Intervista di Emma Fenu a Laura Onofri, Maria Antonietta Macciocu e Albertina Bollati: “Una rete di fili colorati”

Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società. Rita Levi Montalcini

Laura Onofri - Maria Antonietta Macciocu - Albertina Bollati
Laura Onofri – Maria Antonietta Macciocu – Albertina Bollati

Sono trascorsi dieci anni dalla prima rappresentazione nazionale organizzata nelle piazze, con ombrelli e fili colorati a unire donne e uomini di ogni età e formazione politica esasperati da un sistema politico che sviliva le donne rendendoli oggetti sessuali nelle sale del potere.

Questa avventura di SeNonOraQuando? doveva essere narrata perché scrivere la storia mentre la si vive consente margini di riflessione, a volte entusiastica e a volte amara, e indica strade percorse e altre che attendono. E altre dove i nostri piedi non lasceranno più orme.

Il gruppo di SeNonOraQuando? di Torino ha voluto condividere il proprio bilancio decennale di idee, ricordi, progetti e battaglie in un libro, “Una rete di fili colorati” scritto da Maria Antonietta Macciocu con interventi di Laura Onofri e illustrazioni di Albertina Bollati, edito da Golem Edizioni nel 2021.

 

E.F.: Quando e come è nato SeNonOraQuando? a Torino?

Laura Onofri: Il 13 febbraio del 2011 ci fu la più grande manifestazione degli ultimi 20 anni. Circa 200 piazze coinvolte in Italia, un centinaio in tutto il mondo: persone di ogni età e di schieramenti politici diversi, persone che non erano mai scese in piazza, tutte insieme per dire basta a una politica offensiva per le donne, raccontate come vallette del potere, ingaggiate per “cene eleganti” a casa del Presidente del Consiglio. 

A Torino la manifestazione vide una partecipazione veramente eccezionale (scesero in piazza oltre 200 mila persone), costruita da tutte le associazioni cittadine e dalle organizzazioni sindacali che già si ritrovavano all’interno della sigla “Donne di Torino per l’autodeterminazione”.

Dopo il grande successo e dopo le tante lettere, email, messaggi che nei giorni successivi il 13 febbraio arrivarono alle organizzatrici, chiedendo che il percorso proseguisse e non si esaurisse nella manifestazione, si decise di proseguire, organizzando un incontro nazionale a Siena con tutti i Comitati spontanei che si erano creati in moltissime città. A quella data si può far risalire la nascita del movimento. La parola d’ordine era stare insieme nella diversità, attuare una trasversalità che poi si rivelerà un grosso problema.

A Torino le speranze riposte nel movimento SNOQ sono tante. Si fanno riunioni per capire in che modo costituire il Comitato: noi vorremmo che aderissero sia singole donne che associazioni con cui abbiamo costruito la manifestazione del 13 febbraio. Il punto senz’altro più spinoso è che una parte di donne (e molte associazioni) vorrebbero che il movimento andasse avanti solo per conquistare i diritti inalienabili delle donne (lavoro, rappresentanza, maternità), altre che si facesse interprete, visto il momento eccezionale del Paese, di tutte le questioni importanti che lo attanagliano (legalità, etica, legge bavaglio, legge elettorale). 

L’altra questione è che non tutte credono che sia facile costruire il movimento su una piattaforma programmatica condivisa. Il tema dell’identità di ogni realtà è molto sentito dalle associazioni, ed è invece abbastanza rintuzzato dalle singole donne che hanno, in larga parte, apprezzato la trasversalità di SNOQ.

Il nostro Comitato nasce dopo una serie di riunioni, ma non riesce nell’intento di aggregare associazioni e gruppi già formati. Sono però tante le donne che si ritrovano con comuni obiettivi e nei tratti qualificanti del manifesto del movimento nazionale che prevedono: la creazione di una forza politica ma non partitica, fuori da steccati ideologici; il coinvolgimento degli uomini amici più che lo storico antagonismo; il dialogo con le nuove generazioni che più di tutte portano il peso della crisi economica e discriminatoria del paese. 

Le colonne portanti dell’autonomia, della trasversalità e dell’intergenerazionalità vengono definite nella loro essenza e interdipendenza: cercare un legame con le istituzioni partendo da un punto di vista di genere, capace di veicolare una propria idea di organizzazione paritaria e quindi più democratica di paese; unire donne di diverse appartenenze, aprendo alla diversità e al pluralismo non solo politici ma di linguaggi, di fedi, di professioni e di talenti, in modo da costruire una visione autonoma di genere; farsi casa per tutte le generazioni di donne, creando un ponte fra vecchio femminismo e nuove esigenze generazionali. Occorre dare vita a una società a misura di donne e di uomini, ridare dignità al lavoro delle donne, consentire la maternità come scelta, abbattere la violenza contro le donne con l’educazione alle emozioni e al rispetto, favorire la presenza paritaria che metta le donne in condizioni di assumere responsabilità politiche, smantellare l’immagine mediatica delle donne come oggetti sessuali disponibili sul mercato, rivolgere l’attenzione alle donne immigrate, inserire la questione femminile italiana nel contesto sociale ed economico europeo, ripristinare la legalità contrastando il lavoro sommerso di cui le donne sono le principali vittime.

C’è comunque forte l’esigenza di costituirsi in un Comitato più strutturato ed organizzato e per questo nel luglio del 2012 nasce l’associazione SeNonOraQuando? Torino, formalizzando nell’atto costitutivo e nello statuto le linee guida già affermate dal Comitato e le attività che si propone di organizzare.

Nello specifico: creare e rafforzare una rete di donne, gruppi e associazioni col fine di promuovere la libertà femminile; elaborare, custodire e tramandare alle nuove generazioni il patrimonio culturale dei movimenti delle donne; vigilare perché le conquiste di libertà femminile non siano revocate o affievolite; dar vita a progetti che amplino queste libertà, eliminando gli ostacoli a una uguaglianza effettiva, sia formale che sostanziale.

 

E.F.: Quali sono state le tappe salienti dei vostri primi dieci anni di storia?

Maria Antonietta Macciocu
Maria Antonietta Macciocu

Maria Antonietta Macciocu: Fin da subito abbiamo avuto la consapevolezza che il nostro impegno per le donne non avrebbe potuto essere di tipo concreto, di consulenza, accoglienza o supporto nel percorso di sostegno e liberazione delle donne in fuga da maltrattamenti e soprusi: non avevamo né le strutture né le competenze specifiche per farlo. Anzi all’inizio eravamo incerte se parlare della violenza, per non dare delle donne la solita immagine di debolezza e vittimismo. Era la posizione sostenuta anche a livello nazionale. La frequenza dei femminicidi ci fece cambiare idea, ma non campo d’azione: quel tipo di violenza andava affrontata da noi non sotto forma di rappresentazione ma di indagine, cercando le radici di cosa quella violenza la prepara, la agevola, la porta all’atto estremo.

Dal concetto di violenza visibile siamo passate a quello di violenze invisibili, private e pubbliche, che mortificano le donne e le lasciano in balia di ingiustizie non riconosciute.

Abbiamo spostato l’attenzione a tutto l’insieme di privazioni con cui la nostra società depaupera la donna, perpetuando il clima culturale di patriarcato e soggezione. Perché è la cultura patriarcale, maschilista e vessatoria, ad avere interesse che le cose non cambino. È violenza la narrazione diffusa dai media, che utilizzano le parole gelosia, amore, passione, raptus per spiegare i femminicidi, in realtà quasi sempre lucide reazioni del potere maschile messo in discussione; è violenza l’uso sessuale del corpo della donna nelle pubblicità; è violenza perpetuare stereotipi sessisti; è violenza non riconoscere il femminile nella lingua, continuando a declinare al maschile anche professioni in cui le donne superano la presenza di uomini; è violenza quando le istituzioni non si attivano per dare alle donne opportunità di lavoro, e danno per scontate retribuzioni inferiori; è violenza penalizzare la maternità, controllare il corpo delle donne sui contraccettivi e sull’aborto; è violenza non attuare una democrazia veramente paritaria, nonostante la presenza di leggi in proposito. 

In un campo così vasto, ci siamo mosse in due direzioni prevalenti: 

Politica, facendo pressioni sulle istituzioni per ottenere leggi garanti della presenza paritaria delle donne in tutti i settori della società e della libera disposizione del proprio corpo e delle proprie scelte.

Culturale, cercando di chiarire ai noi stesse e agli altri la necessità di un linguaggio rispettoso e privo di stereotipi, la compensazione e non la divisione delle differenze, l’importanza di un’educazione emotiva.

Politicamente, il nostro impegno sfocia in una campagna sociale con il manifesto Se crescono le donne cresce il paese (2012), per affermare che “senza la donne non si governa”; nella partecipazione alla conferenza stampa di Roma sintetizzata nell’appello Vogliamo un paese per donne, a cui seguirà una legge con disposizioni per il riequilibrio di genere nelle amministrazioni locali; nella campagna Io parlo e non discrimino (2015), per l’utilizzo corretto nel linguaggio di genere da parte degli Enti Pubblici; nel progetto Generazioni (2015) che intende incidere nelle scelte politiche del welfare, in modo da favorire l’occupazione femminile; nel progetto Madre per scelta (2017-2019) con la richiesta alla Regione Piemonte di garantire l’accesso all’aborto, la fornitura gratuita di anticoncezionali orali e la facilitazione dell’IVG farmacologica; nella manifestazione a Verona (2019) in risposta al Family day e al DDL Pillon; nella traduzione dall’inglese del documento Ristabilire l’Ordine naturale. Un’agenda per l’Europa (2018), che ci fa scoprire una rete mondiale di ultraconservatori e religiosi integralisti, pronta a smantellare  le normative in ambito di diritti sessuali e riproduttivi; nel partecipare all’Assemblea della Magnolia (2020) e redigere il documento Noi siamo la cura, perché rimettere al centro della politica la cura è rispettare la vita e i bisogni delle persone, come emerso durante il Covid; nell’offrire sostegno alle donne polacche, afgane e curde, e dovunque le donne siano discriminate; nel sostenere il D.D.L. Zan.

Culturalmente esordiamo al Teatro Carignano con il dialogo Libere (2011), dove Cristina Comencini mette in scena le differenze tra una donna del vecchio femminismo e una giovane dei nostri tempi. Il mezzo teatrale, coadiuvato da video, danza, letture, un allestimento e una mostra, viene utilizzato anche nel progetto Mai più Complici (2012), di cui il pezzo forte è l’atto unico di Cristina Comencini L’amavo più della sua vita, che indaga sulle cause oscure di un femminicidio. Il teatro ritorna anche nel progetto Madre per scelta (2017-2019), per far confluire nello spettacolo omonimo le diverse emozioni delle donne nei confronti della maternità, le cause personali e sociali che caratterizzano la scelta, le contraddizioni e difficoltà in cui le donne si dibattono, emerse in due anni di confronti e letture nel gruppo.

Ma il progetto culturale per eccellenza è Potere alla Parola, che realizziamo con le scuole medie e superiori da circa dieci anni: partendo dalle parole più in uso nei rapporti maschio femmina, riusciamo via via a delineare le violenze inconsapevoli, gli stereotipi, le prevaricazioni, le omissioni, il bullismo che inquinano i rapporti e proporre una contro narrazione di gentilezza e rispetto. Contro narrazione affidata ai mezzi espressivi dei giovani: disegni, cartelloni, manifesti, fumetti, video affinché ogni rappresentazione sia alla loro portata di attuazione e comprensione. 

Negli anni gli elaborati conclusivi delle classi salgono di livello, di pari passo a nuove consapevolezze. Non c’è troppo da esultare: l’adesione delle scuole è ancora limitata, gli insegnanti e i partecipanti ancora troppo pochi. Ma le richieste crescono, coinvolgendo altre realtà del territorio. Goccia a goccia il monolite si sfalda.

 

E.F.: Cosa vi accomuna e cosa vi distingue le une dalle altre?

Albertina Bollati
Albertina Bollati

Albertina Bollati: Quello di SNOQ? di Torino è un gruppo eterogeneo e piuttosto sfaccettato, composto da persone, da donne, molto diverse tra loro non solo per età, carattere, professione e scelte di vita, ma diverse perché ciascuna ha alle spalle storie, formazione, percorsi non omologabili: c’è chi ha militato in un movimento politico, chi ha un passato femminista e chi si è invece dedicata al sociale o al volontariato; chi ha focalizzato sullo studio o sulla ricerca le proprie energie, chi è stata prevalentemente assorbita dalla propria attività lavorativa, chi invece lo è stata dalle cure famigliari. 

Questa notevole diversità, che potrebbe apparire motivo fortemente divisivo, ha costituito invece per l’associazione una grande risorsa, grazie all’innesto fecondo di sempre nuove proposte, competenze e visioni su quel terreno comune, fondante, in cui le aderenti si sono potute riconoscere: le battaglie per il rispetto, i diritti, la dignità delle donne.

Punto di forza e di aggregazione sono sicuramente anche la vitalità e l’entusiasmo con cui si affrontano i tanti progetti, non disgiunti da discussioni a volte anche accese, ma sempre accompagnati dalla volontà vincente di vederli realizzati.

 

E.F.: Come sono le donne del 2021?

Albertina Bollati: Sarebbe molto appagante rispondere in modo convinto che le donne, oggi, sono più felici di ieri. In realtà la situazione non è così semplice da liquidare e, se pure in questi anni la “questione femminile” stia conoscendo un progressivo e positivo cambiamento sotto tanti aspetti, non si può ancora affermare che le donne abbiano raggiunto quella parità, quel riconoscimento sociale, lavorativo, economico che possa concedere una tregua sul fronte delle battaglie iniziate decenni fa.

Di certo adesso le donne hanno maggior consapevolezza dei propri ruoli, sono più sicure delle proprie scelte, più libere, più autonome e, forti di una sempre migliore preparazione e di competenze conquistate con impegno e determinazione, hanno acquistato non solo più coraggio ma più credibilità nel confrontarsi su terreni una volta loro preclusi. Per le più giovani è del tutto naturale parlare di condivisione dei lavori di cura e dei lavori domestici con i propri compagni, e pretendere un coinvolgimento in tutti gli aspetti della genitorialità da parte dei padri. 

Soprattutto per le giovani, però, si stanno rivelando inciampi faticosi i contrasti tra le nuove e affascinanti potenzialità che si spalancano davanti a loro su mille fronti e gli irrisolti, a volte peggiorati, nodi da sciogliere che le imbrigliano nella quotidianità e nella complessa conciliazione tra le tante mansioni. Tra le altre motivazioni, in mancanza dei sostegni tradizionali e di concreti aiuti pubblici diventa arduo, in generale, e lacerante, in molti casi, stabilizzare l’altalenante equilibrio tra necessità di sicurezze e desiderio di affermazione, tra rinuncia e sfida.

La fiducia è che attraverso l’incessante lavoro di chi, a vario titolo e in vari campi, si sta occupando e preoccupando di affermare concretamente i diritti delle donne e contrastare le discriminazioni, richiamando l’attenzione su problemi che non possono più essere rinviati, la situazione possa davvero cambiare, nella convinzione che qualunque passo avanti, per quanto piccolo, ne generi altri. 

L’augurio è che si faccia strada anche una maggiore solidarietà tra le donne, che potrebbe forse, finalmente, segnare la differenza.

 

E.F.: Quali pregiudizi e stereotipi sono più duri a morire?

Maria Antonietta Macciocu: Il pregiudizio è sempre quello, radicato nel maschile dalla notte dei tempi anche in chi non lo confesserebbe mai e perfino in molte donne consapevoli: l’uomo è per natura un essere superiore, fatto dalla divinità a sua immagine e somiglianza, forte e potente; la donna è corpo, buono a partorire, a trastullare gli uomini, a soggiacere al loro potere e rendere la vita comoda. All’uomo spetta il comando, alla donna l’ubbidienza e la sottomissione. Semmai una blanda condivisione. La donna, quando fa di testa sua, è un pericolo, ha fatto cacciare Adamo dal Paradiso Terrestre, sedotta dal serpente.

Questo pregiudizio atavico, comune a quasi tutte le religioni, nel tempo è stato ridimensionato e, nei paesi più avanzati culturalmente, corretto da leggi paritarie, ma stenta a diventare patrimonio della psiche collettiva: se a parole lo si nega (e non sempre) ritorna sotto forma di stereotipi duri a morire.

I più pervasivi riguardano i ruoli, il linguaggio e la maternità. 

Per quanto riguarda i ruoli, la cultura corrente, intesa come proposta di simboli e modelli con cui forgiare l’immaginario delle persone, è ancora molto carente: fin dalla nascita, si associano colori diversi a maschi e femmine; alla scuola materna, i giochi si dividono troppo spesso come maschili e femminili; un bambino che piange è una femminuccia, uno prepotente “si sa lui è maschio, con i maschi bisogna avere pazienza”; i libri delle elementari grondano di madri che cucinano, curano gli ammalati, rassettano la casa, fanno la spesa, mentre i padri vanno al lavoro, leggono il giornale e guardano la televisione. Le donne che lavorano sono prevalentemente maestre, infermiere, segretarie, poche in ruoli apicali. Nei libri la Storia sembra l’abbiano fatta sempre e solo gli uomini, e così l’arte figurativa e la musica. Quando si esce dai lavori consueti, le donne sono nominate con la forma maschile, quasi sia un’eccezione alla normalità. 

Lo stereotipo linguistico è tra i più duri a morire, significherebbe investire la donna di un prestigio maschile che resiste perfino al cambiamento in atto nella realtà (le donne si laureano più degli uomini, mediche, magistrate, avvocate sono in maggioranza, le sportive di professione aumentano di anno in anno).

Il corpo della donna viene ancora considerato un pericolo per se stessa e per gli altri, se decide di gestirlo in autonomia e libertà rischia di rovinarsi e rovinare. Non appartiene a lei ma a chi la guarda, e per questo è così diffuso insistere sul vestiario di una donna in un processo per stupro: sarà colpa sua che ha provocato? 

Una donna troppo indipendente viola il principio del chi comanda, da sempre prerogativa degli uomini. La donna dovrebbe essere soprattutto madre e moglie. 

Nella maternità si coagulano tutte le contraddizioni della nostra società: da sempre destinate a essere madri per contare qualcosa, noi donne abbiamo ridimensionato il ruolo e i tempi, dando priorità allo studio, al lavoro, alla libera scelta personale. Ma dentro portiamo un tarlo, come una colpa per disattendere alle aspettative a cui non si sottraevano perfino le rivoluzionarie degli anni ‘70. Quando poi una donna madre lo diventa, il luogo di lavoro si deve difendere da una situazione che rallenta i ritmi di lavoro, e la donna è messa di fronte a mille difficoltà che spesso le fanno decidere di mollare. La madre, non il padre, che può assentarsi solo per dieci giorni.

Lo stereotipo che la donna è soprattutto madre, unica responsabile dell’accudimento dei figli, porta una forte distorsione nel mondo del lavoro e nella società tutta: il lavoro si priva della indispensabile presenza femminile, il paese di nascite, perché sempre più donne, viste le condizioni, scelgono di non fare figli.

 

E.F.: Quali sono i vostri progetti attuali e quali i futuri?

Laura Onofri

Laura Onofri: La pandemia è arrivata proprio mentre eravamo pronte a partire con Generazione donna, un progetto che si ispira a uno show che ogni due settimane si tiene a New York e a cui ha partecipato Milena Boccadoro durante una vacanza negli Usa.

Un’idea semplice ma intrigante: sei donne, dai 20 agli 80 anni, che declinano in prima persona, ispirandosi alla propria esperienza, lo stesso tema. Il fine è quello di mettere insieme donne di età diversa, farle incontrare e far diventare la loro esperienza una ricchezza; una serata in cui si condivide la propria storia con altre che stanno ad ascoltare, una serata divertente, leggera, conviviale. Mettere insieme la forza delle più giovani con l’esperienza di chi più avanti negli anni, ha superato problemi e difficoltà di un mondo non a misura di donna.

Poco prima della pandemia, che ha fermato tutto, avevamo già pronte tre serate in un locale cittadino con 21 straordinarie narratrici di 6 generazioni, che avevamo invitato a condividere le loro storie. Che non resteranno nel cassetto, perché Generazione Donna ripartirà appena possibile, pensiamo sicuramente nella prossima primavera.

Potere alla parola, un progetto, in collaborazione con il Salone del libro, che va avanti ormai da 8 edizioni in alcune scuole cittadine e che vuole sensibilizzare ragazze e ragazzi sul tema della violenza e delle discriminazioni contro le donne. È riuscito, grazie alla determinazione e alla passione del gruppo scuola e delle sue coordinatrici, a essere organizzato anche quest’anno, lavorando da remoto con le classi che hanno aderito. L’evento finale, partecipatissimo, è andato in scena all’ultimo Salone internazionale del libro di Torino con la presentazione di video e spot prodotti dai ragazzi e dalle ragazze di scuole medie e superiori. Siamo già al lavoro per presentare l’edizione 9 di Potere alla parola che ha come titolo “Il Sessismo nel linguaggio: identità, equità, parità” che ha come obiettivo l’analisi della continua trasmissione degli stereotipi femminili e maschili nella comunicazione e delle forme comunicative ancora oggi patriarcali e declinate al maschile, anche tra i maschi che non si allineano al maschilismo tossico.

Una delle attività più importanti è quella di continuare a fare rete con associazioni locali, nazionali ed europee, perché siamo ancora estremamente convinte dell’importanza di costruire reti, quelle reti che i fili colorati, che hanno caratterizzato la manifestazione del 13 febbraio a Torino, volevano rappresentare. E con questo spirito siamo entrate a far parte, a livello locale del Comitato +194 VOCI, rete per l’autodeterminazione che vuole essere un osservatorio e un presidio dei diritti sul nostro territorio non solo nell’ambito della salute e della vita riproduttiva, ma in ogni ambito della vita, e ha l’obiettivo di approdare a una trasformazione culturale che agisca sugli stereotipi, liberi le persone da ruoli prefissati e combatta la violenza di genere in tutte le sue forme.

A livello nazionale abbiamo e continuiamo a far parte dell’Assemblea della Magnolia che dall’agosto 2020 si riunisce a Roma sotto l’impulso della Casa Internazionale delle Donne e che con il documento Noi Siamo la Cura afferma che le donne, nonostante siano state le più penalizzate dal lockdown, sono state non solo accantonate, ma rifunzionalizzate come compensazione strutturale alla carenza dei servizi pubblici essenziali alla vita. Noi siamo la cura vuole rendere la società consapevole che società e produzione economica sono ambiti interconnessi e che vanno ribaltate gerarchie di valori e priorità. Rimettere al centro la cura vuol dire mettere al centro la vita e i bisogni delle persone, rileggendo la nostra società a partire dalla libertà che le donne si sono conquistate e che ha aumentato la libertà e il benessere di tutti

Facciamo altresì parte della Rete costruita dal movimento D.i.R.e (donne in rete contro la violenza), con cui abbiamo scritto il Position paper “Il cambiamento che vogliamo”, un documento di carattere dichiarativo che presenta in maniera complessiva e sintetica il posizionamento e le valutazioni della società civile italiana, riportando i nodi critici, gli ostacoli e le sfide e le priorità del nostro paese circa l’attuazione della piattaforma di Pechino, a 25 anni dalla Conferenza Mondiale svoltasi in quella città e convocata dall’ONU per l’emancipazione, la parità, il miglioramento delle donne in tutto il mondo.

Una rete di fili colorati
Una rete di fili colorati

A livello europeo collaboriamo con “EPF European Parliamentary Forum”, forum di parlamentari e attivisti impegnati a tutelare nelle istituzioni europee la salute sessuale e riproduttiva delle donne. Fare parte di questa rete, così come di quella creata da IPPF (Int’l Planned Parenthood Federation), ci dà l’opportunità di avere uno sguardo sulla situazione europea e internazionale, avere informazioni e relazionarsi con attiviste europee e internazionali, entrare in contatto con una rete di esperti/ e, giornalisti/ e, fare azioni di advocacy strutturate e con risultati faticosi da raggiungere, ma spesso incoraggianti.

Infine continuiamo a presentare il nostro libro “Una Rete di fili colorati”, perché pensiamo che sia importante trasferire ad altre donne, ad altre realtà, le tante esperienze che nel corso di questi 10 anni abbiamo vissuto come gruppo e di cui siamo state protagoniste, ma anche per riflettere e discutere con chi vorrà, quanto sia cambiata la società, quanti passi avanti e qualcuno indietro sono stati fatti in questi 10 anni, e capire in che modo sia giusto ancora oggi impegnarci e quali siano gli strumenti che dobbiamo utilizzare per confrontarci non solo tra noi, ma soprattutto con le nuove generazioni.

 

Written by Emma Fenu

 

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