupazione in genere (purché non capitino gravi/letali incidenti) rientra in quel tipo di lavoro che Karl (Marx) giudicava di tipo artistico, non alienato, pur se gravido di fatica e di responsabilità psicologica e sociale. Personalmente preferisco commentare da casa le tue avventure piuttosto che condividerle, mai però dire mai.

Ho sempre amato Paperino Paolino, che è il nome italiano di Donald Duck, perché mi pare il più marxista dei personaggi disneyani: odia l’alienazione a cui lo costringe lo zio Paperone (Scrooge McDuck), il quale è ispirato come si sa dalla figura e dalla fama di avaro di Paul Getty.

Donald è un ragazzo intelligente, che non vuole essere al servizio di nessuno, ma che alla fine non può evitare una dolorosa subordinazione ai comandi di quel prepotente congiunto, che sa ricattarlo in mille modi (in Italia quell’infame mostra al nipote una lunghissima lista di debiti insoluti).

Nell’episodio che racconti, Scrooge è in preda a una crisi psichica che gli rende intollerabile la visione dei soldi ammucchiati nel suo famoso deposito e per questo Donald lo conduce a curare il suo malessere a Tralla-la, nei dintorni dell’Himalaya. Dopo aver letto da adolescente questo episodio, tu hai desiderato visitare quel luogo surgelato e sperduto, evento che si realizza quando sei diciannovenne: “la prima volta che mi misi in viaggio per il mondo.” Prima di lasciare Paolino ti volevo informare che in Italia girano anche numerosi episodi di Paperinik, in cui Donald veste i panni di un Diabolik rubatutto e inacciuffabile. Se capita di incontrarci ti regalo un albo con le sue eroiche e delinquenziali avventure.

“Mi persi di nuovo e finii per ritrovarmi davanti alla gigantesca statua di Mao sulla piazza del Popolo.”eretta anche grazie ai contributi non troppo spontanei da parte della povera gente delle campagne limitrofe: “chi non aveva denaro poteva contribuire con le tessere annonarie.”

Il fatto mi ricorda l’iniziativa che durante il fascismo portò a raccogliere l’oro presso i privati per rinforzare l’economia della patria. A Gavassa, il paese in cui abitava mia mamma, la famiglia del gerarca fascista che si occupò di tale raccolta divenne improvvisamente benestante.

Valle dello Hunza
Valle dello Hunza

Pagina 73, a chiusura del capitolo: “Ci sono due cose che rimpiango sull’Himalaya, e una di queste è di non essermi fermata più a lungo nello Hunza.” Quando “la cortina di nubi che aveva nascosto le montagne fin dal nostro arrivo si era appena dischiusa” ti accorgesti all’improvviso che “il panorama era impareggiabile, sublime, grandioso, non sarebbe bastato un intero dizionario dei sinonimi a descriverlo”. Le cose non necessariamente più belle, ma quelle che si attaccano di più alle viscere (o all’anima, che poi è la stessa cosa) sono quelle che capitano immediatamente, hic et nunc, e ti lasciano senza fiato né parole. Il primo ti serve in maniera assoluta, le seconde decisamente meno. Alcuni proverbi italiani: il bel tacere non fu mai scritto, il silenzio è d’oro, però, attenzione: chi tace acconsente.

A settembre portai la mia consanguinea aspirante reporter sulla funivia Skyway che da Courmayeur recava i turisti a 3.467,30 metri, a ridosso della cima del Monte Bianco (m. 4.848) e del mitico Dente del Gigante (che io avei più volgarmente chiamato Dito del Gigante, alto m. 4.013 m, con 139 metri di prominenza). Stando sul ballatoio più alto, potevamo girare lo sguardo a 360 gradi e ti confesso che la sensazione che provai mi portò a chiedermi: come mai non ci sono venuto prima? Eppure, quando ci penso, non posso che rimpiangere di non aver salito, l’anno precedente, sempre insieme alla mia consanguinea, su quell’analoga funivia che conduceva al famoso altopiano di Corones, in provincia di Bolzano, dove è il Museo Messner, un italiano che stimo particolarmente, anche perché sento che egli si reputa, come me, cittadino del mondo, la cui nazionalità potrebbe essere tranquillamente un’altra, senza che per questo si debba mettere in pericolo l’essenza della propria umana persona.

Tutto questo ragionamento lo faccio per dirti che capita, viaggiando, di rimpiangere di non aver visto tutto quello che merita. Ti segnalo solo due casi che mi costringeranno prima o poi a tornare in quel posto (ed è fantastica quest’assenza che ti spingerà alla presenza!): la Cuba a Palermo e il Museo di Bolzano in cui avrei voluto scambiare quattro chiacchiere con Őtzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, che ha recentemente festeggiato i suoi primi 5.000 anni.

Usanze locali: “Nel primo anniversario della morte la famiglia del defunto deve invitare tutto il villaggio a un grande banchetto. E inoltre: se muore una donna nessuno balla, si piange e basta. E per le donne l’esposizione della salma dura solo un giorno.”

Si tratta di “una tradizione antica, e queste usanze vanno mantenute. E non si devono cambiare, perché altrimenti perderemmo la nostra cultura…”che è già persa, almeno come significato.

Chi sta parlando è Zaina, che ha “una laurea in scienze dell’alimentazione” e a cui, quando stava a Peshawar, “hanno detto di non raccontare a nessuno che ero una kalash…” – per una ragione analoga a quella poco fa emersa: la cultura è qualcosa che va difesa ma che va a volte dissimulata quando si è a casa d’altri. La cultura può dividere: questo è l’eterno problema umano. Il che favorisce l’ingiustizia, proprio perché tende a voler unire l’universale col proprio mondo microscopico: la regola qui è questa e non si discute.

“Il bagno di casa possono usarlo solo gli uomini e i bambini…” – si suppone d’entrambi i sessi – “Noi donne dobbiamo scendere al fiume.” “Come mai?”, le chiedi e lei: “È una regola antica, deve avere a che fare con la nostra religione, suppongo. D’estate non è un problema, ma d’inverno è peggio, perché dobbiamo portarci l’acqua calda da casa.”

Un’anziana (con un’età dichiarata che va dagli 80 ai 100, manco lei la conosce precisamente) ricorda i bei tempi antichi (“in cui non c’era molto da mangiare”, anche se “credo che ai nostri tempi ci fosse più amore. Quel poco che avevamo lo dividevamo con gli altri”). Mia mamma abitava con la famiglia (allargata, un nonno, vari figli, una trentina di nipoti) in una masseria di Gavassa, Reggio Emilia. Giravano pochi soldi, ma da mangiare ce n’era per tutti, e d’inverno veniva condiviso anche con ospiti casuali che dormivano nella stalla, dove c’era più caldo, e non era necessario il permesso di soggiorno e l’eventuale pedigree: erano montanari in transumanza, barboni e zingari, i quali ultimi non si azzardavano a rubare nulla, ben sapendo che l’urgenza era sopravvivere in pace col prossimo. I barboni poco si lavavano, ed erano detti piuciòun, cioè portatori sani di pidocchi.

Si stava meglio quando si stava peggio: ulteriore detto italiano.

“Come avrà notato, la strada che porta quassù non è in buone condizioni, e questo rappresenta una sfida. D’altra parte è anche un vantaggio, perché altrimenti la gente arriverebbe a frotte, e non abbiamo i mezzi per accoglierne così tanta. Lei da dove viene?” Tu rispondi che sei della Norvegia e quel kalash un po’ fa confusione: “Abbiamo ricevuto un sacco di aiuti dei nostri amici italiani. Facciamoci una foto” – insomma quei miei connazionali sono riusciti a farti guadagnare un selfie, e si è scoperto che siamo mezzi parenti (probabilmente per via di qualche antenato negroide di Kibish). Poi voi abitatori dei fiordi vi siete schiariti a causa della vitamina D.

Saluti la “Valle dei kalash” e “qualche ora dopo, ancora più a sud, i veli lasciarono posto ai burqa...” Paese che vai abbigliamento che trovi…

“A poco a poco le strade si fecero meno ripide, più larghe e meglio tenute; sfrecciammo attraverso due gallerie che avevano richiesto trent’anni di lavoro, e all’improvviso eccoci arrivati nel distretto di Swāt.” Dal 1992 d’estate vado al mare a Pisciotta (SA). Negli anni ‘70 lo Stato aveva deciso di costruire un viadotto che avrebbe unito i vari paesi limitrofi. La ditta appaltatrice però fallì, i soldi finirono e i lavori rimasero incompiuti: i due versanti non si ricongiunsero mai e da mezzo secolo distano l’uno dall’altro alcune centinaia di metri. Cose che capitano, specialmente da quelle parti.

Se vieni da Ascea (l’antica Elea di Parmenide e Zenone) quando sarai a Rizzico, dovrai superare un tratto di strada sconnessa con frane che escono dal basso, assolutamente vietata al traffico. Una volta incrociai un’auto dei Carabinieri e non me la sentii di fermarli. L’alternativa c’è, da Vallo Scalo a Poderia, Palinuro, Pisciotta: sessanta chilometri anziché meno della metà. Ovvio che è la strada sconnessa è consentita solo alle ambulanze, alle forze dell’ordine e a chi se la sente. Non è però da paragonare a quella che hai percorso tu per andare dai tuoi amati kalash: “La strada che sale verso i Prati delle fate è considerata, a ragione veduta, una delle più pericolose del mondo…” ed “è talmente stretta che una jeep ci passa a malapena: non ci sono spazi di manovra, e ogni curva è un tornante.” – ora che ci penso ve n’è una anche a Rizzico: sembrava un videogioco, il cui livello si superava dopo una mezz’ora adrenalinica.

“Tutte le volte che incrociavamo una jeep in senso opposto l’autista doveva fare marcia indietro e spostarsi sull’orlo del precipizio, con mezza ruota in bilico nel vuoto.” – e lì ci vorrei portare la zietta di mia figlia, che tanto ama circumnavigare l’orlo dei baratri. In ogni caso, nella valle dei kalash le donne sono abbastanza più libere che nel distretto di Swāt. A Pisciotta a Ferragosto piazzi l’auto gratis e di fronte all’ombrellone, mentre a Palinuro parcheggi a fatica e a pagamento.

Nel villaggio di Odigram” vai a trovare, come gli avevi promesso, “Muhammed, il farmacologo che avevo incontrato sul minibus dalla Cina al Pakistan”. Dove incontri Ahmed, il suo fratello minore, con cui ti metti a parlare di un mito comune, “Fredri Barth, l’antropologo norvegese”, una cui teoria, che voi ricordate, mi colpisce: “il fatto che l’identità e la consapevolezza della propria cultura vengano forgiate sul confine, nell’incontro con un gruppo sconosciuto”, che ispirò quel vostro maestro proprio durante il periodo che trascorse in quelle zone.

Secondo Niels (Bohr) una particella inizia la sua esistenza quando viene a contatto con l’Altro, cessando per quell’attimo di essere vacua onda. Il contatto muta entrambi gli agenti, entrambi lambenti e lambiti. Capitò a me quando conobbi il Sud dell’Italia e casualmente mi sposai un’indigena (stavo per scrivere un’aborigena). Da allora anch’io sono tale, poiché ho scoperto che la mia origine è tanto qui, da dove ti sto scrivendo, quanto là, dove un giorno ti ri-leggerò. La mia consorte è di Amalfi, il padre è di quel paese cilentano dalle strade scassate e quando lo conobbi capii di essere anche cilintranu. Ti dirò di più: a ottobre andai a Racalmuto, Agrigento, e il giorno dell’arrivo mi sentii racamultese. Non mi sentirei però mai integralmente aderente a nessuna di queste fuggevoli e interscambiabili cittadinanze, e men che meno prigioniero di una fede religiosa che santifica l’ingiustizia sociale a livelli così gravi come in quella casa dove tu sei al momento ospite.

Franca Viola
Franca Viola

Muhammad spiega il “violento scappellotto” assestato sulla nuca della moglie così, senza apparente motivo: “È la nostra cultura. Le donne vanno picchiate, si devono mettere sotto, un po’ come quando schiacci una molla. Altrimenti saltano su e vanno per conto loro…” – il che in fondo è vero: ognuno se può salta su e va per i fatti suoi. Fino a pochi decenni fa, nella campagna reggiana la moglie dava del voi al marito che, da vero gentiluomo, ricambiava con un affettuoso te. Alla sera, la disgraziata consorte si accostava timorosa al coniuge e gli sussurrava Vrî druvèrla stasîra, volete adoperarla stasera? Da settant’anni almeno questo non esiste più, come, grazie alla ribellione dell’ormai celebre Franca Viola, non è più tollerato in Sicilia il rapimento di una donna per volere del suo aspirante marito, e il delitto d’onore è perseguibile come qualsiasi altro congenere. Panta rei, anche la miseria umana. E ogni intollerabile forma di -ismo, e di idiotismo. Ora anche a Gavassa (che ti aspetta per un reportage, mi raccomando) le donne saltano su e vanno per conto loro. Speriamo accada lo stesso, un bellissimo giorno, anche a Odigram.

L’attentato a Malala Yousafzai del 2012, e gli scempi pantoclasti del 2001 (nella valle del Bamiyan) e del 2007 (in quella dello Swāt) eccitano l’assassino che è in me, che faccio fatica a censurare. Il mio istinto vorrebbe ammazzare questi vili. Questo è l’uomo. Ma dentro di lui c’è, pur celato, l’anti-uomo che protegge chi è diverso da te e dalla tua cultura.

La cultura è un male e un bene, dipende da quale parte la si rigira, può tanto uccidere quanto salvaguardare la vita del tuo prossimo. In quel mio attimo omicida ho sognato di rinchiudere in un lager tutti gli intolleranti, compreso me quindi, e di auspicare la loro e la mia eliminazione con un atto di tipo nazista. Questo, accidenti!, è l’uomo.

Per stemperare queste focose parole, ti cito quando parli di “tutti quei paesi che finiscono per ‘stan‘”. In arşân ed Gavâsa, in dû stân significa: dove stanno… Effettivamente, sulla Terra quei luoghi che stai visitando ora sembrano appartenere a un altro pianeta dove al momento non ho alcuna voglia di atterrare. Però devo ammettere che col tuo reportage li sai rendere affascinanti.

Qualcuno ti dice che, nello “Jimmu, nel Sud del Kashmir”, “gli indù ci ammazzavano come mosche, a noi musulmani, questo sì che me lo ricordo.” Nessuna religione è esente da colpe immense, non il cristianesimo, che è la religione dei miei avi, né il comunismo che è quella che di chi aiutò gli Alleati nella lotta contro i Nazisti. Mio padre rischiò di essere fatto fuori, subito dopo la guerra, quando la sua unica colpa era di andare a messa. Fu un combattente comunista dal volto umano a graziarlo.

Incontri il padre di una delle giovanissime vittime della strage avvenuta in “una scuola pubblica a Peshawar”, in cui furono uccisi dai terroristi “centotrenta alunni”. Il padre è sconvolto ma da allora combatte per conoscere la verità, rischiando anche di essere incriminato “per cospirazione ai danni dello stato”. E dice: “Noi genitori siamo convinti che l’attentato sia stato pianificato dallo stato. È stato tutto una messinscena.”le cose non sono andate diversamente per le stragi di Bologna e di Milano occorse durante quegli anni di piombo, che si dovrebbero definire anni di tritolo. È il Potere che, da un punto di vista, probabilistico ha le maggiori possibilità di compiere il Male. In un’intervista Pier Paolo (Pasolini) disse che l’unica vera, grande, assoluta anarchia è quella del Potere, questo infame Mostro che ha infinite mani, orecchi e occhi. E bombe da far esplodere.

Passiamo subito alla terza cartina che ho un grande bisogno di evadere. Sono a pagina 124, tra l’Islamabad e l’Uttar Prdesh, a… 217 metri! Ogni tanto, nei punti in cui ti sposti, è indicato di fianco al testo l’altimetria e devo dire che non siamo stati mai così in basso, nel “Valico di frontiera di Lahore”. Contemporaneamente, io sono a 57 metri sul livello del mare, sdraiato sul divano di casa mia, secondo i savi insegnamenti del mio personal maestro d’ozio Andy Capp.

Una tua frase che mi fa sorridere: “I confini sono come i würstel – è sempre meglio non sapere come sono stati fatti.”

A pagina 55 scrivesti che “l’India non ha mai riconosciuto né l’accordo né il confine, e nemmeno ha ratificato la propria frontiera con la Cina; sull’Himalaya la demarcazione si dissolve in una linea tratteggiata a centro di una contesa perenne, sorvegliata da testate nucleari e da soldati armati fino ai denti.” Quello che racconti sull’eterna disfida tra indiani e pakistani è talmente obbrobrioso che si sa subito con chi stare: con nessuno. La tua è una vera Intervista con la storia che, a differenza da quella celebre di Oriana Fallaci, coinvolge la gente comune ed è pertanto più significativa. Il tuo libro inizialmente non mi prendeva perché mi eri parsa restia a chiedere e a prendere posizione. Penso sia stato andare a casa del farmacologo che ha cambiato il tuo modo di comportarti, rendendo più efficace il tuo racconto.

“I britannici, capitanati dal colonnello Reginald Dyer, erano intenzionati a sopprimere sul nascere qualsiasi protesta, e ordinarono di sparare sulla folla finché non avessero finito le munizioni. Lo scrittore Rudyart Kipling lodò Dyer per aver salvato l’India, ma in realtà quel massacro segnò l’inizio della fine dell’egemonia inglese” – tanto che anche Gandhi “si convinse che la piena indipendenza fosse l’unica via.” Qualcosa di simile successe a Milano ne 1898 e nella mia Reggio Emilia nel 1960. Il potere spara e la folla, quando non applaude, è falciata da quei colpi.

Il tuo saggio è anche una ricostruzione fedele dei tempi antichi che hanno determinato gli attuali. “Spesso sembra che la storia sia fatta solo di massacri e distruzioni. Ma le tracce di quel bagno di sangue erano ormai sparite, il tempio e tutti gli edifici circostanti erano stati ristrutturati e riportati agli antichi splendori. È questo l’andamento della storia: un estenuante girotondo tra distruzione e ricostruzione” Śiva e Visnù. Il cosmo è così: energia e massa che si scambiano i favori.

Il tempio d'Oro, luogo sacro sikh, situato nella località di Amritsar - Photo by ViaggiCorriere
Il tempio d’Oro, luogo sacro sikh, situato nella località di Amritsar – Photo by ViaggiCorriere

Per quel che so i Sikh sono nati per la volontà di qualcuno che sperava di conciliare le due religioni maggiori, l’induista e l’islamica. Poi gli uomini Sikh (quelli che conoscono si chiamano tutti Singh), hanno cominciato a girare col coltello, dopo essere stati perseguitati dagli uni e dagli altri.

A diciannove anni andasti in India col tuo ragazzo: “ma da allora ho quasi sempre viaggiato da sola. Quando si viaggia insieme agli altri, fosse anche una persona sola, si finisce sempre in una specie di bolla, un piccolo mondo privato. Viaggiando da soli, invece, si è in balia dell’ambiente circostante, si è esposti, nudi.” Per me è stato l’opposto: da giovincello amavo girare da solo. Da quando sono genitore amo condividere la mia esperienza di viaggiatore coi miei figli e con le persone care, ma soprattutto amo tornare con loro in quei luoghi che visitai in modo solitario.

“Perché viaggiamo?” – ti chiedi. La risposta necessaria è: “… non riesco più a farne a meno.” Perché leggo, perché scrivo: leggi la risposta nella riga di sopra. A chi serve? A me. Perché? Per continuare a vivere. Detto delle mie parti, tótt i cujòun a gh ân la só pasiòun: alle idioter har sin lidenskap, fidandomi di Google, come fanno a tuo dire i cinesi.

“Per un secondo, stordita dalle sensazione e dai rituali, provai una punta di tristezza al pensiero che il giorno dopo sarei già dovuta partire verso nord, di nuovo in direzione delle montagne.” – ci risiamo, eh? È quella tristezza che ti riporterà lì. Un giorno ti farò sentire una canzone di Bruno (Lauzi) che però si riferisce a un amor perduto, ma il ritornello ti piacerà: Ritornerai!

“Per le persone come me e gli altri stranieri che si rimpinzavano di birre e cappuccini nei caffè panoramici di Leh, negli ultimi decenni il mondo è diventato più accessibile che mai grazie a biglietti aerei a prezzi stracciati e a passaporti che permettono di viaggiare più o meno dappertutto. Per la gente del posto che per secoli ha attraversato valli e valicato montagne per scambiare merci, invece, il mondo si è rimpicciolito e riempito di barriere, malgrado le strade e i mezzi di trasporto non siano mai stato funzionali come adesso.” Una volta chi veniva dalla Sicilia o dalla Calabria diretto a Milano o a Torino, partiva di prima mattina e arrivava a destinazione dopo mille avventure, dopo un paio di giorni. Ora i viaggi sono diventati più rapidi e simili ad atti burocratici. Spesso la parte più difficile è quella che precede il viaggio in aereo o in treno ad alata velocità, specie nel Sud Italia dove le strade sono molto tibetane.

La tua esperienza in quel territorio limitrofo al Tibet non è spettacolare ma risulta quasi noiosa. Non lo è la tua narrazione. Tu riesci a dare con precisione il senso di piattezza che tu stessa hai avvertito. Alcune interviste poco riuscite, non per demerito tuo, ma di chi non risponde con chiarezza alle tue domande, sono il documento antropologico che serve a capire come sta girando il mondo da quelle parti.

A Darjeeling qualcuno ti induce a bere tanto di quel tè che ti senti “strapiena come una teiera ambulante”, per cui “traboccante di tè barcollai fino in camera…”

Diversa è la situazione in Sikkim dove “non ci sono tasse sugli alcolici, e quindi la gente beve da mattina a sera” – qualcuno ridacchia, aggiungendo: “Bevono per dimenticare di essere assoggettati all’India.”in Italia ci avrebbero messo subito una bell’accisa. La storia del Sikkim è triste, mangiucchiato come se fosse un insipido scone, una focaccina da te, dalla prepotenza indiana.

Alle scuole medie imparai che c’erano tre paesi sub-himalayani: Nepal, Bhutan e Sikkim. Una volta andai a sentire cosa avesse da dire sul profitto di mio figlio un’insegnante di geografia che mi pareva un po’ supponente. Quando la conversazione stava assumendo toni sgradevoli, mi venne da porle, quando meno se l’aspettava, una domanda interessante ma insidiosa: mi scusi, professoressa, ma mi sa dire che fine ha fatto il Sikkim?, ché nessuno ne parla più! La pur dottissima e assai loquace prof rimase all’improvviso afarensis.

Paese che vai, oracolo che incontri e che ti dice che avrai prima o poi dei figli, però prima… dovrai fare qualcosa di tipo esoterico. È un po’ come quando, prima di essere incinta, a una delle mie tanti consorti (le mogli cambiano a volte personalità ogni giorno, per non dire dei mariti) toccavano la pancia per sentire se v’erano novità in arrivo. Cose che capitano alle vive (a me però nessuno si è mai azzardato a palparmi il pancione!).

Il Bhutan! Che paese irregolare! Nel senso che lì le cose sono diverse che da tutte le altre parti. Non sto a enumerarle perché la cosa che consiglio è di leggere direttamente il tuo reportage.

Raccogli la testimonianza di Dechen, una bellezza locale a cui la vita ha recato varie fregature. “I miei genitori non mi hanno mai raccontato della loro infanzia, ma non credo che sia stata felice. Non ricordo un granché nemmeno della mia.”

Anche mio padre ha avuto un’infanzia difficile, però ogni tanto mi raccontava degli aneddoti curiosi. Se a un figlio non esibisci dei pezzi della tua vita in cui eri al suo livello, di età e di istruzioni intendo, gli fai mancare un pezzo importante d’istruzione.

Dechen lavorava a nove anni, presso “famiglie di estranei dove potevo lavorare come babysitter. Oltre a badare ai bambini facevo le pulizie, custodivo gli animali e svolgevo altre piccole incombenze”, ma “non ho mai visto un soldo perché andavano tutti per la scuola di mio fratello.” Negli anni ‘20 una mia zia paterna appena dodicenne fu mandata a servire presso una famiglia di contadini meno poveri della propria, dove incontrò un ragazzino della sua età che sposo qualche anno dopo. Entrambi servivano un po’ per tutto, ma soprattutto sgobbavano nei campi.

Dechen a quindici anni ha “frequentato un corso di formazione e ho imparato l’alfabeto, ma più in là di così non sono riuscita ad andare.” – mia mamma ha fatto pochi anni di scuola, solo cinque; avrebbe voluto studiare da infermiera ma serviva che stesse a casa. Era un periodo così. Un suo cugino di poco più giovane, che abitava nella stessa casa colonica, si è invece diplomato.

Un principio sancito dalla legislazione locale: “Lo stato deve creare le condizioni in grado di portare al raggiungimento di una felicità interna lorda.”

Buthan - Photo by Anter
Buthan – Photo by Anter

Secondo le stime dell’Onu, attualmente il Bhutan è al 95esimo posto al mondo in quanto a grado di felicità medio della sua gente. Pian pianino, dai! Benjamin (Disraeli) diceva che ci sono tre specie di bugie, le bugie, le sfacciate bugie e le statistiche.

L’ennesimo indovino prevede che tuo figlio si chiamerà “Kinley Wangchuck”, che unito ai due cognomi diventerà Kinley Wangchuck Fatland Hansen. E tu aggiungi, e se fossi un’italiana faresti le corna sotto il tavolo: “Ci sarebbe voluto un po’ a farci l’abitudine, ma com’è noto un nome non ha mai rovinato nessuno.” Una volta ho conosciuto una coppia di fratelli, Crocefisso lui e Crocefissa lei, ambedue molto malmessi. Poi saputo che avevano una terza sorella, che per destino familiare si chiamava Addolorata.

Torni nel pianeta Indi, che “è talmente grande e piena di contraddizioni che, appena credi di aver capito anche solo una cosa su questa terra, ti ritrovi subito a poter dire il contrario, e molto probabilmente entrambe le affermazioni sono vere. Poiché l’India non è una nazione, ma un universo che contiene più di duemila gruppi etnici, ventotto stati federati uno e ventitré lingue ufficiali.”

Ora sei nell’”Arunachal Pradesh”, che “è uno stato grande come il Portogallo, ma con meno di un milione e mezzo di abitanti, per di più suddivisi in ben ventisei diversi gruppi etnici.” La scuola spaventa la povera gente. “Si credeva che i maestri indiani ci insegnassero cose disdicevoli e che frequentarla ci avrebbe reso troppo pigre per lavorare nelle risaie.” A parlare è una ragazza di nome Tage, che decise di frequentarla di nascosto e che, quando fu scoperta, riuscì a scappare da casa per continuare gli studi. Quando concluse “il ciclo scolastico iniziò a insegnare e fu l’orgoglio della famiglia: “Divenni un esempio da imitare…

Sei nella valle dello Ziro, quindi relativamente in basso. Sopra Amalfi c’è la Torre dello Ziro. Dove sei ora, i cattivi salgono all’Inferno, a Tailey per la precisione; i buoni invece scendono “a Nely, una specie di paradiso cristiano, dove resteranno per sempre” – il contrario che da noi, dove in alto pare ci stia da Dio e che in basso ci sia un caldo infernale! Esiste però un proverbio arşân che recita: a andêr şò tót i sânt aiòten! (a scendere tutti i santi aiutano!): costa meno fatica, però si può più facilmente inciampare.

Alla “chiesa cristiana del risveglio evangelico” hanno le idee chiare: “proprio come il sole e la luna non possono abitare il cielo contemporaneamente, nello stesso modo cristiani e pagani non possono convivere”: tutto il mondo è un’intollerante parrocchia, che predica la diffidenza verso l’Altro.

Parli del fratricidio (Caino e Abele, Arjuna e Karna, dici tu; al che io aggiungo: Romolo e Remo) e dici che “alcuni studiosi ritengono che il motivo del fratricidio faccia riferimento allo sterminio dei Neanderthal: in origine l’uomo aveva un fratello, ma l’ha ucciso.” – la quale è una teoria quasi religiosa, difficilmente falsificabile.

Incontri un vispo settantacinquenne sciamano e la sua figura e alcune parole che dice mi fanno ricordare le medgòuni (medicone) che tuttora operano dalle mie parti, anziane che recitano litanie conosciute solo a loro e in questo modo si dice che guariscano alcune malattie. Di questo te ne potrebbe parlare l’antropologa Antonella (Bartolucci), di cui lessi alcune opere sull’argomento. Panta rei, come sempre: in un convegno organizzata da lei una giovane medgòuna disse che lei ormai operava anche tramite whatsapp.

“Se la moglie non dà figli o se dopo quattro figli ancora non è arrivato un maschio, un uomo ha il diritto di separarsi.”

L’uomo può andare, se vuole, in culo al mondo; anche la donna può girare dove vuole, “ma solo all’interno del villaggio e nelle zone circostanti.”anche quest’ingiustizia cesserà, mi auguro.

In Italia il 20 dicembre ‘68 la Corte costituzionale ha annullato la differenza fra i sessi anche in riferimento all’adulterio, che, ai sensi degli articoli 55 e 560 del Codice penale, sanciva come penale quello perpetrato dalla moglie, mentre quello del marito era un semplice concubinato, punibile solo se nel caso che quest’ultimo ospitasse a sue spese da qualche parte un’altra donna.

“Da più di trent’anni numerosi gruppi di separatisti lottano per l’indipendenza dell’Assam” e questi guerrieri, che piaccia o no, devono mantenersi: se non paghi “circa cinquantamila rupie per volta” succede che “l’alternativa è finire con la gola tagliata, perciò la scelta non si pone nemmeno…”questo vale per ogni gruppo di insorti della storia, anche quelli più celebrati.

A pagina 413 inizia “La Seconda Tappa, che va dall’aprile al luglio 2019”.

La prima andava da luglio a dicembre 2018. Cosa ti sia successo da gennaio a marzo 2019 non è dato sapere. Il capitolo esordisce con un interrogativo: “Quando inizia e quando finisce il viaggio?” Forse quando si sale in carrozza, oppure no, quando si compra il biglietto, oppure no, quando si sogna per la prima volta di farlo. Basta decidere dentro di sé. Nulla inizia e nulla finisce davvero, ma tutto si trasforma nel fotogramma successivo. Poi rimane appeso, almeno così garantisce il fisico inglese Julian Barbour, lungo una cordicina magica. Tutti i tempi sono come cartoline che penzolano da un filo, come quello a cui si appendono i ciappetti, ‘e cannuccedde, ‘e mollette. Come si dice in norvegese. Cerco. Forse kleslypene, ma non ne sono certo. A me questo Google Traduttore dà molto da pensare.

“Erano passati sedici anni dall’ultima volta che ero stata a Katmandu…” Forse fu quando salisti sull’aereo per tornare a casa che progettasti questo viaggio. Allora eri appaiata a “un fidanzato svedese”, mentre ora sei sola.

Chiedi a un tipo come mai è diventato uno yogi, e lui ti risponde come manco l’Orso Yoghi avrebbe fatto: “Come mai ha deciso di nascere donna?”

Come mai ho deciso di reagire a questo tuo reportage? Mi è pervenuto il libro a casa.

Questo è forse il senso della risposta che veleggia tra il saggio e il demenziale. Come mai continuo a farlo, anche se in certi punti la tua narrazione è così esauriente in tutti i sensi che mi vien voglia di alzarmi, aprire il frigo e stappare una birretta. Se non lo faccio è perché l’unico liquido che ho in casa è qualche bottiglia d’acqua. Prevenire è meglio che curare.

Dice lo yogi che “noi induisti abbiamo trentatré milioni di divinità, ricordarsele tutte è impossibile.” Anche in Italia non siamo messi bene, e stavo pensando a tutti i santi che festeggiamo il primo novembre. Una volta a Rodìo, frazione di Pisciotta dissi a Vincenzo, il mio personal barber (cinquemila lire nel 2001): Ah anche voi onorate Sant’Agnello! Al che lui mi rispose prontamente che il loro santo era cchiu miracolosu che chiddu ‘e Pisciotta! Probabilmente da quelle bande cambiava anche il codice fiscale!

Ti aspettavo anche per un reportage in quell’assolato ombelico del Cilento.

Kumari devi - Photo by BeyondTheTrip
Kumari devi – Photo by BeyondTheTrip

Incontri per strada una kumari devi, una dea vivente che usciva di casa solo tredici volte l’anno, in occasione di festività o eventi particolari: la portavano in giro su un palanchino perché i suoi piedi non dovevano mi sfiorare il terreno” – come accade alla Madonna o a Santa Lucia a Pisciotta (SA). Uno pensa che sia trasportata perché una statua non è in grado di camminare: niente di più improbabile. Infatti non le è concesso di provare.

Mi viene in mente un’assurdità: un confronto con la parola comare, che è la denominazione che caratterizza reciprocamente il rapporto tra la madrina del battesimo o della cresima e la madre del battezzando o cresimando. Comare da cum mater dal sanscrito , che significa misurare, formare, preparare, creare, forse anche proteggere a questo punto.

“L’attuale kumari ha quattro anni ed è stata scelta quando ne aveva tre.” Attenzione però, che dev’essere immacolata: “Prima che la Kumari abbia il menarca, ci mettiamo in cerca di una sostituta.” Motivo: “Con il mestruo la kumari subisce un mutamento, inizia a provare attenzione per l’altro sesso.” – ella non è più innocente. Qual è del resto la sua funzione? Benedire. E per farlo non deve essere distratta dalle tentazioni mondane. Per questo avrà tutto il tempo dopo.

Tu, che sei precisa come poche antropologhe che ho conosciuto, vai a cercare una ex kumari che ora ha quattordici anni e che ti risponde a monosillabi o per nulla affatto, assai più interessata al suo cellulare. Ogni tanto mi piace ripeterlo ad nauseam: sic transit gloria mundi!

Non si sa chi sia il primo scalatore dell’Everest, ma si conosce il nome dei primi due che sono riusciti a raccontare quell’impresa: Edmund Hillary e il suo sherpa Tenzing Norgay. Poi fai un elenco impressionante, che riporto in parte: “la prima donna amputata (2013), la prima coppia di gemelli (2013), la ragazza più giovane (13 anni e 11 mesi, 2014)…” – seguono poi: il primo diabetico, il primo tumorato, eccetera, ma il più inquietante non è “il primo cieco (2001 […]”; bensì: “[…] il primo scalatore con doppia amputazione)”. Ora posso andare a dormire più sereno.

Durante la mia tepida notte, tu continui a salire in quota, stancandoti assai, per cui “il resto della giornata lo trascorriamo sdraiati a fissare il soffitto, mentre i nostri corpi producono globuli rossi a tutta velocità.” Alla mattina mi sveglio con un inquieto interrogativo. Ce l’ha mai fatta un gottoso a scalare quella terribile montagna? Non credo, anche perché, prima di decidersi a farlo, egli attende una guarigione al suo male. Un doppio amputato non culla più tante illusioni.

A un certo punto t’accorgi di star male e di sentire parlare la tua voce come se fosse esterna a te. Dapprima rifiuti le pillole, anche perché, come si dice a Napoli, la capa mo’ non ti sta proprio aiutando, ma poi accetti di prenderle e va un po’ meglio.

Qualcuno se la prende con “gli spudorati a cavallo”, che non vogliono faticare come gli altri, e non capiscono che questa conquista dell’anima e del corpo richiede la giusta dose di tempo e di fatica. E se uno non riesce ad acclimatarsi nella misura corretta è poi fregato. Un medico come si vanta alla faccia di chi non ce la fa. Non solo se lo può permettere economicamente, ma si reputa “una personalità di tipo A”, che sono quelli “caratterizzati da irrequietezza, impazienza, ambizione e un forte istinto di competizione.” – e non sto pensando a te, cara, ma a mia figlia (che l’altro giorno mi ha detto che fra i suoi variegati progetti c’è anche quello di diventare antropologa).

“Qualcuno dice che le scalate sono una forma di fuga, ma io non la vedo così: io ci ho trovato me stesso.”

Altrove, nel libro, descrivi gli oppiomani, che stano bene solo quando si fanno. Gli scalatori forse sono felici quando confidano di trovare se stessi lassù in alto. E quando scendono, cosa accade a quella loro magica ipostasi? Forse che dovranno ricercarla di nuovo in qualche altra vetta?

Un certo Phurba Tashi Sherpa, quando lo incontri, ha il record mondiale di scalate dell’Everest: 21! Ora ha smesso, sollecitato dalla moglie e dai genitori. E sta bene con se stesso, anche se qualcun altro ha infranto il suo record, portandolo a 24.

Tutti i sherpa citati si chiamano Sherpa, un po’ come succede ai sikh che si chiamano tutti Singh. Questi eroici portatori, a volte anche giovanissimi, recano sulle spalle un peso simile al proprio, e alla fine della fiera devono riportare a valle tutti gli escrementi prodotti dalla comitiva. Se lo fanno in una certa misura sono regolarmente pagati, altrimenti hanno faticato gratis. Questo e il fatto che a volte, per non perdere la stagione, si presentano anche mezzo ammalati, mi reca pena e tristezza.

Quello che diceva che non intende fuggire ma solo cercare se stesso si è fatto tatuare al posto dell’anulare la sua montagna: l’Ararat (è infatti armeno). E fa la battuta: “Sono sposato con la montagna, così posso avere molte mogli.” C’è anche chi ne ha sufficienza di una, o anche di nessuna. Intanto tu decidi di andartene “dal campo base”: scelta saggia, mi pare.

Il capitolo che s’intitola Storie dalla capitale è il più terribile finora. La piaga sociale dell’etilismo costringe alcune famiglie alla fame e alcune donne a espatriare, per o più nel Kuwait, dove talvolta trovano impiego come babysitter schiavizzate. Bimala fu costretta a fuggire da una padrona aguzzina che addirittura la denuncia alla polizia, inventando delle frottole.

Charimaya fu rapita e portata in India, dove venne venduta a un bordello. Quando per miracolo riuscì a liberarsi, tornando in patria, dove ebbe il coraggio di denunciare i suoi rapitori, per poi fondare un’associazione che si occupa di donne che hanno patito la sua stessa disgrazia.

C’è poi la faccenda dei nepalesi che, già nella Prima guerra mondiale, si offrirono come “gurkha”, cioè come mercenari all’esercito inglese, che delle tre storie, incredibile a dirsi, è la meno terribile.

Infine c’è la storia di Angel Lama (che “aveva un viso delicato senza un filo di trucco, e i capelli sciolti sulle spalle. Dimostrava al massimo dodici anni, ma ne avrebbe compiuti venti tra qualche mese”) che regala un lieto fine a un capitolo che mi ha fatto vergognare di essere un umano e che finisce così: “Ma alla fine capisco che sono io a decidere della mia felicità. Se la gente non mi accetta per come sono, per loro non c’è posto nella mia vita. È così e basta. Ognuno di noi è responsabile della propria felicità.”

Narri ora la storia di Siddharta Gautama, il Buddha. Nulla che già non so, ma quella vicenda mi intriga ogni volta. Ogni tanto immagino un al di là dove i grandi si incontrano in un bistrot: Hugo e Tolstoj che discutono su Napoleone, Dirac e Majorana che teorizzano sul neutrino, Krishnamurti e Nietzsche che si osservano attentissimi l’uno all’altro, senza profferire parola. Al tavolino in fondo, vedo Siddharta e San Francesco che si sorridono paciosi. E ogni tanto uno dei due strizza l’occhio all’altro. Che ridacchia.

Chiusura interessante del capitolo in cui racconti del vostro incontro con un leopardo delle nevi (noi abbiamo il gatto delle nevi, ma non c’entra un granché): “Anche le montagne si muovono. Proprio come i fiumi, cercano la loro strada verso il mare.” – che secondo me è femmina e divora tutto, come la dea “Kali, che letteralmente significa ‘tempo’, o ‘tempo compiuto’” che “è una delle divinità più potenti e più temute del pantheon induista: è la Madre dell’Universo, la distruttrice delle forze del male, la dea della potenza e del tempo. Kali è nera come la notte, porta una collana di teschi introno al collo e una spada insanguinata in una delle sue quattro mani”: nigra mater ora pro nobis!

Nel capitolo Il dio assetato (ognuno ha il suo!) parli dell’usanza di isolare le donne durante il loro estro mestruale in capanne ad hoc, dove per vari motivi rischiano di ammalarsi o di morire. Qualcosa di simile è indicato nel Vecchio Testamento, Levitico 15,19-31. È un’assurdità consolidata che tanto male fa alle donne e a chi le ama. Mi fa rabbia che siano le stesse donne che intendono mantenere quella tradizione, per terrore della punizione divina. Alcuni congiunti permetterebbero loro di rimanere in casa ma loro non si attentano. Dice una ragazza che tale usanza detta chhaupadi, qualora non venisse effettuata farebbe arrabbiare il dio. Però, quando tu le provochi tale risposta, ce la fa ad ammettere che “se le altre smettessero di seguire le regole lo farei anch’io.”

Da quando la già citata Franca Viola si rifiutò di sposare il suo rapitore, che l’aveva anche violentata, ed ebbe il coraggio di denunciarlo, molte donne imitarono il suo esempio.

Dice uno sciamano a tempo parziale (che nella vita normale svolge un altro lavoro): “Quando mi rivolgo agli ammalati non sono io a parlare, è il dio a parlare attraverso di me.”

Personalmente non ha nulla contro il mestruo femminile, ma “il dio purtroppo la vede un po’ diversa.” – non è che abbia bisogno di una visita oculistica?

Erika Fatland - 2019
Erika Fatland – 2019

Il capitolo finisce nel più sanguinolento dei modi: tanti ovini sgozzati per quel dio. Tu domandi “quanti capretti furono sgozzati quel pomeriggio!” La risposta è da immaginare: “Ogni famiglia ha il proprio dio, il proprio tempio: e ognuno di questi dèi, che sono una miriade, reclama il sangue di almeno centoventi capretti prima che la luna piena arrivi a splendere in cielo.” – vorrei conoscere il valore del loro acido urico.

Siamo sempre nella terra nillius, quindi di tutti, non ancora ma già quasi Tibet.

“Quando pochi minuti dopo toccammo terra, rivolsi l’ennesimo ringraziamento a tutti gli dei de cielo, felice di essere sopravvissuto all’ultimo volo interno del mio soggiorno nepalese.”

L’homo sapiens sapiens, che più che sapiens a stento si può definire callidus, si rivolge al mistero religioso ed esoterico quando l’amigdala gli pare poco amichevole, terrorizzandolo come se fosse un cobra reale. Anch’io, ignorante di dio e di tutto il resto, faccio corna, quando mi auguro una miglior fortuna rispetto a quello che temo. Poiché orare humanum est.

“È lo sciamano più potente di tutta la zona…” – come dire: è il boss dei boss, il negus neghesti, il líder máximo. Egli incute un rispetto fatto di paura. Lo chhaupadi è proibito dalla legge? “Sì, ma lo sciamano mi fa più paura del governo.” Altri ne sono indifferenti: “… non pratichiamo il chhaupadi: solo gli indù insistono ad andare avanti con questa tradizione.” – ricordo che siamo al confine col Tibet.

“Qui è dura. Durissima. È una faticaccia ma non abbiamo soldi. Però una cosa ce l’abbiamo…” – qualcosa che si chiama “la libertà. Quella in Cina non l’hanno.”

Solita tua quasi perfetta descrizione di ambiente: “Hilsa era un buco sperduto in mezzo al nulla…” al che decido di passare immediatamente al capitolo seguente.

In ogni nazione che visiti non manchi mai di fare un cappello, talora molto esteso, che riguarda l’ambientazione storica. Ora che sei nel Tibet, riveli tutta la tua maestria. In modo sintetico ma avvincente spieghi ogni cosa non tralasciando nulla di essenziale, o almeno è questa l’impressione che lascia la tua scrittura.

Dice una donna che “il Tibet è una prigione a cielo aperto”. E poi continua la sua lamentela che riguarda la progressiva cinesizzazione del paese, per cui: “siamo diventati una minoranza a casa nostra.”

Constati quanto sia facile oggi viaggiare e dire, con Goethe, Auch ich in Aradien! Ci sono anch’io! Tu affermi che “Il mondo stesso si riduce a un parco divertimenti per la classe media, per di più una classe media in costante espansione.”e tutto è banalizzato, finendo col perdere gran parte del suo fascino.

Alla fine ti chiedi e secondo me ti capita di farlo ogni volta che esci dal tuo ambiente, andando un po’ all’avventura: “Ma perché viaggiamo? Perché viaggio?…”

Un amico di Apple, la tua guida, parla della realtà cinese, e mentre lo fa “gli si inumidirono gli occhi e deglutì di nuovo…Parlando della Rivoluzione culturale, dice: “Era un momento in cui niente durava, tutto cambiava in continuazione: i ricchi diventavano poveri, i poveri ricchi, il nero era bianco e il bianco nero, chi sedeva al potere modificava incessantemente le direttive, tanto che la gente non sapeva più cosa dovesse fare, nessuno ci capiva niente. Le persone si denunciavano e si tradivano a vicenda: ecco qual la Rivoluzione culturale!”

Un uomo anziano e virtuoso ti porge “due buste di tè verde”. Le modalità del gesto ti commuovono e ora scrivi: “Spesso non è la malvagità delle persone a spezzarci il cuore, ma l’incontro con un gesto di pura bontà.” Un atto generoso e disinteressato è un miracolo che attesta l’esistenza di un qualcosa che non si riesce normalmente a quantificare.

Ti chiedi di nuovo perché si viaggia. E io rincaro la dose: perché si legge?

“Non lo so”, ti rispondi; e io persevero, aggiungendo: manco io. Ma continuerò a fare entrambe le cose, almeno finché potrò.

Apple, pseudonimo I suppose, s’incavola perché le tocchi alcuni nervi scoperti, chiedendole qualcosa sulla politica cinese. E deduci che: “Le dittature di successo funzionano esattamente così: si fanno strada nella testa della gente, creando uno scudo contro qualsiasi interrogativo. E hanno vita più facile ogni giorno che passa.”

Mi viene ora in mente che ho scordato di parlare di quel paese in cui esiste la poliandria e di quell’altro in cui vige il matriarcato. Che sia stato un freudiansk forfall?

Termini il romanzo (è un reportage, ma è tanto ben drammatizzato!) con mestizia: “Il più piccolo viene inghiottito dal più grande, ma continua a vivere al meglio delle sue possibilità. Ci sono così tanti modi di stare al mondo!” Ho scritto che la tua chiusa del romanzo mi pare mesta. La frase finale però reca un minimo di speranza: “Da lassù si vedevano solo le nubi e le montagne.”

Han Suyin nel ’58, ai piedi dell’Himalaya, ci garantiva che La montagna è giovane, e tale lo è ancor oggi. E forse lo sarà per sempre.

 

Written by Stefano Pioli 

 

Bibliografia

Erika Fatland, La vita in alto, Marsilio editori, 2021

 

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